Si squarcia il velo delle menzogne sulla Siria

armi chimiche

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Denuncia choc dell’incaricata dell’ONU per la Siria, Carla Del Ponte: nel corso di una trasmissione ai microfoni della Radio Svizzera, la Del Ponte ha affermato che “le Nazioni Unite hanno le prove che – finora – ad utilizzare “armi chimiche”, a partire dal letale “gas sarin”, in Siria sono stati gli insorti e non gli uomini fedeli al regime di Bashar al Assad”.
Inoltre ha aggiunto che “questo utilizzo e’ stato fatte da parte degli opponenti…dei ribelli e non dalle autorità governative”. La Del Ponte punta il dito però non sui siriani anti-Assad ma contro le frange qaediste sottolineando che, “il fatto non ci sorprende perché negli opponenti si sono infiltrati combattenti stranieri”. Continue reading

Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale

Articolo inviato al blog

di: mcc43

A quasi tre mesi da questo post Fare della Siria un’altra Libia, non tanto facile. Come mai? la  situazione è cambiata soprattutto per la quantità di sangue versato.

“Progetto” Siria

Il progetto geopolitico di dividere la Siria è uscito dal cassetto nel marzo 2011 ed è stato buttato  nel mucchio della “primavera araba”,  probabilmente in funzione dei più vasti progetti anti-Iran e d’indebolimento della Russia.

Ogni pagliaio, però,  ha bisogno della scintilla e in questo caso l’incendio è divampato con il sollevamento di Daraa e la sanguinosa repressione del regime.

Confine siro-libanese Wali Khaled

Ci sono paragoni con la Libia che reggono: l’innesco strumentale, la fornitura di armi ai “pacifici manifestanti” , qualche video fasullo e  notizie gonfiate, ma  il tessuto sociale incomparabilmente più complesso non fa sortire lo stesso effetto ribaltone.

I Siriani non sperano nel meglio con un altro governo, si aspettano una lotta di tutti contro tutti per il potere.

Occhi verso l’Onu, gli Stati Uniti, il Qatar o Israele, coloro che si spendono “pro” o “contro” Assad,  parimenti , fra accuse e sconfessioni, non vedono, o non se ne curano,  che  il conflitto sta mettendo velenose radici in territorio libanese.

Permette di intendere  qualcosa di più questo reportage del quotidiano di Beirut  Al-Akbarh  (link a prima e seconda parte) sui gruppi ribelli che fanno la spola fra Siria e Libano,   a Wali Khaled,  confine nord-est del paese (nell’immagine segnato in rosso).

Il reporter ha incontrato tre bande armate e tutte si proclamano parte del FSA, libero esercito siriano; una ha il compito  di riportare in Libano i combattenti feriti  che vengono curati negli ospedali (privati) di Tripoli, un’ altra  trasporta in Siria armi,  fotocamere  e medicinali per gli insorti. L’altro gruppo “intervistato” dichiara di operare come “supporto logistico”.

Il commando di Omran

Così dice di chiamarsi il capo del gruppo di supporto logistico, e  parla degliapprovvigionarsi di armi in Siria: dall’esercito regolare, e insiste su questo. Per lo sminamento del confine e la creazione dei varchi sicuri dispone di tre genieri disertori dell’esercito regolare. Racconta che prima disponeva di un volontario libanese che a un certo punto ha cominciato ad esigere una paga o il  permesso di tenersi le mine recuperate.  Il gruppo, che intendeva reimpiantarle in territorio siriano, è addivenuto  a un compromesso con spartizione. Allo  sminatore erano toccate circa cento mine, ognuna delle quali al “mercato” locale vale 400 $.

Anche un lavoro potenzialmente mortale ma ben pagato sembra una fortuna, se si manda alla malora la politica e il futuro.

I membri del gruppo di Omran sono sunniti, ma il capo, dietro il suo passamontagna e con il telefono satellitare come scettro, assicura che sono impegnati per “l’unità del popolo siriano”. Ci sono ufficiali sunniti anche nell’esercito:  “Terremo conto se hanno sangue sulle  mani, non faremo differenza, non esenteremo nessuno né sunnita né alawita (ndr. partito al potere). “

E’ questa è già una premessa o promessa  del futuro siriano post-Assad…

Omran è convinto che il tempo non sia dalla parte del governo ”Ogni giorno di resistenza  è un chiodo nella bara del regime, ma per quanto a lungo sopravviva, non deporremo le armi. Se non proteggeremo il nostro popolo, chi lo farà? La Lega araba e i suoi protocolli? Gli Stati arabi che guardano il popolo siriano ucciso ogni giorno in TV senza muovere un dito?”

Perfetto controcanto ai commentatori occidentali, cambiando “ paesi arabi” con Onu o  Russia, secondo i gusti. Ma Omran ce l’ha a morte soprattutto con il governo libanese.

 “E’ sottomesso a Hezbollah (ndr. è una formazione sciita)  che a sua volta  è un fantoccio del regime siriano. Come fa a essere libanese, Hezbollah,  se è legato a filo doppio solo con l’Iran che è a migliaia di chilometri di distanza? Delle unità militari di Hezbollah, l’esercito del Mahdi [iracheno] e gli iraniani stanno partecipando ai massacri in Siria.

Decine di guerriglieri Hezbollah e iraniani sono stati uccisi in Deraa, e le loro foto sono state mostrate nei canali satellitari”.

“Che prove hai di questo”” gli chiede il giornalista “Si capisce dall’accento e dalla faccia!  Gli iraniani parlano male l’arabo e non portano documenti  d’identità!
“E i guerriglieri Hezbollah?” incalza coraggiosamente l’inviato  ”Qualunque siriano può dire che sei libanese solo guardandoti in faccia

Ribelli a cui non servono servizi d’intelligence. Come in Libia, dove la pelle nera equivale a “mercenario”. Come nelle redazioni dove si prendono a scatola chiusa le notizie, perché sono  lanci delle agenzie.

E’ questo un “esercito”?

Il reporter di Al Akbar parlando dell’insieme di bande che si definiscono “esercito libero” riferisce:

Sebbene si dichiarino tutti per  la “rivoluzione” , rivaleggiano per assicurarsi controllo e influenza. I contatti sono minimi, criticano le gesta degli altri, si accusano vicendevolmente di trarre guadagno personale dalla rivoluzione.

Un comandante bisbiglia che il leader di un altro gruppo “ruba i fondi che arrivano per i rifugiati” o “ vende le forniture ricevute con la scusa di comperare medicine o armi”. Un altro si spinge più in là  “attenzione, il capo di quel gruppo è un agente del regime “ , naturalmente quest’altro dice lo stesso dell’accusatore.

Mentre volano queste accuse e ogni capobanda mantiene i contatti direttamente con il comando FSA in Turchia o all’interno di Siria, un ufficiale osserva: “Avremmo bisogno di avere un solo capo al coordinamento, per proteggere la rivoluzione da infiltrati e non perderci per strada”.

Sono dinamiche interpersonali comuni dalle quali non si salva nessun gruppo sotto nessuna bandiera e hanno sempre fatto la fortuna del potere.

Ma ad avvelenare tutto c’è lo schieramento religioso, come si è visto dalle parole di Omran, e come è del tutto prevedibile, dal momento che la longevità dei governi Assad  si deve precisamente alla capacità di contenere le altrimenti deflagranti lotte etnico-religiose del crogiolo siriano. Ma ora è il momento della vendetta dei sunniti, confessione cui appartengono i Fratelli musulmani, che non avevano finora voce  al vertice.

Un altro capo racconta la brutalità del governo, incluse le  “atrocità commesse contro i cittadini dagli scagnozzi del regime che stuprano e fanno a pezzi le donne, come è capitato a Zainab al-Husni.” 

Il giornalista commenta “Questo tale sembra non sapere che la presunta stuprata e smembrata mostrata alcuni mesi fa su qualche canale tv, è ricomparsa alla tv di stato siriana viva e vegeta.”

Di questo caso parla anche il video del post Siria: la decapitazione della verità? dove in effetti si vede l’intervistata Zainab  che esibisce i documenti davanti alla telecamera.

Due considerazioni

Le notizie false di cui è gonfiata la propaganda anti Assad, come lo fu quella anti Gheddafi, servono per addomesticare l’opinione pubblica internazionale, certamente, ma forse in primo luogo sono  droga per rendere i ribelli esaltati e belluini.

La Zainab della tv siriana, pur  con la sua carta d’identità, potrebbe altrettanto essere uno psyop del regime. Di più:  non possiamo sapere se “quella” Zainab: stuprata/non stuprata, ammazzata/viva e vegeta,  esista davvero. O se una vittima c’è stata, oscurata da un equivoco sul nome.

In fondo per sconfiggere una bugia è funzionale un’altra  più grossa o almeno sconcertante.  La verità non convince mai nessuno, questa è una tragedia planetaria, allora passa sotto silenzio e quando emerge  occorre farle un vestito nuovo.

Libano domani?

E’ importante sapere che  elicotteri dell’esercito libanese sorvolano Wali Khaled, dove operano i gruppi di cui parla il reportage,  per individuare quelli che, dice il quotidiano libanese  Daily Star, il governo siriano definisce terroristi.

C’è chi accusa il Governo libanese  di aver deciso i pattugliamenti su ordine della Siria.

C’è chi vuole i pattugliamenti a terra per difendere i cittadini libanesi, ci sono già state vittime, dalle incursioni dell’esercito siriano. Infatti la regione di Wali Khaled, Akka, e parte della valle della Bekaa già vedono una massiccia presenza di soldati, ma dispiegarli sul confine significherebbe opporli ai militari siriani, dando motivo alla  Siria di considerarlo un atto ostile.

C’è chi, preoccupato, sostiene che un coinvolgimento del Libano nel conflitto siriano è già avvenuto.

Se in Libano, dove la disinvolta politica siriana nel corso degli anni ha pescato a turno i suoi protetti fra varie componenti,
dove per l’omicidio di Rafiq Hariri,  ora, tempestivamente, il  Tribunale speciale per il Libano ha aggiunto agli imputati un quinto uomo di Hezbollah, dove la minoranza drusa di Walid Jumblat riesce non di rado a fare il pesce pilota, dove c’è un presidente cristiano maronita e un premier sunnita, dove il partito di Hariri chiede uno sganciamento dalla Siria, mentre il Patriarca cristiano maronita  esprime timori, in caso di uscita di scena di Assad, per la sorte dei cristiani di Siria, divampasse nuovamente la guerra civile, si troverà qualche motivo  per raccontarlo e nessuno dirà mai che il Libano sarà stato un  “danno collaterale” della vicenda Siria.

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aggiornamento 10 febbraio — la Siria come argomento di lotta politica interna al Libano:

aggiornato in Libano temerario: proteste armate e imboscate politiche

Siria – La Verità contro la propaganda NATO (Video)

Questo video mostra:

-la realtà dell’osservatorio siriano formato da una sola persona che lavora in Inghilterra

-esempi di menzogne Amnesty/HRW

-esempi menzogne della propaganda NATO in generale

-notizie ed eventi censurati in occidente

-eventi propagandati con l’opposto del loro significato reale
etc.

-il modo di agire dei “ribelli” o “manifestanti pacifici” o “rivoluzionari

Tratto da: YouTube

I «liberatori» venuti dal Qatar

di: Manlio Dinucci

I miraggi sono frequenti, specie nel deserto libico. Ne è affetto Farid Adly che, convinto della «genuinità della rivoluzione», continua a vedere un Cnt che «ha sì chiesto, accortamente, l’aiuto delle forze internazionali, ma si è anche opposto a qualsiasi intervento di terra» (Progetto Lavoro, ottobre). Eppure molti dei «ribelli libici», che la televisione ci mostra, non sono libici. Sono commandos del Qatar, addestrati e diretti dal Pentagono, camuffabili grazie alla lingua e all’aspetto. Lo abbiamo già detto, ma ora c’è la conferma ufficiale: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», ha dichiarato il capo di stato maggiore Hamad bin Ali al-Atiya, precisando che «abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze Nato» (The Guardian, 26 ottobre). Il Qatar, scrive Le Figaro (6 novembre), ha inviato in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali, che «sono arrivati con le valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù». E non è escluso che sia stato un agente segreto qatariano ad assassinare Gheddafi, «per ordine di una entità straniera, o un paese o un leader, perché non voleva che i suoi segreti fossero rivelati», come ha dichiarato alla Cnn Mahmoud Jibril, già primo ministro del Cnt. Lo stesso Jibril e Abdurrahman Shalgham, ambasciatore del Cnt alle Nazioni Unite, accusano ora il Qatar di «voler dominare la Libia». In realtà, questa monarchia del Golfo ha il compito di dare un volto arabo e islamico all’occupazione neocoloniale della Libia da parte delle potenze occidentali. Mentre la Qatar Airways inaugura la linea aerea Doha-Bengasi, viene potenziata la Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia» che trasmette dal Qatar. E mentre il fondo sovrano qatariano si accaparra quote dei fondi sovrani libici «congelati», tra cui quello in mano alla Unicredit, Doha firma un accordo col Cnt per aiutarlo a organizzare un nuovo sistema giudiziario. La competenza della monarchia ereditaria qatariana è indubbia: come documenta Amnesty International, frequenti sono le condanne soprattutto di immigrati per «blasfemia», fino a 7 anni di carcere, e per «rapporti sessuali illeciti», 30-100 colpi di frusta, mentre per gli oppositori (sono illegali i partiti politici) c’è la condanna a morte senza processo. Con questa «monarchia illuminata» l’Italia ha rapporti privilegiati. Frequenti le visite bipartisan a Doha, effettuate da Boniver, Frattini, Moratti, Craxi, Scajola, Bonino, D’Alema, Parisi, Dini e altri. Storica quella del presidente Napolitano due anni fa, mentre Bersani (allora ministro) accoglieva a Roma una delegazione qatariana. E quest’anno, durante la guerra di Libia, il parlamento ha approvato con voto bipartisan l’accordo di cooperazione militare col Qatar. Di cui l’on. Franco Narducci (Pd), il 27 luglio alla Camera, ha elencato i meriti: «E’ uno dei maggiori alleati dell’Occidente, collabora con la Nato ed è intervenuto anche nel Bahrein», schiacciando nel sangue la richiesta popolare di democrazia. L’emiro del Qatar può essere sicuro: il nuovo governo italiano onorerà l’accordo, votato dal Pd che ne esalta «il profilo politico e strategico.»

IlManifesto.it

In Libia il business armato

di: Manlio Dinucci

Terminata l’Operazione Protettore Unificato, mentre la Nato «continua a monitorare la situazione, pronta ad aiutare se necessario», si è aperta in Libia la corsa all’oro anche per le imprese occidentali minori. Esse si affiancano alle potenti compagnie petrolifere e banche d’investimento statunitensi ed europee, che hanno già occupato le posizioni chiave. La Farnesina si è impegnata a «facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese italiane alla costruzione della Libia liberata». Ma, già prima, era giunta a Tripoli una delegazione di 80 imprese francesi e il ministro della difesa Philip Hammond aveva sollecitato quelle britanniche a «fare le valige» e a correre in Libia. Vi sono grossi affari in vista, dopo che la Nato ha demolito lo stato libico. E c’è il forziere aperto su cui mettere le mani: almeno 170 miliardi di dollari di fondi sovrani «congelati», cui si aggiungono gli introiti dell’export petrolifero, che possono risalire a 30 miliardi annui. C’è però un problema: il clima di tensione che rende pericoloso per gli imprenditori muoversi nel paese. La prima preziosa merce da vendere in Libia è quindi la «sicurezza». Se ne occupa tra le altre la compagnia militare britannica Sne Special Projects Ltd: la dirige un ex parà che ha lavorato come contractor in Israele, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan e Nigeria, assistito da ex ufficiali dell’intelligence militare, delle forze speciali e delle forze anti-sommossa e anti-terrorismo. La compagnia, che precisa di essere presente a Bengasi, Misurata e Tripoli fin dal maggio 2011, ha aperto, in una lussuosa villa della capitale a 15 minuti dall’aeroporto, un residence per Vip presidiato da contractor britannici e libici superarmati, cui si aggiunge un centro degli affari sempre nella capitale. La tariffa del «taxi» con cui li trasporta dall’aeroporto è un po’ cara, 800 dollari invece degli usuali 5. La macchina è però un pesante blindato, collegato via satellite a un centro operativo a Tripoli e uno in Gran Bretagna, a loro volta collegati al sistema di sorveglianza Nato. In partnership con la Trango Limited, compagnia britannica specializzata nell’assistenza a imprese in aree ad alto rischio, la Special Projects fornisce, in particolare alle piccole e medie imprese del settore energetico, una gamma completa di servizi: informazioni di ogni tipo (corredate da foto e video), libero transito di persone e materiali sotto scorta ai confini con l’Egitto e la Tunisia, contatti interpersonali nel Cnt per concludere vantaggiosi affari. Servizi analoghi forniscono le compagnie statunitensi Scn Resources Group e Security Contracting Network, e varie altre installatesi in Libia. Ad usufruirne sono non solo le imprese occidentali, in corsa per accaparrarsi i contratti più lucrosi prima che arrivino di nuovo i cinesi, ma anche il Dipartimento di stato Usa e altri ministeri occidentali, per le operazioni in Libia sia dirette che tramite organizzazioni «non profit» da loro pagate. Il vuoto lasciato dal crollo dello stato libico, sotto i colpi della Nato, viene così colmato da una rete sotterranea di interessi e poteri. E, in caso di pericolose reazioni popolari, c’è sempre il blindato della Special Projects che permette di raggiungere velocemente l’aeroporto.

IlManifesto.it

Libia: il ritorno del colonialismo

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Considerazioni sull’uccisione di Gheddafi e dintorni

L’obiettivo (seppur non dichiarato e sempre negato) della NATO e del Cnt è stato raggiunto. Gheddafi è morto. Gheddafi è stato ucciso. La sua morte ha certamente una forte valenza simbolica. Il Colonnello,nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità in questi 42 anni, era pur sempre un’icona della decolonizzazione, dell’indipendenza e del riscatto dell’ Africa nella lotta contro i potentati occidentali. Dopo la rivoluzione repubblicana del 1969    contro la monarchia di Re Idris, ritenuto fantoccio delle multinazionali occidentali, le basi militari inglesi e statunitensi vennero chiuse e le proprietà petrolifere (durante il regno di Idris in mano a poche compagnie angloamericane) nazionalizzate. Questo fatto non è mai stato digerito dall’Occidente imperialista, così come il sostegno dato dal “Rais” alle lotte di liberazione nel continente,tra le quali va menzionata quella in Sudafrica contro l’apartheid razzista sostenuto e finanziato dal “mondo libero”. Anche negli ultimi tempi,nonostante fosse presentato come  un fedele alleato dei paesi occidentali, Gheddafi era ritenuto non pienamente affidabile da essi (ed essi  intanto stavano  preparando la guerra già da anni). Costituiva ancora una “minaccia” ai loro interessi e tutti quei proclami per l’Africa unita e indipendente che facevano concorrenza al progetto neocolonialista Africom non andavano bene.E così, approfittando della “primavera araba” (arrivata in qualche modo anche in Libia) e dei disordini di quel febbraio(quando in Egitto e Tunisia i popoli in rivolta cacciavano i tiranni fantocci dell’imperialismo)gli strateghi della NATO hanno colto in peno  l’attimo fuggente, innescando una guerra civile usata come pretesto per l’ intervento militare,ormai giunto al suo settimo mese. Ora la “missione” è ufficialmente finita ,dicono i “vincitori”.Adesso è il momento di “ricostruire” dopo aver saccheggiato (business più business e ancora business) garantendo l’occupazione militare,a quanto pare fondamentale per una sana “democrazia petroliera”(ovvero le multinazionali dei paesi vincitori  hanno il diritto di sfruttare le risorse in modo libero e uguale).Intanto grazie alla conquista della Libia,un’altro pezzo è stato aggiunto al  grosso puzzle e mentre  la  vittoria  viene annunciata dai messaggeri dell’Impero demopetromonarchico (dal Quatar agli USA) Obama (il “pacifista” che ama la guerra)e gli altri compagni di conquiste (senza dimenticare i loro padroni militari,industriali e banchieri che formano la cupola dell’Impero occidentale) si trova/no impegnati ad aggredire la Somalia e il Burundi, altri pezzi fondamentali per ricostruire l’Africa che fu: colonia da sfruttare a piacimento da parte di avidi criminali senza scrupolo che hanno costituito e costituiscono  il capitalismo occidentale in versione coloniale. La morte di Gheddafi(lasciando stare in questa sede i giudizi sul suo operato) simbolicamente rappresenta la fine di un’epoca e l’inizio di una “nuova era”:il ritorno del colonialismo in Libia e in Africa.

Hillary Clinton ride e va alla conquista della Libia libera

Venimmo, vedemmo, è  morto“.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Americano.

Hillary Clinton alla conquista della Libia libera

di: Manlio Dinucci

Accolta all’aeroporto di Tripoli da una folla di miliziani al grido di «Allah akbar», la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «fiera di mettere piede sul suolo di una Libia libera». Quindi, dopo aver incontrato il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, ha tenuto una conferenza stampa in un centro islamico per chiarire come gli Stati uniti intendono contribuire al futuro del paese. Anzitutto la Nato continuerà a «proteggere i civili libici finché non cesserà il pericolo costituito da Gheddafi e dai suoi seguaci». I termini temporali sono assai vaghi: secondo un alto funzionario al seguito della Clinton, Gheddafi e i suoi sono rimasti un «letale elemento di turbativa» che potrebbe bloccare l’evoluzione del paese. Ciò significa che la Nato si prepara a presidiare la Libia con le proprie forze militari.

La Clinton ha quindi affrontato il tema della ricostruzione economica, sottolineando che la Libia ha «la fortuna di possedere ricchezze e risorse». Ciò di cui ha bisogno sono «expertise e assistenza tecnica internazionali». A tale scopo sarà creato un comitato congiunto statunitense-libico, per individuare le priorità che ha il paese. Come stanno facendo in Tunisia ed Egitto, gli Stati uniti stabiliranno una partnership con la Libia, per rafforzare il commercio, gli investimenti e i legami tra le imprese dei due paesi e integrare la Libia più strettamente nei mercati globali. Il programma non lascia dubbi: gli Stati uniti, scavalcando gli altri «amici della Libia» tra cui l’Italia, intendono portare il paese africano nella loro sfera di dominio economico.

In tale quadro si inserisce l’«assistenza economica» alla Libia. Finora, ha ammesso la Clinton, è stata relativamennte scarsa, a causa della politica di austerità e di una forte opposizione nel Congresso. Da febbraio ad oggi gli Usa hanno fornito al Cnt aiuti per l’ammontare di 135 milioni di dollari. Ben poca cosa, se si considera che i fondi sovrani libici congelati lo scorso febbraio in banche statunitensi (con una operazione che, nel codice penale, si chiama «rapina a mano armata») ammontano a circa 32 miliardi di dollari. Il Tesoro Usa l’ha definita «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», impegnandosi a tenerla «in deposito per il futuro della Libia». Finora però l’ha tenuta ben stretta: ciò che Washington ha dato al Cnt ammonta allo 0,4% dei capitali libici confiscati. A Tripoli, la Clinton ha annunciato che «stiamo lavorando per restituire miliardi di dollari dei capitali congelati». Quando e in che misura, dipende chiaramente dalla disponibilità del nuovo governo libico di spalancare le porte del paese alle multinazionali statunitensi e mettere l’economia sotto la supervisione di Washington, sia direttamente che attraverso il Fondo monetario internazionale.

Funzionale a tale piano è l’annuncio, fatto dalla Clinton, che sarà raddoppiato il numero di studenti libici formati negli Stati uniti col programma Fulbright e che in tutta la Libia saranno aperte nuove classi di lingua inglese con insegnanti statunitensi. Saranno scuole non solo di lingua ma di democrazia: lo garantisce il fatto che «il Governo degli Stati uniti sostiene i diritti umani ovunque per chiunque».

IlManifesto.it

La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.

Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:

La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni  durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della “sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:

 La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)

Ripartire” sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione  e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita” del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese , le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.

I diktat del “libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali,edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)

Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef ​​ in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. “La guerra fa bene agli affari. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus “:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta)

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il  governo libico post-coloniale  ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione - la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi “. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la  “democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ “intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. “L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )

Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.

Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(http://www.who.int/countryfocus/cooperation_strategy/ccsbrief_lby_en.pdf)

Libia Informazioni generali – 2009 - FONTE: UNESCO -  Libya Country Profile -

Popolazione totale (000)
  6 420
Crescita demografica annua (%) ^
  2,0
Popolazione 0-14 anni (%)
  28
Popolazione rurale (%) ^
  22
Tasso di fertilità (nati per donna) ^
  2,6
Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^
  17
Speranza di vita alla nascita (anni) ^
  75
PIL pro capite (PPP) US $ ^
  16 502
Tasso di crescita del PIL (%) ^
  2,1
Servizio del debito totale come% del RNL ^
 
I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)
(1978)

2

Libia (2009) - Fonte OMS-  http://www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy


Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

 Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)

La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso  http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio  (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableViewer/document.aspx?ReportId=121&IF_Language=eng&BR_Country=4340&BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. “(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.

La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.

Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale,  ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )

La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .

Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.

Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy” era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:

Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e  “diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone” sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione” dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla  Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori” ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali,a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a  ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto,ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo. (Financial Post 10 settembre 2011)

 

LINK: Destroying a Country’s Standard of Living: What Libya Had Achieved, What has been Destroyed 

DI: Coriintempesta

L’incendio è fuori controllo

di: Manlio Dinucci

A Washington avevano pensato di poter domare le fiamme della ribellione popolare propagatesi nei paesi arabi loro alleati, e di dar fuoco ad altri che non controllano (ci sono riusciti in Libia), così da costruire sulle ceneri il «Grande Medio Oriente» che hanno sempre sognato, quello sotto la bandiera a stelle e strisce, affiancata dalla rosa dei venti della Nato. Ma, nonostante ce la mettano tutta, le cose non vanno come vorrebbero. Soprattutto nel Bahrain e nello Yemen, importanti supporti della loro strategia. Nel Bahrain gli Stati uniti hanno il quartier generale delle forze navali del Comando centrale. Situato ad appena 200 km dall’Iran, dispone di decine di navi da guerra, comprese portaerei e unità da assalto anfibio con 28mila uomini e 3mila a terra, che operano nel Mar Rosso, nel Mare Arabico e in altre parti dell’Oceano Indiano, per «assicurare la pace e la stabilità e proteggere gli interessi vitali dell’America». In altre parole, per condurre le guerre in Iraq e Afghanistan e prepararne altre (Iran e Siria sono nel mirino). Da qui l’importanza del Bahrain, che gli Usa hanno designato «maggiore alleato non-Nato». La monarchia ereditaria, garante della solida alleanza, continua però ad essere assediata dalla ribellione popolare, che non è riuscita a soffocare neppure con l’aiuto di Arabia Saudita, Emirati e Qatar che, in marzo, avevano inviato truppe in Bahrain.

Cinque mesi dopo la «feroce repressione della sollevazione popolare», riporta il New York Times (15 settembre), ogni sera a Manama ci sono giovani che scendono in piazza, scontrandosi con la polizia. Le autorità hanno conquistato «una effimera vittoria con torture, arresti, licenziamenti», soprattutto contro la maggioranza sciita (70% della popolazione) discriminata dalla monarchia sunnita.

Ciò nonostante, la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «impressionata dall’impegno con cui il governo del Bahrain procede sulla via democratica» e, in agosto, Washington ha rinnovato l’accordo militare con Manama, siglato nel 1991. Anche nello Yemen, vi sono «incoraggianti segnali di una rinnovata volontà del governo di promuovere la transizione politica»: lo assicura il Dipartimento di stato il 15 settembre, il giorno dopo che le Nazioni Unite hanno pubblicato un documentato rapporto sulla feroce repressione.

Confermata dal fatto che, tre giorni dopo a Sana, i militari hanno aperto il fuoco con mitragliatrici pesanti su una pacifica manifestazione. Stiano però tranquilli gli yemeniti: gli Stati uniti «continuano ad appoggiare la pacifica e ordinata transizione, rispondente alle aspirazioni del popolo yemenita per la pace e la sicurezza». In che modo lo documenta lo stesso New York Times: «L’amministrazione Obama ha intensificato la guerra segreta nello Yemen, colpendo sospetti militanti con droni armati e cacciabombardieri». La guerra è condotta dal Comando congiunto del Pentagono per le operazioni speciali che, con la motivazione di dare la caccia ad Al Qaeda, ha installato a Sana una propria postazione.

L’operazione è coordinata con la Cia, che ha costruito a tale scopo in Medio Oriente una base aerea segreta. Ma i missili Hellfire (Fuoco dell’inferno) dei droni Usa non fanno che alimentare le fiamme della ribellione popolare.

FONTE: IlManifesto.it

Sia chiaro chi ha il comando

di: Manlio Dinucci

«Gli Stati uniti si sono defilati, non bombardano più, hanno addirittura ritirato i loro mezzi più potenti», sentenziava Vittorio Feltri in aprile a proposito della guerra di Libia. Convinzione diffusasi anche nella sinistra e tra i pacifisti: quella che Obama fosse stato trascinato nella guerra contro la propria volontà (non a caso è Premio Nobel per la pace), ma se ne fosse subito tirato fuori, lasciando la guida dell’operazione ai bellicosi Sarkozy e Cameron. Del tutto falso. «Sono gli Stati uniti che hanno diretto questa operazione», chiarisce ora l’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato.

Esplicita quindi ciò che già avrebbe dovuto essere chiaro: il fatto che, il 27 marzo, la direzione è passata dal Comando Africa degli Stati uniti alla Nato comandata dagli Stati uniti. Sono loro, precisa Daalder, che hanno diretto l’iniziativa per ottenere dal Consiglio di sicurezza il mandato e far decidere la Nato a eseguirlo. Un vero e proprio record: perché la Nato si decidesse a intervenire in Bosnia, egli ricorda, ci vollero tre anni e un anno per intervenire in Kosovo, mentre per decidere l’intervento in Libia ci sono voluti appena dieci giorni. Sono sempre gli Stati uniti che hanno diretto la pianificazione ed esecuzione della guerra. Sono loro che all’inizio hanno neutralizzato la difesa aerea libica e continuato a sopprimere le difese per tutto il corso del conflitto, impiegando Predator armati. Sono loro che hanno fornito il grosso dell’intelligence, individuando gli obiettivi da colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di questi elementi, sottolinea Daalder, è stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. Dall’operazione aerea in Kosovo, dice, abbiamo imparato quanto sia importante avere munizioni a guida di precisione per provocare il massimo danno minimizzando gli effetti collaterali, e che tutti i paesi le posseggano. Diplomaticamente l’ambasciatore non dice che sono stati gli Usa a fornirle in gran parte agli alleati, i quali dopo 11 settimane avevano quasi esaurito le loro bombe, come hanno dichiarato il portavoce del Pentagono Dave Lapan e il segretario alla difesa Robert Gates. Né dice quanto minimizzati siano stati gli effetti collaterali degli oltre 8mila attacchi aerei, in cui si stima siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati uniti, tiene a far sapere Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro paese, il 26% dei circa 22mila. Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno effettuato un terzo e attaccato il 40% degli obiettivi. Un «lavoro straordinario», riconosce il rappresentante Usa presso la Nato, ma mette in chiaro che esso è stato reso possibile dal fatto che «gli Stati uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che altri potessero seguire e contribuirvi». Loda quindi gli altri alleati, anche non appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati arabi uniti. Nessuna parola invece sull’Italia, che pur ha fatto tanto, mettendo a disposizione basi e forze aeronavali. Qui ne va dell’orgoglio nazionale dell’Italia. Che il presidente Napolitano scriva subito al presidente Obama, perché riconosca che c’è anche l’Italia sotto comando Usa.

FONTE: IlManifesto.it

Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche - le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

Il futuro della Libia secondo i piani della Nato

di: Manlio Dinucci

Nella rappresentazione mediatica della guerra di Libia, dominano la scena i «ribelli», mentre la Nato è defilata dietro le quinte. Eppure è nella sua cabina di regia che è stata preparata e diretta la guerra e si decide il futuro assetto del paese.

La missione della Nato è efficace e ancora necessaria, ha dichiarato la portavoce Oana Lungescu. Nessuno ne dubita: in cinque mesi di «Protezione unificata» sono state effettuati 21mila raid aerei, di cui oltre 8mila di attacco con bombe e missili, mentre decine di navi da guerra hanno attaccato con missili ed elicotteri e controllato le acque territoriali libiche per assicurare l’embargo alle forze governative e le forniture a quelle del Cnt di Bengasi. Allo stesso tempo agenti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno svolto un ruolo chiave sul terreno, segnalando agli aerei gli obiettivi da colpire, preparando e dirigendo l’attacco a Tripoli. La Nato ha svolto un ruolo decisivo senza il quale i ribelli non avrebbero mai potuto entrare a Tripoli, conferma il generale tedesco Egon Ramms.

La nostra missione, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen, continuerà fino a che continueranno gli attacchi e le minacce (sic). Significa che, compiuta la «missione», la Nato lascerà ai libici la possibilità di decidere il futuro del paese? Per niente. Significa che essa passerà alla fase 2 della «missione». Non esiste semplicemente una soluzione militare a questa crisi, sottolinea un comunicato dell’Alleanza, ma abbiamo bisogno di un processo politico per una pacifica transizione alla democrazia in Libia. E la Nato, assicura Rasmussen, è pronta a svolgere un ruolo di sostegno.

Non si specifica in qual modo, ma un piano generale – deciso fondamentalmente a Washington, Londra e Parigi – è già pronto. Ne sono filtrati alcuni particolari attraverso dichiarazioni di singoli funzionari. Formalmente su richiesta del futuro governo (diretto da politici garanti degli interessi delle maggiori potenze occidentali), la Nato continuerà a controllare lo spazio aereo e le acque territoriali della Libia. Ufficialmente per assicurare gli aiuti umanitari e proteggere il personale civile sotto bandiera Onu. Ciò richiederà il libero accesso ai porti e agli aeroporti libici, che saranno di fatto trasformati in basi militari Nato, anche se vi sventolerà la bandiera rosso, nero e verde – la stessa del regime di re Idris, che negli anni ’50 concesse a Gran Bretagna e Stati uniti l’uso del territorio per impiantarvi basi militari, come quella aerea statunitense di Wheelus Field alle porte di Tripoli. Una collocazione ideale, oggi, per il quartier generale del Comando Africa degli Stati uniti.

La Nato continua a ripetere che non intende inviare truppe in Libia, non esclude però che lo facciano singoli alleati o la Ue, che ha già pronti gruppi di battaglia a dispiegamento rapido.

Allo stesso tempo, la Nato addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» libiche. Concetto relativo. Responsabile della sicurezza di Tripoli è stato nominato (con il placet Nato) Abdel Hakim Belhaj che, ritornato dalla jihad anti-sovietica in Afghanistan, formò in Libia il Gruppo combattente islamico. Fu catturato come terrorista dalla Cia in Malaysia nel 2004 ma, dopo la normalizzazione con Tripoli, rinviato in Libia, dove (in base a un accordo tra i due servizi segreti) fu rimesso in libertà nel 2010. Sarà lui a garantire, in veste di presidente del consiglio militare di Tripoli, la pacifica transizione alla democrazia in Libia.

FONTE: IlManifesto.it – 4 settembre 2011

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  - gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova - il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta - una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks - 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

La “liberazione” della Libia: le forze speciali della NATO e Al-Qaeda si prendono per mano

di: Prof. Michel Chossudovsky

Sono stati commessi molti crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono responsabili di crimini di guerra

I ribelli “pro-democrazia” sono guidati dalle brigate paramilitari di Al Qaeda sotto la supervisione delle forze speciali della Nato. La “liberazione” di Tripoli è stata condotta da “ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG).

I jihadisti e la NATO lavorano con la mano nel guanto. Queste “ex” brigate affiliate  di Al Qaeda  costituiscono la spina dorsale della ribellione “pro-democrazia”.

Le forze speciali della NATO passano inosservate. La loro identità non è nota o svelata. Si fondono nel paesaggio della ribellione libica di mitragliatrici e pickup. Non sono evidenziati nelle foto.

Queste forze speciali composte dai Navy SEALS americani, dalle SAS inglesi e dai legionari francesi, mascherati da ribelli civili, vengono segnalate essere dietro le principali operazioni dirette contro gli edifici governativi chiave, tra cui Bab al-Aziziya, il compound di Gheddafi nel centro di Tripoli.

Molte relazioni confermano che le SAS inglesi erano già sul terreno in Libia orientale prima dell’inizio della campagna aerea.

Le forze speciali sono in stretto coordinamento con le operazioni aeree della NATO. ” Unità altamente addestrate, note come squadre ‘Smash’  per le loro abilità e capacità distruttive, hanno effettuato missioni di ricognizione segreta per fornire  informazioni aggiornate sulle forze armate libiche”.(SAS ‘Smash’ squads on the ground in Libya to mark targets for coalition jets, Daily Mirror, March 21, 2011)

Le forze speciali della Nato e le brigate islamiche sponsorizzate dalla CIA sotto il comando di “ex” jihadisti costituiscono la spina dorsale della capacità di combattimento sul terreno, sostenuta dalla campagna aerea, che ora include anche le incursioni degli elicotteri Apache.

Il resto delle forze ribelli sono felici uomini armati dal grilletto inesperto (compresi gli adolescenti – vedi foto sotto), che hanno la funzione di creare un clima di panico e intimidazione.

Quello a cui ci troviamo di fronte è un’operazione accuratamente pianificata dai servizi segreti militari per invadere e occupare un paese sovrano.

Libyan rebels

Uccidere la Verità. Il ruolo dei media occidentali

I media occidentali costituiscono un importante strumento di guerra. I crimini di guerra della NATO vengono offuscati. La resistenza popolare contro l’invasione guidata dalla NATO  non viene menzionata.

Viene infuso nella coscienza interiore di milioni di persone un racconto di “liberazione” e “di forze ribelli di opposizione pro-democrazia”. Questo prende il nome di “NATO Consensus”.

Il ” NATO Consensus “, il quale sostiene il “mandato umanitario” dell’alleanza atlantica, non può essere contestato. I bombardamenti di aree civili, cosi come il ruolo di una milizia terrorista, sono banalizzati o non vengono affatto menzionati.

Uccidere la verità è parte integrante del programma militare. Le realtà vengono capovolte. La bugia diventa la verità. Si tratta di una dottrina inquisitoria.Il “NATO consensus”  sminuisce di gran lunga l’ Inquisizione spagnola.

L’invasione criminale e l’occupazione della Libia non sono menzionate. La vita dei giornalisti indipendenti a Tripoli, che riportano quanto sta realmente accadendo, è  minacciata. Le parole d’ ordine sono “Liberazione” e “Rivoluzione” con il mandato della NATO limitato alla R2P (“Responsabilità di proteggere”).

Liberazione o invasione? Camuffando la natura delle operazioni militari per non parlare delle atrocità della NATO, i media occidentali hanno contribuito a fornire al Consiglio di transizione una parvenza di legittimità e riconoscimento internazionale. Quest’ultimo non sarebbe stato imminente senza il sostegno dei media occidentali.

Le forze speciali della NATO e gli agenti dei servizi segreti sul terreno sono in collegamento permanente con gli strateghi militari coinvolti nel coordinamento delle sortite d’attacco della NATO e dei bombardamenti sulla capitale libica.

Bombardamenti intensivi su Tripoli

Il 27 agosto, la NATO ha riconosciuto la condotta di 20.633 sortite dal 31 marzo e di 7768  sortite d’attacco. (Queste cifre non includono i bombardamenti intensivi condotti nelle due settimane precedenti al 31 marzo). Ogni caccia o bombardiere trasporta numerosi missili, razzi, ecc a seconda della specifica artiglieria del velivolo.

Moltiplicate il numero di sortite d’attacco (7768 dal 31 marzo) per il numero medio di missili o bombe lanciato da ognuno degli aerei e avrete una vaga idea delle dimensioni e della portata di questa operazione militare. Un Dassault Mirage 2000 francese ,per esempio, può trasportare 18 missili sotto le ali. I bombardieri americani B-2 Stealth sono equipaggiati con bombe anti-bunker.

France's Mirage 2000 used in Operation Odyssey Dawn against Libya,

USAF Stealth B-2 Bomber used in Operation Odyssey Dawn

Conformemente al mandato umanitario della NATO, veniamo informati dai media che queste decine di migliaia di attacchi non hanno provocato vittime tra i civili (con l’eccezione di qualche “danno collaterale”).

Non sorprende che, già a metà aprile, dopo tre settimane di bombardamenti, l’Alleanza Atlantica ha annunciato che “gli aerei della NATO impegnati nelle missioni di combattimento in Libia stanno iniziando ad esaurire le bombe” (UPI, 16 aprile 2011);

“La ragione per cui abbiamo bisogno di più funzionalità, non è perché non stiamo colpendo ciò che vediamo - è che così possiamo avere la capacità di farlo,” ha detto al Post un funzionario della Nato . “Uno dei problemi è il tempo di volo, l’altro sono le munizioni.”(Ibid)

I bombardamenti su Tripoli si sono intensificati nel corso delle ultime due settimane. Erano destinati a sostenere le operazioni di terra delle forze speciali e delle brigate islamiche paramilitari guidate dalla NATO. Con una capacità limitata a terra, gli strateghi della Nato hanno deciso di intensificare i bombardamenti.

Il corrispondente di Global Research a Tripoli, la cui vita è minacciata per rivelare i crimini di guerra della Nato, ha descritto un cambiamento nel modello dei bombardamenti, a partire da metà luglio, con raid aerei sempre più intensivi che hanno portato poi, il 20 agosto, ad un’invasione di terra.

“Fino alle 02:35 CET [17 luglio], si potevano sentire i rumori stridenti dei caccia su Tripoli. Le esplosioni hanno innescato un clima di paura e panico in tutta la città, un toccante effetto psicologico ed emotivo su decine di migliaia di persone, dai giovani agli anziani. Questo ha inoltre allertato le persone e le ha condotte ad uscire fuori sui loro balconi, mentre erano testimoni del bombardamento del loro paese.

Una delle esplosioni ha causato un enorme nube a forma di fungo, indicando l’eventuale uso di bombe anti-bunker. … C’era qualcosa di insolito nel modello di queste operazioni di bombardamenti della NATO.

I bombardamenti di questa notte non erano come le altre notti. I suoni erano diversi. I pennacchi di fumo erano diversi. Nei bombardamenti precedenti il fumo di solito saliva in verticale, mentre stasera i pennacchi di fumo erano orizzontali e restavano in sospensione sopra Tripoli con una nube bianca all’orizzonte.

Le persone che non sono state direttamente colpite dalle bombe, nel raggio di 15 chilometri, avevano bruciore agli occhi, mal di schiena, mal di testa. “(Mahdi Darius Nazemroaya,  NATO Launches Bombing Blitzkrieg over Tripoli hitting Residential Areas , Global Research, 17 luglio 2011)

L’uccisione di massa di civili in un contesto di guerra lampo così come la creazione di un clima generalizzato di panico ha lo scopo di ridurre la resistenza della popolazione all’ invasione guidata dalla NATO.

Il numero delle vittime

Secondo le fonti del nostro inviato a Tripoli, sarebbe di circa 3000 il numero delle vittime nel corso della scorsa settimana (20-26 agosto). Gli ospedali sono in uno stato di tumulto, incapaci di soccorere i feriti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) conferma che le forniture mediche scarseggiano in tutto il paese.

In recenti sviluppi, l’ Unicef ​​ha avvertito della carenza di acqua a causa dei bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche in tutto il paese. “Questo potrebbe trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti” ha dichiarato Christian Balslev-Olesen dell’Unicef ​​di Libia.

Gli aerei da guerra della NATO hanno deliberatamente preso di mira la veglia pacifica dei libici che erano dentro alcune tende di fronte al compound di Gheddafi in una strage raccapricciante. I media mainstream hanno riconosciuto il massacro, pur affermando che la causa di queste morti erano i colpi di armi da fuoco negli scontri tra lealisti e ribelli. Le vittime sono:

“Le identità dei morti non erano chiare, ma ,con ogni probabilità erano attivisti che avevano creato una tendopoli improvvisata per esprimere solidarietà a Gheddafi, sfidando la campagna di bombardamenti della NATO. (Forbes.com, 25 agosto 2011)

Non si tratta di danni collaterali. Sono stati commessi crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono criminali di guerra.

Il ruolo centrale di Al Qaeda nella “liberazione di Tripoli”

Secondo la CNN, in una logica contorta, i terroristi si sono pentiti: gli “ex terroristi” ora non sono più “terroristi”.

Vien detto che il LIFG è stata sciolto.

A seguito del loro ripudio della violenza, questi ex leader del LIFG hanno creato una nuova organizzazione politica chiamata Movimento islamico per il cambiamento, che secondo la Cnn “è impegnata a lavorare all’interno di futuro processo democratico”. “Il Movimento islamico libico per il Cambiamento (Al-Haraka Al-Islamiya AlLibiya Lit-Tahghir), è costituito da ex membri dell’ ormai defunto [sostenuto dalla Cia] Gruppo combattente islamico libico (LIFG)”(Reuters, 26 agosto 2011)

Quindi, gli ex “cattivi ragazzi ” (i terroristi) vengono annunciati come “bravi ragazzi” impegnati a “combattere il terrorismo”. Gli ‘”ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG) sono descritti come “attivisti pro-democrazia”, che “hanno assunto posizioni di leadership in diverse brigate dei ribelli”.

Il LIFG, affiliato ad Al Qaeda e sostenuto dalla CIA, è stato trasformato dalla CIA nel Movimento islamico per il Cambiamento (IMC), che supporta la ribellione pro-democrazia .

Quando è stato sciolto il LIFG?

Con amara ironia, il Gruppo Combattente Islamico della Libia (LIFG) è stato elencato fino al giugno 2011 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come reale organizzazione terroristica. Il 21 giugno 2011, l’elenco delle organizzazioni terroristiche è opportunamente sparito dal sito del  Consiglio di sicurezza in attesa del rinnovo del sito Web. (Vedi allegato sottostante)

The LIFG entry was included in the (updated March 24, 2011, accessed April 3, 2011) United Nations Security Council “terror list” as follows 

QE.L.11.01. Name: LIBYAN ISLAMIC FIGHTING GROUP

Name (original script):

A.k.a.: LIFG F.k.a.: na Address: na Listed on: 6 Oct. 2001 (amended on 5 Mar. 2009)

(The LIFG Listing is on p. 70,http://www.un.org/sc/committees/1267/pdf/consolidatedlist.pdf, (accessed April 3, 2011, no longer accessible)

Other information: Review pursuant to Security Council resolution 1822 (2008) was concluded on 21 Jun. 2010. The website is down and is currently being revamped

Chi guida le Brigate Islamiche della Libia?

Recenti studi confermano ciò che era noto e documentato fin dall’inizio della “ribellione” a metà marzo: le posizioni chiave di comando militare della ribellione sono detenute dagli “ex”comandanti del Gruppo Combattente Islamico della Libia  (LIFG) “.

Il comandante dell’ assalto di Tripoli è Abdel Hakim Belhadj, (noto anche come Abu Abdullah al-Sadeq, Hakim al-Hasidi). Gli è stato affidata, con l’approvazione della NATO,  “una delle brigate ribelli più potenti a Tripoli [che] si occupò degli sforzi dei ribelli all’inizio di questa settimana per prendere d’assalto il compound Bab al-Azziziyah di Gheddafi,  rafforzando ulteriormente la sua posizione di spicco nelle fila dei ribelli. “(CNN, op cit)

“Sadeeq era una figura ben nota del movimento jihadista. Ha combattuto il governo sostenuto dai sovietici in Afghanistan e ha contribuito a fondare [con il supporto della CIA] il Gruppo combattente islamico  della Libia “. (Ibidt)

Ma Saddeeq, secondo la CNN, si è pentito. Non è più un terrorista (cioè un cattivo ragazzo) “, ma una potente voce contro il terrorismo di Al Qaeda”. (Ibid, enfasi aggiunta)

“Nel 2009, Sadeeq e altri leader del LIFG , ripudiarono formalmente il terrorismo in stile Al Qaeda e dispersero la loro campagna per rovesciare il regime libico.

La svolta fu il risultato di due anni di dialogo con il regime mediato da Benotman [un ex comandante LIFG ora alle dipendenze della Quilliam Foundation basata a Londra con un mandato nella risoluzione dei conflitti]. La CNN ha intervistato personalità di spicco del LIFG nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel settembre 2009, poco prima che i leader del gruppo venissero rilasciati. Anche se erano dietro le sbarre della prigione,il disconoscimento dei leader della violenza sembrava genuino.(Ibid)

Secondo DebkaFile (sito vicino all’ intelligence israeliana), le  “brigate filo-Al Qaeda” guidate dal comandante del LIFG AbdelHakim Belhadj costituiscono la forza dominante della ribellione, ignorando l’autorità del Consiglio di transizione. Esse sono in controllo di edifici strategici tra cui il compound di Gheddafi.

“Il capo del LIFG [Abdel Hakim Belhadj] ora si mostra come” Comandante del Consiglio militare di Tripoli “. Quando gli è stato chiesto da nostre fonti se prevedeva di passare il controllo della capitale libica al Consiglio nazionale di transizione, che è stato riconosciuto dall’ Occidente, il combattente jihadista fece un gesto di licenziamento senza rispondere. (Debka, Le brigate filo-Al Qaeda  controllano le roccaforti di Gheddafi a Tripoli sequestrate dai ribelli, 28 agosto 2011).

Abdul Hakim Belhhadj ha ricevuto addestramento militare nei campi di guerriglia dell’ Afghanistan patrocinati dalla CIA . Una precedente relazione suggerisce che egli ha circa 1.000 uomini sotto il proprio comando. (Libyan rebels at pains to distance themselves from extremists – The Globe and Mail , 12 marzo 2011)

La coalizione USA-NATO  sta armando i jihadisti. Le armi vengono incanalate verso il LIFG dalla Arabia Saudita, che storicamente, fin dall’inizio della guerra in Afghanistan, ha segretamente sostenuto Al Qaeda. I sauditi stanno fornendo ai ribelli, in collaborazione con Washington e Bruxelles,  razzi anticarro e missili terra-aria (Si veda Michel Chossudovsky “Our Man in Tripoli”: US-NATO Sponsored Islamic Terrorists Integrate Libya’s Pro-Democracy Opposition, Global Research, 3 April 2011).

Una “democrazia” gestita da terroristi

Altri reports confermano anche che un gran numero di terroristi imprigionati nel carcere di Abu Salim sono stati liberati dalle forze ribelli. Ora sono reclutati dalle ex brigate islamiche del LIFG, guidate dagli “ex” comandanti jihadisti pro-democrazia.

La Jihad islamica della NATO

Ci sono indicazioni che la NATO, in coordinamento con i servizi segreti occidentali (tra cui il Mossad israeliano), è coinvolta nel reclutamento di combattenti islamici. Fonti di intelligence israeliane confermano che la NATO, in cooperazione con la Turchia, sta direttamente formando e reclutando in diversi Paesi musulmani una nuova generazione jihadista di “Freedom Fighters”. I Mujahideen, dopo aver subito la formazione, vengono programmati  per partecipare alle campagne militari “umanitarie” pro democrazia della NATO. Il rapporto di Debka  si riferisce alla Siria, prossima sulla tabella di marcia militare della NATO:

“Le nostre fonti riferiscono che è una campagna [NATO] per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano per combattere al fianco dei ribelli siriani …” (Debka File 15 agosto, 2011 http://www.debka.com/article/21207 /)

Per l’invasione guidata dalla NATO e l’occupazione della Libia si stanno usando combattenti islamici come spina dorsale per  una presunta transizione alla democrazia.

Considerazioni conclusive

I tragici eventi del 11 / 9 hanno svolto un ruolo chiave nello sviluppare  una massiccia campagna di propaganda orientata a giustificare una “guerra al terrorismo” contro il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden .Tuttavia, in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, l’alleanza militare occidentale sta utilizzando le brigate islamiche,addestrate e curate dalla CIA, dall’ MI6 e dal Mossad, per intraprendere la sua “guerra globale al terrorismo”.

La guerra al terrorismo rappresenta un largo consenso instillato nelle menti di milioni di persone. Quello che non è noto all’opinione pubblica occidentale è che la santa crociata dell’Occidente contro il terrorismo islamico piuttosto che prendere di mira i terroristi comprende la presenza di terroristi nei suoi ranghi, cioè i “freedom fighters” di Al Qaeda sono stati integrati nei ranghi delle operazioni militari dirette da USA-NATO.

State tranquilli, nel caso della Libia, i ribelli sono “bravi ragazzi”: sono “ex” piuttosto che membri “attivi” di Al Qaeda.

I media occidentali non hanno segnalato i crimini di guerra commessi dalla NATO. Hanno respinto con disinvoltura le atrocità della NATO: 8000 sortite d’ attacco rappresentano più di 50.000 missili e bombe lanciate contro il popolo libico.

Ci sono vari modi di nascondere la verità. Fin dall’inizio della campagna aerea, i media hanno negato l’esistenza di una guerra. Le sue cause e conseguenze vengono distorte. A sua volta, una campagna di propaganda efficace richiede che sia fatta obiettivo la mentalità della gente sui giornali, sulle reti televisive e on-line.

Le persone devono essere distratte dal comprendere la guerra alla Libia.Le atrocità commesse dalla Nato con il sostegno delle Nazioni Unite compaiono raramente sulle prime pagine. Il modo migliore per camuffare la verità? Riorientare le  notizie sulla Libia verso una serie di banali “punti di discussione”,tra cui la dimensione della piscina Gheddafi, le sue guardie del corpo femminili,i suoi interventi plastici, ecc (The Guardian, 23 agosto 2011)

Quello che non viene elencato dai giornalisti sono i 3000 uomini,donne e bambini che hanno perso la vita nel corso di una settimana di bombardamenti Blitzkrieg con l’uso dei più avanzati sistemi bellici nella storia umana.

In questo contesto di menzogne ​​e falsificazioni, la vita di molti giornalisti indipendenti bloccati a Tripoli , tra cui Mahdi Darius Nazemroaya di Global Research, viene minacciata, per aver detto la verità.

FONTE: The “Liberation” of Libya: NATO Special Forces and Al Qaeda Join Hands 

Di: Coriintempesta

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

Come distruggere il Fantasy Reality della NATO sulla Libia?

Quanto ancora ci vorrà perché le persone si rendano conto di essere state ingannate fin dal primo giorno sulla guerra in Libia? Che cosa occorre per far capire alla gente che la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, insieme ai loro non democratici monarchi degli stati del Golfo hanno messo in opera un piano diabolico per distruggere il potere di Gheddafi?

Come Kuhn ha descritto nel campo della scienza, ci sono paradigmi ai quali la gente aderisce e che utilizza per spiegare il mondo.

Dopo una serie di anomalie il paradigma non è più in grado di spiegare molti fenomeni e infine si disintegra per far posto a un altro paradigma capace di spiegare più di quello precedente.

Mettiamo a confronto le due realtà, con le loro caratteristiche che sono ora in lizza per rimanere o diventare il paradigma, ciascuno con le proprie caratteristiche.

Provate a valutare entrambe le realtà e a vedere quale delle due è in grado di spiegare più fatti.

1. La Realtà della NATO

- Veniamo in pace.

- Veniamo a proteggere i civili.

- Veniamo a imporre una no-fly zone.

- Veniamo a imporre un embargo sulle armi.

- Non affianchiamo i ribelli, siamo dalla parte dei libici.

- Gheddafi ha perso ogni legittimità ed è un dittatore spietato

- I nostri media non dicono nient’altro che la verità.

- Noi facciamo quello che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ci dice di fare.

- Credete a ciò che vi viene detto.

- Niente truppe sul terreno.

2. UN NUOVO PARADIGMA

- Nella prima settimana nella quale la no-fly zone è entrata in vigore non c’era più motivo di sparare su qualsiasi cosa con tale fine.

- L’embargo sulle armi poteva essere controllato dal mare e dalle frontiere: non era necessario alcun bombardamento per stabilirlo.

- L’embargo sulle armi è stato applicato per una parte in conflitto solamente: al governo libico non è stato permesso di armarsi, i ribelli sono armati da Francia e Qatar (e da molti altri stati, probabilmente)

- Il governo libico e l’Unione africana vogliono avviare colloqui di pace: la NATO e ribelli non vogliono parlare di pace e continuano a bombardare il paese.

- La NATO è chiaramente schierata con i ribelli e viola quindi la risoluzione delle Nazioni Unite che non dice certo nulla riguardo al fatto che certi civili siano più degni di protezione di altri.

- L’obiettivo della NATO è diventato distruggere la possibilità del popolo libico di difendersi contro i bombardieri stranieri e da alcuni gruppi ribelli che non rappresentano il popolo della Libia: molti soldati sono stati uccisi anche quando erano in una posizione difensiva, proteggendo i loro civili dalle atrocità commesse dalle forze ribelli.

- La risoluzione dell’ONU nulla dice in merito allo spodestare il leader di un paese sovrano: la NATO intende scacciare Gheddafi e aiuta i ribelli a ricercarlo.

- Gheddafi è amato da milioni di persone e molti stanno sempre più odiando la NATO e la sua fanteria ribelle (1)

- La televisione di Stato libica è stata bombardata perché ha mostrato le atrocità e le numerose morti causate da NATO e Ribelli: ciò non era gradito, pertanto occorreva ridurla in rovine a dispetto delle regole delle Nazioni Unite contrarie a tali atti.

- La battaglia di Tripoli non è finita e già le compagnie petrolifere stanno combattendo tra loro per ottenere il controllo dei giacimenti di petrolio libico, i presidenti dei paesi NATO stanno pianificando che cosa fare con la Libia: come se avessero il diritto di determinare il futuro della Libia.

- La scelleratezza della NATO per Tripoli: bombardare a tappeto l’entrata ovest di Tripoli e uccidere tutti quelli che si trovano lì; non importa che ci siano civili o soldati che difendono la loro città; poi consentire ai killer islamici più spietati, provenienti dalla Libia orientale e altri mercenari dal Qatar, di entrare in città carichi di armi della NATO e del Qatar; portare individui dell’MI6 e della CIA e alcuni altri mercenari di organizzazioni come le Blackwater, per capitanare questi ribelli killer.

Fornire ulteriori aiuti, dando loro barche e trasportandoli con elicotteri in certi quartieri di Tripoli. Assicurarsi che non ci sia nessuno della stampa – rinchiuderli nell’hotel Rixos – e poi: lasciare che il massacro cominci! Usare alcuni filmati falsi di un’altra Piazza Verde, e attendere pochi giorni per assicurarsi che tutti i morti (che includono probabilmente molti civili che proteggevano la loro città) vengano rimossi dalle strade e proclamare la vittoria sulla Libia. Radunare i presidenti quanto prima e consegnare il potere alle loro marionette Jalil e Jabril (non c’è un governo ufficiale da settimane).

Se la battaglia va per le lunghe, non esitare a utilizzare gli elicotteri da guerra per sparare contro chiunque si opponga ai loro ribelli killer, e ignorare il fatto che molte persone a Tripoli non vogliono i ribelli e odiano la NATO per i suoi bombardamenti che continuano da più di 5 mesi, come ladri nella notte.

CONCLUSIONE

È spesso molto difficile che si verifichi il cambiamento per un mutamento di paradigma. Una volta che le persone hanno avuto il lavaggio del cervello affinché credano a un certo paradigma non sono per lo più in grado di cambiare questo punto di vista. Max Planck ha detto una volta che perché si verifichi un cambio di paradigma le persone che sostengono il vecchio paradigma devono semplicemente passare a miglior vita.

Noi non abbiamo tutto questo tempo.

Possiamo guardare tutti i punti del Paradigma Fantasy della NATO e chiederci quanto siano veri questi elementi.

Una volta che voi permettete all’incertezza di farsi pian piano strada, c’è un’altra disperata tendenza a mantenersi attaccati al vecchio paradigma, fino a che alla fine crolla completamente facendovi abbracciare il nuovo paradigma con tutte le conseguenze: non possiamo fidarci delle notizie sulle nostre TV, internet, radio. Non possiamo fidarci dei nostri governi, non possiamo fidarci della NATO, che è di certo una pillola difficile da ingoiare, ma forse è giunto il momento di affrontare questo nuovo paradigma. Tocca a voi.

 

P.S. Guardate i nuovi video sul mio canale. Yvonne de Vito (2) e un’intervista a un giovane libico a Londra che ci spiega che molti libici non stanno tanto combattendo per Gheddafi, quanto per proteggere il loro paese dalle potenze straniere. Vedono nel Qatar, negli Emirati Uniti e nella NATO i propri nemici (3)

(1) http://waterput.yolasite.com/english/nato-has-declared-war-on-millions-of-green-libyans

(2) http://www.youtube.com/watch?v=XWnnhNdcVbg

(3) http://www.youtube.com/watch?v=7mo8b3M4QBc (I libici che hanno disertato erano perlopiù la parte più corrotta della popolazione)

Fonte: http://waterput.yolasite.com/english/how-to-destroy-nato-s-fantasy-reality-on-libya-.

Traduzione per Megachip a cura di Pietrina Savini.

E’ la Nato che conquista Tripoli

di: Manlio Dinucci

Una foto pubblicata dal New York Times racconta, più di tante parole, ciò che sta avvenendo in Libia: mostra il corpo carbonizzato di un soldato dell’esercito governativo, accanto ai resti di un veicolo bruciato, con attorno tre giovani ribelli che lo guardano incuriositi. Sono loro a testimoniare che il soldato è stato ucciso da un raid Nato. In meno di cinque mesi, documenta il Comando congiunto alleato di Napoli, la Nato ha effettuato oltre 20mila raid aerei, di cui circa 8mila di attacco con bombe e missili. Questa azione, dichiarano al New York Times alti funzionari Usa e Nato, è stata decisiva per stringere il cerchio attorno a Tripoli.

Gli attacchi sono divenuti sempre più precisi, distruggendo le infrastrutture libiche e impedendo così al comando di Tripoli di controllare e rifornire le proprie forze. Ai cacciabombardieri che sganciano bombe a guida laser da una tonnellata, le cui testate penetranti a uranio impoverito e tungsteno possono distruggere edifici rinforzati, si sono uniti gli elicotteri da attacco, dotati dei più moderni armamenti. Tra questi il missile a guida laser Hellfire, che viene lanciato a 8 km dall’obiettivo, impiegato in Libia anche dagli aerei telecomandati Usa Predator/Reaper.

Gli obiettivi vengono individuati non solo dagli aerei radar Awacs, che decollano da Trapani,  e dai Predator italiani che decollano da Amendola (Foggia), volteggiando sulla Libia ventiquattr’ore su ventiquattro. Essi vengono segnalati – riferiscono al New York Times i funzionari Nato – anche dai ribelli. Pur essendo «mal addestrati e organizzati», sono in grado, «per mezzo delle tecnologie fornite da singoli paesi Nato», di trasmettere importanti informazioni al «team Nato in Italia che sceglie gli obiettivi da colpire». Per di più, riferiscono i funzionari, «Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno dispiegato forze speciali sul terreno in Libia». Ufficialmente per addestrare e armare i ribelli, in realtà soprattutto per compiti operativi.

Emerge così il quadro reale. Se i ribelli sono arrivati a Tripoli, ciò è dovuto non alla loro capacità di combattimento, ma al fatto che  i cacciabombardieri, gli elicotteri e i Predator della Nato spianano loro la strada, facendo terra bruciata. Nel senso letterale della parola, come dimostra il corpo del soldato libico carbonizzato dal raid Nato. In altre parole, si è creata ad uso dei media l’immagine di una «resistenza» con una forza tale da battere un esercito professionale. Anche se ovviamente muoiono dei ribelli negli scontri, non sono loro che stanno espugnando Tripoli. E’ la Nato che, forte di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sta demolendo uno stato con la motivazione di difendere i civili. Evidentemente, da quando un secolo fa le truppe italiane sbarcarono a Tripoli, ha fatto grandi passi in avanti l’arte della guerra coloniale.

Fonte: IlManifesto.it

Nato: prima, durante, dopo

di:  Maurizio Matteuzzi

Forse per la vittoria finale non ci sarà neppure bisogno di aspettare il primo settembre. Che sarebbe (stata) una data dal forte potere simbolico: fu il primo settembre ’69 che il gruppo degli «Ufficiali liberi» guidato dal giovane colonnello Muammar Gheddafi lanciò il golpe indolore che avrebbe cacciato il putrido e corrotto regime di re Idriss, un burattino nelle mani degli inglesi. Cacciare Gheddafi il primo settembre 2011, quarantaduesimo anniversario dalla «rivoluzione», avrebbe (avuto) una potente valenza per gli insorti.

Qualche giorno prima o dopo non cambierà il corso della storia. E la storia dice che Gheddafi ha chiuso – qualunque sia la sua sorte – e che al posto della Jamahiriya sta per nascere una nuova Libia che nessuno sa ancora bene cosa sarà.

Bisogna dare atto al valore e al coreaggio degli insorti, ma senza l’apporto delle bombe e missili della Nato «la Rivoluzione del 17 febbraio» partita da Bengasi non avrebbe mai vinto e non sarebbe mai arrivata a Tripoli. Se c’è arrivata, dopo 5 mesi di impasse sul campo, lo deve alle « 20mila missioni di volo» il cui «traguardo» è stato toccato proprio ieri e rivendicato orgogliosamente dalla portavoce Nato, Oana Lungescu. E, probabilmente, non solo di «missioni di volo» (Nato), di droni (Usa), di armi paracadutate (Francia), di materiale di comunicazioni (Gran Bretagna) si è trattato.

In molti si chiedono come mai, dopo 5 mesi di impasse sul campo, nel giro di pochi giorni – da domenica scorsa – le milizie degli insorti abbiano potuto attaccare e «liberare» Tripoli.

 

Secondo la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, votata il 17 marzo, l’Onu affidava alla Nato – divenuta l’agenzia militare delle Nazioni unite – il compito di proteggere i civili «con tutti i mezzi» eccetto che con l’invio di truppe di terra («boots on the ground»). Quella risoluzione era una foglia di fico per coprire l’intervento a tutto vapore, anzi a tutto missile, contro il regime di Gheddafi (che, per carità, anche se le bombe piovevano ogni notte sul suo compound di Tripoli, «non è mai stato un bersaglio per la Nato, come ha ripetuto anche ieri il portavoce militare). Un intervento diretto a proteggere i civili ma di una parte sola e a schierare il poderoso armamentario bellico e propagandistico in favore di una delle due parti in guerra infischiandosene dell’embargo che avrebbe dovuto valere per entrambe.

Un intervento che escludeva a priori, nonostante si ripetesse quotidianamente la penosa litania delle necessità di «una soluzione politica e non militare» della crisi libica (anche ieri), qualsiasi ipotesi di una via d’uscita negoziata che avrebbe dovuto/potuto essere imposto ai contendenti dalla «comunità internazionale».

Di questo si è lamentato ieri a Johannesburg Jacob Zuma, presidente di un paese, il Sudafrica, che pure aveva votato la risoluzione di marzo per la no-fly zone, ma che poi ha criticato sempre più aspramente «l’abuso» del mandato ricevuto dall’Onu da parte della Nato e dei suoi sponsor occidentali. «Quelli che hanno il potere di bombardare altri paesi hanno stroncato gli sforzi e le iniziative dell’Unione africana per risolvere il problema libico», ha detto, «avremmo potuto evitare la perdita di tante vite umane».

E’ risaputo, nonostante i no comment e le smentite ufficiali di prammatica, che almeno da aprile Francia e Gran Bretagna hanno inviato «consiglieri militari» fra le fila degli insorti. E ci sono voci che si rincorrono sulla presenza al fianco dei miliziani ribelli che hanno attaccato e fulmineamente conquistato Tripoli di uomini della Nato. La Nato ovviamente nega qualsiasi «coordinamento» degli attacchi degli insorti nella loro offensiva verso Tripoli (126 raid aerei nella sola giornata di domenica): «La Nato non ha e non avrà truppe a terra», ha ribadito ieri la portavoce Lungescu. Idem l’italiano La Russa, ministro della difesa, «Non c’è nessuna probabilità che truppe di terra della Nato, e particolarmente italiane, entrino a far parte del conflitto» in Libia.

Anche il sito israeliano Debka, vicino al Mossad e quindi da prendere con le molle, sostiene che «nonostante i dinieghi, le truppe Nato stanno partecipando nei combattimenti a terra nella veste di “consiglieri militari» inglesi e francesi, membri delle unità speciali, aiutando i ribelli libici a combattere per il controllo della capitale Tripoli».

Ma la vera campagna di Libia comincerà dopo l’uscita di scena definitiva di Gheddafi, questo lo sanno tutti. Per cui si comincia già a ipotizzare uno scenario in cui la Nato continuerà ad avere un ruolo anche nel dopo: «un ruolo di supporto alla Libia se sarà necessario e sarà richiesto»,, anche se ovviamente «il ruolo principale sarà dell’Onu e del gruppo di contatto». A pensare male sa fa peccato?

Intanto però bisogna chiudere la pratica Gheddafi. La Nato, i ministri degli esteri francese Juppé e turco Davutoglu (in visita a Bengasi) confermano che «la missione non è conclusa» e che c’è ancora «da proteggere la popolazione» (quale?). Di questo Juppé ha parlato lunedì in audio-conferenza con i colleghi inglese, americano, tedesco, turco e di qualche paese arabo amico (una riprova del peso dell’Italia nel dopo-Gheddafi). Ora che il dopo sembra arrivato, la diplomazia è in fibrillazione per sventare i timori ricorrenti («L’importante è che la transizione si compia nel rispetto dei diritti umani e della legge basata sulla riconciliazione e non sulla vendetta») e conquistare una posizione migliore nella divisione del bottino. Ieri si è tenuta a Bruxelles una riunione degli ambasciatori Nato; poi sarà la volta del Gruppo di contatto che si riunirà a Istanbul; entro la settimana ci sarà un vertice Onu con partecipazione di Ue e Unione africana.

FONTE: IlManifesto.it

La bufala della “liberazione” di Tripoli

di: Metro Gael

Superando le precedenti falsificazioni dei mass media, sia nelle dimensioni che nell’ audacia, la messa in scena di ieri mattina di Al Jazeera sicuramente passerà alla storia come una delle più ciniche bufale realizzate dai media  dopo le foto manipolate degli iracheni che rovesciano la statua di Saddam Hussein a seguito della invasione degli Stati Uniti nel 2003.

La mattina del 22 agosto 2011, Al Jazeera ha trasmesso un rapporto  ‘live’ da Green Square a Tripoli, che sosteneva di dimostrare la cattura della capitale libica da parte delle forze ribelli. Scene di giubilo ed euforia circondavano la giornalista di Al Jazeera Zeina Khodr mentre dichiarava: “La Libia è nelle mani dell’opposizione”.

Fonte Immagine: http://cyaegha-c.livejournal.com/460657.html

Le immagini sono state immediatamente riprese dai media globali, che titolavano “La fine del regime di Gheddafi” e speculavano,con i loro editoriali,sul futuro della Libia del dopo-Gheddafi.

E’ stato detto che i figli di Gheddafi erano stati arrestati ed erano state annunciate diverse defezioni. La capitale libica era, come ci è stato detto, ora nelle mani delle forze ribelli. Per molti, è sembrato un fatto compiuto.

Di fatto, le immagini di Green Square  trasmesse da Al Jazeera  erano un  elaborato e criminale falso. Il tutto era stato prefabbricato in uno studio a Doha in Qatar. Questa informazione era stata passata all’ intelligence libica e il popolo libico era stato messo al corrente di questa PSYOPS  un paio di giorni prima dalla televisione di stato.

La bufala di Al Jazeera aveva lo scopo di creare l’impressione che Tripoli era caduta in modo da:

(1)  spezzare la resistenza libica, creando panico e caos nella capitale.

(2)   fornire la copertura per i massacri di civili che si sarebbero verificati nei giorni successivi alla dichiarazione di vittoria dei ribelli.

In altre parole, i media avrebbero fornito la copertura per i crimini di guerra e contro l’umanità  necessari al fine di sottomettere la Jamhahirya libica agli interessi occidentali.

Poco dopo che Al Jazeera ha rilasciato queste immagini, ho contattato la giornalista indipendente Lizzie Phelan a Tripoli. La signorina Phelan è riuscita a confermare, attraverso quelle che lei ha descritto come fonti attendibili, che le immagini di Al Jazeera  erano false.

Alla fine della giornata è emerso anche che tutti i twitter provenienti dai criminali dal Consiglio nazionale di transizione erano, ovviamente, falsi. I figli di Gheddafi non erano stati arrestati e i ribelli non avevano il controllo della città ..

Nel frattempo, Lizzie Phelan, Mahdi Darius Nazemroaya e ThierryMeyssan ricevevano minacce di morte  dai giornalisti dei media occidentali che soggiornavano all’ Hotel Rixos a Tripoli. Quando molti di questi cronisti hanno abbandonato l’Hotel Rixos, le autorità libiche hanno scoperto che la maggior parte di loro erano agenti della CIA e MI6 che lavoravano sotto copertura.

Mahdi Darius Nazemroaya, Thierry Meysan e altri veri giornalisti sono ora intrappolati all’ Hotel Rixos. Nazemroaya  ha ricevuto anche un colpo da un cecchino ribelle /NATO quando ha tentato di mettere un cartello sul tetto dell Rixos per far sapere che c’erano giornalisti e proteggere l’edificio dal bombardamento della NATO.

Lizzie Phelan ha contattato un amico ieri per dirgli che era stata minacciata da personale della CNN ed era stata impedita dal poter utilizzare facebook e la posta elettronica.

Di seguito, potete vedere l’avviso dato al popolo libico dai media della psyop di Al Jazeera. Il presentatore racconta ai telespettatori che Al Jazeera ha prodotto una simulazione di Green Square a Tripoli e che hanno intenzione di usare ciò per produrre una gigantesca finzione della ‘liberazione’ della Libia.

L’immagine qui sopra dimostra che i produttori della bufala di AlJazeera non sono maestri olandesi, poiché le disparità  tra la piazza reale  a Tripoli e la versione di Al Jazeera sono palesemente evidenti. Le differenze tra l’architettura di Green Square a Tripoli e le foto mostrate di Al Jazeera sono ben documentate nel video qui sotto.

Mentre la finta di Al Jazeera è divertente, è improbabile che l’attrice protagonista Zeina Khodr riceva riconoscimenti per la sua performance. Ha detto che le sue battute erano un po ‘meccaniche, come una che non era particolarmente innamorata del copione.

Questa bufala dei media è un altro esempio eclatante della disperazione della NATO, che ha spietatamente bombardato una nazione sovrana per 6 mesi e non è finora riuscita ad effettuare un cambio di regime. Dimostra inoltre ancora una volta il ruolo dei media corporativi nella disinformazione e nella guerra.

TRATTO DA (TITOLO ORIGINALE): The Libya Media Hoax: Fabricated Scenes of Jubilation and Euphoria on Green Square

DI: CoriInTempesta

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”

Mahdi Darius Nazemroaya, sociologo canadese, è ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). Si occupa in particolare di studiare le dinamiche geopolitiche e le relazioni internazionali nel Vicino e Medio Oriente. Attualmente si trova in Libia nell’ambito d’una missione indipendente per appurare sul terreno i fatti legati all’esplosione della guerra civile ed all’intervento straniero. I ricercatori dell’IsAG 

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”Giovanni Andriolo e Chiara Felli l’hanno intervistato in esclusiva per “Eurasia”.

Dopo mesi di combattimenti, quali sono le sue considerazioni (anche in qualità di testimone oculare) circa le operazioni militari condotte dalla NATO?

Senza dubbio, deve essere sottolineato il fatto che i bombardamenti della NATO hanno deliberatamente avuto quali obiettivi i civili libici e dunque hanno cercato di punire la popolazione civile in Libia. Impianti idrici, ospedali, cliniche mediche, scuole, industrie alimentari, alberghi, veicoli civili, ristoranti, case, strutture governative e aree residenziali: tutto è stato bombardato. Ciò include anche la Corte Suprema Libica, un autobus con civili, una struttura medica dedicata alla Sindrome di Down, un centro di vaccinazione per i bambini e l’Università Nasser. L’affermazione della Nato, secondo cui sono stati oggetto di operazioni i comandi militari e gli edifici di controllo, appare insensata e falsa.

L’obiettivo della NATO non è quello di proteggere i civili, ma anzi di spingere questi ultimi ad incolpare il Colonnello Gheddafi ed il suo regime della guerra e dei crimini di guerra commessi contro la popolazione libica dalla NATO. La NATO ritiene che la brutalità delle proprie operazioni nei confronti dei civili e la strategia di ridurre la disponibilità di carburante, denaro, medicine, cibo ed acqua possano condurre ad un cambio di regime a Tripoli, inducendo la popolazione a detronizzare Gheddafi.

Muammar Gheddafi è diventato un bersaglio militare che la NATO ha cercato di uccidere durante i propri attacchi. Ora, questa azione non solo risulta essere illegale, ma, per di più, è parte di un calcolato progetto di destabilizzazione del paese. Anche se Topolino, il cartone animato dei bambini, fosse il leader libico, la NATO lo demonizzerebbe paragonandolo ad una sorta di Hitler, giustificando così le operazioni contro di lui. La NATO crede che se Gheddafi verrà ucciso, vi sarà come conseguenza una lotta sanguinosa per il potere che permetterà all’organizzazione di esercitare ed estendere la propria influenza su tutta la regione nord-africana. Uno dei principali obiettivi di questo progetto consiste nel far accendere una intensa guerra civile in Libia creando un conflitto tribale che potrebbe riversarsi al di là dei confini libici fino al Niger, all’Algeria, al Sudan, al Ciad nonché alle altre nazioni africane.

Finora, le cose non sono andate come il Pentagono e la NATO avevano pianificato. Le operazioni della NATO sono un vero e proprio disastro militare e politico. La campagna militare condotta dalla NATO ha di fatto contribuito a galvanizzare la maggior parte della popolazione nel supporto al Colonnello Gheddafi. Anche coloro che si opponevano al leader libico, ora hanno cambiato il proprio atteggiamento. Si può dunque affermare che la NATO abbia perso la sua guerra in Libia. Essa non è riuscita a rovesciare il Colonnello e la posizione di quest’ultimo sembra molto simile a quella ricoperta dallo Sceicco Hassan Nasrallah dopo la sconfitta di Israele nella guerra del Libano del 2006.

Parlando degli attori interni alla Libia, quali gruppi o fazioni stanno attualmente supportando Muammar Gheddafi? E quali sono contro di lui?

Politicamente, tutti i capi delle maggiori tribù supportano il Colonnello Gheddafi. Quasi l’intero apparato militare, dei servizi segreti, delle forze di sicurezza supporta Gheddafi e non lo ha mai abbandonato. Soprattutto, la maggior parte del popolo libico supporta il Colonnello Gheddafi.

Il popolo e i gruppi che sono contro il Colonnello Gheddafi sono una serie di ex funzionari corrotti del regime, come Mahmoud Jibril, che si sono uniti al Gruppo Combattente Islamico Libico e ad alcuni altri gruppi minori, tra i quali i Comunisti libici. Inoltre, ci sono anche alcuni amici e alleati di Muammar Gheddafi che si trovano ancora a Tripoli ma che sono disposti a cambiare partito qualora ritenessero che il vento stia mutando direzione.

Chi è destinato a guadagnare di più dalla rimozione di Muammar Gheddafi? Quali interessi sono in gioco nella crisi libica?

Gli attori che cercano di trarre vantaggio dalla rimozione del Colonnello Gheddafi possono essere raggruppati in due categorie. Tali categorie sono quelle degli attori interni e degli attori esterni. Gli attori interni sono individui libici che vogliono mantenere il loro benessere e il loro potere o accrescerlo. Molti di questi sono schierati con ilConsiglio di Transizione di Bengasi e con la NATO, ma c’è dell’altro da dire a proposito.

Attualmente, ritengo che Saif Al-Islam Gheddafi e i suoi complici abbiano qualcosa da guadagnare dalla rimozione del padre, Muammar Gheddafi. Per anni Saif Al-Islam si è preparato per diventare il prossimo leader della Libia. Washington e la NATO avrebbero molto da guadagnare, se ciò accadesse. Inoltre, proprio Washington e la NATO intendono attivamente promuovere Saif Al-Islam come nuovo leader libico. Anche diversi suoi alleati avrebbero molto da guadagnare. Sono queste persone che stanno spingendo per un negoziato con gli Stati Uniti e la NATO e che potrebbero essere in procinto di avviare negoziati separati.

Tutto ciò potrebbe portare ad uno scontro di poteri interni tra i due principali campi per la leadership di Tripoli. Queste due fazioni sono la vecchia guardia di ministri e ufficiali, come Abdullah Senussi, attorno a Muammar Gheddafi e il gruppo di ministri e ufficiali scelti da Saif Al-Islam. Personalmente, ritengo che Saif Al-Islam non sia adatto per alcuna posizione di governo e che sarebbe un disastro per la Libia. E’ anche importante notare come tutti gli ufficiali del Consiglio di Transizione che hanno disertato e tradito Gheddafi fossero stati nominati da Saif Al-Islam. Anche Musa Kusa, in età da pensione, era stato trattenuto come Ministro degli esteri da Saif Al-Islam.

Cosa succederà in Libia? I recenti sviluppi della situazione, si vedano i progressi dei ribelli, porteranno alla fine delle operazioni militari? O saremo costretti a parlare di “pantano libico”?

Fin dall’inizio, l’obiettivo della NATO è stato quello di balcanizzare la Libia dividendola in tre sezioni più piccole: la Tripolitania, il Fezzan e la Cirenaica.

Questo progetto risale ad un antico piano imperialista che britannici, francesi ed italiani, con il supporto statunitense, hanno cercato di riproporre più volte già nel 1943 e nel 1951. Vi furono i primi tentativi di stabilire una amministrazione fiduciaria separata nel 1943 dopo la sconfitta di Italia e Germania nel Nord Africa durante la Seconda Guerra Mondiale. Successivi negoziati internazionali avrebbero toccato la questione della definizione di diverse zone o sfere di influenza in una Libia divisa, ma Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non riuscirono ad ottenere l’assenso sovietico. I governi italiano e britannico nel 1949 presentarono il Piano Bevin-Sforza per la partizione della Libia alle Nazioni Unite, ma questo non ebbe successo. Anche dopo il 1951, queste nazioni cercarono di dividere la Libia stabilendo un emirato federale sotto il loro “delegato” Re Idris I. Questa è una forma di balcanizzazione molto simile all’attuale federalismo che gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre all’Iraq dopo l’invasione del 2003.

Attualmente, l’amministrazione Obama e la NATO sono nel pantano libico. Silvio Berlusconi, David Cameron e Nicolas Sarkozy devono tutti affrontare problemi politici di grande ampiezza. La NATO non può continuare senza definizioni la guerra contro la Libia a meno che non si cambi la strategia. Nè i cosiddetti ribelli possono avanzare in modo significativo sul terreno. Essi sono numericamente minori e questo non aiuta ad ottenere il supporto popolare in Libia. Non sono stati capaci di effettuare grosse incursioni dopo i primi bombardamenti NATO, anche se sono aumentate grazie alle forze speciali e ai consulenti militari NATO, ai jihadisti stranieri nonché ai mercenari.

Deve essere inoltre rilevato con attenzione che la NATO vuole prolungare i combattimenti a livello locale senza avere un ruolo palese. Il suo dilemma, tuttavia, è che non può vincere nè tantomeno può continuare a sostenere i bombardamenti sui civili libici. Così, si assisterà ad un cambiamento di tattica quando la NATO si ritirerà e ricorrerà segretamente ad una guerra sotto copertura e a maggiori operazioni di intelligence. Sarà possibile inoltre assistere a combattimenti al di fuori delle aree strategiche, mentre si cercherà di rendere più sicure zone come quelle di Misurata o Brega quali enclave protette dalla NATO stessa.

Parallelamente, la NATO ha l’obiettivo di mobilitare numerose ONG all’interno della Libia. Queste ONG lavoreranno segretamente per la NATO sul territorio col pretesto della “costruzione della democrazia” e di missioni umanitarie. La NATO ha già inviato segretamente una delegazione a Tripoli per cercare di negoziare l’ingresso di tali ONG nell’ambito dell’accordo di pace tra la NATO e il regime libico.

È nota la proposta del governo turco, una sorta di “road map” per condurre al termine la crisi libica: vi si richiede l’immediato cessate-il-fuoco, la protezione dei civili e una transizione democratica. Ritiene che possa essere una soluzione realizzabile?

Il governo di Ankara affermò simultaneamente la sua amicizia verso la Siria e la Libia. La Turchia ha operato come un “cavallo di Troia” e dunque il suo governo non è mai stato un onesto mediatore. Attraverso l’assistenza alla CIA nonché ad altri servizi di intelligence, i servizi turchi hanno lavorato duramente contro la Libia ed aiutato a destabilizzare la nazione fin dai primi giorni del conflitto.

La proposta turca è fasulla ed è stata male interpretata. Ankara ha lasciato intendere di voler agire da negoziatore tra il governo di Tripoli e il Consiglio di Transizione di Benghazi. In realtà, il governo turco stava lavorando affinchè il Consiglio di Transizione si rafforzasse, dunque a beneficio della NATO. Come la Germania, la Turchia ha sostenuto questa guerra dalle prime battute e non si è opposta al Quartier Generale della NATO. Ha inoltre preso parte alle operazioni navali contro la Libia, è inoltre l’autorità aerea selezionata dalla NATO a Benghazi che ha permesso la spedizione di armi ed, in ultimo, ha garantito la cittadinanza turca ai membri del Consiglio di Transizione.

D’altronde, la realizzazione di un sistema democratico in Libia non è certo un obiettivo della Turchia. L’attuale politica neo-ottomana di Ankara non è basata su un benevolo desiderio di pace e democrazia. È parte di un piano di politica estera nelle mani del governo turco come parte di un sistema imperiale globale. Ankara attualmente si sta adoperando intensamente per favorire l’ascesa di governi cleptocratici in Libia e in tutti i paesi arabi, sotto l’etichetta di riforme democratiche e di democratizzazione. D’altra parte, la Turchia non viene presentata quale modello di democrazia per gli arabi data la mancanza di qualifiche prettamente democratiche. La “road map” turca è solo un miraggio, alla stregua del supporto del governo alla causa palestinese. La proposta di Ankara deve essere intesa esclusivamente come strumento per aprire le porte della Libia al moderno sistema imperiale promosso dagli Stati Uniti.

In uno dei suoi ultimi articoli pubblicati da Global Research, lei parla di una collaborazione israelo-saudita che starebbe favorendo un piano statunitense di smantellamento dei Governi dell’Iran e dei paesi suoi alleati, attraverso la creazione di situazioni di protesta e di settarismo in diversi paesi arabi: ritiene che una tale collaborazione abbia giocato un ruolo, almeno parziale, nella crisi libica?

L’attacco alla Libia è parte di una guerra più ampia, mirante a ristrutturare l’area dalla costa atlantica del Marocco fino all’ex Asia Centrale Sovietica e al confine sino-afghano. Anche in Libia, questo progetto è diretto contro l’Iran e i suoi alleati. A questo proposito, gli stessi metodi di divisione e conquista che sono stati usati in Iraq sono stati utilizzati anche contro i Libici. Queste tattiche hanno operato nella direzione di rafforzare ciò che in arabo può essere chiamato “fitna” (“guerra civile” NDR) tra le varie regioni, tribù e gruppi etnici in Libia. Le differenze etniche in Libia sono un fattore inesistente a livello virtuale, ma al regionalismo e al tribalismo possono essere assegnati connotati politici che rischiano di diventare esplosivi. E’ anche in un tale contesto che le potenze NATO stanno parlando di una divisione tra Berberi e Arabi nel Nord Africa, come pretesto che essi vogliono utilizzare per dividere il Nord Africa e destabilizzare il Continente africano. La strategia della NATO per assassinare il Colonnello Gheddafi mira ad attizzare queste differenze attraverso un vuoto di potere.

Riguardo alla collaborazione israelo-saudita, gli Israeliani sono stati attivi in Libia e hanno parlato con entrambi i fronti. Il Mossad ha mandato segretamente agenti a Bengasi e a Tripoli per parlare ad entrambe le fazioni libiche a nome di Tel Aviv. Nello stesso tempo, gli Arabi Khaliji (del Golfo) hanno lavorato attivamente contro Tripoli e hanno supportato il Consiglio di Transizione. Nello specifico, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein sono stati molto attivi contro Tripoli nei fronti politico, diplomatico, militare, finanziario e mediatico. Ormai, il ruolo saudita non può essere ignorato. Sono stati l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo a dirigere la richiesta della Lega Araba verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la Libia. Essi hanno inoltre architettato la sospensione della Libia dalla Lega Araba. Al Arabiya, che è posseduto dai Sauditi, ha inoltre diffuso le prime accuse secondo cui un membro della Corte Internazionale per i Crimini contro l’Umanità avrebbe dichiarato che migliaia di civili erano stati uccisi a Bengasi dal regime libico.

E’ interessante che esistano timori nei quartieri generali del Pentagono e della NATO che Iran e Libia possano formare un’alleanza strategica contro Washington e la NATO. La stampa israeliana ha dichiarato che la Guardia Rivoluzionaria Iraniana avrebbe mandato in segreto consulenti e personale militari in Libia per assistere i Libici contro la NATO. Tripoli e Tehran hanno molte cose in comune e ora ancora di più. Entrambi stanno iniziando a considerare di stringere maggiori contatti reciproci. Un asse strategico può entrare in attività tra Tripoli e Tehran, e questa è una causa reale di preoccupazione per Washington e la NATO.

I media e i social network hanno un ruolo fondamentale nella diffusione delle informazioni. Lei ritiene che, in alcuni casi, ci sia stata una qualche distorsione di quanto sta accadendo, come nel caso della Siria o della stessa Libia?

Non può trascurarsi la manipolazione che sui media è stata operata dalle forze armate degli Stati Uniti e dagli altri membri della NATO, come Francia e Gran Bretagna. Tale manipolazione è avvenuta allo scopo di fabbricare il consenso dell’opinione pubblica e di fornire una precisa percezione della gestione delle operazioni. Senza dubbio, i media ed internet sono stati ingredienti essenziali nel lancio della guerra in Libia e nel destabilizzare la Siria. In entrambi i paesi, infatti, Facebook, Twitter, cellulari e Youtube sono stati usati per diffondere materiale contro i due regimi di Tripoli e Damasco. La CNN, la BBC, Al Jazeera, Al Arabiya, Fox News, Sky News, France24, TF1 e numerosi altri network e giornali si sono rimessi alle fonti di questi social media come fossero particolarmente autorevoli, senza neppure verificare le informazioni postate o le rivendicazioni che sono state fatte.

Nei primi giorni di protesta e violenza in Libia e Siria, questi social media sono stati immediatamente mobilitati dall’esterno. Vi furono ben presto pagine di Facebook etweets circa quanto stava accadendo, con migliaia di sconosciuti iscritti. Gli autori di queste pagine, tuttavia, sono alquanto discutibili. Infatti, tali pagine erano tutte scritte in inglese ed altre lingue straniere e molto ben progettate. Non sono dunque sembrate in alcun modo spontanee e gli account coinvolti non erano nella lingua madre di Siria e Libia, ovvero l’arabo.

Nel caso della Siria, questi siti internet sono stati creati nel febbraio 2011, prima delle proteste, e risultano presentare affermazioni simili a quelle dei principali media circa proteste in quella nazione che non si sono mai materializzate. Una specifica pagina, nel caso siriano, è “The Syrian Revolution 2011” che incitava ad una giornata della colleravenerdì 4 febbraio 2011. Il nome di questa pagina su Facebook era in inglese e il numero di persone che si sono iscritte non si è effetivamente tradotto in una eguale mobilitazione fisica. Inoltre, molti degli account erano registrati sotto utenti che si suppone vivano in piccole aree urbane della Siria dove è sensibilmente ridotto il numero di persone che ha effettivo accesso ad internet.

Vi è anche un legame diretto tra le organizzazioni in Siria e Libia che hanno lanciato queste campagne ed i canali presenti a Washington. Questi social media non sono stati solo citati quali fonti veritiere, ma sono stati attivamente mobilitati ed usati dai maggiori network contro il governo di Damasco e Tripoli. Il materiale usato dalla CNN ed altri network ha alimentato le domande sull’integrità dei principali media e le loro connessioni con il complesso militare-industriale, dal quale il Presidente Dwight Eisenhower aveva cercato di mettere in guardia l’opinione pubblica.

Per esempio, la CNN in un reportage di Sara Sidner ha utilizzato un video di Youtube relativo ad uno stupro. Sembra che la stessa CNN abbia montato tale video. La CNN ha affermato che il video riguardasse una donna di Misurata che veniva violentata da soldati libici. In realtà, lo stupro ha avuto luogo a Tripoli ed era un crimine domestico avvenuto prima dei combattimenti di Misurata e senza coinvolgimento alcuno di soldati libici.

Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno usato i social network contro l’Iran a seguito delle ultime elezioni presidenziali e li stanno utilizzando ora contro Libia e Siria. Stanno inoltre preparandosi a ricorrervi contro i loro oppositori in Bolivia, Cuba, Venezuela, Bielorussia, Russia, Serbia, Ecuador, Armenia, Libano, Ucraina, Cina e molte altre nazioni che desiderano controllare. A parte l’addestramento di persone dell’opposizione che viene effettuato dal Dipartimento di Stato nordamericano col pretesto di promuovere la democrazia, questa situazione spiega al meglio il perchè, per più di un decennio, sia il Pentagono che la NATO abbiano cercato di dare enfasi ad una strategia militare all’interno del cyberspazio. L’uso dei social media è ricaduto sotto il controllo e le politiche del Social Media in Strategic Communication (SMSC) del Pentagono, il cui proposito è utilizzare i media quale strumento di guerra. Sia le forze militari statunitensi che quelle israeliane sono conosciute per avere dei team di persone specializzate nell’andare su internet e lasciare commenti, cercando in tal modo di influenzare l’opinione pubblica attraverso la partecipazione a forum e conversazioni online. Questo include anche curare Wikipedia ed altri simili siti di enciclopedie open source. È inoltre noto pubblicamente che le forze aeree degli USA abbiano ordinato dei software per gestire le innumerevoli personalità online quale parte di questo progetto militare.

Inoltre, gli Stati Uniti, paradossalmente, hanno provvisto regimi come quelli in Bahrein, Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait di tecnologia e software necessari per contrastare e impedire l’uso dei social network da parte dei loro cittadini. Tali network sono stati utilizzati anche per applicazioni militari. Twitter, ad esempio, è stato utilizzato in Libia per fornire la localizzazione degli obiettivi per le forze militari della NATO.

Quali forze stanno cercando di rovesciare Basher Al-Assad in Siria? Si tratta soltanto di una sollevazione popolare? O lei vede forze esterne all’opera in Siria per smantellare il regime di Assad? Qual è il ruolo di Turchia e Israele nel caso siriano?

In Siria esistono tensioni e rabbia reali, ma gli eventi di questi mesi non sono causati da una sollevazione popolare. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, i Saud, il Qatar, la minoritaria Alleanza del 14 marzo guidata da Hariri in Libano, la Giordania e Israele hanno fomentato i problemi in Siria attraverso la manipolazione mediatica, attraverso agenti provocatori e infiammando la rabbia interna legittima e illegittima. A prescindere da ciò che ognuno pensa del Presidente Basher Al-Assad, è innegabile che egli sia estremamente popolare tra il popolo siriano.

Gli eventi in Siria e in Libia sono coordinati. Scavando in profondità si può vedere come le stesse persone abbiano aiutato ad orchestrare questi eventi dal Cairo, inclusi Bernard-Henri Lévy e Mahmoud Jibril. Le persone e organizzazioni che hanno favorito lo scoppio del conflitto in Libia sono gli stessi attori che hanno tentato di rovesciare il Presidente Basher Al-Assad e il regime siriano. Al Jazeera e il National Endowment for Democracy (NED) sono due di queste entità. La direzione di Al Jazeera ha legami molti stretti con Mahmoud Jibril, che ha lavorato per la testata qatariota. In parallelo, le organizzazioni per i diritti umani che hanno aiutato a demonizzare Damasco e Tripoli lanciando false accuse di repressione di massa sono legate al NED e agli individui che hanno fomentato la violenza in Libia e in Siria.

I mezzi d’informazione principali stanno sovvertendo i fatti. I partiti e le forze coinvolti nel disordine siriano hanno nei fatti marginalizzato ogni reale voce democratica in Siria. Per ironia della sorte, queste forze sono presentate come opposte al Governo siriano sulla premessa che il regime siriano non è democratico. Tuttavia, la massa di queste forze che spingono per la caduta di Basher Al-Assad sono a loro volta contro la democrazia. Tra queste forze ci sono i Fratelli Musulmani e il Partito di Tahrir, che sono partiti multinazionali con uffici a Londra, dove vengono istruiti dagli Inglesi. Questi partiti sono inoltre una minoranza in Siria e non offrono alcuna alternativa politica migliore del regime siriano. E nemmeno rappresentano l’Islam in molti delle loro credenze e comportamenti.

La Turchia è stata attivamente coinvolta nella cospirazione contro Siria e Libia. Ho visto una prova inconfutabile di ciò a Tripoli, dove i servizi segreti turchi sono stati molto attivi nell’aiutare a preparare il terreno per le operazioni contro la Libia. E’ stata l’intelligenceturca a stabilire i contatti che CIA, MI6 e altre agenzie di spionaggio della NATO stanno usando in Libia.

Il ruolo turco nella destabilizzazione della Siria è diventato molto chiaro. Dopo le elezioni parlamentari turche, il linguaggio del Primo Ministro Erdogan sulla Siria è cambiato rapidamente da quello della amichevole retorica preelettorale alle dure minacce. Il Governo turco ha mostrato la sua vera faccia dopo che Erdogan è stato rieletto dal popolo turco.

Tutti i problemi in Siria sono emersi nelle aree di confine del paese. La prima ondata di violenza è avvenuta vicino al confine giordano, poi la violenza è esplosa vicino al confine libanese e infine una insurrezione armata è sorta vicino al confine con la Turchia. Ankara ha fornito un grande supporto coperto e scoperto contro il regime siriano e le sue forze. E’ stata addirittura discussa in Turchia la proposta di usare l’esercito turco per creare una zona cuscinetto dentro la Siria. A questo punto, i media turchi sono stati mobilitati contro la Siria e l’esercito turco ha violato attivamente il territorio siriano quando gruppi armati supportati segretamente dalla Turchia hanno iniziato ad attaccare l’esercito siriano.

Allo stesso tempo, Ankara ha iniziato un’azione politica contro la Siria, fornendo supporto logistico e politico ai gruppi di opposizione siriani, che sono stati addirittura ospitati ad una conferenza in suolo turco vicino al confine con la Siria, e fornendo anche il luogo dei combattimenti tra gli insorgenti e l’esercito siriano. Il Governo turco ha iniziato a intimare a Damasco di “riformare”. La parola “riformare” è un termine in codice che significa “obbedire” e “sottomettersi” e non ha nulla a che vedere con il processo autentico di democratizzazione o libertà in Siria. A questo proposito, Ankara ha ordinato alla Siria di cambiare la propria politica, di entrare nell’orbita della NATO, di smarcarsi dall’alleanza strategica con l’Iran e di interrompere il supporto verso Hezbollah e i gruppi di resistenza palestinesi.

Il comportamento della Turchia non va analizzato separatamente da quello di NATO e Israele. Malgrado Tel Aviv sia stata molto silenziosa, Israele non è stato assente dalla campagna per la sottomissione della Siria. I servizi segreti di Turchia e Israele hanno collaborato in modo stretto e si sono coordinati contro la Siria e i suoi alleati. In realtà, in Libano e in Siria sono state catturate diverse spie israeliane collegate agli eventi siriani. Il ruolo di Israele nella destabilizzazione e nella ristrutturazione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa non deve essere dimenticato. Il Piano Yinon israeliano per dividere la regione è una testimonianza reale di ciò.

Analizzando le nuove posizioni in politica estera del Cairo (relazioni normalizzate con l’Iran, rivalutazione dei legami con Israele, per citarne alcune), lei pensa che l’Egitto possa riconquistare la sua influenza regionale, anche attraverso l’espresso impegno delle forze armate di promuovere un sistema democratico?

Vi sono stati dei cambiamenti superficiali, l’Egitto vive ancora una situazione instabile e dinamica. I principali media stanno nascondendo numerosi fatti circa gli eventi locali e vi è una continua lotta nel paese. In realtà, Il Cairo non ha sperimentato alcun reale cambio di regime o una trasformazione democratica. Il riavvicinamento a Tehran non ha ancora dato i suoi frutti. La stessa promessa di porre fine all’assedio contro i palestinesi a Gaza non è stata onorata. Tutti i precedenti attori politici sono presenti al potere. Le forze armate egiziane governano la nazione così come succedeva con il Presidente Mubarak e il Presidente Sadat. I Fratelli Musulmani sono stati cooptati nell’intento di fornire un cambiamento che si mostri come una sorta di lifting politico alle sembianze dell’Egitto.

Tuttavia, lo spirito della popolazione egiziana è mutato e non è più preoccupata di opporsi ai propri leader: un reale sentimento rivoluzionario pervade la società egiziana. Se l’Egitto riuscirà a giungere ad una autentica trasformazione politica, il mondo intero assisterà ad una robusta presenza del Cairo in Africa e nel mondo arabo tale da porlo in competizione con Washington, Tel Aviv e l’Unione Europea. L’Egitto di Nasser era un centro fondamentale di resistenza e opposizione a Washington, nel sostegno alla resistenza algerina contro l’occupazione francese, a quella yemenita contro gli inglesi e a quella palestinese contro l’occupazione israeliana. Il Cairo supportava l’indipendenza e i movimenti anti-imperialisti in Africa e nel mondo intero. Se il popolo egiziano riuscirà a costruire con successo un sistema libero da qualsiasi tutela esterna, allora tornerà ad essere un forte leader pan-arabo e pan-africano.

Nel mondo arabo si materializzerà una nuova dinamica. Se davvero vi sarà una trasformazione, l’Egitto potrà competere con Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e Unione Europea per il primato di influenza tra gli arabi. Entrerebbe in contrasto con numerose altre potenze che stanno cercando di stabilire il loro controllo in Africa. Allo stesso tempo, Il Cairo indubbiamente si sposterà geopoliticamente verso l’Iran, la Siria, la Russia e la Cina. Coopererà con Damasco e Tehran contro le potenze esterne in Medio Oriente e si potrà addirittura coordinare con Tripoli per realizzare l’unificazione dell’Africa.

Perché le proteste nella Penisola Araba (Arabia Saudita o Bahrein, per esempio) non sono state perseguite nello stesso modo in cui lo sono state in Nord Africa?

Le proteste nella Penisola Araba sono un effetto collaterale delle conseguenze degli eventi in Tunisia e in Egitto. Queste proteste sono autoctone e organiche, e riflettono il malcontento interno dei popoli della Penisola Araba. Queste proteste inoltre si sono trovate ad andare contro gli interessi strategici, politici ed economici di Washington, dell’Unione Europea e di Israele. Questo è il motivo per cui tali proteste arabe sono state liquidate e ignorate da Associated Press, Sky News, CNN e BBC.

Nulla è stato fatto in Bahrein e in Oman, mentre la Siria è isolata e la Libia è stata attaccata dalla NATO. Attorno alla Penisola Araba, nulla è detto riguardo al Regno Hashemita di Giordania e al Marocco. Anche queste insurrezioni dovrebbero essere esaminate e analizzate nel contesto degli interessi della politica estera statunitense. Una volta che ciò fosse fatto, allora una serie di contatti potrebbero essere stabiliti tra queste rivolte e il comportamento degli Stati Uniti e della UE nei loro riguardi. In realtà, Mahmoud Jibril del Consiglio di Transizione con base a Bengasi, che gli USA presentano come un campione di libertà e democrazia, ha supportato gli Al-Khalifa in Bahrein e gli altri dittatori del mondo arabo. Mahmoud Jibril è inoltre stato l’uomo che ha aiutato molti dei regimi arabi a presentare una facciata radiosa al mondo mentre essi massacravano i propri cittadini.

Mentre zone di interdizione aerea erano imposte in Libia, nulla è stato fatto nei confronti delle uccisioni e delle torture in Bahrein. Washington e l’Unione Europea hanno tutti pressoché ignorato i crimini in Bahrein contro il popolo da parte del regime degli Al-Khalifa. Inoltre, essi hanno voltato la testa mentre l’Arabia Saudita interveniva militarmente in Bahrein e mentre i Saud uccidevano e reprimevano i propri cittadini.

FONTE: Eurasia


Il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU nello scatenare una guerra illegale contro la Libia

Alla conferenza stampa del 4 aprile, che ha segnato l’inizio della presidenza colombiana al Consiglio di sicurezza, uno dei giornalisti  ha posto a Nestor Osorio, ambasciatore colombiano presso le Nazioni Unite, quella che,  all’ apparenza, sembrerebbe una domanda insolita. Il giornalista chiese (1):

“A seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1973 [che autorizza l'azione militare contro la Libia, ndr] dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli?”

Il giornalista fece diversi esempi di gruppi ribelli, come l’IRA nel Regno Unito, l’ETA in Spagna e forse i ribelli della Corsica in Francia. Un altro giornalista ha aggiunto l’esempio delle FARC in Colombia.

La domanda sollevava il fatto che, con la Risoluzione 1973, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si schierava a sostegno di una insurrezione armata che stava combattendo contro il governo di una nazione membro dell’ONU.

L’ambasciatore colombiano rispose che la Risoluzione 1973 non era stata adottata per sostenere i ribelli in Libia, ma un gruppo ribelle nato  da civili che era in seguito diventato il cuore della ribellione armata. La ragione per cui il Consiglio di Sicurezza affrontava la questione libica, ha detto, era perché un membro del Consiglio di Sicurezza, il Libano, aveva portato il problema all’ attenzione del Consiglio, aggiungendo che la Lega Araba aveva chiesto azioni concrete da parte del Consiglio di Sicurezza sulla Libia.

Si tratta quindi, come ha proposto l’ ambasciatore Osorio , che la questione della Libia è stata affrontata dal Consiglio di sicurezza perché il Libano, un membro del Consiglio di Sicurezza, ha portato la questione all’attenzione degli altri membri? Si tratta quindi che il Consiglio di sicurezza stava semplicemente rinviando alla competenza della Lega araba, la quale è stata presentata dall’ambasciatore colombiano come l’organizzazione regionale pertinente riguardo alla Libia?

Le considerazioni dell’ambasciatore colombiano sollevano il problema di come il Consiglio di Sicurezza abbia assunto la decisione di approvare la risoluzione 1970 contro la Libia, la prima delle due risoluzioni sul tema. Era come ha affermato l’ambasciatore colombiano a causa di una raccomandazione del gruppo regionale competente, o c’è stato un processo più complesso? Inoltre, significativamente in questa situazione, vi erano in realtà due raccomandazioni contrastanti al Consiglio di Sicurezza, provenienti una dalla Lega araba, che non è un gruppo geografico regionale, ma organizzato su altre basi, e l’altra dal gruppo geografico regionale di cui la Libia fa parte, ovvero l’Unione Africana.

Quali sono stati i fattori che hanno influenzato le decisioni del Consiglio di Sicurezza prima di passare la risoluzione 1970  che autorizzava severe sanzioni, tra cui il rinvio di funzionari libici alla Corte penale internazionale (CPI) e poi, successivamente, la Risoluzione 1973, che ha autorizzato una no-fly zone e altre azioni militari? Alla fine tali decisioni hanno posto le basi per l’alleanza militare della NATO ad unirsi con l’insurrezione armata che combatte contro il governo della Libia.

Sebbene sia difficile determinare le ragioni di fondo specifiche  per l’azione del Consiglio di Sicurezza, il presente articolo intende dimostrare che la spiegazione fornita ai giornalisti durante la conferenza stampa dell’ambasciatore colombiano è molto diversa dalla reale sequenza degli eventi che si sono verificati al Consiglio di Sicurezza riguardo la  Libia. Avendo omesso di tener conto della sequenza reale degli eventi che si sono verificati, la risposta dell’ambasciatore colombiano ha lasciato irrisolta la domanda critica. Come era giunto il Consiglio di Sicurezza ad autorizzare un’azione militare contro un paese membro delle Nazioni Unite, a sostegno di una insurrezione armata contro il governo di quella nazione? Un tale modo di agire è chiaramente contrario alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite di non intervenire negli affari interni di una nazione membro dell’ONU (articolo 2, punto 7).

Come la questione libica è stato portata al Consiglio di Sicurezza

Ripensando alla sequenza di eventi che hanno fatto si che la questione libica giungesse al Consiglio di Sicurezza, viene da fare una osservazione importante. Non è stato un membro del Consiglio di sicurezza nazionale che ha iniziato questo processo. Né è stata la Lega araba. Piuttosto si trattava di un gruppo che si potrebbe sostenere non aver alcun fondamento legittimo per parlare alle Nazioni Unite, in particolare al Consiglio di Sicurezza.

Questo gruppo era quello di Ibrahim Dabbashi, ex Chargé d’Affaires presso le Nazioni Unite per la Libia. Dabbashi aveva tenuto azioni insolite, prima annunciando alla stampa la propria defezione dal rappresentare il governo della Libia presso le Nazioni Unite e poi chiedendo una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Libia. La sua richiesta al Consiglio di sicurezza ha fatto partire un processo il quale, in meno di una settimana, ha portato nel far passare rigorose sanzioni contro la Libia e il rinvio dei suoi funzionari alla CPI, azioni che sono incluse nella risoluzione 1970. Tale Risoluzione ha quindi impostato le basi per la risoluzione 1973, passata tre settimane dopo,la quale ha autorizzato l’azione militare contro la Libia.

Il 21 febbraio è una data importante in questa serie di eventi.  E’ infatti il 21 febbraio che Dabbashi ha annunciato la sua defezione. Sebbene l’ adeguato corso di un funzionario governativo che lascia la rappresentanza di un paese sarebbe stato quello di dimettersi dalla sua posizione ufficiale come ambasciatore delegato della Libia presso le Nazioni Unite, questo non è quello che è successo.

Sempre il 21 febbraio si è verificato un altro importante evento, anche se non presso le Nazioni Unite. Un altro funzionario libico, Nuri al Mesmari, ha ufficialmente annunciato la defezione dal suo incarico del governo libico. Vivendo in Francia sotto la protezione del governo francese, ha rilasciato un’intervista al quotidiano francese Liberation.

Ciò che è significativo riguardo l’azione di Mesmari è che la sua defezione pone quella di Dabbashi in un contesto più ampio. Un articolo del quotidiano italiano Libero, articolo che non è stato confutato o negato, fornisce questo contesto.(2) Mesmari ha lasciato la Libia nell’ ottobre 2010 per Parigi,quattro mesi prima della presunta repressione delle dimostrazioni citate come uno dei pretesti per l’aggressione della Nato contro la Libia. Mesmari era stato un importante funzionario libico con profonde conoscenze e in contatto con i funzionari dei servizi stranieri della Libia e ampie conoscenze dei contatti della Libia con i funzionari governativi di altri paesi.

Libero ha riferito che dopo che Mesmari si è recato a Parigi nell’ottobre 2010, egli era in contatto non solo con funzionari stranieri dell’intelligence francese, ma anche con elementi dell’opposizione libica. Le sue azioni aiutano a far luce sugli eventi accaduti in Libia nel febbraio 2011. Conoscendo alcune delle attività di cui Mesmari fece parte  tra l’ ottobre 2010 e il febbraio 2011, diversi commentatori propongono che Mesmari, insieme ad altri attivisti dell’opposizione e funzionari della intelligence francese, ha contribuito a fomentare la rivolta di Bengasi che ha avuto luogo nel febbraio 2011 (3).

A differenza delle non violente proteste egiziane, la rivolta di Bengasi è divenuta ben presto una rivolta armata contro il governo della Libia. I media occidentali hanno tenuto conto di questa ribellione e i mezzi di informazione arabi, come Al Jazeera, hanno riferito una serie di accuse non verificate giunte da persone coinvolte nella stessa ribellione,presentando poche o nessuna prova per verificare la correttezza di questi rapporti. In questo momento, non ci sono prove per “l’uso di mercenari” o del “bombardamento del suo popolo.” (4)

A Mesmari fu concessa la protezione dal governo francese. Nella sua intervista del 21 febbraio al francese Liberation, ha accusato il governo libico di genocidio, pur non fornendo alcuna prova a sostegno della sua affermazione.

Analogamente anche Dabbashi, quando ha tenuto una conferenza stampa presso la Missione Libica alle Nazioni Unite il 21 febbraio, ha affermato che il governo libico si è reso colpevole di genocidio. Neanche lui ha offerto alcuna prova per le sue accuse. Ha chiesto il rovesciamento dello stato libico guidato da Muammar Gheddafi. Allo stesso modo, l’avvocato della missione libica ha parlato ai giornalisti durante la conferenza stampa del 21 febbraio. Egli ha indicato ai giornalisti che proveniva da Bengasi. Anche lui ha chiesto il rovesciamento di Gheddafi,  da molto tempo a capo dello stato libico (una posizione denominata ‘Guida’).

Il seguente è il contenuto della lettera che Dabbashi, come defezionario dal governo ufficiale della Libia, ha inviato al Consiglio di Sicurezza. La lettera è datata 21 febbraio 2011 (5):

“In conformità con la regola 3 del regolamento interno provvisorio del Consiglio di sicurezza, mi pregio di di chiedere una riunione urgente del Consiglio, per discutere la grave situazione in Libia e intraprendere le azioni appropriate.”

La lettera è elencata come un documento ufficiale del Consiglio di sicurezza, contrassegnato con simbolo di identificazione S/2011/102, datato 22 febbraio 2011.

Vale la pena notare che la regola 3 del regolamento provvisorio di Procedura del Consiglio di Sicurezza prevede che sia un paese membro delle Nazioni Unite a richiedere un incontro. (6) Ai sensi della regola3, Dabbashi, in qualità di ex vice ambasciatore della Libia, non era autorizzato a prendere parte a tutte le procedure del Consiglio di Sicurezza, soprattutto a non chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza per adottare misure punitive contro il governo che non rappresentava più e che stava cercando di rovesciare.

Lunedi 21 febbraio era un giorno di vacanza ufficiale alle Nazioni Unite (ricorreva il Presidents’ Day negli Stati Uniti) e la sede delle Nazioni Unite non era aperta. Martedi 22 febbraio, giorno lavorativo successivo presso le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha tenuto una riunione a porte chiuse sulla situazione in Libia, denominata “Pace e sicurezza in Africa - Libia”. (7) Nella riunione il Consiglio di sicurezza ha ascoltato una relazione sugli sviluppi in Libia da Lynn Pascoe,  sottosegretario generale per gli affari politici presso le Nazioni Unite. Oltre ai 15 del Consiglio di Sicurezza, erano presenti alla riunione 74 membri di altre nazioni appartenenti alle Nazioni Unite senza diritto di voto. In tale veste era presente anche Dabbashi.

L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalghamha, ha partecipato alla  riunione del Consiglio di Sicurezza del 22 febbraio, insieme con Dabbashi. Nei commenti informali dopo l’incontro, Shalgham ha indicato di essere stato in contatto con un parente a Tripoli e  ha riferito  che le presunte atrocità che i media stavano sostenendo fossero successe a Tripoli non erano affatto vere. Analogamente, parlando alla stampa, ha indicato che era stato in contatto con funzionari del governo di Tripoli i quali hanno fatto sapere di contestare le affermazioni delle atrocità in corso a Tripoli e di aver pianificato di invitare i giornalisti di Al Arabiya e della CNN per verificare di persona che tali accuse erano inesatte (8).

Dopo aver fatto la sua presentazione al Consiglio di Sicurezza,il sottosegretario generale per gli affari politici, Lynn Pascoe ha parlato alla stampa . Gli venne chiesto se avesse le prove delle atrocità a Tripoli e rispose che le persone delle Nazioni Unite sul terreno non disponevano di alcuna prova diretta.(9)

Descrivendo la riunione del 22 febbraio  del Consiglio di Sicurezza, l’agenzia Reuters disse che la maggior parte della delegazione libica aveva defezionato. La Reuters ha riferito che il Consiglio di Sicurezza si è incontrato su richiesta di Dabbashi, il quale “non stava più lavorando per il governo libico”. Sembrerebbe essere una grave violazione del protocollo delle Nazioni Unite per un funzionario che aveva lasciato il proprio incarico poter richiedere un incontro del Consiglio di sicurezza e di avere la concessione del Consiglio per l’incontro e il permesso a partecipare a tale riunione. Allo stesso modo, permettere al diplomatico che non rappresentava più il governo libico di fare asserzioni non verificate in occasione della riunione contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite non fa altro che far aumentare la grave violazione della Carta delle Nazioni Unite rappresentata da questo abuso delle procedure delle Nazioni Unite.

Ecco quello che ha riportato la Reuters:

“NAZIONI UNITE | Mar Feb 22, 2011 16:42 GMT (Reuters) – Il dibattito di martedi del Consiglio di sicurezza dell’ONU tenutosi a porte chiuse  sulla crisi in Libia, con emissari occidentali e la stessa delegazione separatista della Libia sta chiamando per l’azione dei 15.

Il Consiglio si è riunito su richiesta del vice ambasciatore libico Ibrahim Dabbashi, che insieme con la maggior parte dell’ altro personale in missione Onu in Libia ha annunciato lunedi di non lavorare  più per il leader Muammar Gheddafi e di rappresentare la gente del paese.Hanno convocato tale incontro  per rovesciare Gheddafi..”

Tenendo in considerazione le attività di Mesmari con i funzionari dell’intelligence francese e con gli esponenti dell’opposizione libica, vi sono i presupposti per pensare che ci sono forze potenti che agiscono dietro le quinte presso le Nazioni Unite, sostenendo le attività di Dabbashi  e favorendo il Consiglio di Sicurezza a consentire questo tipo di abuso delle proprie procedure.

Falsi Articoli dei Media sulla Libia

Tra i resoconti dei media all’epoca vi erano le affermazioni non verificate sul fatto che gli aerei del governo libico stessero sparando contro i civili a Tripoli e che vi erano stati parecchi morti in varie parti della Libia. Inoltre ci sono state segnalazioni riguardo alla fuga di Gheddafi  in Venezuela. Gheddafi e il governo libico hanno contestato questi rapporti, con un video che dimostrava che Gheddafi era in Libia.  Questo video, visto in tutto il mondo, dimostrava l’inesattezza delle false accuse che sono state fatte riguardo la Libia. Inoltre, i media libici hanno contestato il fatto che a Tripoli si sparasse dagli aerei contro i civili.  Più tardi i media russi fornirono i resoconti della sorveglianza russa sulle attività degli aerei libici, dimostrando che non c’era alcun aereo del Governo che stesse facendo fuoco (11).

Pur avendo defezionato, Dabbashi ha continuato ad avere accesso non solo ai processi del Consiglio di sicurezza, ma anche agli appostamenti stampa ufficiali delle Nazioni Unite per parlare con i giornalisti, come se ufficialmente fosse il rappresentante di una nazione membro dell’ONU. Da qui Dabbashi ha attaccato il governo libico, accusandolo di genocidio, senza offrire alcuna prova per le sue affermazioni ed ha anche continuato a chiedere il rovesciamento del governo della Libia.

Poi, venerdì 25 febbraio, l’ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha annunciato la sua defezione e ha denunciato il governo libico durante una riunione del Consiglio di Sicurezza.

Il presidente del Consiglio di Sicurezza ha invitato l’ ex ambasciatore  a prendere parte alla riunione ai sensi dell’articolo 37 del regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di sicurezza. L’ articolo 37 specifica che è un paese membro che può essere invitato a partecipare. Un ambasciatore o diplomatico che non rappresenta più alcun paese non ha alcuna base per partecipare ad una riunione diel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La regola prevede (12):

“Articolo 37 - Ogni Membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza può essere invitato, a seguito di una decisione del Consiglio di Sicurezza, a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione di qualsiasi questione sottoposta al Consiglio di Sicurezza quando il Consiglio di Sicurezza ritiene che gli interessi di tale membro siano particolarmente coinvolti, o quando un membro porta una questione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza in conformità dell’articolo 35 (1) della Carta “.

Un ambasciatore che lascia il proprio incarico, mediante tale atto, sta cessando di rappresentare la nazione membro dell’ONU. Secondo le regole del protocollo (2005), online sul sito delle Nazioni Unite, una volta che un ambasciatore cessa di rappresentare il suo paese membro, ci si aspetterebbe che presenti le proprie dimissioni al Segretario Generale. Quindi non è appropriato che venga invitato a partecipare ad un incontro del Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’articolo 37 del Regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di Sicurezza. Questa regola si applica per un rappresentante ufficiale di una nazione membro dell’ONU, non a qualcuno che afferma  di non rappresentare più quella nazione. Quella che segue è la sezione rilevante delle regole del protocollo (13).

“Sezione X - Rappresentante Permanente

Prima di rinunciare al proprio impiego, un Rappresentante / Osservatore Permanente  dovrebbe informare il Segretario generale per iscritto e, allo stesso tempo, comunicare il nome del membro della missione che agirà come Chargé d’Affaires  in attesa dell’arrivo del nuovo Rappresentante / Osservatore Permanente  .E ‘di particolare importanza notare che un Chargé d’Affaires    non può nominare se stesso e può tenere questa funzione solo dopo essere stato nominato dal Rappresentante / Osservatore Permanente  o dal Ministero degli Affari esteri dello Stato interessato “.

Sembrerebbe  essere al di fuori della procedura prevista dal Regolamento del Consiglio di Sicurezza per un ambasciatore che ha comunicato la propria defezione prendere parte ad una riunione del Consiglio di sicurezza in qualità di rappresentante del governo che egli stesso afferma di non rappresentare più.

Nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza il 25 febbraio, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha parlato circa la situazione della Costa d’Avorio e della Libia. Nelle sue osservazioni sulla Libia, il Segretario Generale ha affermato che basava i suoi rapporti sui resoconti della ” stampa, dei gruppi per i diritti umani e dei civili sul posto.” Ha riconosciuto che non vi era alcuna prova conclusiva per le sue accuse, ma ha respinto questa mancanza di informazioni verificabili dicendo che l’ azione dovrebbe essere assunta insieme ai tentativi per ottenere informazioni più affidabili. Questa azione è in contrasto con altre situazioni in cui il Segretario Generale ha riconosciuto la necessità di un gruppo imparziale di  ricerca e ha nominato tale gruppo per ottenere le informazioni necessarie per determinare quale linea di azione intraprendere per promuovere una soluzione pacifica della situazione.

Dopo che il Segretario generale ha presentato le sue asserzioni non verificate, l’ ex ambasciatore libico è stato invitato a parlare. Dal 25 febbraio anche Shalgham aveva annunciato la propria defezione. (Si potrebbe immaginare che la pressione per la sua defezione potrebbe essere stata la paura dei ricorsi alla Corte penale internazionale dei funzionari libici in programma da parte di alcuni membri del Consiglio di sicurezza.)

Contrariamente ad una precedente promessa  ai giornalisti che se non avesse più sostenuto il governo libico si sarebbe dimesso, Shalgham non ha formalmente presentato  le dimissioni. Invece, ha continuato a usare i processi del Consiglio di Sicurezza per incoraggiare  quest’ ultimo ad imporre sanzioni e rinviare alla Corte Penale il governo della Libia.

Nel suo intervento alla riunione del Consiglio di Sicurezza di venerdì 25 febbraio, Shalgham ha fatto una virulenta denuncia del governo libico, con analogie a Hitler. Shalgham ha ignorato i resoconti contrastanti di quanto stava accadendo a Bengasi, dipingendo invece l’ immagine di pacifiche dimostrazione di civili ingiustamente sottoposti ad un massacro (14). Shalgham non ha presentato alcuna prova a corredo delle sue accuse né gli venne chiesto di presentarle. Al contrario, è stato consolato dal Segretario Generale e dai membri del Consiglio di sicurezza, con alcuni di essi che lo confortavano.

Il giorno seguente, sabato 26 febbraio, si è tenuta presso il Consiglio di Sicurezza una riunione d’emergenza .Mentre il Consiglio di Sicurezza stava discutendo una risoluzione sulla Libia, Shalgham si dice abbia inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza per influenzare il voto dei suoi membri.

Un giornalista ha offerto quanto segue come il contenuto della lettera che Shalgham ha inviato al Consiglio di sicurezza (15):

“Con riferimento al Progetto di Risoluzione sulla Libia davanti Consiglio di sicurezza, ho l’onore di confermare che la delegazione libica presso le Nazioni Unite sostiene le misure proposte nel Progetto di Risoluzione per chiedere conto dei responsabili per gli attacchi armati contro i civili libici , attraverso anche [sic] la Corte Penale Internazionale. “

Secondo i giornalisti che erano in attesa al di fuori della riunione di sabato 26 febbraio, alcuni membri del Consiglio di Sicurezza hanno indicato che il loro scopo era quello di indurre maggiori defezioni di funzionari libici, includendo anche i ricorsi alla Corte penale internazionale (CPI) nella risoluzione del Consiglio di sicurezza . Questo significa usare la Corte Penale Internazionale come uno strumento politico piuttosto che come un mezzo per punire i crimini reali.

La Libia non è un membro del Trattato di creazione della Corte penale internazionale. Anche se la Carta delle Nazioni Unite prevede che il Consiglio di Sicurezza per la creazione di tribunali non ha disposizione per forzare una nazione non membro di una Organizzazione del Trattato di creazione di un tribunale ad essere soggetta alla sua giurisdizione, i membri del consiglio citano una clausola del trattato della Corte Penale Internazionale. Ma una disposizione del Trattato della CPI non può essere sostituita da qualche disposizione della Carta delle Nazioni Unite. Nessuna disposizione della Carta delle Nazioni Unite è stata citata a fornire l’autorità per i rinvii dei membri del Consiglio di Sicurezza che non sono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale.

Alla fine della giornata di sabato 26 febbraio, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970, imponendo sanzioni contro la Libia e indirizzando Gheddafi e molti altri verso la CPI. Nessuna prova di alcun illecito è stata presentata e nessun riferimento è stato fatto per eventuali indagini sulle accuse.

Quando l’ambasciatore francese Gérard Araud ha spiegato il perché del suo voto a favore per la risoluzione 1970, ha rinviato alla “commovente dichiarazione ” di Shalgham in occasione della riunione di Venerdì, dicendo (16):

“Ieri il Rappresentante Permanente della Libia (sic) ha fatto a questo Consiglio un commovente appello per l’assistenza. La Francia accoglie con favore il fatto che oggi il Consiglio ha, all’unanimità e con forza, risposto a tale appello “.

L’ambasciatore indiano, nello spiegare il suo voto a favore della risoluzione  1970 del Consiglio di Sicurezza,ha fatto sapere che lui non era propenso a sostenere il deferimento alla Corte penale internazionale, ma  ha risposto alla lettera inviata al Consiglio di Sicurezza da Shalgham che sollecitava il Consiglio a farlo. L’ambasciatore indiano ha dichiarato:

“Avremmo preferito un approccio graduale e calibrato. Tuttavia, notiamo che alcuni membri del Consiglio, compresi i nostri colleghi dell’ Africa e del Medio Oriente, credono che il deferimento alla Corte avrebbe l’effetto di una cessazione immediata delle violenze e il ripristino di calma e stabilità. La lettera del Rappresentante Permanente della Libia (sic) del 26 febbraio indirizzata a lei, Signora Presidente, ha sollecitato il rinvio e rafforzato questa visione. Siamo quindi andati di pari passi con il consenso del Consiglio. “

Analogamente spiega l’ambasciatore nigeriano:

“Abbiamo preso in considerazione la lettera datata oggi dal Rappresentante Permanente della Libia (sic) che sostiene le misure che abbiamo proposto”.

Anche l’ambasciatore brasiliano fa riferimento all’ appello dell’ambasciatore – disertore nello spiegare il suo voto per la Risoluzione 1970 del Consiglio:

“Nelle nostre discussioni di oggi, il Brasile ha tenuto debitamente conto delle opinioni espresse dalla Lega degli Stati arabi e dall’Unione africana, così come le richieste formulate dalla Rappresentanza permanente della Libia presso le Nazioni Unite.” (17)

Nel corso della riunione, Dabbashi ottenne la parola per parlare a nome della Libia.

Dabbashi ha denunciato Gheddafi e ha ringraziato i membri del Consiglio di Sicurezza per l’esaudimento della sua richiesta di misure severe contro la Libia e verso i membri del suo governo.

Il segretario generale, come ultimo oratore del Consiglio di Sicurezza, ha parlato di come ha accolto le sanzioni e di vedere queste come un mezzo per una nuova governance in Libia. Ha detto:

“Le sanzioni che il Consiglio ha imposto sono un passo necessario per accelerare la transizione verso un nuovo sistema di governance che disporrà del consenso e della partecipazione del popolo.”

Questa sequenza di eventi non può che essere visto come una violazione degli obblighi del Consiglio di Sicurezza ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. 

Le disposizioni delle regole usate dal Consiglio di sicurezza  per invitare un  ex funzionario del governo libico agli incontri del Consiglio erano previste per i i discorsi dei funzionari di rappresentanza del governo della Libia. Il funzionario che aveva rinunciato al proprio incarico di rappresentanza del governo libico ora era un ex funzionario del governo e come tale non aveva l’autorità di parlare per il governo della Libia,cosi come non disponeva di alcun altra autorità per comparire alle riunioni del Consiglio di Sicurezza come funzionario della Libia (18).

Le azioni di tali funzionari non sono state le azioni di un governo membro. E’ restato senza risposta sia il processo di come avevano defezionato e sia attraverso quali accordi con Stati Uniti e altri enti governativi occidentali  avevano acquisito la capacità di rimanere negli Stati Uniti e di partecipare alle procedure del Consiglio. Il Consiglio di Sicurezza stava fornendo sostegno e aiuto ai membri di un gruppo che tenta di effettuare un colpo di stato contro il governo della Libia. Tale azione è in contrasto con gli obblighi della Carta delle Nazioni Unite che richiede il non intervento negli affari interni dei paesi membri.

Il Consiglio di Sicurezza ha sostenuto questi disertori che agiscono per rovesciare il governo della Libia. Inoltre ha omesso di fare qualsiasi sforzo per avviare un’indagine indipendente di quanto stava accadendo in Libia. A parte il supporto parziale dei media occidentali o del Qatar (le relazioni di Aljazeera hanno rappresentato solamente il punto di vista dell’opposizione libica), il Consiglio di Sicurezza non ha cercato altre fonti di informazione. Al personale delle Nazioni Unite in Libia non è stato chiesto di indagare sulle accuse.

Nessun legittimo funzionario del governo libico fu invitato a partecipare ai lavori del Consiglio di Sicurezza. Quando il governo libico ha cercato di nominare legittimi funzionari del governo per sostituire la delegazione disertore, il governo americano non avrebbe approvato le richieste di visto per i delegati in sostituzione, in violazione degli obblighi da Paese ospitante degli Stati Uniti. In questo modo, gli Stati Uniti hanno impedito al governo libico di essere in grado di presentare la propria tesi davanti al Consiglio di Sicurezza.

Dal 3 marzo 2011, il portavoce del Segretario Generale ha riconosciuto che il Segretario Generale ha ricevuto comunicazione da parte del governo libico di ritirare le credenziali di Dabbashi eShalgham. (19) Eppure, per un periodo di tempo, essi avevano continuato a parlare con i giornalisti e le loro dichiarazioni alla stampa  sono state trattate come dichiarazioni ufficiali del governo libico disponibili presso il sito web del Consiglio di Sicurezza.

Alla fine,  il permesso ai due diplomatici è stato convertito da pass diplomatico a pass di cortesia concesso a discrezione della segreteria in modo da poter continuare ad avere accesso alle Nazioni Unite, ma su una base più ristretta rispetto alle accesso di un funzionario diplomatico.

Quando alcuni giornalisti hanno messo in discussione i motivi per cui questi ormai ex diplomatici hanno continuato ad avere accesso alle procedure  ufficiali delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, quali la richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza, il portavoce del segretario generale ha detto che colui che ha presentato le credenziali al Segretario Generale era il rappresentante di una nazione (20):

In disaccordo con la risposta del portavoce, un giornalista ha sottolineato che la “Richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza è normalmente richiesta da parte degli Stati membri, non dagli ambasciatori. Quest’ultimi chiedono per un incontro del Consiglio sulla base di una lettera del ministero degli Esteri e, in questo caso, probabilmente non vi è nessuna lettera proveniente dal Ministero degli Esteri della Libia. Quindi su quale base giuridica è avvenuta la riunione del Consiglio di Sicurezza? “ha chiesto il giornalista.

Invece di riconoscere la correttezza della spiegazione, ovvero che  sono  i paesi membri che sono rappresentati nel Consiglio di sicurezza e non un ambasciatore (addirittura in questo caso un ex ambasciatore)  a poter richiedere una riunione, il portavoce del Segretario generale ha risposto: “Penso che sai cosa sto per dire … chiedi al Consiglio di Sicurezza. Domanda successiva. “

Parte IV - 

Mentre i diplomatici libici che avevano annunciato la propria defezione sono stati sostenuti e protetti per avere un accesso costante ai servizi delle Nazioni Unite, l’opposto è avvenuto per il governo libico.

Un buon esempio di tale divergenza dagli obblighi del protocollo è dimostrato da due documenti. Il primo è la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1970 (S/RES/1970 (2011).

Il documento afferma nella sua dichiarazione di apertura (21):

“Prendendo atto della lettera al Presidente del Consiglio di Sicurezza dal rappresentante Permanente della Libia del 26febbraio 2011.” (S/Res/1970 (2011), p. 1)

Il problema di riconoscere questa lettera nel corpo della risoluzione 1970 è che il 25 febbraio, l’ex ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha informato il Consiglio di Sicurezza che aveva defezionato.

Dal 26 febbraio non ha più rappresentato il governo libico. Di conseguenza non vi era alcuna base per il Consiglio di Sicurezza di fare riferimento ad una sua lettera , come una lettera del Rappresentante Permanente della Giamahiria araba libica

Il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto trovare il modo di avere notizie da un membro del governo della Libia, piuttosto che la sostituzione di un ambasciatore disertore e la sua delegazione per la delegazione ufficiale della Libia.

Nonostante gli innumerevoli sforzi del governo della Libia di nominare un nuovo ambasciatore per sostituire l’ambasciatore disertore e i membri del suo staff che avevano defezionato, né l’Onu né gli Stati Uniti, il paese che ospita le Nazioni Unite, hanno agito in accordo con i loro obblighi per rendere questo possibile.

Una lettera del governo libico del 17 marzo è stato inviata al Presidente del Consiglio di Sicurezza. Sembra che questa lettera non sia stato resa un documento ufficiale del Consiglio di Sicurezza. Ma questa lettera forniva la spiegazione del governo libico su quanto stava accadendo. Ai sensi dell’articolo 32 della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha l’obbligo di ascoltare i paesi membri. La parte più importante dell’ articolo 32 afferma:.”Ogni membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza … qualora sia parte in una controversia in esame avanti al Consiglio di Sicurezza, sarà invitato a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione relativa alla controversia. . “(22)

Questo si verifica anche anche per uno stato che non sia Membro delle Nazioni Unite.

Il quadro che il governo libico ha presentato nella comunicazione al Consiglio di Sicurezza è quella in cui c’è un confronto tra ribelli armati e Autorità dello Stato (23).

Questa è una descrizione diversa della situazione che qualsiasi altro dei membri del Consiglio di Sicurezza ha pubblicamente considerato il 26 febbraio quando il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970 o il 17 marzo quando passò la risoluzione 1973 (24).

Nella lettera del 17 marzo, la Libia spiega che ciò che sta accadendo è un confronto tra gruppi terroristici e le autorità dello Stato. Essa cita la Legge Libica n. 38 del 1974, articolo 1, quale base per le forze armate della Libia a “mantenere la sicurezza, se la sicurezza generale della ‘Repubblica’ o parte di essa lo richiede.” La lettera spiega che “i campi militari libici che sono stati attaccati non hanno intrapreso alcuna azione violenta contro gli aggressori armati fino a che questi ultimi non hanno brandito le loro armi. “Questo è conforme al diritto libico, rileva la nota.

La lettera spiega che “L’articolo 2 della stessa legge prevede che l’ ordine di far fuoco può essere dato nelle seguenti circostanze:

“(A) Se un qualsiasi membro delle forze viene attaccato.

(B) Se i ribelli si rifiutano di ristabilire l’ordine, dopo essere stati avvisati e avere avuto la possibilità di farlo.

(C) Se i ribelli effettuare un attacco armato contro persone o proprietà “.

La lettera del governo libico descrive come il governo stia adempiendo al suo compito di proteggere i  residenti libici e i cittadini attraverso il confronto con i ribelli armati.

La lettera dice anche che la risoluzione 1970 e la bozza della risoluzione 1973, la risoluzione presa in considerazione per l’adozione il 17 marzo, e successivamente adottata, “supera il mandato” del Consiglio di Sicurezza.poichè, sempre secondo tale lettera,  “quello in questione non è un conflitto tra due Stati, come previsto dall’articolo 24 della Carta delle Nazioni Unite.” Il Consiglio non ha quindi alcun potere in questi casi per adottare risoluzioni. La Carta, spiega la lettera, “prevede che gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato”.

Il Consiglio di Sicurezza non ha fatto menzione della lettera quando ha approvato la Risoluzione1973, la sera del 17 marzo. Solo un articolo di AP ha menzionato il fatto che ci fosse una lettera e alcuni dei suoi contenuti (25).

Dopo l’ incontro del 17 marzo  del Consiglio di sicurezza gli USA e gli altri della NATO cominciarono a bombardare la Libia.

Una lettera datata 19 marzo del governo libico è stata posta tra i documenti del Consiglio di Sicurezza. Nella lettera il ministro degli Esteri si riferisce alle precedenti lettere che egli ha inviato al Consiglio di sicurezza che non si trovano nei registri del Consiglio. Nella lettera del 19 marzo, egli scrive (26):

“Nella mia precedente lettera indirizzata a voi, ho sottolineato che una cospirazione esterna si sta indirizzando contro la Jamahiriya e la sua unità e integrità territoriale. Ho fatto notare che il Consiglio di Sicurezza era stato elaborato in attuazione della presente cospirazione per l’ adozione della risoluzione 1970 (2011) e 1973 (2011) sotto le quali è stato imposto un divieto su tutti gli aerei nello spazio aereo della Grande Giamahiria Araba Libica. Con questa decisione, ” ha spiegato la lettera :” il Consiglio di sicurezza ha spianato la strada per l’aggressione militare contro il territorio libico. La Francia e gli Stati Uniti hanno bombardato diversi siti civili, violando tutte le norme e gli strumenti internazionali, in particolare la Carta delle Nazioni Unite,che prevede il non-intervento negli affari degli stati membri “.

La Libia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di tenere una riunione di emergenza “per fermare questa aggressione, il cui scopo non è quello di proteggere i civili, come preteso, ma piuttosto di colpire siti civili, strutture economiche e siti appartenenti all’ Armed Peoples on Duty. “Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha discusso questa richiesta in una riunione di lunedi 21 marzo e ha deciso di non accogliere la richiesta del governo libico.

A partire dal 21 febbraio il governo libico è stato privato della possibilità di avere un rappresentante alle Nazioni Unite. Nel mese di marzo, quando il governo libico ha cercato di nominare un altro ambasciatore, il governo statunitense non ha concesso il visto (27).

Al contrario gli ex diplomatici continuano ad avere accesso alle Nazioni Unite e usano la loro presenza  per attaccare il governo legittimo della Libia.

Un insolito articolo pubblicato da Al Ahram presenta una considerazione di alcuni degli abusi delle procedure del Consiglio di Sicurezza che si sono verificati nel passaggio delle risoluzioni 1970 e il 1973 contro la Libia. L’articolo è stato scritto da Curtis Doebbler, avvocato americano per i diritti umani. Doebbler scrive (28):

“L’Occidente ha concentrato la sua macchina propagandistica alle Nazioni Unite ad oltranza. E non era mera campagna di propaganda ordinaria, ma una vera e propria orchestrazione della storia per i libri. In primo luogo, i diplomatici libici furono persuasi e minacciati di dimettersi dalle loro posizioni e gli venne  promesso che se avessero sostenuto l’ opposizione sarebbero stati “presi in cura” . ‘Ciò ha portato non solo le dimissioni dei diplomatici libici presso le Nazioni Unite , ma così facendo e mantenendo una sorta di status diplomatico ,questo ha permesso loro di sostenere  ribelli armati che stavano sfidando il governo della Libia per il controllo del loro paese. . “

Doebbler continua:

“Ciò è stato realizzato mediante le azioni illegittime  del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, che ha emesso pass speciali per gli ex diplomatici libici dopo che il loro governo aveva ritirato le credenziali. Bypassando il Comitato Credenziali dell’Assemblea Generale delle UN, e il ben consolidato  protocollo, il segretario generale dell’Onu per la prima volta nella storia dell’ organismo ha personalmente favorito una parte in quella che era ormai una guerra civile “.

Tra i membri del Consiglio di sicurezza ci sono state una serie di denunce riguardo al fatto che la risoluzione che hanno avallato (1973) non autorizzava il tipo di bombardamento NATO della Libia a sostegno dei ribelli che è stato effettuato.  A causa del potere di veto degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito, il Consiglio di Sicurezza sembra non avere alcun mezzo di supervisione sulla NATO per fermare quello che credono essere un abuso dei processi del Consiglio.

Nel contesto della sequenza di eventi che hanno avuto luogo presso il Consiglio di Sicurezza nel mese di febbraio e marzo, la domanda posta durante la conferenza stampa nel mese di aprile, “…dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli? ” riguardua un importante cambiamento. Il precedente stabilito dal Consiglio di Sicurezza a sostegno di un’ insurrezione armata contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite è un precedente importante e pericoloso. E ‘una questione importante che deve essere seriamente esaminata (29).

Ronda Hauben

 LINK: The Role of the UN Security Council in Unleashing an Illegal War againstLibya

DI: CoriInTempesta

NOTE

1) I.K. Cush of Global Breaking News, Press Conference for the Colombian Presidency, April 4, 2011http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/04/press-conference-nestor-osorio-colombia-president-of-the-security-council.html

2) “French plans to topple Gaddafi on track since last November” by Franco Bechis
http://www.voltairenet.org/article169069.html

3) See the account in Libero of Nouri al Mesmari’s defection and connections with foreign intelligence forces.
http://iamaghanaian.com/index.php?do=/news/reports-suggest-french-intelligence-encouraged-anti-gaddafi-protests/
and http://forum.prisonplanet.com/index.php?topic=204415.0;wap2

4) “‘Airstrikes in Libya did not take place’ – Russian military,” News, Russia Today (RT) Moscow, March 1, 2011. RT report was made by journalist Irina Galushko.
http://www.youtube.com/watch?v=iytgO0tscSI

Radio Netherlands, “HRW: No Mercenaries in eastern Libya”, March 2, 2011
http://margotbworldnews.com/WordPress/wp-content/Mar/Mar5/NoMercenariesnE.Libya.html

5) Ibrahim Dabbashi, Letter to Security Council dated February 21, 2011, S/2011/102, February 22, 2011
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=JOURNAL%20NO.2011/42&Lang=E

6) Provisional Rules of Procedure of the Security Council refers to Article 35 of the Charter referring to ‘nations that are Members of the UN’ or ‘nations that are not Members of the UN’. Nowhere does it provide for defecting officials to request a meeting of the Security Council.

7) Closed meeting Security Council, no notes but the occurrence of the meeting is noted as 6486th meeting (closed) Peace and security in Africa Feb. 22, 2011
http://www.un.org/Docs/journal/En/20110223e.pdf

8 ) Video by Nizar Abboud of UN Ambassador of Libya, Shalgam, Feb. 22, 2011
http://www.youtube.com/user/NizarAbboud#p/search/0/fKhMUSHwtrA
English responses begin at approx. 1:53.

9) B. Lynn Pascoe, “Informal comments to the media by B. Lynn Pascoe, Under-Secretary-General for Political Affairs, on the situation in Libya,” Feb. 22, 2011
http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/02/b-lynn-pascoe-on-the-situation-in-libya.htm

10) “UN Security Council Discusses Libya Crisis”. Reuters, Feb. 22, 2011
http://uk.reuters.com/article/2011/02/22/us-libya-un-council-idUKTRE71L4T920110222

11) See note 4 above.

12) Provisional Rules of Procedure Security Council Rule 37
http://www.un.org/Docs/sc/scrules.htm

13) Manual of Protocol, United Nations Protocol and Liaison Service
http://www.un.int/protocol/10_12.html

14) Abdel Rahman Shalgham at the Security Council 6490th meeting, Feb 25, 2011, United Nations S/PV.6490
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6490&Lang=E

15) Letter Shalgham sent to Security Council as quoted on Inner City Press blog
http://www.innercitypress.com/banros1libya022611.html

16) Gérard Araud at the Security Council, 6490th meeting, Feb 26, 2011, United Nations S/PV.6491
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6491&Lang=E.
See this transcript for other statements at that meeting quoted in the text.

17) The reference to the African Union was mistaken. The African Union called for dialogue and was opposed to the sanctions and referral to the ICC before the Security Council took its votes on Resolutions 1970 and 1973. See for example, Ruhakana Rugunda, “African Union Statement on the NATO Invasion of Libya: It’s Time to End the Bombing and Find a Political Solution in Libya”
http://www.counterpunch.org/rugunda06222011.html

18) See for example International Labour Conference, 5C, Provisional Record, 100th Session, Geneva, June 2011, Reports on credentials, Second report of the Credentials Committee, Representation of Libyan Arab Jamahiriya
http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@ed_norm/@relconf/documents/meetingdocument/wcms_156839.pdf

19) March 3, 2011, Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110303.doc.htm

20) Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General, February 22, 2011
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110222.doc.htm

21) Security Council Resolution 1970
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/RES/1970%20(2011)&Lang=E

22) United Nations Charter Article 32 can be found in Chapter 5 at
http://www.un.org/en/documents/charter/chapter5.shtml

23) Letter sent to Security Council dated 17 March 2011 from Secretary of the General People’s Committee of Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya to President of the Security Council. (English translation of document previously circulated in Arabic).

24) Ronda Hauben, “UN Security Council March 17 Meeting to Authorize Bombing of Libya all Smoke and Mirrors”, March 30, 2011
http://blogs.taz.de/netizenblog/2011/03/

25) Edith Lederer, “UN Rejects Emergency Meeting Sought by Libya,” AP, March 22, 2011
http://newsinfo.inquirer.net/1264/un-rejects-emergency-meeting-sought-by-libya

26) Letter dated 19 March 2011 from the Secretary of the General People’s Committee for Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya addressed to the President of the Security Council, S/2011/161
http://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/270/02/pdf/N1127002.pdf

27) Turtle Bay blog “TurtleLeaks: No visa, no entry! How the U.S. bars diplos from the U.N.”
http://turtlebay.foreignpolicy.com/posts/2011/05/04/turtleleaks_no_visa_no_entry_how_the_us_bars_diplos_from_the_un

28) Curtis Doebbler ,“Libya: Who wins?”, Al Ahram, 7 – 13 April 2011, Issue No. 1042
http://weekly.ahram.org.eg/2011/1042/op7.htm

29) According to General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State,
when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm
See General Assembly Resolution396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative
of a Member State  , when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See, General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm

 

Armi alla Libia, confermato lo scoop di Globalist

Il governo mette il segreto di Stato alla magistratura che indaga sulla scomparsa di un carico di armi dalla Sardegna.

L’inchiesta della magistratura sarda sul mistero dei missili e delle armi scomparse dalla Maddalena su cui il governo ha apposto il segreto di Stato, rappresenta la conferma dello scoop di Globalist sulle spedizioni di materiale bellico che il governo italiano ha fatto ai ribelli libici fin da inizio marzo. Infatti la scomparsa di quel materiale riguarda proprio la Libia e non altro.

Oggi siamo in grado di rivelare il retroscena politico che ha portato a questa operazione: nell’ultima parte del mese di febbraio, quando la posizione del governo Berlusconi (in questo appoggiato dalla Lega) di continuare ad appoggiare Gheddafi era diventata insostenibile, il ministro Frattini e il sottosegretario Gianni Letta, sono riusciti a organizzare una operazione congiunta con l’ambasciatore libico a Roma, il potentissimo Abdulhafed Gaddur, che nel frattempo aveva annunciato di aver abbandonato Gheddafi per schierarsi con gli insorti.

Gaddur si è fatto garante di un accordo con Mustafa Abdel Jalil, ex ministro della giustizia di Gheddafi diventato presidente del Consiglio Nazionale di Transizione libico.

Il “prezzo” da pagare per dimostrare il vero cambio di campo da parte del governo Berlusconi erano diversi aiuti. Tra cui una sostanziosa fornitura di armi di cui gli insorti avevano grandi necessità.

Nel “pacchetto” ci sarebbero state anche garanzie personali ed economiche a favore di alcuni alti papaveri degli insorti. Ma di questo, semmai, se ne parlerà un’altra volta.

Fatto sta che a inizio marzo un primo carico di armi è arivato a Bengasi con la nave Libra della Marina Militare. Ma le consegne sono state diverse. Su una di queste è stata aperta l’inchiesta della magistratura che ha consentito di confermare quello che già era stato scritto.

di Ennio Remondino

Lo “Scoop” a scoppio ritardato. La solita scoperta che l’acqua calda brucia e l’effetto diventa titolo sui giornali dell’ovvio. Gli “aiuti” italiani ai ribelli libici di Bengasi, nuovi amici da conquistare agli interessi nazionali e petroliferi italiani, erano anche armi.

Soprattutto armi. Dovevamo mandare forse latte liofilizzato e pannolini per neonati? Neanche le imbarazzanti piroette politico-dialettiche del ministro degli esteri Franco Frattini erano arrivate a tanto. Prima la difesa fuori tempo massimo di Gheddafi, poi la rincorsa a cancellare le tracce delle imbarazzanti ruffianate e mettere a frutto, con i probabili futuri nuovi padroni della Libia, il nostro capitale di rapporti interni, certamente privilegiato. Vuoi sul fronte diplomatico, vuoi imprenditoriale, vuoi di “intelligence”, che poi traduci in spie. Per non lasciare campo a francesi ed inglesi, che la democrazia in Libia la pesano a barili di petrolio.

Quando il Segreto è legittimo? Né potevamo pretendere che lo stesso ex magistrato Frattini venisse a raccontarci che, per fornire quelle armi sottobanco a dei “ribelli”, si doveva “forzare” qualche legge. Quelle che valgono per i comuni mortali. Salvo eccezioni, nell’interesse dello Stato, da tutelare appunto col “Segreto di Stato”.Globalist aveva lanciato il sasso, volutamente ignorato da alcune agenzie di stampa nostrane su “consiglio” della Farnesina. Armi che ufficialmente non esistevano in Italia e che quindi potevano tranquillamente viaggiare e cambiare destinatario e utilizzo. Noi sapevamo, con dettagli, del vecchio arsenale ex Gladio uscito da Capo Marrargiu e sbarcato a Bengasi. Oggi, grazie all’intervento di una Procura della Repubblica, veniamo a sapere di un’altra spedizione della stessa partita. Altro materiale non inventariato, quindi “inesistente” e spendibile.

Due spedizioni e il resto. Sempre dalla Sardegna, questa volta i sotterranei dell’ex base navale Usa della Maddalena. Merce militarmente più pregiata per i “consumatori finali”, come direbbe Ghedini. Armamento ex URSS finito nelle guerre balcaniche e sequestrato dalla Nato nel 1994. Un cargo fermato al largo di Otranto mentre navigava verso la Croazia.

L’armamento, un bel po’ di arnesi destinati alla “reconquista” delle krajne serbe, finisce in “custodia” dentro un magazzino delle forze armate italiane. Non inventariato ufficialmente, esattamente come le armi più obsolete e di marca occidentale dei vecchi “Nasco” della Stay Behind italiana. Il meglio per i combattenti libici che il servizio militare lo hanno fatto usando gli AK-47, gli ormai inflazionati Kalashnikov, e non certo le bifilari Beretta ormai adottate come arma di ordinanza persino dagli ex Cow Boy della Colt.

Segreto buono, segreto sporco. Due spedizioni clandestine d’armi verso la Libia, quelle svelate sino ad oggi. Una non nega l’altra ma, anzi, la conferma. Con due dettagli da sottolineare. Il primo riguarda il modello informativo italiano: non quello di Aisi o Aise, ma quello dei giornali. Certe notizie, se non obbligate da evidenze ufficiali, non trovano l’attenzione e l’impegno di verifica per la diffusione “alta”.

Salvo chiedere alla Farnesina se è vero che Frattini ha detto una bugia e gli “aiuti umanitari italiani” ai ribelli libici prevedevano qualcosa in più di alimenti e medicinali. Come chiedere a Riina se esiste la mafia. Due: la stessa magistratura ordinaria insegue oggi le armi ex balcaniche per un eventuale trasporto occulto su navi “civili”, con rischio per i passeggeri. Più o meno come valutare la punizione per guida senza patente all’autore di una strage.

“Deviato” sarà Lei! Per essere seri e realisti occorre innanzitutto prendere atto che esiste il “Segreto di Stato” garantito ad operazioni di intelligence legate alla sicurezza: attive, passive, preventive. Poi uno può porsi il problema se quelle operazioni erano realmente nell’interesse della Stato, se l’input era istituzionale, corretto, preveggente o sbagliato. Responsabilità politiche, insomma. Sempre.

Dove, a grattare sino in fondo, rischi di scoprire che una intera generazione di giornalismo pistaiolo, a caccia dei rami “deviati dei Servizi”, ha sbagliato semplicemente albero. Sempre e soltanto quello dell’indirizzo politico, salvo non lievi intromissioni di “suggeritori politici” ufficialmente non autorizzati. Ufficialmente, ripeto, e non certo per fare un favore ai “Fratelli” delle varie “P” diversamente numerate che lo Stato avevano infiltrato. Semplice presa d’atto, analisi senza moralismi di una realtà planetaria diffusa. La politica, sempre, soltanto e soprattutto. Se poi la politica non è mirata all’interesse collettivo ma di una parte, non è colpa né del cronista né dello “spedizioniere” di armi verso la Libia.

FONTE: Globalist.ch

La Libia in foto: quello che i media mainstream non ti dicono

Caccia Mirage,  caccia F16 , bombardieri B-2 Stealth, 15.000 sortite d’aria della NATO. il bombardamento di migliaia di obiettivi civili …

La NATO si dice sia venuta in soccorso del popolo libico. Questo è ciò che viene detto.

I giornalisti occidentali hanno deliberatamente distorto ciò che sta accadendo in Libia. Hanno sostenuto la NATO come uno strumento di pace e di democratizzazione.

Hanno approvato una guerra illegale e criminale.

Essi sono strumenti della propaganda USA-NATO.

Il resoconto di Mahdi Darius Nazemroaya per Global Research da Tripoli smentisce il consenso dei media che sostengono il mandato umanitario della NATO. Egli ci fornisce una revisione delle manifestazioni di massa contro la NATO  includendo anche ampia documentazione fotografica.

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Michel Chossudovsky, Global Research, 15 Luglio 2011

TRIPOLI. 15 luglio 2011.

Venerdì 1 luglio 2011, come molti altri venerdì, ha fatto registrare manifestazioni enormi nella Green Square di Tripoli.

E ‘ molto difficile ottenere un numero preciso delle persone che hanno partecipato a questi raduni. Si stima che le persone che hanno preso parte alla manifestazione del 1 luglio in Green Square siano circa un milione.

Le manifestazioni hanno avuto luogo quasi ogni settimana a Tripoli e in altre città libiche, compresa Sabha l’8 luglio 2011.

L’opinione pubblica occidentale è stata disinformata. La gente in Europa e nel Nord America non è neanche a conoscenza del fatto che queste manifestazioni di massa abbiano avuto luogo.

Le manifestazioni esprimono la ferma opposizione del popolo libico verso l’ intervento “umanitario” della NATO (“in nome del popolo libico”).

La grande maggioranza della popolazione si oppone al Consiglio di transizione basato a Bengasi.

Le manifestazioni  inoltre rivelano un sostegno popolare per il Colonnello Gheddafi in contrasto con le usuali descrizioni stereotipate dei media occidentali.

I media mainstream  hanno casualmente respinto il significato di questi incontri pubblici diretti contro l’intervento della NATO o non li hanno neanche riferiti.

Questi incontri continuano fino a tarda notte.

Di seguito sono riportate le immagini dei libici che convergono su Green Square il 1 ° luglio 2011.

Queste immagini mostrano inoltre che i media mainstream erano presente e consapevoli di questi manifestazioni.

Allora, cosa  impedisce loro di segnalare la verità?

Perché alcuni di questi giornalisti sostengono che solo poche migliaia di persone hanno partecipato?

E ‘importante notare che le foto sono state scattate all’inizio della manifestazione.

1. Giornalisti occidentali si posizionano sui tetti

Le persone si spostano verso Green Square

I bambini libici: le vittime dei bombardamenti NATO

Fotografie: Copyright. Mahdi Darius Nazemoroaya, Global Research 2011

Mahdi Darius Nazemroaya è un ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). ne (CRG).

Goldman Sachs, Tripolirip

Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte :Il Manifesto (Italia) 

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

 

 

 

Nato/al Quaeda: l’ alleanza reazionaria contro le rivoluzioni arabe

 

Articolo inviato al blog
di Salvatore Santoru

Introduzione

Gennaio 2011: nel mondo arabo inizia quell’evento rivoluzionario che la stampa occidentale chiamerà “primavera araba”, popoli che si ribellano alle dittature chiedendo libertà e partecipazione politica, due elementi troppo spesso assenti nella storia recente (e non solo) del mondo arabo (o almeno di una certa parte di questo variegato mondo ). Il 14 gennaio in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali, a seguito delle proteste popolari contro il carovita (e non solo), fugge e così termina, in anticipo, il suo mandato presidenziale, l’11 febbraio tocca a Hosni Mubarak , in Egitto, dimettersi dopo 18 giorni di manifestazioni e rivolte del popolo, rivolte che vedono il proprio epicentro, nella capitale Cairo, in piazza Tahir. Le rivolte contagiano un pò tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, dal Marocco sino al Bahrein e all’Arabia Saudita.

NATO e network islamista si incontrano

A questo punto della situazione entra in gioco la NATO o meglio gli interessi delle potenze occidentali più forti: l’obbiettivo è quello di approfittare della situazione che si è creata, della caduta dei vecchi regimi per condizionare le fasi di transizioni e instaurare un nuovo regime, che in fin dei conti deve essere una continuazione, se non qualcosa di peggio,del  vecchio. Per fare ciò , si giunge a un’alleanza (in apparenza)paradossale:le forze della NATO e l’integralismo/fondamentalismo islamico. Entrambi hanno interessi comuni:spodestare i vecchi regimi più o meno “laici”(alcuni solo in apparenza,vedasi l’Egitto “colluso” con l’integralismo religioso)e instaurarne di nuovi, autoritari e se possibile tendenti all’islamismo radicale, magari basati sulla Sharia (legge islamica),cosa che farebbe molto piacere al network ultraislamista, e disponibili, se possibile, a “collaborare” e a rendere vita facile alle compagnie petrolifere occidentali, cosa che farebbe molto piacere alle forze della NATO (il cui presunto interesse per le democrazie e i diritti umani serve solo per convincere ,dopo un accurato lavaggio, il cervello dell’occidentale medio in modo che accetti le guerre “umanitarie” e il saccheggio coloniale). Questa “strana” alleanza la si può vedere operare in Libia,ma anche in Egitto,e pure in Siria.

Egitto,da Mubarak all’asse militari/Fratelli Musulmani

Caduto il vecchio tiranno che governava il paese da ben trent’anni, l’Egitto si avvia a una nuova fase. Sembra in un primo momento che la situazione stia volgendo a favore del popolo e delle sue aspirazioni,che hanno scatenato la rivoluzione. Ma non è così. Viene istituito un governo di transizione, provvisorio, guidato dai militari,che da sempre sono vicini a Washington, con la “benedizione spirituale” dei Fratelli Musulmani,più vecchie personalità del regime. Inizialmente il nuovo governo rispetta e soddisfa alcune aspirazioni della gente,ma più si va avanti,più ci si rende conto che il nuovo regime non è altro che una continuazione del vecchio, giusto si dà qualche ritocco qua e là che serve per darsi una qualche credibilità davanti alle masse. Repressioni poliziesche, scontri e persecuzioni intereligiosi (come nei confronti dei copti)sono di nuovo all’ordine del giorno,proprio come nella precedente dittatura. I movimenti giovanili,sociali e le forze che hanno dato man forte alle rivolte, vengono messi da parte,e al loro posto si preferiscono i Fratelli Musulmani,che se da altre parti del Medio Oriente , vengono considerati vicini a ideologie integraliste e pure fondamentaliste,ora vengono presentati come portatori di “libertà e democrazia” .Certo,con la Sharia. Fratelli Musulamani ed esercito fanno parte del cosiddetto “blocco reazionario” che fa gli interessi dell’alta borghesia nazionale (i compradores) e fa comodo ai progetti dell’asse USA-Israele nell’area. In poche parole , si è cambiato tutto per non cambiare niente,o meglio NATO e integralisti hanno fatto in modo che finisse così.

Guerra in Libia e questione siriana

La Libia, come tutti gli altri paesi della regione, è stata contagiata dalla “primavera araba”. Tuttavia, mentre avvenivano manifestazioni pacifiche per chiedere maggiori libertà e diritti, l’asse NATO/AL Quaeda ne ha approfittato per innescare una strana rivolta armata(con salafiti, nostalgici di Re Idris I, sostenitori delle multinazionali petrolifere,celebre lo slogan “Oil for the west” ecc) tendente a rovesciare Gheddafi. Quando il colpo di stato è fallito, allora si è ricorsi alle bombe “intelligenti” e al massacro di civili (“danni collaterali”) per tentare di arrivare all’obiettivo da sempre perseguito da potenze occidentali e fondamentalisti: eliminare il colonnello, considerato dagli uni come troppo pericoloso per gli interessi dell’elitè occidentale, dagli altri come troppo laico e “traditore” del presunto spirito “puro” dell’Islam (che salafiti, quaedisti e company dicono di seguire), più la garanzia del petrolio nelle mani delle varie BP e Total, i beni del leader libico(e non solo sui) nelle mani dell’alta finanza imperiale, la privatizzazione di beni, sevizi e così via del paese (a partire dalle banche)e se possibile l’eliminazione di un’ ostacolo all’AFRICOM,ossia alla (ri)colonizzazione dell’Africa da parte delle potenze (ex)coloniali.Per l’eliminazione o per la completa “sconfitta morale” di Gheddafi, ci penserà il TPI, come già avvenuto per Milosevic. Inoltre,come nell’ex Jugoslavia, la NATO ha giocato nella divisione del paese:cosi ora la Libia è divisa tra la Tripolitania, rimasta “fedele” al governo centrale, e la Cireneica, “fedele” al Consiglio di Transizione libico, governo “provvisorio” creato e composto da ex funzionari del governo di Gheddafi (tra cui vari responsabili di violazioni di diritti umani)elementi riconducibili alla galassia islamista radicale,dal Gruppo Combattente Islamico libico, collegato con frange di Al Quaeda, elementi filo-monarchici ecc.

Grazie a questa divisione, AFRICOM può cantare vittoria,disponendo della Cirenaica e avendo ora la strada tutta in discesa per la conquista totale (o almeno di una gran parte) dell’Africa. La guerra,presentata all’opinione pubblica come animata dalla “responsabilità di proteggere” i civili “dalla violenza del tiranno”,e dipinta come una missione di pace lampo,prosegue da più di tre mesi,e sta causando oltre a ingenti perdite finanziarie per i “volenterosi della Coalizione”(l’Italia spende più di 1 miliardo di euro,700 per le operazioni sul campo,e 400 per finanziare i “ribelli”)perdite umane(all’incirca sino ad ora sembra siano 700 le vittime delle neocolonialismo “alleato”). C’è il rischio di un prolungamento a tempo indeterminato, così come avvene e avviene in Iraq e Afghanistan,c’è il rischio di un “nuovo Vietnam”,guerra in cui se da un lato gli USA persero militarmente,dall’altro il complesso militare-industriale e altre lobby vinsero grazie alla destabilizzazione del paese,e ai danni provocati ad esso,e sopratutto al suo popolo(i vietnamiti).Intanto la NATO ,dopo la Libia,sta puntando anche verso la Siria.In Siria,come in tutte le altre regioni mediorientali, è arrivato il vento di cambiamento innescato dalle rivoluzioni di Tunisia e Egitto:infatti movimenti,singoli cittadini ogni giorno invocano libertà e partecipazione, negati dal regime guidato dalla famiglia Assad. Anche,in questa situazione, naturalmente la NATO e i vari gruppi islamisti radicali(c’è da ricordare anche che la famiglia Assad è aluita,mentre la maggioranza della popolazione è sunnita)vogliono metterci gli artigli,ed infatti abbiamo notizia di anomali gruppi armati infiltrati tra i manifestanti o singoli che tentano di rovesciare il regime con violenza ,e si discostano dallo spirito delle rivolte .L’obbiettivo delle potenze delle NATO,in particolare della Francia(cui la Siria è un’ex colonia)è quello di destabilizzare il regime,se possibile con gruppi paramilitari islamisti,o se ciò dovesse fallire,tramite Israele condurre una nuova guerra.In questi ultimi giorni,pare che si sta arrivando a trattative tra Assad e certi leader oppositori,e pare che gli USA e le altre potenze della NATO stiano mollando la presa e tollerando lo stesso Assad, in cambio di maggiori aperture verso Israele e la presa di distanza dall’Iran e da Hezbollah(i rapporti Siria-USA sono molte volte ambigui:essa è un cosiddetto stato canaglia per l’elitè politico/militare a stelle e strisce, ma allo stesso tempo si sono cercate e si cercano collaborazioni con esso,sopratutto durante l’amministrazione Bush).Comunque le uniche vittime di questa situazione(come sempre),nel caso si arrivasse a una guerra contro la Siria,o nel caso si arrivasse ad accordi Siria-NATO,con apertura della prima verso Israele, sono il popolo siriano e il popolo palestinese,popoli che come spesso succedde,devono subire le aggressioni imperialiste e la corruzione di governi dediti più ai propri interessi che a quelli della gente.

Controrivoluzione permanente

L’alleanza NATO/AL Quaeda ha innescato per contrastare le masse arabe in rivolta,una “controrivoluzione permanente”.Questa strategia consiste nell’armare e finanziare i governi più reazionari in modo da eliminare ogni possibile “pericolo” di democrazia e libertà,che metterebbe a rischio gli interessi economici,strategici e geopolitici delle grandi potenze occidentali:ciò avviene nel Quatar,negli Emirati Arabi Uniti,in Bahrein,in Marocco,in Arabia Saudita,più o meno in Yemen,e altri paesi)e nel manovrare o infiltrare le rivolte nei paesi,che dittature o meno,possono essere da ostacolo al processo integralcolonialista,in modo tale che ,nel caso di guerre civili o di guerre con la G maiuscola,la controrivoluzione avanzi e permanga sino a quando verrà inaugurata la nuova fase(cambiamento di regime):ciò sta accadendo in Libia,e c’è il rischio che avvenga in Siria e in altri paesi.L’operare insieme per attuare controrivoluzioni permanenti non è nuovo nè alla NATO, agli USA e alle altre potenze,nè ad Al Quada:pensiamo alla guerra in Afghanistan,quando dopo l’invasione “social”imperialista dell’URSS gli USA armarono (crearono?)il fenomeno del terrorismo islamista,che usarono per sconfiggere i sovietici,ma anche per distruggere le aspirazioni di libertà del popolo afghano,dei partigiani afghani,di coloro i quali combattevano contro l’invasore russo(che a parole si dichiarava socialista,ma nei fatti tendeva all’imperialismo più o meno capitalista)e venivano a loro volta infiltrati e manovrati dagli integralisti islamici per volere statunitense .Questa pesante ingerenza imperialista degli USA,e la creazione di network islamisti estremisti,porterà alla destabilizzazione permanente dell’Afghanistan,dato in pasto ai signori della droga,e a altri criminali,poi in parte messi fuori gioco dal regime talebano,basato su un duro autoritarismo e spirito reazionario, nonchè sulla Sharia, e poi nuovamente attaccato dall’Impero(e alleati) con l a sua retorica e lo stupro continuo di parole come libertà e democrazia, con le sue bombe e le sue truppe di conquista. Nella controrivoluzione permanente sono coinvolti oltre alla NATO e all’islamismo radicale organizzato anche le varie monarchie di Nord Africa e Medio Oriente,il cosidetto Concilio per la Cooperazione del Golfo (GCC) ,la potente Casa di Saud(Arabia Saudita),il maggior alleato degli USA per va del petrolio,nonchè la più brutale e repressiva e ricca dittatura mediorientale(dove le donne,per esempio,non possono neanche guidare un’automobile).Ai controrivoluzionari non dispiacerebbe affatto l’idea di un ritorno graduale alla monarchia nell’area mediorientale e nordafricana,e l’affermazione di rappresentanti del governo provvisorio libico di Bengasi secondo cui anche la monarchia potrebbe essere una forma politica praticabile nel futuro,sta ad indicare che la via per questi progetti,è tutt’altro che in salita(tra l’altro anche in Occidente l’idea monarchica e/o reazionaria sta tornando in auge,segno che i tempi per l’illusione delle false democrazie ,in realtà oligarchie più o meno “reazionarie”sono giunti al termine,o quasi).

Conclusione

Come abbiamo visto NATO e Al Queda sostanzialmente perseguono simili obbiettivi ed hanno tutto l’interesse di sfruttare,tenere nell’ignoranza,insomma contrastare l’emancipazione del popolo arabo,da sempre,storicamente,combattuta dai vari imperialismi,da quello ottomano a quello inglese,francese,statunitense e via,così come da dittature reazionarie molte volte sostenute economicamente e militarmente dall’imperialismo occidentale.Ora i rappresentanti del capitalismo globalista occidentale e quelli dell’integralismo jiahdista mediorientale e africano hanno intenzione di “spartirsi” la torta,e di giungere a patti:tirannie fondamentaliste libere di propagandare odio in cambio di contratti vantaggiosi e privatizzazioni in favore delle multinazionali. Può darsi che fra non molto tempo si giunga a un’ennesimo scontro(3 guerra mondiale?)tra “l’Occidente giudeocristiano” e “l’Oriente” (o parte di esso)islamico”,che in realtà(contando anche il fatto che l’estremismo islamico versione terrorista è una creazione dell’elitè occidentale)sarebbe un’ennesima guerra contro i popoli orientali ,ma anche contro gli stessi popoli occidentali,nel caso di una generalizzazione del conflitto. Ci sarebbe ancora molto da dire,sulla natura dei recenti conflitti in Nord Africa e in Africa,ad esempio della guerra “interimperialista” e non dichiarata tra gli USA e la Cina,o meglio fra gli interessi delle due potenze,o in Medio Oriente degli “occasionali “scontri tra interessi russi e statunitensi e cosi via,ma ciò sarebbe meglio trattarlo altrove. C’è da sperare che altre,ennesime guerre ,”umanitarie” o meno,non abbiano inzio,che le rivoluzioni arabe,nonostante le strumentalizzazioni,le infiltrazioni e le manovrature, giungano a termine e con esse arrivino finalmente le realizzazioni di libertà dei popoli mediorientali e africani,cosi come c’è da sperare che ciò avvenga per europei,americani(nord,sud,centro),asiatici ecc,insomma che avvengano vere autodeterminazioni di tutti i popoli. Le decisioni vengono prese dai potenti nei palazzi,ma la storia l’ha fanno i popoli,e sta ai(e a noi parte del popolo/i) popoli,a noi popoli,ora più che mai,decidere i nostri futuri,le nostre sorti,le nostre aspirazioni,i nostri obbiettivi. Sta a noi popoli scegliere se volere o meno la libertà,e se il potere/i la nega/no sta a noi dissentire e riacquistarla,non con il denaro(strumento del potere),ma con l’autodeterminazione,la solidarietà,il rispetto reciproco, il coraggio, in poche parole, con la libertà, la libertà di voler essere liberi.

 

 


Guerre umanitarie: la pulizia etnica dei Libici Neri

Editoriale di Black Star News.

I “ribelli” a Misurata in Libia hanno cacciato l’intera popolazione nera della città, secondo un racconto agghiacciante di «The Wall Street Journal» con il titolo “Città libica lacerata da faida tribale. I “ribelli” ora si trovano in vista della città di Tawergha, a 40 km di distanza, e giurano di ripulirla da tutte le persone di colore, una volta che si impadroniscano della città. Non è questa la perfetta definizione del termine “genocidio”? Secondo l’articolo del «Wall Street Journal», i “ribelli” si riferiscono a se stessi come «la brigata per l’eliminazione degli schiavi, pelle nera». Il giornale cita un comandante ribelle, Ibrahim al-Halbous, all’atto di dichiarare sui libici neri che «dovrebbero fare le valigie,» e che «Tawergha non esiste più, solo Misurata».

Non leggerete un articolo di questo tipo nel «New York Times», che è diventato giornalisticamente corrotto e compromesso come la vecchia «Pravda» dell’era sovietica. Questa rubrica ha insistito fin dall’inizio del conflitto di Libia sul fatto che i “ribelli” hanno abbracciato il razzismo e usato l’accusa che Muammar Gheddafi avesse impiegato mercenari provenienti da altri paesi africani come un pretesto per massacrare i libici neri.

Le prove di pubblico linciaggio di persone di colore sono disponibili online attraverso semplici ricerche di Google o YouTube, anche se il «New York Times» ha completamente ignorato questa storia cruciale. Qualcuno ritiene che se gente di origine africana controllasse gli editoriali del «New York Times» o addirittura le pagine delle notizie una storia così grande e negativa sarebbe stata ignorata?

Se il caso fosse capovolto e i libici neri stessero commettendo pulizia etnica contro i libici non di colore, qualcuno crede che le persone che ora controllano gli editoriali o le pagine di news al «New York Times» ignorerebbero una storia del genere? Evidentemente, non è motivo di fastidio per i guru del «Times» il fatto che i libici neri siano presi specificamente di mira in funzione di una loro liquidazione per via del colore della loro pelle.

Invece il «New York Times» ha altro da fare, come in un recente editoriale che vantava il suo sostegno alla campagna di bombardamenti della NATO, che solo in questa settimana a quanto si riferisce ha ucciso 20 civili. Il «Times» ha anche ignorato l’appello del parlamentare Dennis Kucinich affinché la Corte penale internazionale (CPI) indaghi i comandanti della NATO su possibili crimini di guerra in relazione ai civili libici uccisi.

Il «Times» non può scrivere sulla pulizia etnica dei libici neri e dei migranti da altri paesi africani in quanto diminuirebbe la reputazione dei “ribelli” che il giornale ha pienamente preso sotto le sue amorevoli cure, perfino dopo che la Corte penale internazionale ha pure riferito che anche loro hanno commesso crimini di guerra. Invece, il «Times» si trova a suo agio con la narrazione semplicistica: «Gheddafi cattivo», e «ribelli buoni», a prescindere addirittura dal fatto che il «Wall Street Journal» ha anche riferito che i ribelli sono stati addestrati da ex leader di al-Qa‘ida che erano stati affrancati dalla detenzione statunitense nella Baia di Guantanamo.

Il «New York Times» ha anche del tutto ignorato il piano di pace dell’Unione Africana (UA), che fa appello essenzialmente a un cessate il fuoco, per dei negoziati finalizzati a una costituzione, ed elezioni democratiche, il tutto da far monitorare alla comunità internazionale.

Quindi, cosa possiamo dire del «New York Times» per il fatto di aver ignorato la pulizia etnica dei libici neri da parte dei “ribelli” di Misurata, con l’aiuto della NATO? Questo rende per caso «The New York Times» colpevole della pulizia etnica, in quanto il giornale non solo ignora deliberatamente la storia, ma altresì dipinge falsamente i “ribelli” come salvatori della Libia?

Telefonate al «New York Times» al (212) 556-1234 e domandate del redattore degli Esteri per chiedergli perché il suo giornale non stia riferendo nulla della pulizia etnica dei libici neri.

 

“Dire la verità per dar forza”.

 

Fonte: http://www.blackstarnews.com/news/135/ARTICLE/7478/2011-06-21.html.

Traduzione per Megachip a cura di Pino CabrasMelania Turudda.

 

 

Gheddafi scrive al Congresso Usa: “Negoziati per un cessate il fuoco”

Washington: unica soluzione l’uscita di scena del Colonnello


Muammar Gheddafi scrive al Congresso degli Stati Uniti chiedendo loro di guidare gli sforzi per i negoziati verso un cessate il fuoco e promettendo di avviare riforme con il sostegno degli americani. È quanto riporta oggi il sito Politico, sottolineando comunque che i leader del Congresso che hanno ricevuto la lettera non si sono preoccupati di verificarne l’autenticità,ribadendo che in ogni caso l’unica soluzione della crisi libica è l’uscita di scena di Gheddafi.

Autentica o meno, nella lettera il colonnello libico si appella «alla grande democrazia degli Stati Uniti» chiedendo aiuto a «determinare il nostro futuro come popolo». Inoltre esprime apprezzamento per «l’approfondita discussione sulla questione libica» in seno al Congresso, un modo forse per far riferimento al fatto che molti esponenti repubblicani hanno espresso scetticismo sin dall’inizio sull’operazione di no fly zone. Nelle tre pagine, che sarebbero state anche inviate alla Casa Bianca, il colonnello libico chiede «il cessate il fuoco», vale a dire la sospensione dell’operazione Nato, «l’assistenza umanitaria e tesa ad aiutare un accordo tra le parti rivali in Libia». In cambio, Gheddafi promette di permettere l’invio di una missione d’inchiesta del Congresso per esaminare la situazione umanitaria nel paese «ed osservare la sincerità democratica di tutti gli uomini e le donne libiche».

Al contempo la missione potrà indagare «sulle accuse fatte di sistematiche violazioni in Libia durante questa tragica guerra civile». «Abbiamo ricevuto la lettera ma non abbiamo sprecato tempo a cercare di verificarne l’autenticità perchè non ci interessa nessuna cosa che possa dire che non preveda la sua uscita di scena», ha detto il portavoce del leader della maggioranza al Senato, il democratico Harry Reid. Dello stesso avviso lo Speaker repubblicano John Boehner, il cui portavoce ha sottolineato che «se autentica, questa lettera folle rinforza solo l’opinione che Gheddafi se ne deve andare».

LaStampa.it

La lettera di Gheddafi

I “ribelli” libici cominciano a vendere il petrolio agli USA

Il primo carico di petrolio libico è arrivato negli Stati Uniti l’8 giugno, a seguito di un accordo firmato dagli Stati Uniti e il Consiglio nazionale di transizione, l’ auto proclamato governo legittimo della Libia. La vendita rivela finalmente le vere ragioni dietro la campagna della NATO, precedentemente descritte come un tentativo di fornire la sicurezza dei civili libici. I civili continuano a soffrire, le forze della NATO continuano a tentare di sbloccare la situazione e l’ America sembra essere l ‘unica sponda del conflitto  a beneficiare della cosiddetta “operazione di salvataggio”.

Nel frattempo i rappresentanti dei paesi arabi e occidentali si sono riuniti negli Emirati Arabi Uniti per discutere il futuro della Libia dopo la presunta fine di Gheddafi. Ma il Colonnello non sembra avere fretta di arrendersi, il che è stato chiaramente dimostrato dalla mancanza di risultati dei bombardamenti della NATO di Tripoli.

Un piano “per prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili e i civile delle zone popolate”, dichiarato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  sta fallendo miseramente. Tuttavia, mentre i civili libici subiscono le azioni sia dei ribelli che delle truppe governative, il petrolio libico è stato tranquillamente trasportato in America. Come ha confermato mercoledi il Dipartimento di Stato americano, il governo ribelle che controlla le regioni orientali della Libia aveva fatto la sua prima vendita.

L’accordo segue l’annuncio fatto ad aprile dall’ Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro che ha istituito un nuova politica di licenze con la Libia. Gli Stati Uniti hanno dovuto prendere questo provvedimento per facilitare le transazioni petrolifere con il Consiglio nazionale di transizione.

Secondo una dichiarazione scritta da parte del Dipartimento di Stato, Tesoro, una raffineria di petrolio degli Stati Uniti, ha firmato un accordo con il Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi, in Libia per 1,2 milioni di barili di greggio libico. Il valore in dollari della transazione è ancora sconosciuta.

La dichiarazione afferma che la vera ragione dietro l’accordo con CNT sia l’intenzione di sostenere il popolo libico. Tuttavia, bisogna essere estremamente ingenui per credere che ogni persona libica finita sotto queste caotico fuoco incrociato otterrebbe un singolo centesimo da questo accordo.

Mentre gli Stati Uniti stanno risolvendo con successo il proprio problema del petrolio, i leaders occidentali e arabi si preparano a decidere il futuro della Libia. I membri del cosiddetto Gruppo di Contatto - una coalizione di vari paesi ed organizzazioni internazionali che hanno riconosciuto ufficialmente il CNT come il legittimo governo della Libia - si incontreranno negli Emirati Arabi Uniti. E ‘la terza riunione del gruppo incaricato di discutere le possibilità di sviluppo del paese dopo la fine del regime di Gheddafi.

E ‘un fatto sorprendente che nonostante l’inizio  degli scambi di petrolio con il CNT, gli Stati Uniti non hanno ancora riconosciuto il nuovo governo della Libia. “Stiamo ancora valutando ma non c’è nessuna decisione definitiva ad oggi”, ha detto un funzionario Usa, commentando il possibile riconoscimento del CNT.

Mentre i membri del Gruppo di contatto stanno decidendo il futuro del post-Gheddafi in Libia, Gheddafi stesso non manifesta alcuna intenzione di rinunciare al suo potere. “Noi non ci arrenderemo, noi non ci arrenderemo”, ha dichiarato il leader assediato in risposta all’ intensificato bombardamento di Tripoli da parte delle forze aeree della NATO. La NATO deve affrontare il fatto che tutte le sue strategie per porre fine al conflitto rimangono altro che parole vuote,mentre il paese affonda sempre più nel caos.

L’ultima relazione del Consiglio ONU sui diritti umani  afferma che i crimini di guerra nel travagliato paese continuano e questo significa che i cittadini della Libia continuano a pagare un prezzo sanguinoso per le ambizioni europee e il petrolio americano.

LINK: US oil deal reveals real reasons behind Libyan campaign

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Libia, ribelli vendono petrolio agli UsaLaStampa.it

A cosa serve il Tribunale Penale Internazionale?

Lo scorso 16 maggio, Luis Moreno Ocampo, procuratore capo del Tribunale penale internazionale (TPI) dell’Aia, ha ufficialmente  chiesto un mandato di arresto per il leader libico Gheddafi  per “crimini contro l’umanità”. Inoltre sono stati accusati il figlio del Colonnello, Seif al-Islam e il capo dell’intelligence libica Abdullah Senussi.

Il giurista statunitense David Scheffer ha detto all’agenzia France Presse che : ” La NATO senza dubbio apprezzerà le indagini della Corte e l’accusa verso i leaders libici, Gheddafi compreso.”

Beh, sì. E nessuno è più indicato a conoscere ciò che apprezza la NATO di David Scheffer.

Il giorno prima, Tripoli aveva fatto un’altra offerta di una tregua, chiedendo la fine dei bombardamenti della NATO e di avviare i negoziati di pace con i ribelli armati basati a Bengasi. La risposta della NATO ha assunto la forma dell’atto d’accusa del TPI. Quando le bombe della Nato cadono su un paese per spodestare un leader, quel leader deve essere trattato come un criminale comune. Il suo posto non può essere al tavolo dei negoziati, ma dietro le sbarre. Un atto d’accusa internazionale trasforma comodamente un’aggressione militare della NATO in una azione di polizia per arrestare “una persona accusata di crimini di guerra” -un’espressione che evacua la presunzione di “innocenza fino a prova contraria “.

Si tratta di uno schema ricorrente.

Il 24 marzo 1999, la NATO cominciò a bombardare la Jugoslavia a sostegno dei ribelli armati albanesi in Kosovo. Due mesi dopo, a metà maggio, mentre i bombardamenti si intensificavano contro le infrastrutture della Serbia, il procuratore capo del Tribunale penale internazionale per la Iugoslavia (ICTY) a L’Aia,Louise Arbour, emise un atto di accusa contro il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic per crimini contro l’umanità. Quasi tutti i presunti “crimini contro l’umanità”  avvennero  in Kosovo durante il caos dovuto proprio ai bombardamenti della NATO.

Il 31 marzo 2011, la NATO ha cominciato a bombardare la Libia, e questa volta la Corte penale internazionale è stata ancora più veloce. E le accuse sono ancora meno consistenti. Ocampo ha detto che  vi erano prove che  Gheddafi abbia  personalmente ordinato gli attacchi contro gli “innocenti civili libici”.

In Libia, come nella guerra del Kosovo, le accuse sono quelle fatte dai ribelli armati sostenuti dalla NATO, senza alcuna traccia riconoscibile di una indipendente indagine neutrale.

Durante la primavera del 1999, David Scheffer, che aveva allora  segretario di Stato americano l’ambasciatrice Madeleine Albright in generale per i crimini di guerra, ha visitato Louise Arbour e le ha procurato relazioni NATO su cui basare le sue accuse. Infatti, Scheffer aveva in precedenza contribuito a costituire l’ICTY secondo le istruzione della signora Albright. Le accuse del maggio 1999 raggiunsero il loro scopo principale immediatamente:  bloccare i negoziati e continuare a giustificare i bombardamenti della NATO. Come dice Madeleine Albright , “Noi non stiamo trattando con Milosevic … Ie imputazioni, a mio avviso, chiariscono la situazione, in quanto dimostrano veramente che stiamo facendo la cosa giusta in termini di risposta al tipo di crimini contro l’umanità che Milosevic ha commesso. “( Michael Mandel, How America Gets Away With Murder, PlutoPress, 2004, pp.141-145).

In sintesi, in entrambi i casi un “tribunale/corte internazionale penale  ” interviene nel bel mezzo di un bombardamento della Nato ad accusare il leader del paese che è bombardato di “crimini contro l’umanità” sulla base di prove inconsistenti fornite dalla stessa NATO o dai suoi ribelli clienti.

Così la Corte penale internazionale si rivela essere il proseguimento della ICTY, che è, non uno strumento  di giustizia internazionale, ma il braccio giudiziario di intervento occidentale nei paesi più deboli. La Corte penale internazionale potrebbe anche significare Copertura dei crimini imperialisti.

E certo non si merita il suo titolo ufficiale, in quanto ignora diligentemente i veri “crimini internazionali”, come l’aggressività degli Stati Uniti e della NATO o le stragi di civili che ne derivano. Anzi, finora gli unici  presunti reati che si è impegnata a perseguire sono stati tutti il risultato di conflitti interni che si svolgono in paesi del continente africano. In breve, la Corte penale internazionale finora agisce principalmente come un modo per esercitare pressioni politiche  o per giustifica l’azione militare contro quei deboli governi che le potenze occidentali vogliono sostituire con  leader da loro scelti.

Per quanto riguarda l’atto di accusa contro Gheddafi, Scheffer è citato da AFP  dicendo che la mossa potrebbe aumentare la pressione su Gheddafi a pensare di trovare rifugio in un paese che non abbia accettato la giurisdizione della CPI. Questo è un commento senza senso, dato che la Libia di per sé non ha accettato la giurisdizione della CPI. Nemmeno il Sudan, che non ha impedito alla CPI di andare dal suo presidente, Omar Al Bashir, anche se la CPI dovrebbe applicarsi solo ai paesi che hanno riconosciuto la sua giurisdizione. Ma il non riconoscimento della giurisdizione della CPI si rivela essere di nessuna protezione per i paesi deboli. E proprio mentre la NATO e la Corte penale internazionale continuano a perseguire Gheddafi con il pretesto che egli stia “uccidendo il suo stesso popolo”, in Afghanistan le forze armate della NATO continuano a uccidere impunemente persone che non sono loro connazionali.

La CPI si è sviluppata in una delle testimonianze più evidenti di due pesi e due misure. Gli Stati Uniti manipolano la Corte penale internazionale, senza riconoscere la sua giurisdizione e dopo aver ulteriormente protetto sé stessi mediante accordi bilaterali con una lunga lista di paesi che prevedono l’immunità per i cittadini degli Stati Uniti, cosi come da leggi del Congresso degli Stati Uniti per proteggere i cittadini dalla Corte penale internazionale.

Altri paesi della NATO hanno riconosciuto la giurisdizione della CPI, ma non vi è alcun segno che possano mai essere tormentati dal tribunale internazionale.

Domenica scorsa, due avvocati francesi notoriamente anticonformisti, Jacques Vergès e l’ex ministro degli Esteri Roland Dumas, hanno annunciato la loro intenzione di intentare una causa contro il presidente Nicolas Sarkozy per “crimini contro l’umanità”in Libia. In una conferenza stampa a Tripoli, Dumas ha deplorato che la missione NATO per proteggere i civili in realtà li sta uccidendo, e si è detto pronto a difendere Gheddafi alla Corte penale internazionale. Nel frattempo, i due avvocati intendono rappresentare le famiglie delle vittime dei bombardamenti della NATO nel contenzioso contro Sarkozy nei tribunali francesi.”Stiamo andando a sfondare il muro del silenzio”, ha annunciato Vergès.

Ci sono prove più consistenti delle vittime civili dei bombardamenti della NATO, tra cui i tre nipoti del Colonnello Gheddafi, che dei “crimini contro l’umanità ” attribuiti da Ocampo al leader libico. Ma il pubblico francese è stato ipnotizzato dalla propaganda raffigurante Gheddafi come un mostro assetato di sangue il cui unico desiderio è quello di “uccidere il suo stesso popolo”. Dato che la maggior parte delle persone in Occidente non sa assolutamente nulla di Libia, va bene qualsiasi cosa….

Lunedi ‘, mentre la Francia e la Gran Bretagna si preparano a inviare elicotteri da combattimento per sostenere i ribelli armati e caccaire Gheddafi, il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha annunciato che  il “regno di terrore di Gheddafi sta volgendo al termine”.

La reale “pioggia di terrore”  è la pioggia di bombe della NATO che cade sugli inermi di Tripoli, con il chiaro intento di terrorizzare i libici ad arrendersi ai ribelli appoggiati dalla NATO.

E non vi è alcun segno che stia volgendo al termine.

di: Diana Johnstone

LINK: What Does the ICC Stand For? The Imperialist Crime Cover-Up

TRADUZIONE: CoriInTempesta