La lettera di Putin al New York Times

ShowImageInformazione Scorretta

I recenti avvenimenti riguardanti la Siria mi hanno spinto a parlare direttamente al popolo americano e ai loro leader politici. E ‘importante farlo in un momento di insufficiente comunicazione tra le nostre società.

I rapporti tra noi sono passati attraverso diverse fasi. Ci siamo scontrati durante la guerra fredda. Ma siamo stati anche alleati un tempo e, insieme, abbiamo sconfitto i nazisti.Venne poi istituita l’organizzazione internazionale universale – le Nazioni Unite – per impedire il ripetersi di una tale devastazione. Continua a leggere

Intervista al presidente siriano Assad in esclusiva in italiano

assadInformazioneScorretta.com

Il Presidente della Repubblica araba siriana in un’intervista esclusiva a “Izvestia” – ha parlato della minaccia di invasione da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente, dei rapporti con Vladimir Putin e sul destino comune dei russi e dei siriani. Ne proponiamo una nostra traduzione in italiano, non ufficiale.

Nel bel mezzo della crisi siriana Alexander Potapov e Yuri Matsarsky si sono incontrati a Damasco con il presidente Bashar Assad. In un’intervista esclusiva a “Izvestia”, il Presidente ha detto che in realtà non sta usando armi chimiche, ha commentato inoltre le dichiarazioni dei politici occidentali intenzionati a mettere pressione militare sulla Siria e ha espresso l’apprezzamento all’assistenza fornita dalla Russia e dal suo presidente al popolo siriano. Continua a leggere

Putin si conferma la “bestia nera” degli USA e di Israele

putin

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

La sensazione in queste ore è quella che il presidente Putin stia uscendo vincitore nel duro confronto a distanza con gli USA ed i suoi alleati europei nonché rispetto alle ingerenze turche e di quelle delle petromonarchie del golfo. Questa di Putin non è soltanto una vittoria della sua posizione di fermezza nei confronti delle pressioni fatte dal Dipartimento di Stato USA per imporre la soluzione americana al conflitto in Siria (che gli stessi americani hanno provocato) ma anche un importante successo della Russia di Putin nell’affermarsi sulla scena mondiale come difensore della non ingerenza, del rispetto del diritto internazionale e della sovranità dei paesi del Terzo Mondo. Continua a leggere

Vent’anni di trame – I leader mondiali e le trame anti Cav: ecco la vera storia

berlusconi

Il piano per eliminar il Cav politicamente messo a punto da Merkel, Sarkozy e Obama dopo numerosi contatti

di: Paolo Guzzanti

Non vorrei annoiare i lettori con una lunga storia di gasdotti che trasportano milioni di metri cubi di gas dall’est russo e centroasiatico all’Europa occidentale, basterà ricordare che il 23 giugno del 2007 fu dato l’annuncio dell’accordo fra Italia e Russia per il progetto South Stream. Continua a leggere

Il vento dell’Est temuto dagli Usa

di: Manlio Dinucci

cinaIl summit «informale» tra il presidente Obama e il presidente cinese Xi Jinping, il 7-8 giugno in California, sarà trasmesso in mondovisione secondo la sceneggiatura washingtoniana della calda atmosfera familiare, condita di sorrisi e facezie. Ma, spente le telecamere, i toni cambieranno. Sul tappeto ci sono molte questioni scottanti. Gli Usa, al primo posto mondiale negli investimenti diretti esteri (Ide), hanno investito oltre 55 miliardi di dollari in Cina (prima destinazione mondiale degli Ide), dove le multinazionali statunitensi hanno sempre più delocalizzato la loro produzione manifatturiera, gran parte della quale viene reimportata negli Usa. In tal modo però gli Stati uniti hanno contratto con la Cina un deficit commerciale che nel 2012 ha superato i 315 miliardi di dollari, 20 in più rispetto al 2011. Continua a leggere

Russia: le Pussy Riot? Un`idea di Berezovsky

Le ragazze della band sono già state condannate per una preghiera punk anti-Putin nella cattedrale di Mosca

di: Andrea Perrone - [email protected] -

Chi ha ideato le Pussy Riot? Le giovani che suonano musica punk e protestano contro il presidente del Cremlino Vladimir Putin e la Chiesa ortodossa, condannate per questo a 24 mesi di reclusione. E ancora chi ha fatto in modo che diventassero celebri in tutto il mondo e fossero considerate delle eroine dagli avversari di Putin?

Secondo la tv di Stato russa, dietro le azioni dissacranti delle Pussy Riot vi sarebbe l’oligarca anti-Putin, in esilio dorato a Londra, Boris Abramovich Berezovksy che un anno fa avrebbe deciso di “agire sulla linea della Chiesa” per destabilizzare il crescente potere del Patriarcato moscovita – favorevole al tandem Putin-Medvedev – e allo stesso tempo dell’apparato di sicurezza russo. L’oligarca russo, ospite a Londra dei britannici, è stato già condannato in contumacia da un tribunale russo per appropriazione indebita.

La storia del sostegno del tycoon al gruppo punk è stata illustrata in un docu-film sulla band a cui appartengono le tre ragazze condannate ad agosto a due anni di reclusione per una “preghiera punk” inscenata nella cattedrale di Cristo il Salvatore ed è stata definita “un delirio” dalle dirette interessate. E proprio per questo il racconto di un ex assistente di Berezovsky, mandato in onda dal canale Rossiya-1, ha fatto discutere e rilanciato le polemiche sul caso. Nel video mostrato dal tv pubblica un uomo che si presenta come ex collaboratore di Berezovsky, Alexei Veshnyak, ha sostenuto che l’oligarca – entrato in rotta di collisione con Putin all’inizio del suo primo mandato al Cremlino – decise oltre un anno fa di rivolgersi a una delle Pussy Riot. “A febbraio 2011, nel ristorante Zafferano, Boris Abramovich Berezovsky me lo disse e lo mostrò su un iPad”, ha dichiarato durante l’intervista l’ex collaboratore con il volto oscurato.

Berezovsky avrebbe indicato anche il gruppo artistico Voina, celebre per le sue azioni di protesta a Pietroburgo contro il sistema politico russo guidato dal tandem Putin-Medvedev. Ma Veshnyak ha ricordato che l’oligarca russo, proprio in quell’occasione, aprì il tablet “e mi fece vedere: guarda Petya Verzilov, guarda Tolokonnikova.

Presto entreremo in azione. Presto accadranno molte cose”. Un oscuro presagio frutto dell’anelito mai sopito di abbattere l’immarcescibile Putin, per la terza volta al comando del Cremlino, decisa del magnate di origini russe.

Nonostante tutto, infatti, le proteste contro il leader russo proseguono, ma sono attuate da un ristretto gruppo di attivisti, finanziati dall’estero, dai nemici di Mosca, poiché se proteste e malcontento sembrano essere una realtà sono il frutto della crisi economica globale che investe tutti i Paesi del Vecchio Continente e non solo. A questo si aggiunge il desiderio di una maggiore rappresentanza politica da parte dei ceti più o meno abbienti russi sulle cui ceneri soffiano gli anglo-americani, sostenendo economicamente e politicamente, anche attraverso i media, i manifestanti anti-Putin che da qualche mese sfilano per le strade della capitale e di altre città della Federazione, con il miraggio di destituire il presidente del Cremlino, eletto col sostegno popolare nel dicembre scorso.

FONTE: Rinascita.eu

Uno scudo missilistico Usa per proteggere il Pacifico

di: Maurizio Molinari

Il Pentagono: servirà contro la Corea del Nord. Gli esperti: l’obiettivo è la Cina

NEW YORK - Tre potenti radar X-Band in Giappone e nelle Filippine, navi antimissile Aegis nel Mar del Sud della Cina e silos con intercettori in Sud Corea o in Australia: è la radiografia dello scudo anti-balistico che il Pentagono sta realizzando in Estremo Oriente con l’intento dichiarato di proteggere gli alleati dai midssili nordcoreani anche se il risultato sarà di contenere la corsa agli armamenti della Cina.

A svelare i piani del ministro della Difesa, Leon Panetta, è la decisione di installare in un’imprecisata isola del Giappone meridionale un radar X-Band, in grado di intercettare e seguire i vettori balistici, aggiungendolo a quello analogo già operativo nella prefettura di Aomori, nel nord del Giappone, dal 2006. Se a ciò si aggiunge che, secondo il «Wall Street Journal», Panetta sta discutendo con il governo di Manila l’installazione di un terzo radar con le stesse caratteristiche si arriva a comprendere il progetto di creare un sistema in grado di intercettare qualsiasi missile in partenza dalla Nord Corea.

Se gli X-Band riescono a «seguire» i missili poi per eliminarli servono gli intercettori e le mosse di Panetta suggeriscono il dispiegamento in Estremo Oriente degli stessi armamenti adoperati nell’Europa del Sud-Est per fronteggiare il rischio dei missili iraniani ovvero le navi anti-missile Aegis, già di stanza nello specchio di mare fra Sud Corea e Giappone, e gli intercettori basati a terra.

Quest’ultimo al momento è il tassello mancante ma poiché gli Usa preferiscono posizionarli sul territorio di stretti alleati i candidati naturali sono Corea del Sud e Australia, in quanto il Giappone già ospita i radar. A conferma di tale direzione di marcia ci sono i documenti del Centro studi del Congresso di Washington secondo cui il Pentagono vuole portare a 36 le navi Aegis in servizio – con un aumento di 10 unità – stanziandone il 60 per cento nello scacchiere di Asia-Pacifico. L’Us Air Force sta invece costruendo sei «Thaad», aerei in grado di lanciare intercettori da alta quota, che potrebbero operare dalla base americana di Guam. Sebbene i portavoci del Pentagono ribadiscano che il nascituro scudo anti-missile asiatico punta a «neutralizzare le minacce della Nord Corea» gli scarsi risultati ottenuti da Pyongyang nei quattro tentativi finora svolti di lanciare un missile intercontinentale – dal 1998 all’aprile scorso – portano a dire che il disegno strategico sia tutt’altro. «Se gli americani si schierano nell’Asia dell’Sud-Est l’intenzione è di contrastare lo sviluppo del sistema missilistico cinese» osserva Richard Bitzinger, docente di strategia alla Nanyang Technological University di Singapore.

Il riferimento non è solo allo schieramento da parte di Pechino di circa 1200 missili a corto raggio lungo le coste che fronteggiano l’isola nazionalista di Taiwan ma anche allo sviluppo da parte della Marina cinese di vettori anti-nave capaci di colpire un’unità in navigazione a 1500 km dalla costa. Tali vettori costituiscono la maggiore minaccia per il rafforzamento dello schieramento navale Usa in Estremo Oriente di cui Panetta e il Segretario di Stato Hillary Clinton hanno discusso nei recenti viaggi nella regione. «Sebbene il Pentagono parli di Nord Corea la realtà è che lo sguardo è rivolto alla Cina» riassume Steven Hildreth, esperto missilistico del Centro di ricerche del Congresso.

La necessità è di proteggere le unità della Settima Flotta dell’Us Navy, destinate ad aumentare di numero, con un sistema antimissile pressoché identico a quello di cui la Nato ha annunciato il dispiegamento in Europa. Le contromosse di Pechino, per Bitzinger, potrebbero portare ad «acquistare in fretta sistemi d’arma più sofisticati». «E’ prevedibile che Pechino reagisca con allarme, perché una delle conseguenze dello scudo è di aumentare la protezione di Taiwan», concorda Jeffrey Lewis, direttore del Centro di non-proliferazione di Monterey in California.

LINK: LaStampa.it

Conversazioni con Fidel Castro: Hiroshima e i pericoli di una guerra nucleare

di: Fidel Castro Ruz e Michel Chossudovsky

Questo testo è stato originariamente pubblicato nel novembre 2010

Nota introduttiva

Dal 12 al 15  ottobre 2010, ho avuto approfondite e dettagliate conversazioni con Fidel Castro a L’Avana, riguardanti i pericoli di una guerra nucleare, la crisi economica globale e il carattere del Nuovo Ordine Mondiale. Questi incontri hanno portato ad una ampia e fruttuosa intervista.

La prima parte di questa intervista, pubblicata da Global Research e da CubaDebate, è focalizzata sui pericoli di una guerra nucleare.

Il mondo è a un bivio pericoloso. Abbiamo raggiunto un  punto di cruciale importanza nella nostra storia.

Questa intervista con Fidel Castro fornisce una comprensione della natura della guerra moderna:  se venisse avviata un’operazione militare contro la Repubblica islamica dell’Iran, gli Stati Uniti e i suoi alleati potrebbero non essere in grado di vincere una guerra convenzionale ed esiste la possibilità che questa guerra si evolva verso una guerra nucleare.

I dettagli degli attuali preparativi della guerra all’Iran sono stati sottratti all’opinione pubblica.

Come affrontare la diabolica e assurda tesi, portata avanti dall’amministrazione statunitense, che l’uso di armi nucleari tattiche contro l’Iran  “renderà il mondo un posto più sicuro”?

Un concetto centrale portato avanti da Fidel Castro nell’intervista è la “Battaglia delle Idee“. Il leader della Rivoluzione cubana ritiene che solo una profonda” Battaglia delle Idee” possa cambiare il corso della storia del Mondo. L’obiettivo è quello di prevenire l’impensabile, ovvero una guerra nucleare che minaccia di distruggere la vita sulla terra.

I media corporativi sono coinvolti in atti di camuffamento. Gli effetti devastanti di una guerra nucleare vengono o sottovalutati o non affatto menzionati. In questo contesto, il messaggio di Fidel al mondo deve essere ascoltato; tutti, a livello nazionale e internazionale, dovrebbero capire la gravità della situazione attuale e agire con forza a tutti i livelli della società per invertire la marea della guerra.

La “Battaglia delle Idee” fa parte di un processo rivoluzionario. Contro una raffica di disinformazione dei media, la volontà di Fidel Castro è quella di diffondere la parola in lungo e in largo, per informare l’opinione pubblica mondiale, per poter “rendere possibile l’impossibile“, per contrastare un’avventura militare che, nel vero senso della parola, minaccia il futuro dell’umanità.

Quando una guerra nucleare, sponsorizzata dagli USA, diventa uno “strumento di pace“, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può più tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. 

La “Battaglia delle Idee” di Fidel si deve tradurre in un movimento mondiale. La gente deve mobilitarsi contro questa diabolica agenda militare.

Questa guerra può essere evitata se i popoli fanno pressioni sui loro governi e rappresentanti eletti, si organizzano a livello locale nelle città, nei villaggi e nei comuni, diffondono la parola, informano i loro concittadini in merito alle implicazioni di una guerra termonucleare, avviano un dibattito e una discussione all’interno delle forze armate .

Quello che serve è un movimento di massa di persone che contestino con forza la legittimità della guerra, un movimento globale di persone che criminalizzi la guerra.

Nel suo discorso del 15 ottobre, Fidel Castro ha avvertito il mondo riguardo i pericoli di una guerra nucleare:

Ci sarebbe un” danno collaterale “, come  affermano sempre i leader politici e militari statunitensi, per giustificare la morte di persone innocenti. In una guerra nucleare il ” danno collaterale “sarebbe la vita di tutta l’umanità. Dobbiamo avere il coraggio di proclamare che tutte le armi nucleari e convenzionali, tutto ciò che viene utilizzato per fare la guerra, deve sparire! “

La “Battaglia delle Idee” consiste nell’affrontare i criminali di guerra che occupano posizioni di rilievo, nello spezzare il consenso guidato a favore di una guerra globale, nel cambiare la mentalità di centinaia di milioni di persone, nel condurre ad una abolizione delle armi nucleari. In sostanza, la “Battaglia delle Idee” consiste nel ristabilire la verità e porre le fondamenta della pace nel mondo.

Michel Chossudovsky, Global Research, Center for Research on Globalization (CRG),

Montreal -Hiroshima Day, 6 agosto 2012 - Montreal – Remembrance Day, 11 novembre 2010.

CONVERSAZIONI

Professor Michel Chossudovsky: Sono molto onorato di avere questa opportunità di scambiare opinioni sulle diverse questioni fondamentali che riguardano la società umana nel suo insieme. Penso che il concetto che Lei ha sollevato nei suoi recenti testi, relativo alla minaccia contro l’Homo sapiens, sia fondamentale. Qual è questa minaccia, il rischio di una guerra nucleare e la minaccia per gli esseri umani, all’ Homo sapiens?

Comandante in Capo Fidel Castro Ruz: Da parecchio tempo, direi anni, ma in particolare da alcuni mesi, ho cominciato a preoccuparmi per l’imminenza di una probabile e pericolosa guerra che possa rapidamente evolversi verso una guerra nucleare. Prima di allora avevo concentrato tutti i miei sforzi sull’analisi del sistema capitalistico in generale e dei metodi che la tirannia imperiale ha imposto all’umanità. Gli Stati Uniti applicano al mondo la violazione dei principali diritti fondamentali.

Durante la Guerra Fredda, nessuno parlava della guerra, cosi come delle armi nucleari. Si parlava di una pace apparente, vale a dire quella tra l’URSS e gli Stati Uniti garantita dal famoso MAD (Mutual Assured Destruction, Distruzione Mutua Assicurata) . Sembrava che il mondo avrebbe goduto dei piaceri di una pace che sarebbe durata per un tempo illimitato.

Michel Chossudovsky: … Questo concetto di “ Distruzione Mutua Assicurata” si è concluso con la guerra fredda e ha portato quindi alla ridefinizione della dottrina nucleare , dato che, in realtà, non abbiamo mai pensato a una guerra nucleare durante la Guerra Fredda. Beh, ovviamente, c’era un pericolo, come affermò anche Robert McNamara ad un certo punto. Ma, dopo la Guerra Fredda e in particolare dopo l’11 settembre [2001], la dottrina nucleare americana cominciò ad essere riformulata.

Fidel Castro Ruz:  Lei mi ha chiesto quando è stato che siamo venuti a conoscenza del rischio imminente di una guerra nucleare e questo risale al periodo di cui ho parlato di in precedenza, appena sei mesi fa. Una delle cose che maggiormente ha richiamato la nostra attenzione per quanto riguarda un pericolo di guerra, è stato l’affondamento della Cheonan durante una manovra militare.  Era il fiore all’occhiello della Marina sudcoreana, una nave estremamente sofisticata. Fu in quei giorni che trovammo su GlobalReasearch un articolo che offriva una informazione chiara e veramente coerente riguardo l’affondamento della Cheonan, che non poteva essere opera di un sottomarino che era stato prodotto dall’ Unione Sovietica più di sessanta anni fa , il quale aveva a bordo una tecnologia obsoleta e che non richiedeva apparecchiature sofisticate per poter essere intercettato dalla Cheonan, durante una manovra congiunta con le navi più moderne degli Stati Uniti. La provocazione nei confronti della Repubblica democratica di Corea si sommava alle nostre precedenti preoccupazioni riguardo un’aggressione contro l’Iran. Abbiamo seguito attentamente il processo politico in quel paese. Conoscevamo perfettamente quanto accaduto durante gli anni ’50, quando l’Iran nazionalizzò le attività della British Petroleum, che all’epoca si chiamava Anglo Persian Oil Company. A mio parere, le minacce contro l’Iran divennero imminenti nel mese di giugno [2010], dopo l’adozione della risoluzione 1929 del 9 giugno 2010, quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condannò l’Iran per le sue ricerche e  produzione di piccole quantità  di uranio arricchito al 20 per cento, accusandolo di essere una minaccia per il mondo. La posizione adottata da ogni singolo membro del Consiglio di Sicurezza è nota: 12 Stati membri hanno votato a favore (cinque di essi avevano il diritto di veto), uno si è astenuto e Brasile e Turchia hanno votato contro. Poco dopo che la risoluzione venne adottata – la più aggressiva di tutte le risoluzioni – una portaerei degli Stati Uniti in assetto da combattimento, oltre a un sottomarino nucleare, attraversarono, con l’aiuto del governo egiziano, il Canale di Suez. Si unirono poi le unità navali di Israele , dirigendosi verso il Golfo Persico e nei mari vicino l’ Iran. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dai loro alleati della NATO contro l’Iran erano assolutamente illegali e ingiuste. Non riesco a capire il motivo per cui la Russia e la Cina non posero il veto a quella pericolosa risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A mio parere, questo ha terribilmente complicato la situazione politica e ha posto il mondo sull’orlo della guerra. Mi ricordo di precedenti attacchi israeliani contro i centri di ricerca nucleare arabi . Prima attaccarono e distrussero quello in Iraq nel giugno 1981. Non chiesero il permesso a nessuno, non parlarono con nessuno. Semplicemente attaccarono e gli iracheni dovettero sopportare i colpi. Nel 2007 fecero lo stesso contro un centro di ricerca che si stava costruendo in  Siria. C’è qualcosa in questo episodio che davvero non capisco: quello che non mi era chiaro erano le tattiche di base e le ragioni per cui la Siria non denunciò l’attacco israeliano contro quel centro di ricerca in cui, senza dubbio, stavano facendo qualcosa, stavano lavorando su qualcosa per la quale, come è noto,  ricevevano una certa cooperazione da parte della Corea del Nord. Quella era una cosa legale e non si stava commettendo alcuna violazione. Lo dico qui e voglio essere molto onesto: non capisco perché questo non venne denunciato, perché, a mio parere,  sarebbe stato importante. Si tratta di due precedenti molto importanti. Credo che ci siano molte ragioni per pensare che cercheranno di fare lo stesso contro l’Iran: distruggere i suoi centri di ricerca o centri di generazione di energia del paese. Come è noto, i residui dell’uranio della generazione di energia sono la materia prima per produrre plutonio.

Michel Chossudovsky: E’ vero che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sta in qualche modo contribuendo ad annullare il programma di cooperazione militare che Russia e la Cina hanno con l’Iran, in particolare la Russia collabora con l’Iran nel contesto del sistema di difesa aerea fornendogli il suo Sistema S-300. Ricordo che appena dopo la decisione del Consiglio di Sicurezza, con l’avvallo di Cina e Russia, il ministro degli esteri russo disse: “Beh, abbiamo approvato la risoluzione, ma non abbiamo intenzione di invalidare la nostra cooperazione militare con l’Iran”. Era il mese di giugno. Ma pochi mesi dopo, Mosca ha confermato che la cooperazione militare [con l'Iran] stava per essere bloccata, così ora l’Iran sta affrontando una situazione molto grave, perché ha bisogno di tecnologia russa per mantenere la sua sicurezza, ossia il suo sistema [S-300] di difesa aerea. Ma penso che tutte le minacce contro  Russia e la Cina siano finalizzate ad impedire ai due paesi di farsi coinvolgere nella questione Iran. In altre parole, se c’è una guerra con l’Iran, le altre potenze, ovvero la Cina e la Russia, non interverranno in alcun modo;  congeleranno la loro cooperazione militare con l’Iran e quindi questo è un modo [per gli Stati Uniti e la NATO] di estendere la loro guerra in Medio Oriente senza che vi sia un confronto con Cina e Russia. Credo che, più o meno, sia questo lo scenario in questo momento. Ci sono molteplici tipi di minacce dirette contro la Russia e la Cina. Il fatto che i confini della Cina siano militarizzati- il Mar del Sud della Cina, il Mar Giallo, il confine con l’Afghanistan, e anche lo Stretto di Taiwan- è in qualche modo una minaccia per dissuadere Cina e Russia dal giocare il ruolo di potenze nella geopolitica mondiale, aprendo così la strada e persino la creazione di consenso verso una guerra contro l’Iran che si trova ora col suo sistema di difesa aerea indebolito [Con il congelamento dell' accordo di cooperazione militare con la Russia]. L’Iran è una “anatra seduta” dal punto di vista della sua capacità di difendersi utilizzando il suo sistema di difesa aerea.

Fidel Castro Ruz: A mio modesto e sereno parere, sulla risoluzione sarebbe dovuto essere stato posto il veto. Perché, sempre secondo me, questo ha, in diversi modi, reso tutto più complicato. Militarmente, a causa di quello che Lei sta spiegando, ad esempio, col fatto che esisteva un’impegno e che era stato firmato con l’Iran un contratto per la fornitura del sistema S-300, che sono, prima di tutto, armi anti-aeree molto efficaci. Poi ci sono altre cose riguardanti le forniture di carburante, che sono molto importanti per la Cina, in quanto quest’ultimo è il paese con la più alta crescita economica. La sua economia in crescita genera una sempre maggiore domanda di petrolio e di gas. Anche se ci sono accordi con la Russia per le forniture, i cinesi stanno anche sviluppando l’energia eolica e altre forme di energia rinnovabile. Hanno inoltre enormi riserve di carbone e l’ energia nucleare non crescerà molto, solo circa il 5% per molti anni. In altre parole, la necessità di gas e petrolio per l’economia cinese è enorme e non riesco a immaginare, davvero, come saranno in grado di ottenere tutta questa energia e a quale prezzo, se il paese dove hanno importanti investimenti viene distrutto dagli Stati Uniti. Ma il rischio peggiore è la natura stessa di questa guerra in Iran. L’Iran è un paese musulmano che ha milioni di combattenti addestrati e che sono fortemente motivati. Ci sono decine di milioni di persone che si stanno formando militarmente, vengono educati e preparati politicamente, uomini e donne. Ci sono milioni di combattenti addestrati e determinati a morire. Queste sono persone che non si faranno intimidire. Poi ci sono gli afghani, che stanno venendo uccisi dai droni americani, ci sono i pakistani, gli iracheni, che hanno visto uno- due milioni di connazionali morire a causa della guerra antiterrorismo inventata da Bush. Non si può vincere una guerra contro il mondo musulmano, è pura follia.

Michel Chossudovsky: Questo è vero, le loro forze convenzionali sono imponenti, l’Iran può mobilitare in un solo giorno diversi milioni di soldati, dispiegati al confine con l’Afghanistan e l’Iraq. E anche se ci fosse una guerra lampo, gli Stati Uniti non possono evitare una guerra convenzionale condotta molto vicino alle sue basi militari nella regione.

Fidel Castro Ruz: Il fatto è che gli Stati Uniti questa guerra convenzionale la perderebbero. Il problema è che nessuno può vincere una guerra convenzionale contro milioni di persone. Questi non concentrerebbero le loro forze in gran numero in un unico luogo per farsi uccidere dagli americani. Beh, ero un guerrigliero e ricordo che ho dovuto pensare seriamente a come utilizzare le forze che avevamo a disposizione e mai avrei commesso l’errore di concentrarle in un unico luogo, perché più sono concentrate, maggiori saranno le vittime causate da armi di distruzione di massa ….

Michel Chossudovsky: Come accennato in precedenza, una questione della massima importanza: la decisione della Russia e della Cina nel Consiglio di Sicurezza, il loro sostegno alla risoluzione 1929, è infatti nociva anche per loro, perché, in primo luogo, la Russia non ha la possibilità di esportare le armi, congelando cosi la sua principale fonte di reddito. L’Iran è stato uno dei principali clienti e acquirenti di armi russe ed era un’importante fonte di reddito in valuta che sosteneva l’economia dei beni di consumo della Russia, coprendo così le esigenze della sua popolazione. D’altro canto, la Cina ha bisogno, come menzionato, di accesso alle fonti di energia. Il fatto che Cina e Russia abbiano accettato l’accordo al Consiglio di sicurezza dell’ONU, equivale a dire: “Accettiamo che si uccida la nostra economia e, in qualche modo, i nostri accordi commerciali con un paese terzo“.Questo è molto grave perché questa [la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU] non rappresenta solo un danno per l’Iran, ma danneggia anche questi due paesi e, suppongo, anche se non sono un politico, che ci devono essere divisioni enormi all’interno della leadership, sia in Russia e in Cina, perché questo accada, perchè la Russia accetti di non usare il suo potere di veto nel Consiglio di Sicurezza. Ho parlato con i giornalisti russi, i quali mi hanno riferito che quello non era esattamente un accordo all’interno del governo, era più una linea guida. Ma ci sono persone nel governo con un diverso punto di vista per quanto riguarda gli interessi della Russia e la sua posizione in Consiglio di sicurezza dell’ONU. Come vedete questo?

Fidel Castro Ruz: Come vedo la situazione generale? L’alternativa in Iran, anzi, mi permetta di metterla in questo modo- la guerra convenzionale sarebbe persa dagli Stati Uniti e la guerra nucleare non è un’alternativa per nessuno. D’altra parte, la guerra nucleare diventerebbe inevitabilmente globale. Quindi il pericolo esistente, a mio parere, con la situazione attuale in Iran e tenendo conto delle ragioni che stanno presentando e molti altri fatti, mi porta alla conclusione che la guerra finirebbe per essere una guerra nucleare.

Michel Chossudovsky: In altre parole, poiché gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono in grado di vincere la guerra convenzionale, hanno intenzione di usare le armi nucleari. Ma anche quella sarebbe una guerra che non potrebbero vincere, perché perderemmo tutto.

Fidel Castro Ruz: Perderebbero tutti, è una guerra che perderebbero tutti. Cosa avrebbe guadagnato la Russia se si scatenasse una guerra nucleare laggiù? Cosa avrebbe guadagnato la Cina? Che tipo di guerra sarebbe, come reagirebbe il mondo? Quale  effetto avrebbe sull’economia mondiale? Lei lo ha spiegato all’università quando parlò del sistema centralizzato di difesa progettato dal Pentagono. Sembra fantascienza, ma non assomiglia neanche lontanamente all’ultima guerra mondiale. L’altra cosa molto importante è il tentativo [del Pentagono] di trasformare le armi nucleari  in armi convenzionali tattiche. Oggi, 13 ottobre [201o], stavo leggendo, proprio a riguardo di questo, una nota di un’agenzia che riportava che i cittadini di Hiroshima e Nagasaki avevano dato luogo a forti proteste per il fatto che gli Stati Uniti avevano appena effettuato test nucleari sub – critici. Vengono definiti sub – critici in quanto si utilizza l’arma nucleare senza distribuire tutta l’energia che può essere ottenuta con la massa critica. Dice: ” Indignazione a Hiroshima e Nagasaki per un test nucleare degli Stati Uniti.” …”Le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, vittime di un attacco nucleare alla fine della seconda guerra mondiale, hanno condannato oggi il test nucleare effettuato dagli Stati Uniti il settembre scorso, denominato sub- critico in quanto non scatena reazioni nucleari a catena“. ”Il test, il primo di questo tipo in quel paese dal 2006, ha avuto luogo il 15 settembre in qualche parte nel Nevada, Stati Uniti. E’ stato ufficialmente confermato dal Dipartimento per l’energia americano, come riportato dal Japan Times. “

Che cosa ha scritto quel giornale?

Sono profondamente deplorato perché speravo che il presidente Barack Obama assumesse la leadership nell’ eliminazione delle armi nucleari“,ha dichiarato il governatore di Nagasaki, Hodo Nakamura, in una conferenza stampa.

Seguono una serie di notizie relative.

Il test ha anche causato diverse proteste tra i cittadini di Hiroshima e Nagasaki, tra cui alcuni superstiti degli attacchi atomici che hanno devastato le due città nel mese di agosto del 1945“.

Non possiamo tollerare alcuna azione degli Stati Uniti che tradisce la promessa del presidente Barack Obama di andare avanti verso un mondo senza armi nucleari, ha dichiarato Yukio Yoshioka, il vice direttore del Consiglio per le Vittime della Bomba Atomica di Hiroshima”.

Il governo ha dichiarato che non ha alcuna intenzione di protestare.” Lascia la protesta ad un ambito sociale e prosegue: “Con questo, il numero di test nucleari sub – critici  compiuti dagli Stati Uniti raggiunge la cifra di 26 dal luglio 1997, data in cui venne effettuato il primo di questi test“.

Continua:

Washington ritiene che questi test non violano il Trattato per la Proibizione Completa dei Test Nucleari (CTBT) , in quanto non scatenano alcuna reazione a catena e quindi non rilasciano  energia nucleare. Per cui possono essere considerati test di laboratorio.”

Gli Stati Uniti sostengono di dover effettuare questi test in quanto necessari per mantenere la “sicurezza del loro arsenale nucleare“, che è analogo a dire: dato che abbiamo questi imponenti arsenali nucleari, facciamo questi test per garantire la nostra sicurezza.

Michel Chossudovsky: Torniamo alla questione della minaccia contro l’Iran, perché Lei ha detto che gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono in grado di vincere una guerra convenzionale. Questo è vero, ma le armi nucleari potrebbero essere utilizzate come alternativa alla guerra convenzionale e questa è evidentemente una minaccia contro l’umanità, come avete sottolineato nei vostri scritti. Il motivo della mia preoccupazione è che, dopo la Guerra Fredda, è  stata sviluppata l’idea delle armi nucleari con un “volto umanitario“, dicendo che quelle armi non sono veramente pericolose, che non danneggiano i civili, cambiando cosi, in qualche modo, l’etichetta di queste armi. Pertanto, secondo i loro criteri, le armi nucleari [tattiche] non sono diverse dalle armi convenzionali ed ora i manuali militari dicono che le armi nucleari tattiche sono armi che non rappresentano alcuna minaccia per i civili. Quindi, potremmo ritrovarci nella situazione in cui, chi decide di attaccare l’Iran con armi nucleari, non sarebbe consapevole delle conseguenze che questo potrebbe avere per il Medio Oriente, per l’Asia centrale, ma anche per l’intera umanità, dato che direbbero: “Beh, secondo i nostri criteri, queste armi nucleari [tattiche, quindi sicure per i civili] sono diverse da quelle impiegate durante la Guerra Fredda e, quindi, possiamo usarle contro l’Iran come un arma che non minaccia la sicurezza globale”.  Come vede questo? E’ estremamente pericoloso, perché credono alla loro stessa propaganda. Si tratta di propaganda all’interno delle forze armate e all’interno dell’apparato politico. Quando le armi nucleari tattiche sono state riclassificate nel 2002-2003, il senatore Edward Kennedy disse che si trattava di un modo per offuscare il confine tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Ma la situazione in cui siamo giunti oggi è questa, siamo in un’ era in cui le armi nucleari vengono considerate al paro dei Kalashnikov. Sto esagerando, ma in qualche modo le armi nucleari fanno ora parte della cassetta degli attrezzi, la cassetta degli attrezzi è il termine che usano, da cui poi si sceglie il tipo di arma da utilizzare. Così,un’arma nucleare potrebbe essere utilizzata in un teatro di guerra convenzionale, guidandoci all’ impensabile, ovvero uno scenario di guerra nucleare a livello regionale ma con ripercussioni anche a livello globale.

Fidel Castro Ruz: Ho ascoltato quello che Lei ha detto al programma La Mesa Redonda [sulla TV cubana] riguardo tali armi, presumibilmente innocue per persone che vivono in prossimità delle aree in cui verrebbero usate e la cui la potenza potrebbe variare da una terzo di quella venne sganciata su Hiroshima fino a sei volte la potenza di quella stessa arma. Oggi sappiamo benissimo il terribile danno che provocò quella bomba. Una sola bomba uccise all’istante 100.000 persone. Provate a immaginare una bomba che ha sei volte la potenza di quella di Hiroshima o due volte superiore, oppure con una potenza equivalente o con una potenza del 30 per cento. E ‘assurdo. Bisogna poi anche tenere a mente quello che Lei ha spiegato all’università, riguardo il tentativo di presentarla come un’ arma umanitaria che potrebbe anche essere disponibile per le truppe durante le operazioni. Così, in ogni momento, qualsiasi comandante nel teatro delle operazioni potrebbe essere autorizzato ad utilizzare l’arma perchè  più efficiente delle altre, qualcosa che sarebbe considerato suo dovere secondo la dottrina militare e la formazione che ricevono nelle accademie militari.

Michel Chossudovsky: In questo senso, non credo che questa arma nucleare possa essere utilizzata senza l’approvazione, diciamo, del Pentagono, vale a dire le sue strutture di comando centralizzate [ad esempio, il comando strategico].Penso invece che potrebbe essere utilizzata senza l’approvazione del Presidente degli Stati Uniti e comandante in capo delle forze armate. In altre parole, non è proprio la stessa logica che prevalse durante la Guerra Fredda, dove c’era il telefono rosso e …

Fidel Castro Ruz: Capisco, professore, quello che Lei dice riguardo l’uso di quell’arma, che il suo uso debba avere l’approvazione dai piani alti del Pentagono, e mi sembra giusto che Lei faccia questo chiarimento in modo che non potranno accusarla di esagerane i pericoli.  Però, dopo che si è imparato a conoscere gli antagonismi e le argomentazioni tra il Pentagono e il Presidente degli Stati Uniti, non ci sono davvero troppi dubbi su quale sarebbe la decisione del Pentagono se il capo del teatro delle operazioni ne richiedesse l’uso perché lo ritiene necessario o indispensabile.

Michel Chossudovsky: C’è anche un altro elemento. Ad ora, il dispiegamento di armi nucleari tattiche, per quanto ne so, è stato intrapreso da diversi paesi europei che appartengono alla NATO. È il caso di Belgio, Olanda, Turchia, Italia e Germania.Quindi, ci sono un sacco di queste “piccole bombe nucleari” molto vicino al teatro di guerra. E poi abbiamo anche Israele. Ora, non credo che Israele stia per iniziare una guerra per conto suo, che sarebbe impossibile in termini di strategia e processo decisionale. Nella guerra moderna, con la centralizzazione delle comunicazioni e della logistica e tutto il resto, iniziare una grande guerra sarebbe una decisione centralizzata.Tuttavia, Israele potrebbe agire se gli Stati Uniti gli concedessero il via libera per lanciare il primo attacco. Fa parte delle possibilità, anche se ci sono alcuni analisti che ora dicono che la guerra contro l’Iran avrà inizio in Libano e in Siria con una guerra convenzionale di confine e sarà questo a fornire il pretesto per una escalation delle operazioni militari.

Fidel Castro Ruz: Ieri, il 13 ottobre [2010], una moltitudine di persone ha accolto Ahmadinejad in Libano come un eroe nazionale. Stavo leggendo una notizia questa mattina a riguardo. Inoltre, conosciamo anche le preoccupazioni di Israele , in considerazione del fatto che i libanesi sono persone molto combattive, che dispongono oggi di un numero di missili reattivi tre volte superiore a quelli che avevano nel precedente conflitto con Israele ed era una grande preoccupazione per Israele, perché, come hanno affermato i tecnici israeliani, hanno bisogno dell’aviazione per affrontare quell’arma. E quindi dichiarano che potrebbero attaccare l’Iran solo per un numero limitato di ore, non tre giorni, perché dovrebbero prestare attenzione a tale pericolo. Questo è il motivo per cui, da questi punti di vista, ogni giorno che passa sono sempre più interessati, dato che queste armi fanno parte dell’arsenale iraniano di armi convenzionali. Per esempio, tra le armi convenzionali, hanno centinaia di lanciarazzi per combattere le navi da guerra di superficie in quella zona del Mar Caspio. Dalla guerra delle Falkland siamo a conoscenza del fatto che una nave da guerra di superficie è in grado di schivare uno, due o tre razzi. Ma come può però una grande nave da guerra difendersi contro una pioggia di armi di questo tipo?. Quelle sono navi veloci, gestite da persone ben addestrate, perché gli iraniani stanno formando personale da 30 anni e hanno sviluppato efficienti armi convenzionali. Lei stesso sa e conosce quello che è accaduto durante l’ultima guerra mondiale, prima della comparsa delle armi nucleari. Cinquanta milioni di persone sono morte a causa del potere distruttivo delle armi convenzionali. Oggi la guerra non è come la guerra che fu combattuta nel XIX secolo, prima della comparsa delle armi nucleari. E le guerre erano allora già altamente distruttive. Le armi nucleari fecero la loro comparsa all’ultimo minuto perché Truman voleva usarle. Ha voluto testare la bomba di Hiroshima, creando la massa critica di uranio e l’altra a Nagasaki, creando una massa critica di plutonio. Le due bombe uccisero immediatamente circa 100.000 persone . Non sappiamo poi quante sono state ferite e colpite dalle radiazioni e poi morte in seguito o quelle che hanno sofferto per lunghi anni questi effetti. Inoltre, una guerra nucleare creerebbe un inverno nucleare. Sto parlando riguardo i pericoli di una guerra, considerando il danno immediato che potrebbe causare. Ne basta un numero ridotto, le armi di cui dispone una delle due potenze minori, l’India ed il Pakistan. La loro esplosione sarebbe sufficiente a creare un inverno nucleare, da cui nessun essere umano potrebbe sopravvivere, dal momento che durerebbe tra gli 8 e i 10 anni. In poche settimane la luce del sole non sarebbe più visibile. L’umanità ha meno di 200.000 anni. Finora rientrava tutto nella normalità. Venivano soddisfatte le leggi della natura, le leggi della vita si sono sviluppate sul pianeta Terra da più di 3 miliardi di anni. Gli uomini, l’Homo sapiens, gli esseri intelligenti, non esistevano quando erano trascorsi 8 decimi di un milione di anni, secondo tutti gli studi. Duecento anni fa, era tutto era praticamente sconosciuto. Oggi sappiamo le leggi che governano l’evoluzione della specie. Oggi scienziati, teologi, anche i più devoti religiosi che inizialmente facevano l’eco alla campagna lanciata dalle grandi istituzioni ecclesiastiche contro la teoria darwiniana,  accettano le leggi dell’evoluzione come reali, senza che questo impedisca la loro sincera pratica delle loro credenze religiose in cui, molto spesso, le persone trovano conforto per le loro maggiori difficoltà. Credo che nessuno sulla Terra voglia che la specie umana sparisca. E questa è la ragione per cui io sono del parere che ciò che dovrebbe sparire non siano solo le armi nucleari, ma anche quelle convenzionali. Dobbiamo fornire una garanzia per la pace a tutti i popoli, senza distinzione, agli iraniani e agli israeliani. Le risorse naturali devono essere distribuite.Loro dovrebbero! Non voglio dire che lo farebbero, o che sarebbe stato facile farlo. Ma non ci sarebbe altra alternativa per l’umanità, in un mondo di dimensioni e risorse limitate, anche se si sviluppasse tutto il potenziale scientifico per creare fonti di energia rinnovabili. Siamo quasi 7 miliardi di abitanti e abbiamo quindi bisogno di implementare una politica demografica. Abbiamo bisogno di molte cose e, quando poi le metti tutte insieme, ti chiedi : saranno gli esseri umani in grado di capire questo e superare tutte queste difficoltà? Ti rendi conto che solo l’entusiasmo può veramente portare una persona a dire che affronterà e risolverà facilmente un problema di tali proporzioni.

Michel Chossudovsky: Quello che Lei ha appena detto è estremamente importante, quando parlavate di Truman. Truman disse che Hiroshima era una base militare e che non ci sarebbe stato alcun danno per i civili. Questa nozione di danno collaterale riflette la continuità della dottrina nucleare [dell'America] dal 1945  ad oggi. Cioè, non al livello della realtà, ma a livello di dottrina e propaganda [militare]. Voglio dire, nel 1945 si diceva: Salviamo l’umanità uccidendo 100.000 persone e neghiamo il fatto che Hiroshima era una città popolata, affermando che si trattava di una base militare. Ma oggi le falsità sono diventate molto più sofisticate, più diffuse e le arme nucleari sono ad un livello più avanzato. Così, stiamo trattando il futuro dell’umanità e la minaccia di una guerra nucleare a livello globale. Le bugie e le finzioni sottostanti il discorso politico e militare [U.S.A] ci guiderebbero ad una catastrofe mondiale, dove i politici nemmeno si renderebbero conto delle loro stesse menzogne. Lei ha detto che gli esseri umani intelligenti esistono da 200.000 anni, ma quella stessa intelligenza, incorporata in varie istituzioni, vale a dire i media, i servizi segreti, le Nazioni Unite… sarà proprio quello che ci distruggerà. Perché crediamo alle nostre bugie che ci conducono verso una guerra nucleare, senza renderci conto che questa sarebbe l’ultima guerra, come disse chiaramente Einstein. Una guerra nucleare non può garantire la continuità dell’umanità, è una minaccia contro il mondo.

Fidel Castro Ruz: Ottimo discorso professore. Il danno collaterale, in questo caso, potrebbe essere l’umanità. La guerra è un crimine e non c’è bisogno di alcuna nuova legge per descriverla come tale perché, a partire da Norimberga, la guerra è già stata considerata un crimine, il più grande crimine contro l’umanità e la pace e il più orribile di tutti i crimini.

Michel Chossudovsky – I testi di Norimberga lo dicono chiaramente: “.. La guerra è un atto criminale, è l’atto definitivo di guerra contro la pace“. Questa parte dei testi di Norimberga viene spesso citata. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati volevano usarla contro i vinti e non sto dicendo che non avesse validità, ma i crimini che hanno commesso loro, compresi i crimini commessi contro la Germania e il Giappone, non vengono mai menzionati. E, nel caso del Giappone, con l’uso di un’arma nucleare. E’ una questione estremamente importante per me e se stiamo parlando di una “contro-alleanza per la pace”, la criminalizzazione della guerra mi sembra essere un aspetto fondamentale. Sto parlando dell’ abolizione della guerra, un atto criminale che deve essere eliminato.

Fidel Castro Ruz – Beh.. e chi giudicherebbe i principali criminali?

Michel Chossudovsky - Il problema è che controllano anche il sistema giudiziario e i tribunali. In tal modo anche i giudici sono criminali. Che cosa possiamo fare?

Fidel Castro Ruz: Dico che questo fa parte della “Battaglia delle Idee“. Bisogna esigere che il mondo non venga guidato in una catastrofe nucleare. Si tratta di preservare la vita.  Non lo sappiamo, ma si presume che se l’uomo diventa consapevole della propria esistenza, quella del suo popolo, quella dei suoi cari, anche i capi militari statunitensi sarebbero coscienti del risultato, anche se sono stati educati per seguire gli ordini, spesso genocidi, come l’uso di armi nucleari tattiche o strategiche, perché questo è ciò che gli è stato insegnato nelle accademie [militari]. Mentre tutto questo è pura follia, nessun politico è esente dal dovere di trasmettere queste verità al popolo. Bisogna credere in loro, altrimenti non ci sarebbe nulla per cui lottare.

Michel Chossudovsky -Penso che quello che Lei sta dicendo è che, al momento attuale, il grande dibattito nella storia umana dovrebbe concentrarsi sul pericolo di una guerra nucleare che minaccia il futuro dell’umanità stessa e che qualsiasi discussione che abbiamo riguardo i bisogni primari o dell’ economia richieda che impediamo il verificarsi di questa guerra e che si instauri la pace globale, in modo da poter poi pianificare il tenore di vita in tutto il mondo sulla base delle esigenze primarie. Ma se non risolviamo il problema della guerra, nemmeno il capitalismo sopravviverà, o no?

Fidel Castro Ruz – No, non può sopravvivere, dopo tutte le analisi che abbiamo condotto, non può sopravvivere. Il sistema capitalista e l’economia di mercato che soffocano la vita umana, non scompariranno durante la notte, ma è l’imperialismo basato sulla forza, sulle armi nucleari e su quelle convenzionali con la tecnologia moderna, che deve scomparire se vogliamo che l’umanità sopravviva. Ora, c’è qualcosa che sta avvenendo in questo momento e che caratterizza il processo di disinformazione in tutto il mondo, ed è il seguente: in Cile, 33 minatori sono rimasti intrappolati a 700 metri di profondità e il mondo è in festa alla notizia che questi uomini sono stati portati in salvo. Beh, semplicemente, cosa farebbe  il mondo se si rendesse conto che 6,877,596,300 di persone hanno bisogno di essere salvate. Se 33 uomini hanno creato  gioia universale e tutti i mass media parlano solo di questo in questi giorni, perché non salvare i quasi 7 miliardi di persone intrappolate dal terribile pericolo di perire in una morte orribile come quella di Hiroshima e Nagasaki?

Michel Chossudovsky - Questo è anche, chiaramente, la questione della copertura mediatica che viene data a diversi eventi e la propaganda proveniente dai media. Penso che sia stata un incredibile operazione umanitaria quella intrapresa dai cileni, ma è vero anche che, se c’è una minaccia per l’umanità, come Lei ha detto, dovrebbe essere sulla prima pagina di tutti i giornali del mondo dato che la società umana, nella sua totalità, potrebbe essere vittima di una decisione che è stata presa, anche da un generale a tre stelle, ignaro delle conseguenze delle armi nucleari. Ma qui stiamo parlando di come i media, in particolare quelli Occidentali, offuschino il problema più grave che interessa potenzialmente il mondo di oggi, che è il pericolo di una guerra nucleare e questo dobbiamo prenderlo sul serio, perché sia Hillary Clinton che Obama hanno detto di aver contemplato una cosiddetta guerra preventiva contro l’Iran con armi nucleari. Ebbene, come possiamo rispondere? Cosa dice a Hillary Clinton e Barak Obama riguardo le loro dichiarazioni sull’uso unilaterale delle armi nucleari contro l’Iran, un paese che non comporta pericoli per nessuno?

Fidel Castro Ruz – Sì, sono a conoscenza di due cose.  Di quello che è stato discusso. Questo è stato pubblicato recentemente, le discussioni in seno al Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti. Questo è il valore del libro scritto da Bob Woodward, in quanto ha rivelato come si sono verificate tutte queste discussioni. Conosciamo le posizioni di Biden, di Hillary, di Obama, e in effetti, in queste discussioni, colui che si è mostrato più fermo contro l’estensione della guerra, che è stato in grado di discutere con i militari, è stato Obama. Questo è un fatto. Sto scrivendo l’ultima riflessione, in realtà, a tale proposito. L’unico che è arrivato li e gli diede un consiglio, è stato un avversario, data la sua appartenenza al Partito Repubblicano: Colin Powell. Gli ha ricordato che lui era il Presidente degli Stati Uniti d’America. Un consiglio incoraggiante. Penso che dovremmo far si che che questo messaggio arrivi a tutti, che tutti possano leggere quello che abbiamo discusso. Credo che siano in molti a leggere i suoi articoli su Global Research. Sono felice ogni volta che argomentate, ragionevolmente, e portate avanti questi problemi, in quanto ritengo esista un deficit reale di informazioni per i motivi che Lei stesso ha spiegato. Ora, dobbiamo inventare. Quali sono i modi per far conoscere tutto questo? Al tempo dei Dodici Apostoli, che erano 12 e non di più,  fu dato loro il compito di diffondere gli insegnamenti che un predicatore gli aveva trasmesso. Certo, avevano centinaia di anni davanti a loro. Noi no. Ma stavo guardando l’elenco delle personalità che hanno collaborato con Global Research e ci sono più di 20 persone di spicco, gente di prestigio, che pone le stesse domande. Ma anche loro hanno poco tempo a disposizione.

Michel Chossudovsky - Il movimento contro la guerra negli Stati Uniti, in Canada e in Europa è diviso. Alcune persone pensano che la minaccia venga dall’Iran, altri dicono che [gli iraniani] sono terroristi e c’è molta disinformazione nel movimento stesso. Inoltre, in occasione del World Social Forum, il problema della guerra nucleare non rientra nel dibattito tra le persone di sinistra o progressisti. Durante la Guerra Fredda si parlava del pericolo di un conflitto nucleare e la gente ne aveva consapevolezza. Nell’ultima riunione tenutasi a New York sulla non proliferazione, alle Nazioni Unite, l’attenzione è stata posta sulla minaccia nucleare proveniente da entità non statali, da terroristi. Il presidente Obama ha affermato che la minaccia proveniva da Al Qaeda, che dispone di armi nucleari. Inoltre, se qualcuno legge i suoi discorsi, quello che il Presidente sembra insinuare è che questi terroristi abbiano la capacità di produrre piccole bombe nucleari, quelle che chiamano “bombe sporche“. Beh, è un modo di distorcere i problemi e spostarne l’attenzione.

Fidel Castro Ruz – Questo è ciò che gli raccontano, questo è ciò che il suo stesso popolo gli racconta e glielo fanno credere.  [...]

Michel Chossudovsky - Ho una domanda, perché c’è un aspetto importante legato alla Rivoluzione cubana. A mio parere, il dibattito sul futuro dell’umanità è anche parte di un discorso rivoluzionario. Se la società nel suo complesso dovesse essere minacciata dalla guerra nucleare, è necessario avere, in qualche forma, una rivoluzione del pensiero, nonché delle azioni, contro questo evento[vale a dire la guerra nucleare].

Fidel Castro Ruz - Dobbiamo dire, ripeto, che l’umanità è intrappolata a 800 metri sotto terra e che dobbiamo uscire, dobbiamo fare un’operazione di salvataggio. Questo è il messaggio che dobbiamo trasmettere a un gran numero di persone. Se saranno in tanti a crederci a questo messaggio, faranno quello che Lei sta facendo e sosterranno quello che Lei sta sostenendo. Non dipenderà più da chi è a dirlo, ma sul fatto che qualcuno  lo dica. Bisogna capire come si possono raggiungere le masse informate. La soluzione non è rappresentata dai giornali. C’è l’Internet, Internet è più economico, Internet è più accessibile. Io mi sono avvicinato a voi tramite Internet mentre ero alla ricerca di notizie, non attraverso le agenzie, non attraverso la stampa, non dalla CNN.  Tramite newsletter ricevo giornalmente più di 100 pagine di articoli. Ieri stavate sostenendo che negli Stati Uniti, qualche tempo fa, i due terzi dell’opinione pubblica erano contro la guerra in Iran e, oggi, circa il cinquanta per cento è favorevole all’azione militare contro l’Iran.

Michel Chossudovsky - E’ quello che è accaduto, anche negli ultimi mesi, dove si diceva: “Sì, la guerra nucleare è molto pericolosa, è una minaccia, ma la minaccia viene dall’Iran“, e c’erano manifessti a New York con su scritto: “Di no al nucleare iraniano” e il messaggio di questi manifesti è stato quello di presentare l’Iran come una minaccia alla sicurezza globale, anche se la minaccia non esiste perché non hanno alcuna arma nucleare. Comunque la situazione è questa e il The New York Times, all’inizio di questa settimana, ha pubblicato un articolo sostenendo che , sì, gli omicidi politici sono legali. Poi, quando abbiamo una stampa che ci dà cose del genere, con la distribuzione che hanno, il lavoro che dobbiamo fare è enorme. Abbiamo capacità limitate per invertire questo processo [della disinformazione dei media] con la limitata distribuzione dei mezzi di comunicazione alternativi. In aggiunta a ciò, oggi, molti di questi media alternativi vengono finanziati dall’establishment economico.

Fidel Castro Ruz - Eppure dobbiamo combattere.

Michel Chossudovsky - Sì, continuiamo a lottare, ma il messaggio era quello che Lei ha detto ieri. Che nel caso di una guerra nucleare, il danno collaterale sarebbe l’umanità nel suo insieme.

Fidel Castro Ruz - Sarebbe l’umanità, l’esistenza dell’umanità.

Michel Chossudovsky - E’ anche vero che Internet deve continuare a funzionare come strumento di sensibilizzazione per evitare la guerra.

Fidel Castro Ruz - Beh, è l’unico mezzo con cui siamo in grado di impedirlo. E’ come l’esempio che ho citato: ci sono quasi 7 miliardi di persone intrappolate a 800 metri di profondità, dobbiamo usare il fenomeno del Cile per rivelare queste cose.

Michel Chossudovsky – Paragonate il salvataggio dei 33 minatori, dicendo che ci sono questi uomini sotto terra che devono essere soccorsi, che hanno ricevuto un’ampia copertura mediatica e che allo stesso tempo ci sono quasi 7 miliardi di persone che sono a 800 metri di profondità e non capiscano cosa sta succedendo, ma dobbiamo salvarli, perché l’umanità nel suo insieme è minacciata dalle armi nucleari degli Stati Uniti e dei suoi alleati, dato che sono loro che dicono di volerne far uso.

Fidel Castro Ruz – E le useranno [le armi nucleari] se non ci sara alcuna opposizione, se non ci sarà alcuna resistenza. Vengono ingannati, sono drogati di superiorità militare e di tecnologia moderna e non sanno cosa stanno facendo. Non capiscono le conseguenze e ritengono di poter continuare cosi. È impossibile.

Michel Chossudovsky – Oppure credono che questa sia semplicemente una sorta di arma convenzionale.

Fidel Castro Ruz – Sì, sono ingannati e credono che si possa ancora usare quell’arma. Credono di essere in un’altra epoca, non ricordano cosa disse Einstein quando affermava che non sapeva con quali armi si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale ma la quarta sarebbe stata combattuta sicuramente con bastoni e pietre. Ci ho aggiunto: “… solo che non ci sarebbe  nessuno ad usare i bastoni e le pietre”. Questa è la realtà, l’ho scritto lì nel breve discorso che mi ha suggerito di sviluppare.

Michel Chossudovsky - Il problema che vedo è che l’uso di armi nucleari non comporta necessariamente la fine del genere umano da un giorno all’altro, perché l’impatto radioattivo è cumulativo.

Fidel Castro Ruz – Può ripetere, per favore.

Michel Chossudovsky – L’arma nucleare comporta diverse conseguenze: una è l’esplosione e la distruzione nel teatro di guerra, che è il fenomeno di Hiroshima, e l’altra sono gli effetti delle radiazioni che aumentano nel tempo.

Fidel Castro Ruz – Sì, l’ inverno nucleare, come lo chiamiamo noi. Il prestigioso ricercatore americano, dell’Università di Rutgers (New Jersey), il Professore Emerito Alan Robock, ha inconfutabilmente dimostrato che lo scoppio di una guerra tra due delle otto potenze nucleari che possiedono la minima quantità di armi di questo tipo, si tradurrebbe in un “inverno nucleare“. Ha lavorato con un gruppo di ricercatori che hanno utilizzato modelli computerizzati ultra-scientifici. Sarebbe sufficiente che esplodano 100 delle 25.000 armi nucleari strategiche possedute dalle otto potenze menzionate per far si che si generino temperature sotto lo zero in tutto il pianeta e una lunga notte che durerebbe circa otto anni. Il professor Robock sostiene che è così terribile che le persone stiano cadendo in uno “stato di negazione“, non vogliono pensarci, è più facile far finta che non esista “. Me lo disse personalmente durante una conferenza internazionale che stava tenendo e dove ho avuto l’onore di conversare con lui. Parto da un presupposto: se scoppia una guerra in Iran, sarà inevitabilmente una guerra nucleare e una guerra globale. Ecco perché ieri si diceva che non era giusto permettere un tale accordo nel Consiglio di Sicurezza, perché rende tutto questo più facile, capite? Una guerra in Iran oggi non resterebbe confinata a livello locale, perché gli iraniani non si piegherebbero. Se rimane convenzionale, sarebbe una guerra che gli Stati Uniti e l’Europa non possono vincere e, sostengo, si trasformerebbe rapidamente in una guerra nucleare. Se gli Stati Uniti dovessero commettere l’errore di usare armi nucleari tattiche, si creerebbe una situazione di sdegno a livello mondiale e gli USA alla fine perderebbero il controllo della situazione. Obama ha avuto una accesa discussione con il Pentagono su cosa fare in Afghanistan; immaginate ora Obama, con i soldati americani e israeliani, combattere contro milioni di iraniani. I sauditi non stanno andando a combattere in Iran, né i soldati pakistani o qualsiasi altro paese arabo o musulmano. Quello che potrebbe accadere è che gli yankee abbiano gravi conflitti con le tribù pachistane che stanno attaccando e uccidendo con i loro droni, e loro lo sanno. Quando sferrano un colpo contro quelle tribù, prima attaccano e poi avvertono il governo, senza dire nulla in anticipo e questa è una delle cose che più irrita i pakistani. C’è un forte sentimento antiamericano lì.  E’ sbagliato pensare che gli iraniani si arrendano se venissero colpiti con armi nucleari tattiche. Il mondo sarebbe davvero scioccato ma potrebbe essere troppo tardi.

Michel Chossudovsky - Non possono vincere una guerra convenzionale.

Fidel Castro Ruz – Non possono vincere.

Michel Chossudovsky - E questo possiamo vederlo in Iraq, in Afghanistan. Possono distruggere un intero paese ma non possono vincere da un punto di vista militare.

Fidel Castro Ruz – Ma distruggerlo [un paese] a che prezzo, a quale prezzo per il mondo, a quali costi economici, in marcia verso la catastrofe? I problemi che Lei ha citato si aggravano, il popolo americano reagirebbe , perché il popolo americano è spesso lento a reagire ma alla fine lo fanno. Gli americani reagiscono alle vittime, ai morti. Un sacco di gente ha sostenuto l’amministrazione Nixon durante la guerra in Vietnam, lui suggerì anche l’uso di armi nucleari a Kissinger, ma lui lo dissuase poi dal compiere quel passo criminale. Gli Stati Uniti furono costretti dal popolo americano a porre fine alla guerra, ma hanno dovuto negoziare e consegnare il Sud. L’Iran dovrebbe rinunciare al petrolio nella zona. Adesso sono di nuovo in Vietnam, comprando petrolio, negoziando. In Iran perderebbero molte vite e, forse, gran parte degli impianti petroliferi della zona sarebbero distrutti. Nella situazione attuale, è probabile che non capiscano il nostro messaggio. Se scoppia la guerra, la mia opinione è che, sia essi che il resto del mondo, non ci guadagnerebbero nulla. Se fosse solo una guerra convenzionale, che è molto improbabile, perderebbero irrimediabilmente e se  questa si trasforma in una guerra nucleare globale, avrebbe perso l’umanità .

Michel Chossudovsky -L’Iran ha le forze convenzionali … significative.

Fidel Castro Ruz – Sono milioni.

Michel Chossudovsky - Forze di terra, ma anche razzi e anche l’Iran ha la capacità di difendersi.

Fidel Castro Ruz – E finche rimarrà un solo uomo con una pistola, questo sarà un nemico che dovranno sconfiggere.

Michel Chossudovsky -E sono parecchi milioni ad avere le pistole.

Fidel Castro Ruz - Milioni, e saranno costretti a sacrificare molte vite americane. Purtroppo, sarebbe solo in quel momento che gli americani reagirebbero. Se non lo fanno ora lo faranno più tardi, quando sarà troppo tardi. Dobbiamo scrivere, dobbiamo divulgare questo tanto quanto possiamo. Ricordate che i cristiani sono stati perseguitati, portati nelle catacombe, li uccisero, li gettarono in pasto ai leoni, ma sono riusciti a mantenere le loro credenze per secoli e in seguito fecero lo stesso ai musulmani e questi non si piegarono mai. C’è una vera e propria guerra contro il mondo musulmano. Perché queste lezioni di storia vengono dimenticate? Ho letto molti degli articoli che ha scritto sui rischi di questa guerra.

Michel Chossudovsky - Torniamo alla questione dell’Iran. Credo che sia molto importante che l’opinione pubblica mondiale comprenda lo scenario di guerra. È chiaro che perderebbero la guerra, quella convenzionale, la stanno perdendo in Iraq e in Afghanistan e l’Iran dispone di molte più forze convenzionali rispetto a quelle della NATO in Afghanistan.

Fidel Castro Ruz - Molto più esperte e motivate. Gli USA ora sono in conflitto con quelle forze in Afghanistan e in Iraq e con una che non menzionano: i pakistani dello stesso gruppo etnico di quelli della resistenza in Afghanistan. Nelle discussioni alla Casa Bianca, essi ritengono che la guerra sia persa, questo è ciò che il libro di Bob Woodward, “Obama Wars“, ci dice. Immaginate poi se, oltre a questo, si aggiunge una guerra per liquidare quello che resterà dopo i primi colpi in Iran. Così si ritroveranno o in una situazione di guerra convenzionale che non possono vincere, o saranno costretti a condurre una guerra nucleare globale, con una forte sollevazione a livello mondiale. E io non so chi può giustificare il tipo di guerra che devono condurre, hanno 450 obiettivi segnalati in Iran e, alcuni di questi, secondo loro, dovranno essere attaccati con testate nucleari tattiche a causa della loro posizione in zone di montagna e a causa della profondità [sotterranea] in cui sono situate. Moriranno nello scontro anche tanti russi e persone di altre nazionalità che stanno collaborando con loro. Quale sarà la reazione dell’opinione mondiale di fronte a questo attacco che oggi viene irresponsabilmente promosso dai media con l’appoggio di molti americani?

Michel Chossudovsky - Un’ altra questione è che  Iran, Iraq, Afghanistan, sono tutti i paesi limitrofi in un certo modo. L’Iran confina con l’Afghanistan e con l’Iraq e gli Stati Uniti e la NATO hanno strutture militari nei paesi che occupano. Cosa succederà? Suppongo che le truppe iraniane passeranno immediatamente la frontiera.

Fidel Castro Ruz -Beh, non so quale tattica utilizzeranno ma, al loro posto, consiglierei di non concentrare le loro truppe, perché se le truppe sono concentrate saranno vittime di attacco con armi nucleari tattiche. In altre parole, da come viene descritta la minaccia, la cosa migliore per loro sarebbe di utilizzare una tattica simile a quella che adottammo nel sud dell’Angola, quando sospettavamo che il Sud Africa disponesse di armi nucleari. Abbiamo creato gruppi tattici di 1000 uomini con potenza di fuoco terrestre e anti-aerea . Le armi nucleari non avrebbero mai potuto raggiungere un gran numero di soldati. Razzi antiaerei  e altre armi simili sostenevano le nostre forze. Le armi e le condizioni del del terreno cambiano e la tattica deve continuamente cambiare.

Michel Chossudovsky: Dispersi.

Fidel Castro Ruz - Dispersi, ma non con gli uomini isolati, vi erano circa 1000 uomini con armi adeguate, il terreno era sabbioso, ovunque arrivavano dovevano scavare e proteggersi, mantenendo sempre la massima distanza tra i componenti. Al nemico non venne mai data la possibilità di assestare un colpo decisivo contro i 60.000 soldati cubani e angolani nel sud dell’Angola. Quello che abbiamo fatto in quel fraterno paese fu quello che avrebbe fatto un esercito con un centinaio di migliaia di forti soldati e operando con criteri tradizionali. Noi non eravamo in 100000 nel sud dell’Angola, c’erano 60.000 uomini, angolani e cubani. Per esigenze tecniche, i gruppi tattici erano principalmente costituiti da cubani, poichè sapevano guidare carri armati, usare missili, cannoni antiaerei, le comunicazioni; ma la fanteria era composta da soldati cubani e angolani, con grande spirito combattivo, che non esitarono nemmeno un secondo nel confrontarsi con l’esercito bianco dell’ Apartheid sostenuto dagli Stati Uniti e Israele. Chi gestiva le numerose armi nucleari che avevano in quel momento? Nel caso dell’Iran, giungono sempre notizie secondo cui gli iraniani stanno scavando nel terreno e quando gli si fanno domande relative a ciò rispondono che stanno costruendo cimiteri per seppellire gli invasori. Non so se è ironia, ma penso che dovrebbero scavare parecchio per proteggere le loro forze dall’attacco che li sta minacciando.

Michel Chossudovsky - Vero, ma l’Iran ha la possibilità di mobilitare milioni di truppe.

Fidel Castro Ruz – Non solo truppe, ma anche i posti di comando sono decisivi. A mio parere, il decentramento è molto importante. Gli attaccanti cercheranno di prevenire la trasmissione di ordini. Ogni unità di combattimento deve sapere in anticipo cosa fare in circostanze diverse. L’attaccante cercherà di colpire e destabilizzare la catena di comando, con le sue armi radio-elettroniche . Tutti questi fattori devono essere tenuti in considerazione. L’umanità non ha mai vissuto una situazione simile. In ogni caso, l’Afghanistan, cosi come l’Iraq, sono “sciocchezze”  quando confrontate con quello con cui stanno andando a sbattere in Iran: l’armamento, l’addestramento, la mentalità, il tipo di soldato … Se 31 anni fa i combattenti iraniani ripulivano i campi minati avanzandoci spora, oggi gli iraniani saranno senza dubbio gli avversari più temibili che gli Stati Uniti abbiano mai incontrato.

I nostri ringraziamenti e apprezzamento a CubaDebate per la trascrizione e la traduzione dallo spagnolo.

Messaggio di Fidel sui pericoli della guerra nucleare

Registrato l’ultimo giorno delle conversazioni, il 15 ottobre 2010, il video originale di Global Research / Cuba Debate (copyright nostro) è stato rimosso per presunte violazioni del copyright insieme a molti altri video da Youtube.

Pubblichiamo un video di RT del nostro video originale:

TRASCRIZIONE

L’uso di armi nucleari in una nuova guerra significherebbe la fine dell’umanità. Questo fu previsto dallo scienziato Albert Einstein, che era in grado di misurare la loro capacità distruttiva nel generare milioni di gradi di calore, che vaporizzano tutto all’interno di un ampio raggio di azione. Questo brillante ricercatore aveva promosso lo sviluppo di questa arma in modo da non renderla a disposizione del genocida regime nazista.

I singoli governi in tutto il mondo hanno l’obbligo di rispettare il diritto alla vita di ogni nazione e della totalità dei popoli del pianeta.

Oggi c’è un rischio imminente di guerra con l’uso di questo tipo di arma e non ho il minimo dubbio che un attacco da parte degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran evolverebbe verso un conflitto nucleare globale.

I popoli del mondo hanno l’obbligo di esigere dai loro leader politici il diritto di vivere. Quando la vita del genere umano, del tuo popolo e delle persone a te più care corrono un tale rischio, nessuno può permettersi di restare indifferente, non un solo minuto può essere perso nel chiedere rispetto di tale diritto. Domani sarà troppo tardi.

Lo stesso Albert Einstein ha dichiarato inequivocabilmente: “Non so con quali armi sarà combattuta la III guerra mondiale ma la IV guerra mondiale  sarà combattuta con bastoni e pietre”. Siamo pienamente consapevoli di quello che voleva trasmetterci e aveva assolutamente ragione. Ma sulla scia di una guerra nucleare globale, non ci sarebbe nessuno per usare quei bastoni e quelle pietre.

Ci sarebbe un “danno collaterale”, come affermano sempre i leader politici e militari statunitensi, per giustificare la morte di persone innocenti.

In una guerra nucleare il “danno collaterale” sarebbe la vita di tutta l’umanità.

Dobbiamo avere il coraggio di proclamare che tutte le armi nucleari e convenzionali, tutto ciò che viene utilizzato per fare la guerra, deve sparire!

Fidel Castro Ruz

15 ottobre 2010

LINK: Conversations with Fidel Castro: Hiroshima and the Dangers of a Nuclear War

DI: Coriintempesta

Siria, non chiamatela Rivoluzione…

di: Marcello Foa

A guidarmi è l’istinto dell’inviato, che tante ne ha viste e con il passare degli anni è diventato sospettoso, ma le stragi in Siria mi convincono sempre meno. A leggere i titoli sui giornali e sui siti internet, si ha l’impressione che un’eroica minoranza stia resistendo da mesi alla repressione dell’esercito di Assad. E’ una rivoluzione del popolo, del cuore, dei giusti contro gli ingiusti. E noi non possiamo che stare con questo manipolo di straordinari, commoventi rivoltosi. Se fosse davvero così, io non avrei dubbi, però l’esperienza e la logica suggeriscono una lettura diversa o perlomeno maggior cautela.

In circostanze del genere, quando un esercito usa i carri armati e spara sulla folla, la rivolta di piazza finisce istantaneamente. Alcune volte mi è capitato di fuggire sotto il sibilare dei proiettili, ho visto case distrutte a cannonate :  la popolazione civile, per quanto arrabbiata, ripiega impaurita.

In Siria, invece, starebbe resistendo da mesi e le cannonate non basterebbero a incrinarne la resistenza. I conti non tornano, infatti quella in corso, più che una rivolta di popolo, sembra sempre di più una guerra civile alimentata da bande armate, composte verosimilmente da mercenari e guidati dai servizi segreti.

La rivoluzione è l’alibi è la cornice mediatica, ma la situazione, se analizzata con lucidità ed esperienza, appare ben più sofisticata e ruoli e responsabilità per nulla chiari. Chi sta combattendo contro chi ? Assad, che è un dittatore, è nel mirino di Usa, Europa e Israele, questo è evidente ; ma viene difeso a livello diplomatico dai cinesi e dai russi e, sul terreno, dagli iraniani che vedono in lui uno dei pochi alleati e fanno di tutto per tenerlo al potere.

Quella a cui, da lontano, assistiamo, è una guerra sporchissima, in cui i carnefici non sono sempre quelli indicati in prima battuta. La strage avvenuta qualche settimana fa a Hula, le cui immagini vengono ripetute in continuazione, non sarebbe stata compiuta dall’esercito di Assad, come scritto da tutti i media, ma da ribelli sunniti armati; infatti la maggior parte delle vittime, come ha scoperto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, erano soprattutto alawite ovvero appartenevano ai clan etnici dello stesso Assad.E siccome è inimmaginabile che Assad abbia fatto fuori i propri sostenitori permettendo che i media internazionali gliene addossassero la colpa, lo scoop del giornale tedesco spalanca la porta a un’altra verità: a uccidere sono stati i rivoltosi ma la responsabilità è stata addossata al regime.

Sia chiaro: non difendo Assad. Il padre era un dittatore sanguinario, il figlio appare più fragile, ma sempre dittatore è. Se dovesse cadere , pochi lo rimpiangerebbero; però, ancora una volta, in una vicenda internazionale l’influenza dei media si rivela decisiva; grazie alla dabbenaggine dei giornalisti, considerato che la maggior parte di loro nemmeno si accorge di essere manipolata. Rilancia come vere, comprovate, assolute notizie che invece, se davvero i giornalisti conoscessero le tecniche di spin e manipolazione mediatica, andrebbero scrutinate con attenzione e, talvolta, smascherate in tempo reale.

Oggi non sappiamo chi siano davvero i rivoltosi ei controrivoltosi, mentre i media trasmettono fatti veri o parzialmente veri, frammisti a clamorose panzane, l’ultima l’ho sentita stamattina alla radio: Al Qaida avrebbe un ruolo crescente nella rivolta in Siria; sì proprio Al Qaida, che dal 2001 è stata data per morta tante volte e altrettante resuscitate e di cui, come si è saputo a distanza di anni, nemmeno Bin Laden aveva il controllo tanto era frammentata e sfilacciata.

Ecco nel grande caos siriano, mancava solo Al Qaida, la cui presenza è inverosimile, ma senz’altro funzionale a certi scopi.

E chi vuole capire ripassi. Infine, però, mi chiedo: quanti vogliono davvero capire?

Link: Il blog di Marcello Foa

Il pozzo afghano senza fondo

di: Manlio Dinucci

«È meraviglioso udire gli uccelli che salutano col loro canto questa bella giornata qui a Kabul»: sono le romantiche parole con cui Hillary Clinton ha aperto la cerimonia ufficiale tra gli alberi del blindatissimo palazzo presidenziale nella capitale afghana. Mentre parlava, altri uccelli con la coda a stelle e strisce volavano nei cieli afghani: i caccia F/A 18 che, decollati dalla portaerei Stennis nel Mare Arabico, volteggiano sull’Afghanistan. Scelta la preda, la attaccano con missili e bombe a guida laser e la mitragliano col cannone da 20 mm, che a ogni raffica spara 200 proiettili a uranio impoverito.

Questi e altri aerei, il cui prezzo supera i 100 milioni di dollari, costano 20mila dollari per ogni ora di volo: dato che ogni missione dura circa otto ore, essa comporta una spesa di oltre 150mila dollari, cui si aggiunge quella delle armi impiegate. E l’anno scorso, secondo le cifre ufficiali, gli aerei Usa/Nato hanno effettuato 35mila missioni di attacco sull’Afghanistan. Non stupisce quindi che solo gli Stati uniti abbiano speso finora, per questa guerra, circa 550 miliardi di dollari. Un pozzo senza fondo, che continuerà a inghiottire miliardi di dollari ed euro. A Kabul la Clinton ha annunciato la buona novella: «Ho il piacere di annunciare che il presidente Obama ha ufficialmente designato l’Afghanistan maggiore alleato non-Nato degli Stati uniti». Ciò significa che esso acquista lo status di cui gode Israele e che, in base all’«Accordo di partnership strategica», gli Usa si impegnano a garantire la sua «sicurezza». Secondo funzionari dell’amministrazione, gli Usa manterranno in Afghanistan 10-30mila uomini, soprattutto delle forze speciali, affiancati da compagnie militari private. E continueranno a impiegare in Afghanistan la propria forza aerea, compresi i droni da attacco. Il «maggiore alleato non-Nato» riceverà dalla Nato un aiuto militare di oltre 4 miliardi di dollari annui. L’Italia, che si impegna a versare 120 milioni annui, continerà a fornire, secondo le parole del ministro della difesa Di Paola, «assistenza e supporto alle forze di sicurezza afghane».  Il governo afghano riceverà inoltre, come deciso dalla conferenza dei «donatori» a Tokyo, altri 4 miliardi annui per le «esigenze civili». E anche in questo campo, ha dichiarato il ministro degli esteri Terzi, «l’Italia farà la sua parte». Secondo la motivazione ufficiale, si aiuterà in tal modo la «società civile afghana». Secondo l’esperienza reale, ogni dollaro ed euro, speso ufficialmente a fini civili, sarà usato per rafforzare il dominio militare Usa/Nato su questo paese. La cui posizione geografica è di primaria importanza strategica per le potenze occidentali e i loro gruppi multinazionali, che si spingono sempre più ad est,  sfidando Russia e Cina.  Per convincere i cittadini statunitensi ed europei, pesantemente colpiti dai tagli alle spese sociali, che occorre prelevare altri miliardi di dollari ed euro dalle casse pubbliche per destinarli all’Afghanistan, si racconta che essi servono a portare migliori condizioni di vita al popolo afghano, in particolare alle donne e ai bambini. La favola che Hillary Clinton ha raccontato, accompagnata dal cinguettio degli uccellini di Kabul e dal coro di quanti gioiscono per tale munificenza.

IlManifesto.it

Da che pulpito viene la predica

di: Manlio Dinucci

«Profondamente preoccupati per l’intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell’operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano.

Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall’esplosione di un potente ordigno telecomandato.

Esprime la sua «opposizione all’ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l’operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l’abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all’articolo 5, rispolverato per l’occasione mentre per l’attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall’Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l’anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l’attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l’assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall’esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.

IlManifesto.it

Siria – Nuovo accordo Sykes-Picot ?

di: Prof. M.D. Nalapat

Il 16 maggio 1916, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, Parigi e Londra approvarono un accordo segreto per smembrare l’impero ottomano e dividersi il Medio Oriente.

L’accordo Sykes-Picot impostò nuovi confini per molti paesi della regione e diede inizio ad un periodo di controllo diretto del Medio Oriente che l’Occidente ha cercato di perpetuare nel presente.

Dopo l’invasione dell’Iraq, nel 2003, da parte degli Stati Uniti e del suo ex padrone coloniale, il Regno Unito, la NATO è stata trasparente nel suo desiderio di esercitare ancora una volta il controllo diretto sui paesi della regione. Quei pochi regimi che si sono opposti all’egemonia della NATO si trovano ad affrontare un azione congiunta da parte della stessa NATO e dei suoi sostenitori regionali per rovesciarli.

Dopo l’Iraq, è toccato alla Libia, ora è il turno della  Siria. Il prossimo sarà l’Iran. 

Credo che le vittime in Libia siano molto superiori alle cifre ufficiali dichiarate dalla coalizione. La Libia è diventata un manicomio di conflitti tribali e religiosi e dove le organizzazioni mafiose in concorrenza hanno tagliato il paese, unite solo dalla loro sottomissione agli interessi commerciali del loro creatore e benefattore, la NATO.

Anche la cosiddetta missione di pace in Siria ha come vicedirettore un diplomatico della Francia, il principale attore, nel 2011, del cambiamento di regime a Tripoli e paese che sta attivamente facendo pressioni per un intervento militare in Siria. Solamente il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, con la sua completa fiducia negli stati membri della NATO, ritiene che Jean-Marie Guehenno avrà un ruolo “neutrale” in Siria.

La NATO sta inoltre incoraggiando la Turchia a credere che possa recuperare lo status di gui godeva durante l’Impero ottomano, provocando Ankara in un atteggiamento iper-attivo di sostegno alle operazioni della NATO per i cambiamenti di regime.

Per quanto riguarda il Qatar e l’Arabia Saudita, sono così accecati dal loro odio per il regime anti-monarchico e sciita di Bashar al-Assad, che sono disposti a unirsi con la NATO per destabilizzare un governo arabo, ignari del fatto che un giorno potrebbero ottenere lo stesso trattamento.

A differenza della Libia, la Siria non è isolata. L’intensificazione della guerra civile sponsorizzata dalla NATO , che sta mettendo salafiti e wahhabiti contro sciiti, drusi, sunniti moderati e cristiani, innescherebbe disordini settari in tutta la regione.

Se questo non è ancora avvenuto, il merito deve andare a Russia e Cina, che sono finora riuscite a bloccare la NATO per un intervento militare diretto. L’alleanza ha bisogno di sapere che il 2012 non è il 1916, e che i loro sforzi in corso per ripetere l’accordo Sykes-Picot porteranno dritti al disastro.

L’autore è direttore e professore della Scuola di Geopolitica all’Università di Manipal (India)

LINK: No repeat of Sykes-Picot in Mideast chaos

DI: Coriintempesta

Iran: supervirus “Flame” riaccende lo scontro con Israele

(AGI) – Gerusalemme, 29 mag. – Potrebbe essere un nuovo capitolo della guerra segreta fra Iran e Israele il supervirus Flame, che sembra aver rubato per anni segreti da migliaia di computer in Medio Oriente, regime degli ayatollah in primis.
Teheran ha annunciato di aver realizzato un anti-virus destinato a distruggere quello che e’ stato gia’ ribattezzato come il baco piu’ potente e sofisticato della storia informatica: una vera e propria arma cibernetica, come lo hanno definito gli esperti russi che ieri sono riusciti a identificarlo. E, come da copione, l’Iran ha puntato il dito contro lo Stato ebraico, gia’ accusato di aver prodotto nel 2010 il malware Stuxnet, che infetto’ il sistema che gestisce il suo controverso programma nucleare.
“E’ nella natura di alcuni Paesi o regimi illegittimi produrre virus e colpire altre nazioni”, ha denunciato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, riferendosi ad Israele.

Sibillina la reazione dello Stato ebraico, con il vicepremier Moshe Yaalon che e’ arrivato a giustificare gli attacchi con virus informatici.
“Per chiunque veda la minaccia iraniana come significativa, e’ regionevole intraprendere passi differenti, fra cui questi attacchi con virus, per sventarla”, ha osservato Yaalon. Il numero 2 del governo ebraico ha inoltre sottolineato come Israele sia un Paese “ricco dal punto di vista tecnologico” e in grando di esplorare “ogni sorta di possibilita’”. Parole che sono suonate quasi come un’implicita ammissione, anche se i contorni della minaccia Flame sono tutt’altro che chiari, specie se si considera che il virus e’ stato rilevato anche nello Stato ebraico. “Una volta che Flame e’ penetrato nel pc, inizia alcune operazioni automatiche dal controllare il traffico effettuato sulla rete, registrare conversazioni (via pc come Skype) o scattare foto delle immagini che appaiono sul video, e intercettare cosa viene digitato sulla tastiera”, ha spiegato Vitaly Kamluk, a capo della societa’ di protezione informatica russa Kaspersky, che ha identificato il virus. Flame, che viene descritto come molto piu’ potente di Stuxnet, avrebbe gia’ rubato “grandi volumi di dati” dai computer iraniani, secondo gli esperti di Maher. Il malware “ha prodotto danni sostanziali”, hanno spiegato da Teheran, aggiungendo che il livello di complessita’, accuratezza e alta funzionalita’ del virus indica una “relazione” col predecessore Stuxnet. In sostanza, chi ha realizzato il vecchio virus sarebbe dietro il nuovo – e ancora piu’ invasivo – baco. Gli scienziati del regime degli ayatollah hanno tuttavia fatto sapere di aver gia’ preso le contromisure. “Abbiamo messo a punto gli strumenti per riconoscere ed identificare questo virus e da oggi sono a disposizione delle organizzazioni e compagnie iraniane che ne facciano richiesta”, si legge sul sito web di Maher. Secondo la societa’ russa Kaspersky, Flame ha infettato almeno 5mila computer: l’Iran e’ il Paese piu’ colpito, seguito Israele, Territori Palestinesi, Sudan, Siria, Libano, Arabia Saudita ed Egitto. (AGI) .

AGI – Agenzia Giornalistica Italia -

Stretto Nucleare

di: Antonio Mazzeo
Un sommergibile a propulsione atomica americano a passeggio nello Stretto di Messina. È un hunter killer con reattore di nona generazione, che imbarca missili Tomahawk

Dall’antichità è ritenuto uno dei corridoi marittimi più pericolosi per la navigazione. Lo Stretto di Messina vanta un triste record d’incidenti e collisioni, eppure continuano ad attraversarlo annualmente più di quindicimila imbarcazioni. Si tratta di superpetroliere, traghetti, navi da crociera e pescherecci, unità container con a bordo rifiuti radioattivi, tossici e nocivi, imbarcazioni da guerra di Stati Uniti d’America e alleati Nato. Nonché le portaerei giganti e i sommergibili a capacità e propulsione nucleare.

Il 5 aprile scorso l’ultimo transito atomico. Mentre alcuni curiosi assistevano all’attracco nel porto di Messina della nave da crociera Splendida, a pochi metri dalla costa è improvvisamente emersa l’inquietante sagoma nera di un sottomarino Usa.

La foto dell’hunter killer atomico a passeggio nello Stretto è stata pubblicata all’indomani in prima pagina dalla Gazzetta del Sud.

«Secondo i dati acquisiti dal registro del sistema Vts di Forte Ogliastri, nella disponibilità della Guardia costiera, si è trattato di un sottomarino nucleare presumibilmente della classe Virginia, l’ultima nata dalla modernissima tecnologia americana, che ha preso il posto degli obsoleti sottomarini della classe Los Angeles», riporta il quotidiano. Costruiti a partire del 2005 nei cantieri di Newport dai colossi General Dynamics e Northrom Grumman, i sottomarini Virginia hanno un costo di quasi 2 miliardi di dollari l’uno, sono lunghi 115 metri, larghi 10 e pesano 7.900 tonnellate. Ma imbarcano soprattutto un reattore atomico modello 9SG (di nona generazione) e i famigerati missili da crociera BGM-109 Tomahawk con doppia capacità, convenzionale e nucleare. Le azzardatissime manovre del sottomarino, in uno specchio d’acqua assai trafficato, avrebbero potuto avere conseguenze a dir poco catastrofiche. L’eventuale collisione con altra unità in navigazione, lo scoppio di un incendio a bordo, uno spiaggiamento come quello verificatosi appena due mesi fa in località Ganzirri alla nave Rubina (quasi un Concordia bis), avrebbero potuto trasformare lo Stretto nella Fukushima del Mediterraneo.

«In Italia siamo già andati vicino al disastro nucleare nel settembre 2003, quando il sottomarino nucleare Hatford si danneggiò gravemente per aver urtato contro il fondale marino, nella zona vicina alla base della Maddalena, in Sardegna», ricorda il professore Massimo Zucchetti, ordinario di Impianti nucleari del Politecnico di Torino. «Poi la Maddalena è stata abbandonata, ma le misurazioni della radioattività diedero dati allarmanti. Noi riuscimmo a determinare la presenza di materiale radioattivo, ed in particolare plutonio, in certe alghe nella zona dell’arcipelago. Ciò ci permise di dimostrare, contrariamente a quanto sostennero le autorità militari, che era avvenuta una sia pur limitata immissione di inquinanti nelle nostre acque».

I dati statistici sul numero d’incidenti avvenuti ai reattori nucleari navali sono inquietanti. Negli ultimi quarant’anni si sono avute ben oltre un centinaio di emergenze nucleari o radiologiche ad unità di Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia. «Purtroppo, la sicurezza dei reattori nucleari su navi a propulsione nucleare è secondaria rispetto ad altre ragioni, strategiche, di produzione e di presenza della flotta», aggiunge Zucchetti. «Mentre in campo nucleare civile esistono sistemi di sicurezza che sono obbligatoriamente presenti e senza i quali l’impianto non ottiene il permesso di funzionamento da parte delle autorità, su un sottomarino, la presenza di questi sistemi di sicurezza è limitata, per ragioni di spazio, di peso e di funzionalità. Essendo vascelli militari, sono soggetti all’approvazione e alla responsabilità esclusivamente delle autorità militari. Ci ritroviamo quindi col paradosso di reattori nucleari che non otterrebbero la licenza di esercizio civile in nessun paese, e che circolano invece liberamente nei nostri mari».

Tutt’altro che remota la possibilità di un surriscaldamento del nocciolo del reattore per il mancato funzionamento del circuito di raffreddamento e finanche la fusione parziale o totale del nocciolo. «La fusione del nocciolo è un evento ipotizzato dai piani di emergenza di Taranto e La Spezia, due dei porti italiani utilizzati per le soste di navi militari nucleari», rileva il fisico Antonino Drago dell’Università di Napoli. «Esso potrebbe provocare un possibile cataclisma tipo maremoto, dovuto allo sfondamento dello scafo da parte del nocciolo che fonde o evapora a milioni di gradi fondendo anche tutto ciò che incontra; si leverebbe una nube radioattiva che spazzerebbe larghe zone seminando morte, provocando un inquinamento del mare in proporzioni inimmaginabili, e in definitiva, attraverso le piogge, dell’acqua potabile e dei prodotti agricoli».

Un caso di avaria all’impianto di raffreddamento, con conseguente perdita di refrigerante è avvenuto il 12 maggio 2000 al sottomarino d’attacco britannico Hms Tireless, mentre transitava al largo della Sicilia. Dopo aver ha spento il reattore, il comandante chiese di potere fare ingresso in un porto italiano, ma il permesso gli fu negato dalle autorità competenti per motivi di sicurezza. Il sottomarino si diresse poi nel porto di Gibilterra; l’entità dei danni subiti dal reattore costrinse l’unità all’ormeggio per diversi anni, generando le proteste della popolazione e una querelle diplomatica fra Gran Bretagna e Spagna.

Una quindicina di anni fa il Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale pubblicò un rapporto sui più gravi incidenti che hanno interessato navi militari in transito nello Stretto. «L’alba dell’1 novembre del 1971 si verificò una collisione tra la nave delle Ferrovie dello Stato Villa e il sommergibile statunitense Uss Hardhead con propulsori deseal», riportavano i pacifisti. «Il 29 novembre 1975, a circa 25 miglia nautiche dallo Stretto di Messina, nel mar Ionio, l’incrociatore Usa Belknap subì una notevole fuoriuscita di nafta durante le operazioni di rifornimento con una nave cisterna. Al tempo il Belknap ospitava i sistemi missilistici Asroc e Terrier, in grado di montare testate nucleari del tipo W44 e W45 da un kiloton».

Tre gli incidenti verificatosi nel corso del 1977. Il primo, l’11 gennaio, a due miglia a nord da Capo Peloro, vide la portaerei statunitense a propulsione nucleare Theodore Roosvelt speronare un mercantile liberiano.

«L’unità da guerra proseguì verso il porto di Napoli, pur avendo riportato la fenditura di 5-6 metri sulla prura a tribordo», scriveva il Comitato per la pace. «La Roosvelt utilizzava come generatori due reattori e imbarcava un centinaio di testate nucleari del tipo B43, B57 e B61, con una potenza variabile dal mezzo Kiloton ad un megaton». Il secondo incidente avvenne il successivo 23 agosto: la portaerei USS Saratoga, anch’essa con un centinaio di testate a bordo, subì un incendio nei pressi dell’hangar per il ricovero dei caccia, a seguito dell’esplosione di un fusto di aerosol. «La velocità e la reazione professionale dell’equipaggio e la decisione di chiamare a distanza il quartier generale hanno permesso di ridimensionare il potenziale disastro», fu il laconico commento del Comando generale della US Navy. Il 6 ottobre, mentre era ancora una volta in transito nello Stretto, la Saratoga fu speronata sulla fiancata di dritta da un mercantile austriaco. «L’urto fu talmente violento che da una falla fuoriuscì una grossa quantità di nafta, ma anche in questo caso la Saratoga continuò la sua rotta senza rispondere ai messaggi radio del mercantile e della Capitaneria di porto».

La sera del 3 gennaio 1983 fu la volta dell’incrociatore a propulsione nucleare USS Arkansas ad entrare in collisione con il mercantile italiano Megara Iblea davanti a Punta Pezzo. Notevoli i danni registrati dalle due unità.

L’Arkansas, classe Virginia, era dotato al tempo di due reattori atomici ed armato con missili antisottomarino Asroc (con testate nucleari W44 da un kiloton) e da crociera Tomahawk (con testate W80 con un potenziale esplosivo variabile dai 5 ai 150 kiloton).

Singolare quanto accadde invece nella tarda serata del 15 ottobre 1985. «Nei pressi di Capo Peloro venne evitata in extremis la collisione tra una nave militare americana e la nave da crociera Achille Lauro in transito nello Stretto per imbarcare alcuni magistrati responsabili dell’inchiesta sul sequestro dell’unità da parte di un commando palestinese», segnala il report del Comitato per la pace. «L’imbarcazione statunitense si era avvicinata pericolosamente alla Achille Lauro per spiare l’arrivo dei giudici. Il mancato incidente fu denunciato dal comandante Giuseppe Floridia, responsabile dell’Ufficio navigazione nello Stretto, che era riuscito a dirigere via radio l’Achille Lauro verso una nuova rotta ed evitare la collisione. Il comandante Floridia riuscì ad identificare la sigla della nave Usa, F96, presumibilmente corrispondente alla fregata Valdez, classe Knox, dotata al tempo di tre missili Asroc armati con testate W44 da un kiloton».

Ci si prepara alle guerre del 2020

di: Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Una notizia incoraggiante per i disoccupati, i precari, le famiglie colpite in Italia dai tagli alle spese sociali: «Il contributo dell’Italia al fondo per sostenere le forze di sicurezza afghane al termine della transizione, a fine 2014, sarà di sostanza e in linea con la quantità e la qualità della sua presenza in questo decennio in Afghanistan». Lo ha assicurato il ministro Giulio Terzi a Bruxelles durante il Ministeriale Esteri e Difesa della Nato.

L’ammontare complessivo del fondo sarà deciso al Summit Nato, che si svolgerà a Chicago il 20-21 maggio, ma il segretario generale Anders Rasmussen lo ha già quantificato in almeno 4 miliardi di dollari annui.

Il grosso della spesa per mantenere le «forze di sicurezza» afghane, circa 350mila uomini, graverà sui maggiori paesi dell’Alleanza, Italia compresa. Rasmussen, lo presenta come un affare, sottolineando che è molto meno costoso finanziare le forze locali piuttosto che dispiegare truppe internazionali in Afghanistan.

Entro il 2014, è prevista l’uscita progressiva delle truppe Nato, circa 130mila uomini. Ma, ha sottolineato il segretario Usa alla Difesa Leon Panetta, «non abbandoneremo l’Afghanistan». In altre parole, la Nato non se ne andrà.

Da un lato, addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» governative, che saranno di fatto sotto comando Nato; dall’altro, potenzierà le forze per le operazioni speciali, anzitutto quelle Usa organizzate in una nuova «Forza di attacco», che continueranno a operare in Afghanistan dopo il 2014. Allo stesso tempo molte funzioni, prima svolte dagli eserciti ufficiali, verranno affidate a contractor di compagnie militari private (solo quelli alle dipendenze del Pentagono superano i 110mila).

Questa ridislocazione di forze rientra nel progressivo spostamento del centro focale della strategia Usa/Nato verso la regione Asia/Pacifico. Riguardo alla Siria, Rasmussen ha dichiarato che «non abbiamo intenzione di intervenire», ma, ha precisato, «seguiamo la situazione da vicino». Molto da vicino, dato che servizi segreti e forze speciali di paesi Nato già armano e addestrano i «ribelli». Riguardo all’Iran, proseguono i preparativi di guerra in stretto coordinamento con Israele. La Nato però guarda oltre, al confronto con Russia e Cina.

«Non consideriamo la Russia una minaccia per i paesi Nato, e la Russia non dovrebbe considerare la Nato una minaccia per la Russia», ha assicurato Rasmussen al meeting di Bruxelles, sottolineando che «il nostro sistema di difesa antimissile non è progettato per minacciare la Russia». Intanto però, con l’allargamento ad est, la Nato continua a spostare forze e basi (anche a capacità nucleare) a ridosso della Russia, e, con la motivazione della «minaccia iraniana», sta installando in Europa sistemi radar e missilistici che le permetteranno di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia.

Ma è soprattutto alla Cina che guarda la Nato, preparandosi a potenziare le proprie capacità militari con una serie di misure tecniche e organizzative, denominata «Smart Defence» (Difesa intelligente). Al prossimo Summit di Chicago, i capi di stato e di governo della Nato «getteranno le fondamenta delle future forze dell’Alleanza per il 2020 e oltre». In tale quadro si inserisce lo «Schriever Wargame», una esercitazione organizzata dal Comando della forza aerospaziale Usa, focalizzata sull’«uso dello spazio e del cyberspazio in un futuro conflitto». Nell’ultima edizione, nel 2010, lo scenario era quello di un conflitto nel Pacifico, chiaramente (anche se non esplicitamente) con la Cina.

Allo «Schriever Wargame 2012», in svolgimento dal 19 al 26 aprile, partecipa per la prima volta anche l’Italia. Gli Usa, ha dichiarato un portavoce Nato, «incoraggiano gli alleati europei a investire di più in tali capacità: partecipare allo Schriever Wargame dà loro l’opportunità di lavorare insieme su sistemi basati nello spazio, che saranno sempre più impotanti per le future operazioni». Lo scenario di quest’anno è una spedizione Nato nel Corno d’Africa, contro «pirati sostenuti da al-Shabaad, affiliata di al-Qaeda in Africa».

La Nato ormai non ha più confini: dal Nord Atlantico è arrivata all’Oceano Indiano e al Pacifico, scavalcando le montagne afghane, ed è ormai lanciata verso le guerre spaziali del 2020. Mentre in Italia mancano i soldi per ricostruire le case terremotate dell’Abruzzo.

IlManifesto.it

Gruppi armati all’interno della Siria: Preludio all’ intervento USA-NATO ?

di: Michel Chossudovsky

Russia e Cina hanno posto il veto al progetto di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che puntava a condannare il regime siriano di Bashar al Assad, indicando l’esistenza di gruppi armati coinvolti nell’uccisione di civili nonché di atti terroristici.

Questi gruppi armati sono stati coinvolti sin dall’inizio del “movimento di protesta” a Daraa, nella Siria meridionale, nel marzo 2011.

La dichiarazione dell’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Viktor Churkin, non menziona però chi ci sia dietro questi gruppi armati.

Churkin ha detto che i promotori occidentali della  risoluzione non avevano incluso proposte fondamentali, ad esempio come isolare l’opposizione siriana dai gruppi estremisti violenti o una chiamata alle armi verso gli altri stati per usare la loro influenza in modo da impedire tali alleanze“. (Russia Today, 4 febbraio 2012)

Paradossalmente, la decisione della Russia di porre il veto sulla risoluzione è coerente con la relazione della missione degli osservatori della Lega Araba in Siria, che confermano l’esistenza di una “entità armata”.

Inaspettatamente, però, né Washington né la Lega Araba, che hanno commissionato,  in primo luogo, la missione degli osservatori in Siria, hanno accettato la relazione provvisoria presentata dalla Missione della Lega Araba.

Perché? 

Perché la missione – integrata da osservatori indipendenti provenienti da paesi della Lega Araba – fornisce una valutazione equilibrata e oggettiva di ciò che sta accadendo sul terreno all’interno della Siria. Non funge da megafono per Washington e per i governi degli stati arabi.

Essa sottolinea l’esistenza di una “entità armata”, riconoscendo che “gruppi armati dell’ opposizione”, tra cui il Syria Free Army, sono coinvolti in atti criminali e terroristici.

In alcune zone, questa entità armata ha reagito attaccando le forze di sicurezza siriane e i cittadini, provocando il governo a rispondere con ulteriori atti di violenza. Alla fine, sono i cittadini innocenti a pagare il prezzo di tali azioni con la vita o restando gravemente feriti.”

A Homs, Hama e Idlib, gli osservatori della missione hanno assistito ad atti di violenza commessi contro le forze governative e i  civili che hanno causato diversi morti e feriti. Esempi di tali atti sono l’attacco ad un autobus di civili, che ha provocato la morte di otto persone e ferendone molte altre, tra cui donne e bambini, e quello ad un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, è stato colpito un autobus della polizia, con due poliziotti che sono rimasti uccisi. Una gasdotto e alcuni piccoli ponti sono stati fatti saltare in aria.

Incidenti di questo tipo comprendono attacchi contro edifici, contro treni che trasportano carburante, contro veicoli adibiti al trasporto di gasolio ed esplosioni mirate contro la polizia, contro i membri dei media e le condutture di carburante. Alcuni di questi attacchi sono stati condotti dal Syria Free Army e  altri da gruppi armati dell’opposizione “.

Mentre la missione non identifica le potenze straniere dietro “l’entità armata”, la sua relazione dissipa le bugie dei media mainstream e le loro falsificazioni, usate da Washington per spingere ad un “cambio di regime” in Siria.

Il rapporto accenna anche al fatto che sono state esercitate, da parte dei funzionari del governo,  pressioni politiche per sostenere senza riserve la posizione politica di Washington.

Inoltre, gli osservatori sono stati anche sotto pressione per difendere le menzogne ​​e le falsificazioni dei media mainstream,  utilizzate per demonizzare il governo di Bashar al Assad:

Alcuni osservatori hanno rinnegato le loro funzioni e hanno rotto il giuramento che avevano preso. Hanno preso contatto con i funzionari provenienti dai loro paesi riferendo resoconti esagerati degli eventi. Quei funzionari, di conseguenza, hanno contribuito a sviluppare un quadro desolante e infondato della situazione.”

In recenti sviluppi, la Lega Araba ha annunciato che la missione in Siria verrà  sospesa.

Gruppi armati all’interno della Siria 

È ampiamente dimostrato che i gruppi armati, tra cui salafiti, milizie affiliate ad Al Qaeda  e i Fratelli Musulmani, sono segretamente sostenuti dalla Turchia, da Israele e dall’ Arabia Saudita.

L’insurrezione in Siria ha caratteristiche simili a quella della Libia, che è stata supportata direttamente dalle forze speciali britanniche che operano a Bengasi. Secondo l’ex funzionario della CIA Philip Giraldi:

La NATO è già clandestinamente impegnata nel conflitto siriano, con la Turchia che prende il comando fungendo da proxy degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davitoglu, ha ammesso apertamente che il suo paese è pronto a invadere, non appena vi sia un accordo tra gli alleati occidentali. L’intervento dovrebbe basarsi su principi umanitari, per difendere la popolazione civile in base alla “responsabilità di proteggere”, dottrina che è stata invocata per giustificare l’ intervento in Libia. Fonti turche indicano che l’intervento potrebbe iniziare con la creazione di una zona cuscinetto lungo il confine turco-siriano per poi essere allargata. Aleppo, la città più grande e più cosmopolita della Siria, sarebbe la punta di diamante mirata dalle forze di liberazione.”

Aerei non contrassegnati della NATO stanno arrivando alle basi militari turche vicino ad Iskenderum ,sul confine siriano, consegnando le armi degli arsenali di Muammar Gheddafi così come i volontari  del Consiglio di transizione nazionale della Libia che hanno esperienza nell’aizzare i volontari locali contro i soldati, una competenza che hanno acquisito affrontando l’esercito di Gheddafi. Iskenderum è anche la sede del Free Syrian Army, il braccio armato del Consiglio nazionale siriano. Addestratori delle forze speciali francesi e inglesi sono sul campo, assistendo i ribelli siriani, mentre la CIA e gli uomini delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti stanno fornendo sistemi di comunicazione e intelligence per aiutare la causa dei ribelli, permettendo ai combattenti di evitare concentrazioni di soldati siriani.”

Il ruolo di Robert Ford, ambasciatore degli Stati Uniti 

L’ambasciatore americano Robert Stephen Ford, che è arrivato a Damasco a gennaio 2011, ha svolto un ruolo centrale nel gettare le basi per una insurrezione armata in Siria. Come “Numero Due” presso l’ambasciata Usa a Baghdad (2004-2005) sotto la guida dell’ambasciatore John D. Negroponte, Ford ha svolto un ruolo chiave nell’attuazione della ‘”Opzione Salvador” del Pentagono in Iraq . Questa consisteva nel sostenere squadroni della morte iracheni e le forze paramilitari modellate sull’esperienza di quanto avvenuto in  Centro America all’inizio del 1980.

Il mandato di Ford a Damasco è quindi quello di replicare l’ “Opzione Salvador” in Siria, favorendo segretamente lo sviluppo di una insurrezione armata.

Alcune relazioni puntano allo sviluppo di una vera e propria e ben organizzata rivolta armata , supportata, addestrata ed equipaggiata dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti di intelligence israeliane:

Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri utilizzati dal regime di Assad per reprimere l’opposizione. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando a inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aria, mortai e mitragliatrici pesanti nei centri protesta, per respingere di nuovo i blindati delle forze governative.” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 agosto 2011)

Un intervento guidato da USA-NATO, che inevitabilmente coinvolgerebbe anche Israele, è già sul tavolo del Pentagono. Secondo fonti militari e di intelligence, la NATO, la Turchia e l’Arabia Saudita hanno già discusso “quale tipo di forma richiederebbe questo intervento [in Siria] ” (Ibid)

LINK: Armed Groups Inside Syria: Prelude to a US-NATO Intervention?

DI: Coriintempesta

I moderni tagliatori di teste

di: Manlio Dinuccci

Come dono emblematico della rinnovata «amicizia italo-libica», ad opera dei nuovi governi dei due paesi, il premier Mario Monti ha riportato in Libia la testa di Domitilla, che qualcuno aveva rubato vent’anni fa decapitando un’antica statua. Di teste tagliate, Monti in effetti se ne intende. Prima di ricevere l’investitura dal presidente Napolitano, ha fatto parte per anni della banca statunitense Goldman Sachs, le cui speculazioni (tra cui la truffa dei mutui subprime) hanno provocato tagli di posti di lavoro e di vite umane (con l’aumento dei prezzi dei cereali).

Come consulente, scrive Le Monde, egli aveva «l’incarico di apritore di porte, per sostenere gli interessi della Goldman Sachs nei corridoi del potere in Europa». Interessi non solo economici ma politici: i padroni della banca fanno parte della onnipotente élite finanziaria, organizzata quale governo ombra transnazionale, nelle cui stanze segrete si decidono non solo le grandi operazioni speculative, come l’attacco all’euro, ma anche quelle miranti a sostituire un governo con un altro più utile. È qui che è stato deciso di far cadere policamente la testa di Berlusconi: un affarista molto utile per lo smantellamento della cosa pubblica e le «liberalizzazioni», resosi però inviso per i suoi accordi economici con la Libia di Gheddafi e la Russia di Putin. Divenuto scomodo quando, come rivela il Washington Post, si è infuriato per la mossa della Francia di attaccare per prima la Libia il 19 marzo, minacciando di togliere agli alleati l’uso delle basi italiane. Richiamato dalla Clinton, è rientrato nei ranghi e l’Italia, stracciato il trattato di non-aggressione con la Libia, ha svolto «con onore» il suo ruolo nella guerra. Ciò non ha però salvato Berlusconi: abbandonato e deriso dagli alleati, ha dovuto mettere lui stesso la testa sotto la ghigliottina quando, con la regia del governo ombra transnazionale, i «mercati» hanno minacciato di far crollare il suo impero economico. E in queste stesse stanze segrete è stato deciso di far cadere la testa di Gheddafi, materialmente, demolendo lo stato da lui costruito e assassinandolo. Non a caso la guerra è iniziata con l’assalto ai fondi sovrani, almeno 170 miliardi di dollari che lo stato libico aveva investito all’estero, grazie ai proventi dell’export petrolifero che affluivano per la maggior parte nelle casse statali, lasciando ristretti margini alle compagnie straniere. Fondi investiti sempre più in Africa, per sviluppare gli organismi finanziari dell’Unione africana (la Banca di investimento, il Fondo monetario e la Banca centrale) e creare il dinaro d’oro in concorrenza al dollaro. Progetto smantellato con la guerra, decisa, prima che dai governi ufficiali, dal governo ombra di cui fa parte la Goldman Sachs. Nella quale oggi non ha più, formalmente, alcun incarico quel Mario Monti che, in veste di capo del governo italiano, è sbarcato a Tripoli, accompagnato dall’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, che, come presidente del Comitato militare della Nato, ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia. Hanno portato in dono la testa di Domitilla a un «governo» creato artificiosamente dalla Nato, con il compito di tagliare (materialmente) le teste di quanti vogliono una Libia indipendente dal nuovo colonialismo.

IlManifesto.it

Ambasciatore con diploma in “rivoluzione colorata”

di: John Lewis

Fino a poco tempo fa Senior Director alla Sicurezza Nazionale USA per gli Affari russi ed eurasiatici, Michael McFaul, un docente quarantottenne dell’Università di Stanford, alla fine del 2011 è stato nominato ambasciatore in Russia. McFaul è ben noto per aver lanciato la politica del reset con la Russia, ma non solo.

Studioso della Russia da molto tempo, ha scritto circa 20 libri e molti articoli sulla politica interna russa.

Contemporaneamente, l’ambasciatore fresco di nomina ha una ricca esperienza nell’organizzazione delle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico.

Questo viene confermato nelle sue monografie e nelle sue stesse ammissioni durante apparizioni pubbliche e sedute speciali al Congresso americano. Tra le monografie ricordiamo Russia’s Unfinished Revolution: Political Change from Gorbachev to Putin (“L’incompleta Rivoluzione Russa: il Cambiamento Politico da Gorbachev a Putin)”, Popular Choice and Managed Democracy: The Russian Elections of 1999 and 2000 (“Scelta Popolare e Democrazia Controllata: Le Elezioni in Russia del 1999 e del 2000”),Democracy and Authoritarianism in the Рostcommunist World (“Democrazia e Autoritarismo nel Mondo Post-Comunista”) e Advancing Democracy Abroad: Why We Should and How We Can (“Esportare la Democrazia: Perché Dovremmo e Come Possiamo”). Michael McFaul è stato l’autore della relazione finale dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) in cui s’illustrano i particolari del lavoro svolto sull’elettorato ucraino prima delle elezioni del 2004, quando Viktor Juščenko strappò una vittoria che è stata largamente celebrata dall’establishment americano.

Il nuovo inviato di Washington parla correntemente il russo ed è già stato molte volte in Russia ed in Ucraina per studiare l’opinione degli elettori di ogni estrazione sociale allo scopo di trovare dei metodi per influenzarla.

Ha anche attivamente preso parte nel pianificare e rianimare le tecniche di manipolazione delle elezioni politiche nell’area post-sovietica.

Come ha dichiarato pubblicamente, le organizzazioni non-governative americane hanno stanziato complessivamente 18,3 milioni di dollari per sostenere Viktor Juščenko nelle elezioni presidenziali ucraine del 2004. Sebbene questo appartenga ormai alla storia, è interessante capire come i dollari americani siano stati spesi prima e durante il voto.

Come ricorda il nuovo ambasciatore americano a Mosca, i soldi provenivano principalmente dai canali di USAID e vennero spesi lungo cinque direttrici finalizzate alla propaganda ed alle informazioni da distribuire tra gli elettori e tra i comitati elettorali. Per stessa ammissione di Michael McFaul, i soldi hanno determinato il risultato delle elezioni ucraine del 2004, così entusiasticamente accolto a Washington.

Su sua raccomandazione in qualità di direttore della distribuzione dei fondi, la maggior parte di tutti questi flussi finanziari – per la precisione 12,45 milioni di dollari, ossia il 68% della somma totale – venne speso per il monitoraggio delle elezioni e per incoraggiare i vari partiti politici a far emergere il loro sostegno a Viktor Juščenko.

I fondi vennero dati in appoggio alla missione di 250 osservatori americani che lavoravano per l’Ufficio OSCE per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR), il quale ha organizzato il lavoro di tutti i partiti politici e dei dirigenti ed ha analizzato il processo pre-elettorale.

Alcuni fondi andarono ai “centri di coordinamento distrettuale” destinati ad osservare la campagna elettorale e a trasmettere le informazioni al “gruppo di osservazione elettorale centrale”. In parte i soldi andarono al Comitato di Elettori dell’Ucraina attraverso l’Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti (NDI). Il comitato ha osservato gli organi di informazione ucraina, l’organizzazione dei gruppi di monitoraggio civile locale e la formazione degli osservatori elettorali regionali.

Con l’aiuto del NDI e dell’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), l’americana Freedom House ha stanziato fondi per la formazione al monitoraggio della società civile, per assicurare l’affluenza degli elettori, per la distribuzione pre-elettorale di manifesti ed altri materiali propagandistici, per la missione composta da 1000 osservatori specializzati appartenenti a ONG internazionali, compresi “attivisti” provenienti dalla Georgia, dalla Polonia, dalla Serbia e dalla Slovacchia. L’IRI ha sovvenzionato la formazione di specialisti per la creazione di coalizione tra partiti, per la pianificazione pre-elettorale, per attività particolari tra le donne ed i bambini e per lo studio dell’opinione per tutti i partiti che appoggiavano Juščenko.

Contemporaneamente, la NDI ha assegnato soldi per garantire l’unità tra i sostenitori dei partiti pro-Juščenko e per migliorare la cooperazione tra i distretti elettorali a livello locale e regionale. Alcuni fondi sono andati alla formazione dei membri di partito, i quali hanno selezionato degli specialisti che avrebbero lavorato con gli elettori e con gli esperti in analisi dei processi elettorali, dei rapporti con i media, e della raccolta degli exit polls.

L’associazione degli Ex-Membri del Congresso degli Stati Uniti, aiutata dalla Fondazione USA-Ucraina, ha finanziato la formazione al monitoraggio della situazione interna prima e durante le elezioni. Alcune attività hanno avuto luogo tra i funzionari dei servizi di sicurezza ucraini. Lo scopo è stato quello di causare una spaccatura politica al loro interno e così prevenire il loro intervento per disperdere manifestazioni di votanti.

2,62 milioni di dollari sono arrivati dall’Associazione Americana per lo Sviluppo per organizzare tavole rotonde con la partecipazione di deputati alla Rada, rappresentanti di strutture statuali e dirigenti di ONG ucraine.

Molta attenzione venne rivolta al miglioramento professionale dei direttori dei comitati elettorali. Sovvenzioni particolari furono ricevute da gruppi civili che sostenevano la riforma della legislazione elettorale dell’Ucraina.

Parallelamente, l’Associazione Americana per lo Sviluppo ha assegnato soldi per la formazione del personale dei comitati elettorali pro-Juščenko, dei membri dei partiti e degli avvocati. In questi corsi di formazione prioritario era l’insegnamento dei metodi per rilevare le violazioni e i brogli.

1,13 milioni di dollari andarono ai media pro-Juščenko, e vennero in parte spesi per la formazione di giornalisti della carta stampata e di internet, per migliorare le loro particolari capacità di affrontare la campagna elettorale e le elezioni nella loro complessità. Una fondazione in particolare, la Fondazione per lo Sviluppo dei Media, venne aperta all’ambasciata americana a Kiev per incoraggiare i singoli giornalisti, il personale delle ONG, e gli organi di informazione. Michael McFaul riconosce che, allo stesso fine, delle “sovvenzioni” speciali furono fornite da “qualche altra ambasciata occidentale” in Ucraina.

Parte dei fondi americani diretti al lavoro con i media ucraini venne assegnata attraverso i canali dell’OSCE.

1,12 milioni di dollari andarono alla ricerca nel campo delle elezioni presidenziali e sui metodi per garantire un’alta affluenza.

Furono spesi anche per fomentare i media locali nel periodo pre-elettorale, per sondaggi da parte di enti di ricerca, per la formazione degli osservatori elettorali e degli scrutatori della società civile potenziando le loro capacità di esaminare gli exit polls.

Il coordinamento della distribuzione dei fondi fu affidata all’Istituto per Comunità Sostenibili, alla Fondazione Nazionale per la Democrazia, all’ucraina Fondazione Eurasia ed al Comitato sulla Democrazia appositamente istituito all’ambasciata americana a Kiev (quest’ultima ha sovvenzionato le ONG ucraine, compresa la divulgazione di informazioni elettorali).

Particolare attenzione venne data alla strategia di distruzione della prima tornata elettorale, che non finì in favore di Viktor Juščenko, attraverso la diffusione di informazioni sulle cosiddette “significative violazioni verificatesi durante il voto”. L’informazione fu preparata e diffusa da circa 10 mila persone, principalmente da membri del “Comitato degli Elettori dell’Ucraina”.

Infine, 985 mila dollari vennero stanziati attraverso L’Associazione Americana dell’Ordine degli Avvocati – Iniziativa di Diritto dell’Europa Centrale ed Euroasiatica (ABA/CEELI) per affinare le capacità degli elettori, degli avvocati, dei membri dei partiti e delle ONG con il proposito di monitorare completamente la campagna elettorale.

Vale la pena menzionare quello che Michael McFaul ha detto sulla vittoria di Viktor Juščenko nel 2004, ossia che fu assicurata principalmente dall’intensa cooperazione con i giovani ucraini, resa possibile dalle sovvenzioni americane.

In seguito, Michael McFaul ha usato ampiamente questa “esperienza” maturata nella manipolazione degli elettori ucraini, ad esempio in occasione delle elezioni presidenziali e parlamentari che si tennero in Russia nel 2007-2008.

Il Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha appositamente indetto delle sedute speciali il 17 maggio 2007. Si decise di realizzare un adeguato studio concettuale ed analitico prima che la Russia fosse in campagna elettorale, iniziando a definire le strade ed i metodi per condurre le attività corrispondenti.

Furono così coinvolti analisti americani di spicco e studiosi della Russia, incluso Michael McFaul. Alle sedute, quest’ultimo presentò raccomandazioni concrete e proposte pratiche che vennero accolte per essere implementate.

Oggi gli esperti americani preparano raccomandazioni su come amministrare e mettere a disposizione fondi sostanziosi per il supporto politico e morale ai partiti di opposizione e a singoli organi di informazione russi prima delle elezioni presidenziali del 2012. La strategia elaborata immagina di influire significativamente sui cittadini russi che lavorano in strutture pubbliche o private e tra gli eletti alla Duma. Dalle dichiarazioni del 2011 di Michael McFaul, in qualità di capo dell’ambasciata americana a Mosca, traspare l’intenzione di stabilire delle strutture per il dialogo sui diritti umani, sulla libertà dei media, e sulla lotta contro la corruzione in Russia. Esprimendo le sue opinioni a Radio Liberty nel giugno 2011, McFaul ha dichiarato di avere intenzione di fare del concetto di “reset” uno strumento per coinvolgere il governo russo nella discussione sulla democrazia ed i diritti umani.

Viene consigliato di sostenere durante le elezioni coloro che possiedono la stoffa del leader, anche se le loro opinioni dovessero risultare oscure. Particolare importanza è legata alle intensa attività di propaganda tra i cittadini che esprimono il loro scontento nei confronti della politica del regime in vigore, e tra i giovani che, come dimostrano studi di centri sociologici, compongono il 60% dei dimostranti che il 24 dicembre 2011 si sono radunati nella manifestazione moscovita lungo il viale dedicato all’Accademico Sacharov.

Arrivando a Mosca nella sua nuova veste, il precedente direttore del Centro sulla Democrazia, lo Sviluppo e lo Stato di Diritto dell’Università di Stanford sta per stabilire contatti con l’opposizione “non-sistemica” russa, sperando di prevenire la vittoria elettorale di Vladimir Putin alle imminenti elezioni presidenziali; a dispetto del largo consenso che Putin ha tra gli elettori, come sottolineano i sondaggi sociologici. Washington vorrebbe vedere vincere la gara da qualcun’altro, qualcuno in sintonia con l’Occidente ed i cui piani non includano la difesa degli interessi dello Stato russo. Michael McFaul pensa che “alcune dittature” sono incapaci di progredire nello sviluppo della democrazia e dovrebbero essere assistite, come scritto dal New York Times il 24 febbraio 2011 in un articolo intitolato “Seizing Up Revolutions in Waiting”.

Larry Diamond, un professore della Stanford Univeristy che lo conosce da vicino avendoci lavorato assieme, afferma che McFaul, una volta in Russia, si atterrà alla politica di valorizzare i principi ed i valori americani, e che tenterà di appoggiare e coinvolgere diverse forze politiche e sociali in Russia nelle sue attività.

Questo è quanto ha riportato lo Stanford Daily il 26 settembre 2011.

Tutte queste attività verranno coordinate dall’ambasciatore americano in Russia, che non ha mai avuto particolari simpatie per il paese. Per esempio, sovente egli ha espresso apertamente la sua opinione negativa su Vladimir Putin, il capo del governo russo. Questo è quanto riporta il New York Times (del 29 maggio 2011) e quanto lo stesso Michael McFaul ha scritto nella rivista Foreign Affairs (di gennaio/febbraio 2008) e in molte altre pubblicazioni.

Su sua iniziativa, i principali quotidiani americani hanno cominciato a pubblicare articoli finalizzati alla sconfitta di Vladimir Putin, o almeno a minimizzare la sua vittoria, alle elezioni presidenziali nel marzo 2012. Non viene tenuto segreto lo scopo alternativo: indebolire l’autorità di Vladimir Putin nel caso in cui vincesse le elezioni, sminuire la politica del governo tesa a risolvere gli urgenti problemi sociali ed economici e indebolire la posizione internazionale di Mosca in generale.

Al ritratto politico del nuovo ambasciatore americano dovrebbe essere aggiunto il fatto che, nella storia, è il secondo capo dell’ambasciata a non essere diplomatico di professione. McFaul ha appoggiato l’aggressione georgiana dell’agosto 2008 contro l‘Ossezia del Sud. Non molto tempo fa, inoltre, ha fatto il possibile per escludere la Russia dal processo di definizione del futuro della Libia dopo il rovesciamento di Mu’ammar Gaddafi nell’ottobre 2011.

Si è anche schierato contro l’ipotesi di obbligazioni legalmente vincolanti per gli USA a non usare la difesa missilistica contro le forze nucleari strategiche russe, e contro il raggiungimento di un accordo con Mosca per una comune difesa missilistica europea sulla base di reciproca comprensione ed uguaglianza.

Infine, verso la fine del 2011, il Congresso americano ha confermato 50 milioni di dollari per la propaganda anti-russa prima delle elezioni presidenziali. E’ il doppio della somma stanziata per lo stesso scopo nel 2008.

Questo ed il fatto che Michael McFaul stia arrivando in Russia nel periodo tra le elezioni parlamentari e quelle presidenziali, danno molti argomenti su cui pensare riguardo agli sforzi ininterrotti di Washington per interferire apertamente e su più piani negli affari interni russi. Ecco nella sostanza cos’è la politica di “reset” nelle relazioni USA-Russia. La politica che, come alcuni esperti americani hanno affermato, è stata elaborata proprio dallo stesso Michael McFaul.

Traduzione di Serena Bonato
Testo original in inglese :  Ambassador with diploma in «color revolution»

FONTE: GEOPOLITICA – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie 

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l'Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. ”Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

La marcia verso l’abisso

di: Fidel Castro Ruz

Non è questione di ottimismo o pessimismo, sapere o ignorare cose elementari, essere responsabili o no degli avvenimenti. Quelli che pretendono considerarsi politici dovrebbero essere lanciati nella spazzatura della storia quando, come è norma, di questa attività ignorano tutto o quasi tutto quello che a cui fa riferimento.

Non parlo ovviamente di quelli che durante vari millenni trasformarono i temi  pubblici in strumenti di potere e ricchezze per le classi privilegiate, attività nella quale i record di crudeltà sono stati imposti durante gli ultimi otto o diecimila anni e su questo esistono prove certe della condotta sociale della nostra specie, la cui esistenza come esseri pensanti, secondo gli scienziati, appena oltrepassa i 180 mila anni.

Non è mio proposito imbottigliarmi in questi temi che sicuramente annoierebbero quasi al 100% delle persone continuamente bombardate con notizie attraverso mezzi che vanno dalla parola scritta fino alle immagini tridimensionali che cominciano ad esibirsi in costosi cinema, e non è lontano il giorno in cui predomineranno nella televisione, che già di per se, produce favolose immagini. Non è casuale che la chiamata industria dello svago abbia la sua sede nel cuore dell’impero che tiranneggia tutti.

Quello che pretendo è situarmi nel punto di partenza attuale della nostra specie per parlare della marcia verso l’abisso. Potrei parlare perfino di una marcia “inesorabile” e sarebbe sicuramente più vicino alla realtà. L’idea di un giudizio finale è implicita nelle dottrine religiose più diffuse tra gli abitanti del pianeta, senza che nessuno li qualifichi per questo come pessimisti. Considero, al contrario, dovere elementare di tutte le persone serie e sagge che sono milioni, lottare per posporre e, forse ostacolare, questo drammatico e prossimo avvenimento nel mondo attuale.

Numerosi pericoli ci minacciano, ma due di questi, la guerra nucleare ed il cambiamento climatico, sono decisivi ed ambedue sono sempre più lontani dall’avvicinamento ad una soluzione.

La tiritera demagogica, le dichiarazioni ed i discorsi della tirannia imposta al mondo dagli Stati Uniti ed i suoi poderosi ed incondizionati alleati, in entrambi i temi, non ammettono il minore dubbio al riguardo.

Il 1° gennaio 2012, anno nuovo occidentale e cristiano, coincide con l’anniversario del trionfo della Rivoluzione in Cuba e l’anno in cui si compie il 50° Anniversario dalla Crisi di Ottobre del 1962, che portò il mondo sull’orlo della guerra mondiale nucleare, fatto che mi obbliga a scrivere queste linee.

Le mie parole non avrebbero senso se avessi come obbiettivo imputare alcuna colpa al popolo nordamericano, od a quello di qualunque altro paese alleato degli Stati Uniti nell’insolita avventura; loro, come gli altri popoli del mondo, sarebbero le vittime inevitabili della tragedia. Fatti recenti accaduti in Europa ed in altri luoghi mostrano le indignazioni di massa di quelli a cui la disoccupazione, la carestia, le riduzioni delle loro entrate, i debiti, la discriminazione, le bugie e la politica, conducono alle proteste ed alle brutali repressioni dei guardiani dell’ordine stabilito.

Con frequenza crescente si parla di tecnologie militari che colpiscono la totalità del pianeta, unico satellite abitabile conosciuto a centinaia di anni luce da un altro che forse risulti adeguato se ci muoviamo alla velocità della luce, trecento mila chilometri per secondo.

Non dobbiamo ignorare che se la nostra meravigliosa specie pensante sparisse trascorrerebbero molti milioni di anni prima che ne sorga nuovamente un’altra capace di pensare, in virtù dei principi naturali che dirigono la natura stessa, come conseguenza dell’evoluzione delle specie, scoperta da Darwin in 1859 e che oggi riconoscono tutti gli scienziati seri, credenti o non credenti.

Nessuna altra epoca della storia dell’uomo conobbe gli attuali pericoli che affronta l’umanità. Persone come me, con 85 anni compiuti, eravamo approdati ai 18 col titolo di un diploma prima che finisse l’elaborazione della prima bomba atomica.

Oggi degli artefatti di questo carattere pronti per il loro impiego -incomparabilmente più poderosi di quelli che produssero il calore del sole sulle città di Hiroshima e Nagasaki – ce ne sono a migliaia.

Le armi di questo tipo che si mettono in magazzini aggiuntivamente, addizionate a quelle già dichiarate in virtù di accordi, raggiungono cifre che superano i venti mila proiettili nucleari.

L’impiego di appena un centinaio di queste armi sarebbe sufficiente per creare un inverno nucleare che provocherebbe in breve tempo una morte spaventosa per tutti gli esseri umani che abitano il pianeta, come ha spiegato brillantemente e con dati digitali lo scienziato nordamericano e professore dell’Università di Rutgers, in New Jersey, Alan Robock.

Quelli che vogliono leggere le notizie ed analisi internazionali serie, conoscono come i rischi dell’esplosione di una guerra con impiego di armi nucleari si incrementano man mano che la tensione cresce nel Vicino Oriente, dove nelle mani del governo israelita si accumulano centinaia di armi nucleari in piena disposizione combattiva, ed il cui carattere di forte potenza nucleare né si ammette né si nega. Cresce ugualmente la tensione intorno alla Russia, paese di indiscutibile capacità di risposta, minacciata da un ipotetico scudo nucleare europeo.

Mi fa ridere l’affermazione yankee che lo scudo nucleare europeo è per proteggere anche la Russia dall’Iran e dalla Corea del Nord. Tanto debole è la posizione yankee in questo delicato tema che neanche il suo alleato Israele si prende il disturbo di garantire consultazioni previe su misure che possano far scoppiare la guerra.

L’umanità, invece, non gode di nessuna garanzia. Lo spazio cosmico, nelle prossimità del nostro pianeta, è saturo di satelliti degli Stati Uniti destinati a spiare quello che succede perfino nelle terrazze delle abitazioni di qualunque nazione del mondo. La vita ed abitudini di ogni persona o famiglia sono passate ad essere oggetto di spionaggio; l’ascolto di centinaia di milioni di cellulari, ed il tema delle conversazioni che abbordi qualunque utente in qualunque parte del mondo smette di essere privato per trasformarsi in materiale di informazione per i servizi segreti degli Stati Uniti.

Questo è il diritto che continua a rimanere ai cittadini del nostro mondo in virtù degli atti di un governo la cui costituzione, promossa nel Congresso di Filadelfia nel 1776, stabiliva nonostante che gli uomini nascevano liberi ed uguali ed a tutti concedeva loro il Creatore determinati diritti, dei quali non le rimane già, né agli stessi nordamericani né a nessun cittadino del mondo, quello di comunicare per telefono a familiari ed ad amici i suoi sentimenti più intimi.

La guerra, tuttavia, è una tragedia che può succedere, ed è molto probabile che succeda; in più, se l’umanità fosse capace di ritardarla un tempo indefinito, un altro fatto altrettanto drammatico sta succedendo già con crescente ritmo: il cambiamento climatico. Mi limiterò a segnalare quello che eminenti scienziati ed espositori di rilievo mondiale hanno spiegato attraverso documenti e film che nessuno discute.

È ben conosciuto che il governo degli Stati Uniti si è opposto agli accordi di Kyoto sull’ecosistema, una linea di condotta che neanche conciliò coi suoi più vicini alleati, i cui territori soffrirebbero tremendamente ed alcuni dei quali, come l’Olanda, sparirebbero quasi interamente.

Il pianeta cammina oggi senza politica su questo grave problema, mentre i livelli del mare si alzano, le enormi cappe di ghiaccio che coprono l’Antartide e la Groenlandia, dove si accumula più del 90% dell’acqua dolce del mondo, si sciolgono con crescente ritmo, e già l’umanità, il passato 30 novembre 2011, ha raggiunto ufficialmente la cifra di 7 mila milioni di abitanti, che nelle aree più povere del mondo continua a crescere in forma sostenuta ed inevitabile. È che per caso quelli che si sono dedicati a bombardare paesi ed ammazzare milioni di persone durante gli ultimi 50 anni possono preoccuparsi per il destino degli altri popoli?

Gli Stati Uniti sono oggi non solo il promotore di quelle guerre, ma anche il maggiore produttore ed esportatore di armi nel mondo.

Come è conosciuto, questo poderoso paese ha sottoscritto un accordo per somministrare 60 mila milioni di dollari nei prossimi anni al regno dell’Arabia Saudita, dove le multinazionali degli Stati Uniti ed i suoi alleati estraggono ogni giorno 10 milioni di barili di petrolio leggero, cioè, mille milioni di dollari in combustibile. Che cosa sarà di questo paese e della regione quando queste riserve di energia si esauriscano? Non è possibile che il nostro mondo globalizzato accetti senza protestare il colossale spreco di risorse energetiche che la natura tardò centinaia di milioni di anni a creare, e la cui dilapidazione rincara i costi essenziali. Non sarebbe in assoluto degno del carattere intelligente attribuito alla nostra specie.

Negli ultimi 12 mesi tale situazione si aggravò considerevolmente a partire dai nuovi avanzamenti tecnologici che, lontano da alleviare la tragedia proveniente dallo spreco dei combustibili fossili, l’aggrava considerevolmente.

Scientifici ed investigatori di prestigio mondiale venivano segnalando le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico.

In un eccellente documentario del direttore francese Yann Arthus-Bertrand, intitolato ‘Home’, ed elaborato con la collaborazione di prestigiose e ben informate personalità internazionali, reso pubblico a metà dell’anno 2009, mostrò al mondo con dati irrefutabili quello che stava succedendo. Con solidi argomenti esponeva le conseguenze nefaste di consumare, in meno di due secoli, le risorse energetiche create dalla natura in centinaia di milioni di anni; ma la cosa peggiore non era il colossale spreco, bensì le conseguenze suicide che avrebbe avuto per la specie umana. Riferendosi alla stessa esistenza della vita, rimproverava alla specie umana: ‘…Stai utilizzando un favoloso lascito di 4 000 milioni di anni somministrato dalla Terra.

Hai solamente 200 000 anni, ma hai già cambiato la faccia del mondo.”

Non incolpava né poteva incolpare nessuno fino a questo punto, segnalava semplicemente una realtà obiettiva. Tuttavia, oggi dobbiamo incolparci tutti quelli che lo sappiamo e non facciamo niente per tentare di rimediarlo.

Nelle sue immagini e concetti, gli autori di questa opera includono memorie, dati ed idee che abbiamo il dovere di conoscere e prendere in considerazione.

In mesi recenti, un altro favoloso materiale filmico esibito è stato ‘Oceanos’, elaborato da due registi francesi, considerato il migliore film dell’anno a Cuba; forse, a mio giudizio, il migliore di questa epoca.

È un materiale che stupisce per la precisione e bellezza delle immagini mai prima filmate da nessuna telecamera: 8 anni e 50 milioni di euro sono stati investiti per produrlo. L’umanità dovrà ringraziare per questa prova della forma in cui si presentano i principi della natura adulterati dall’uomo. Gli attori non sono esseri umani: sono quelli che popolano i mari del mondo. Un Oscar per loro!

Quello che motivò il dovere di scrivere queste linee non sorse dai fatti riferiti fino a qui, che di una forma o un’altra ho commentato anteriormente, bensì di altri che, manipolati dagli interessi delle multinazionali, stanno uscendo alla luce in piccole dosi negli ultimi mesi e servono secondo me come prova definitiva della confusione e del caos politico che impera nel mondo.

Appena alcuni mesi fa lessi per la prima volta alcune notizie sull’esistenza del gas di scisto. Si leggeva che gli Stati Uniti disponevano di riserve per supplire le loro necessità di questo combustibile per 100 anni. Dal momento che dispongo attualmente di tempo per indagare su temi politici, economici e scientifici che possono essere realmente utili ai nostri popoli, mi comunicai discretamente con varie persone che risiedono a Cuba o all’estero del nostro paese. Curiosamente, nessuna di queste aveva ascoltato una parola sul tema. Non era naturalmente la prima volta che questo succedeva. Uno si meraviglia di fatti importanti di per sé che si nascondono in un vero mare di informazioni, mischiate con centinaia o migliaia di notizie che circolano per il pianeta.

Ho persistito, nonostante, nel mio interesse sul tema. Sono trascorsi solo vari mesi ed il gas di scisto non è già notizia. In vigilis del nuovo anno si conoscevano già sufficienti dati per vedere con ogni chiarezza la marcia inesorabile del mondo verso l’abisso, minacciato da rischi tanto eccessivamente gravi come la guerra nucleare ed il cambiamento climatico. Del primo, parlai già; del secondo, in onore della brevità, mi limiterò ad esporre dati conosciuti ed alcuni per conoscere che nessun quadro politico o persona sensata deve ignorare.

Non vacillo nell’affermare che osservo entrambi i fatti con la serenità degli anni vissuti, in questa spettacolare fase della storia umana che hanno contribuito all’educazione del nostro popolo coraggioso ed eroico.

Il gas si misura in TCF, che possono riferirsi a piedi cubi o metri cubi -non sempre si spiega se è uno o l’altro – dipende dal sistema di misure che si applichi in un determinato paese. D’altra parte, quando si parla di miliardi normalmente si riferiscono al miliardo spagnolo che significa un milione di milioni; tale cifra in inglese si qualifica come trilione cosa deve tenersi in conto quando si analizzano le quantità riferite al gas che normalmente sono in volumi. Tenterò di segnalarlo quando sia necessario.

L’analista nordamericano Daniel Yergin, autore di un voluminoso classico di storia del petrolio affermò, secondo l’agenzia di notizie IPS che già un terzo di tutto il gas che si produce negli Stati Uniti è gas di scisto.

‘..lo sfruttamento di una piattaforma con sei pozzi può consumare 170.000 metri cubi di acqua e perfino provocare effetti dannosi come avere influenza su movimenti sismici, inquinare acque sotterranee e superficiali, e colpire il paesaggio’.

Il gruppo britannico BP informa da parte sua che ‘le riserve provate di gas convenzionale o tradizionale nel pianeta sommano 6.608 miliardi -milioni di milioni- di piedi cubi, circa 187 miliardi di metri cubi, […] ed i depositi più grandi sono in Russia (1.580 TCF), Iran (1.045), Qatar (894), ed Arabia Saudita e Turkmenistan, con 283 TCF ognuno’. Si tratta del gas che si veniva producendo e commercializzando.

‘Uno studio dell’EIA –un’agenzia governativa degli Stati Uniti sull’energia- pubblica in aprile del 2011 che trovò praticamente lo stesso volume (6.620 TCF o 187,4 miliardi di metri cubi) di shale gas ricuperabile in appena 32 paesi, ed i giganti sono: Cina (1.275 TCF), Stati Uniti (862), Argentina (774), Messico (681), Sudafrica (485) ed Australia (396 TCF)”. Shale gas è il gas di scisto. Si osservi che d’accordo a quello che si conosce, Argentina e Messico ne possiedono quasi quanto gli Stati Uniti. Cina, coi maggiori giacimenti, possiede riserve che equivalgono quasi al doppio di questi ed un 40% in più degli Stati Uniti.

‘…paesi da secoli dipendenti di fornitori stranieri conterebbero su un’ingente base di risorse in relazione col loro consumo, come Francia e Polonia che importano 98 e 64%, rispettivamente, del gas che consumano, e che avrebbero in rocce di scisto o “lutite” riserve superiori a 180 TCF ognuno.”

‘Per estrarre le ‘lutite” -segnala IPS- si ricorre ad un metodo battezzato ‘fracking ‘ (frattura idraulica), con l’iniezione di grandi quantità di acqua con sabbie ed additivi chimici. L’impronta di carbonio (proporzione di biossido di carbonio che libera nell’atmosfera) è molto maggiore che quella generata con la produzione di gas convenzionale.

‘Quando si tenta di bombardare cappe della crosta terrestre con acqua ed altre sostanze, si incrementa il rischio di danneggiare il sottosuolo, suoli, cappe idriche sotterranee e superficiali, il paesaggio e le vie di comunicazione se le installazioni per estrarre e trasportare la nuova ricchezza presentano difetti o errori di maneggio’.

Basti segnalare che tra le numerose sostanze chimiche che si iniettano con l’acqua per estrarre questo gas si trovano il benzene ed il toluene che sono sostanze terribilmente cancerogene

L’esperto Lourdes Melgar, dell’Istituto Tecnologico e degli Studi Superiori di Monterrey, pensa che:

‘È una tecnologia che genera molto dibattito e sono risorse ubicate in zone dove non c’è acqua ‘….

‘Le lutite gassose -afferma IPS- sono cave di idrocarburi non convenzionali, incagliate in rocce che le proteggono, per questo si applica la frattura idraulica (conosciuta in inglese come ‘fracking ‘) per liberarle a grande scala.”

“La generazione di gas shale include alti volumi di acqua e lo scavo e frattura generano grandi quantità di residui liquidi che possono contenere chimici sciolti ed altri agenti inquinanti che richiedono un trattamento prima di essere buttato.”

“La produzione di scisto saltò da 11.037 milioni di metri cubi nel 2000 a 135.840 milioni nel 2010. Nel caso che l’espansione continui questo ritmo, nel 2035 arriverà a coprire il 45% della domanda di gas generale, secondo l’EIA.

“Investigazioni scientifiche recenti hanno allertato sul profilo ambientale negativo del gas lutite.

“L’accademico Robert Howarth, Renee Santoro ed Anthony Ingraffea, dell’Università statunitense di Cornell, conclusero che questo idrocarburo è più inquinante del petrolio ed il gas, secondo il loro studio ‘Metano e l’impronta di gas ad effetto serra del gas naturale proveniente da formazioni di shale ‘, pubblicato nell’aprile scorso sulla rivista Climatic Change.

“‘L’orma carbonica è maggiore che quella del gas convenzionale o il petrolio, visti in qualunque orizzonte temporaneo, ma particolarmente in un lasso di 20 anni. Comparata col carbone, è almeno un 20% maggiore e forse più del doppio in 20 anni’, risaltò la relazione.”

“Il metano è uno dei gas ad effetto serra più inquinanti, responsabili dell’aumento della temperatura del pianeta.”

“‘In aree attive di estrazione (uno o più pozzi in un chilometro), le concentrazioni medie e massime di metano in pozzi di acqua potabile si incrementarono con prossimità al pozzo gassoso più vicino e furono un pericolo di esplosione potenziale ‘, cita il testo scritto da Stephen Osborn, Avner Vengosh, Nathaniel Warner e Robert Jackson, della Università statale di Duke.

“Questi indicatori mettono in discussione l’argomento dell’industria che lo scisto può sostituire il carbone nella generazione elettrica e, pertanto, una risorsa per mitigare il cambiamento climatico.

“‘È un’avventura troppo prematura e rischiosa ‘.”

“Nell’aprile del 2010, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha messo in moto l’Iniziativa Globale di Gas Shale per aiutare i paesi che cercano approfittare di questa risorsa per identificarlo e svilupparlo, con un eventuale beneficio economico per le multinazionali di quella nazione.”

Sono stato inevitabilmente esteso, non avevo un’altra opzione. Redigo queste linee per il sito web Cubadebate e per Telesur, una delle emittenti di notizie più serie ed oneste del nostro rassegnato mondo.

Per abbordare il tema ho lasciato passare i giorni festivi del vecchio e del nuovo anno.

LINK: La marcha hacia el abismo

TRADUZIONE DI: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Perché agli USA serve una grande guerra

di: Viktor Burbaki

Attualmente ci troviamo nel mezzo d’una fase di turbolenza del ciclo evolutivo mondiale, cominciata negli anni ’80 e destinata a terminare per la metà del XXI secolo. Nel corso di tale processo, gli USA stanno evidentemente perdendo il loro status di superpotenza…

Stime fornite dagli esperti dell’Accademia Russa delle Scienze mostrano che l’attuale periodo di forte instabilità dovrebbe terminare attorno al 2017-2019, con una crisi. La crisi non sarà profonda quanto quelle del 2008-2009 e del 2011-2012, e segnerà la transizione verso un’economia edificata su una nuova base tecnologica. Il rinnovamento economico probabilmente comporterà, nel 2016-2020, grossi mutamenti nell’equilibrio mondiale di potenza e grandi conflitti politico-militari che coinvolgeranno sia i pesi massimi dell’agone globale, sia i paesi in via di sviluppo. Presumibilmente, gli epicentri dei conflitti saranno nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale post-sovietica.

Il secolo del dominio politico-militare e della supremazia economica globale degli USA è prossimo alla fine. Gli USA hanno fallito la prova dell’unipolarità e, feriti dai permanenti conflitti mediorientali, mancano oggi delle risorse necessarie a mantenere la guida mondiale.

La multipolarità implica una distribuzione più equa delle risorse mondiali ed una profonda trasformazione d’istituzioni internazionali come l’ONU, il FMI, la Banca Mondiale ecc. Al momento il Washington Consensus pare morto e sepolto, e l’agenda globale dovrebbe avere al primo posto la costruzione di un’economia con molti meno livelli d’incertezza, più rigidi regolamenti finanziari, ed una maggiore equità nell’allocazione dei ritorni e profitti economici.

I centri dello sviluppo economico stanno slittando dall’Occidente, che vanta la rivoluzione industriale tra i suoi grandi meriti, all’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi ad una corsa economica senza precedenti, con sullo sfondo una più ampia competizione tra le economie, che sfruttano i modelli del capitalismo di Stato e della democrazia tradizionale. Cina e India, i due paesi più popolosi al mondo, definiranno le direzioni ed il ritmo dello sviluppo futuro, ma la grande battaglia per la supremazia mondiale sarà combattuta tra USA e Cina: in palio c’è anche la scelta del sistema politico e del modello socie-economico post-industriale per il XXI secolo.

La domanda che sorge è: come reagiranno a questa transizione gli USA?

***

Va tenuto conto che qualsiasi strategia statunitense parte dall’assunto che sia inaccettabile perdere la supremazia mondiale.

Il collegamento tra leadership mondiale e prosperità nel XXI secolo è un assioma per le élites statunitensi, indipendente da tutti i dettagli politici.

Modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali portano a concludere che l’unica opzione a disposizione degli USA per arrestare il rapido disfacersi del suo status geopolitico impareggiato, sia quella di vincere un conflitto convenzionale su larga scala.

Non è un segreto che occasionalmente hanno funzionato (si pensi al collasso dell’URSS) anche metodi non militari di sbarazzarsi dei rivali, e le corrispondenti tecnologie sono costantemente affinate negli USA. D’altro canto, ad oggi paesi come la Cina o l’Iran sono apparsi evidentemente immuni alla manipolazione esterna. Se le attuali dinamiche geopolitiche dovessero persistere, ci si può attendere il cambiamento di leadership mondiale per il 2025, ed il solo modo per gli USA di arrestare questo processo è scatenare una grande guerra…

Il paese che stia per perdere la supremazia non ha altra opzione che colpire per primo, ed è ciò che Washington sta facendo da circa 15 anni. La peculiare tattica degli USA è di scegliere come bersagli non i candidati alternativi alla supremazia geopolitica, ma paesi che appaiono più facili da affrontare al momento. Attaccando Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, gli USA hanno cercato di gestire problemi puramente economici, o regionali; ma una questione più grande richiederà senz’altro un bersaglio assai più significativo. Gli analisti militari ritengono che i candidati più a rischio d’essere presi a bersaglio nel nome d’una nuova redistribuzione globale siano l’Iran più la Siria ed i gruppi sciiti quali il libanese Hezbollah.

La redistribuzione è, di fatto, in corso. La Primavera Araba, tramata e gestita da Washington, ha creato le condizioni appropriate ad una fusione del mondo musulmano in un singolo califfato. Gli USA ritengono che questa nuova formazione aiuterà la vacillante superpotenza a mantenere la propria presa sulle risorse energetiche chiave a livello mondiale, e a salvaguardare i suoi interessi rispetto all’Asia e all’Africa. Senza dubbio, la sfida che ha indotto gli USA ad architettare questo nuovo tipo di sistemazione è il crescente potere della Cina.

Liberarsi di Iran e Siria, che si frappongono sulla strada del dominio globale statunitense, sarebbe il prossimo passo naturale per Washington. I tentativi di rovesciare il regime iraniano fomentando disordini tra la popolazione sono falliti clamorosamente, ed analisti militari sospettano che all’Iran spetti uno scenario analogo a quelli visti in Iraq e Afghanistan. Il piano ha serie possibilità di realizzarsi, anche se oggi persino il ritiro da Iraq e Afghanistan pone considerevoli problemi agli USA.

La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – assieme a notevoli danni alla posizione di Russia e Cina – sarebbe l’obiettivo centrale che gli USA sperano di conseguire combattendo una grande guerra… Il disegno è divenuto ampiamente noto negli USA dopo la pubblicazione sul Armed Forces Journal della celebre mappa di Peters. La motivazione di fondo sta nell’espellere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, nel tagliar fuori la Russia dal Caucaso Meridionale e dall’Asia Centrale, e nel disconnettere la Cina dai suoi fornitori d’energia più importanti.

Il materializzarsi del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive russe di costante e pacifico sviluppo; infatti l’instabile Caucaso del Sud, controllato dagli USA, trasmetterebbe ondate destabilizzanti nel Caucaso del Nord. Dal momento che la destabilizzazione sarebbe condotta da forze fondamentaliste islamiche, tutte le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero coinvolte.

Gli USA non sono più in grado di sostenere il Washington Consensus facendo affidamento su strumenti politici ed economici.

Il cinese Jemin Jibao ha dipinto un quadro di strabiliante chiarezza, quando ha scritto che gli USA sono diventati un parassita mondiale che stampa illimitate quantità di dollari e le esporta per pagare le sue importazioni, e dunque sostiene gli eccessivi livelli di vita nordamericani derubando il resto del mondo. Il primo ministro russo ha espresso una visione simile durante il suo viaggio in Cina, il 17 novembre 2011.

Attualmente la Cina sta lavorando alacremente per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota di valuta statunitense nelle riserve cinesi sta precipitando, e nell’aprile 2011 la Banca Centrale cinese ha annunciato il progetto di escludere totalmente il dollaro nelle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario statunitense non è ovviamente destinato a rimanere senza risposta. Anche l’Iran sta cercando di ridurre la quota del dollaro nelle sue transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera iraniana, dove sono accettati solo l’euro e la moneta persiana. Iran e Cina stanno negoziando di barattare prodotti cinesi col petrolio iraniano, rendendo così possibile, tra le altre cose, scavalcare le sanzioni imposte all’Iran. Il dirigente iraniano ha affermato che il volume degli scambi con la Cina dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe inefficaci i piani statunitensi per isolare l’Iran.

Gli sforzi statunitensi per destabilizzare il Medio Oriente potrebbero attribuirsi in parte al calcolo che la ricostruzione della regione, se devastata, richiederebbe massicce iniezioni di dollari, favorendo così la rivitalizzazione dell’economia statunitense. Nel 2011 la strategia statunitense mirante a preservare il dominio globale ha cominciato a tradursi in politiche basate sulla forza, dal momento che Washington vede nel deprezzamento dei possedimenti in dollari una possibile soluzione alla crisi. Una grande guerra potrebbe servire allo scopo. Il vincitore sarebbe in grado d’imporre al mondo le sue condizioni, come avvenne nel 1944 con la creazione del sistema di Bretton-Woods. Per Washington, guidare il mondo può valere una grande guerra.

Può l’Iran, fornitagli la necessaria assistenza, mettere fine all’espansione universale statunitense? La questione sarà trattata nel prossimo articolo.

Fonte: Strategic Culture Foundation

Traduzione di Daniele ScaleaGeopolitica Rivista

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 ”E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  - enfasi aggiunta).

Verso un attacco ”coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l'Iran]. “ (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. - Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

Tutta l’Europa sotto il peso dello «scudo» americano e Nato

di: Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco

Reazione di Medvedev: missili Iskander a Kaliningrad Sistema antimissile, così Washington prepara non più sicurezza ma più tensioni belliche

Il presidente russo Medvedev ha accusato ieri gli Stati uniti di aver imposto ai loro alleati lo «scudo antimissili» in Europa, avvertendo di nuovo che la Russia prenderà delle contromisure, tra cui l’installazione nell’enclave di Kaliningrad di un nuovo sistema radar e di missili mobili Iskander a corto raggio (fino a 500 km), che possono trasportare anche testate nucleari. È un bluff nella partita elettorale, in vista delle legislative del 4 dicembre e delle presidenziali del 4 marzo? Indubbiamente Medvedev e Putin, che perdono consensi, alzano i toni per dimostrare che sotto la loro direzione la Russia non piega la testa di fronte alla strapotenza Usa/Nato. Eppure non è solo questione di mosse elettorali.
Sta crescendo in Russia, soprattutto nelle forze armate, un sentimento anti-Usa, motivato in particolare dalla decisione dell’amministrazione Obama di realizzare a qualsiasi costo lo «scudo» in Europa. A Washington continuano a ripetere che esso non è diretto contro la Russia, ma servirà a fronteggiare la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia. Il nuovo piano infatti prevede, rispetto al precedente, un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, poiché saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l’attacco nucleare. E, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare la Russia più efficacemente di quanto è in grado di fare oggi.
Il contenzioso si è acuito negli ultimi mesi. In aprile, gli Usa hanno condotto «il più riuscito test del sistema di difesa missilistica che schiereranno in Europa». In maggio, la Romania ha acconsentito all’installazione sul proprio territorio di missili mobili statunitensi Sm-3, che saranno dislocati anche in Polonia. A questo punto Mosca ha chiesto a Washington «garanzie legali» che il sistema non è diretto contro la Russia, proponendo un trattato Russia-Nato in cui siano specificati numero, tipi e luoghi di installazione di missili e radar. Ma, in giugno, il segretario della Nato Rasmussen ha respinto la proposta, argomentando che la questione può essere risolta con una «maggiore fiducia» e non con «complicate formule legali che renderebbero difficile il consenso e la ratifica tra i 28 paesi Nato e la Russia». Subito dopo gli Usa hanno inviato nel Mar Nero l’incrociatore Monterey, dotato del sistema Aegis anti-missili, e la Russia ha protestato. In settembre, la Turchia ha annunciato di voler installare sul proprio territorio, entro l’anno, un radar dello «scudo» Usa, e la Russia ha di nuovo chiesto garanzie. In ottobre, gli Stati uniti hanno stipulato un accordo con la Spagna: con l’uso della base di Rota faranno stazionare in permanenza nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale navi da guerra dotate del sistema Aegis antimissili.
Allo stesso tempo gli Usa hanno annunciato che radar anti-missili saranno installati nell’Europa meridionale (anche in Italia), per «proteggere l’intero territorio della Nato», e che i missili Sm-3 saranno poi sostituiti con missili in grado di intercettare non solo quelli a corto e medio raggio, ma anche i missili balistici intercontinentali. L’obiettivo strategico è evidente: se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, essi sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch’esso di armi nucleari, come la Russia, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare gli effetti della rappresaglia.
Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi a creare una «Europa più sicura». Viceversa servirà a creare nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa. Così da legare i paesi dell’Europa orientale sempre più al carro di Washington e mantenere la sua leadership su quelli dell’Europa occidentale.

IlManifesto

Il ruolo delle Banche Internazionali all’origine del primo conflitto mondiale

di: Gian Paolo Pucciarelli

Il Quarterly Journal of Economics, in un articolo pubblicato a Washington nel mese di aprile del 1887, rileva l’insostenibile debito pubblico dei Paesi europei, formulando l’auspicio d’un urgente risanamento dei loro bilanci, esplicitamente espresso nel seguente monito:“Le finanze d’Europa sono a tal punto compromesse dall’indebitamento generale che i governi dovrebbero chiedersi se una guerra, malgrado i suoi orrori, non sia preferibile al mantenimento di una precaria e costosa pace”.

Fra lo sconcerto generale che, come si può supporre, il menzionato articolo ebbe allora modo di provocare, si apprendeva che le potenze europee, sottoposte a rigidi vincoli finanziari, perché debitrici, sarebbero state costrette a seguire fra il 1887 e il 1914 determinati orientamenti politici tali da condurre a un conflitto senza precedenti nella storia, allo scopo di pagare il loro debito pubblico [public debts of Europe (sic)]. In breve la guerra (mondiale) sarebbe stata la sola alternativa alla bancarotta.

Il “trimestrale”, destinato a diventare prestigioso negli ambienti economici internazionali, attribuiva l’origine del colossale debito pubblico europeo (qualcosa come 5.300 milioni di dollari di allora da pagare annualmente in linea interessi) alle allegre gestioni dei cosiddetti “sinking funds” (fondi governativi, costituiti a garanzia dei bonds emessi dallo Stato), omettendo di precisare che proprio questi sono parte fondamentale del meccanismo adottato dal Sistema Bancario Internazionale per indebitare i governi e dichiararli insolventi, quando il prelievo fiscale non sia più sufficiente a rimborsare (in linea capitale e interessi) il “prestito” loro concesso. La tecnica, dell’Investment Banking, prevede fra l’altro la “mobilizzazione del credito”, cioè il reinvestimento dei fondi (attraverso i servizi della Banca Centrale), e particolare attenzione alle procedure di ammortamento cui sono soggetti gli strumenti (per esempio gli armamenti) che il debitore ha acquisito, grazie al prestito concessogli. Nell’Europa d’inizio Novecento il clima politico, carico di tensioni, sembrava prossimo a scatenare la tempesta, del resto annunciata da fermenti rivoluzionari e pressanti rivendicazioni delle forze sociali, restando alle diplomazie il merito di aver riconosciuto il diritto di autodeterminazione dei popoli, senza ledere naturalmente certi privilegi imperialistici. Circostanza da cui emergeva la necessità di provvedere comunque all’incremento delle spese per la difesa, malgrado il già insostenibile debito pubblico o, viceversa, proprio in conseguenza di questo. Le banche (internazionali e/o le affiliate, operanti nei rispettivi paesi), erogatrici del prestito, intendevano in ogni caso tutelare il proprio capitale investito con il reintegro e l’aggiornamento degli armamenti, resi obsoleti dal rapido sviluppo industriale, suggerendone in molti casi l’urgente impiego. Anche l’industria pesante si sarebbe adeguata al nuovo indirizzo, che obbligava i governi a disporre conversioni della produzione economica, da cui le banche avrebbero tratto doppio profitto, in previsione e nel corso dell’eventuale conflitto (acquisto di armi) e nella fase successiva alla fine delle ostilità (ricostruzione). Il Sistema Bancario Internazionale agiva in perfetta simbiosi con le proprie affiliate (acciaierie, chimica, munizioni) formando l’efficiente struttura finanziaria – industriale, chiamata anche “Conglomerate” o “Corporate Banking”, tesa ad alimentare ostilità di vecchia data nel teatro europeo e a seminare discordie col volontario aiuto delle diplomazie.

Gli effetti dell’influenza esercitata sui governi dalle banche internazionali sono evidenti in particolare nel cruciale periodo 1907 – 1914 (crisi finanziaria, intrighi a non finire intorno alla Anglo Persian Oil Company, piano di saccheggio del dissolvendo Impero Turco Ottomano, costituzione del Federal Reserve System) durante il quale si osservano chiari segnali dell’imminente conflitto. In questo scenario, la Gran Bretagna intende consolidare il proprio impero (India) e affermare il proprio dominio sugli oceani, senza dimenticare l’influenza finanziaria che essa esercita, grazie alla Bank of England, sulla sua ex colonia nordamericana, gli Stati Uniti d’America, attraverso il binomio, all’epoca costituito fra Re Giorgio V e Leopold Rothschild della Rothschild House di Londra (che a sua volta si avvale dei propri agenti negli States, Morgan e Rockefeller).

Principale antagonista della Gran Bretagna è la Germania del Kaiser Guglielmo II (nipote del Re inglese Edoardo VII), incline a potenziare la flotta per la conservazione delle proprie colonie e a non rinunciare alle aspirazioni germaniche sui territori dell’Impero Turco Ottomano. Spinta dal revanscismo, dopo la sconfitta nella guerra franco prussiana, la Francia è acerrima nemica della Germania per l’eterna contesa dell’Alsazia-Lorena. L’Italia giolittiana, concluso a suo vantaggio nel 1912 la guerra con la Turchia per la Libia, si annovera fin dal 1850 fra i migliori clienti di Casa Rothschild, cui si dovrebbe, secondo alcuni, grazie ai pluriennali finanziamenti ai Savoia, la sospirata Unità Nazionale. Il quadro non è completo. Manca la Russia zarista, che nello scenario prebellico costituisce un caso a parte, se vogliamo credere a chi sostiene che tra gli equivoci delle Tesi su Feuerbach e le proteste sociali dell’epoca c’era di mezzo, come sempre… la Banca. Vale a dire che si può anche pagare lautamente l’aria fritta, purché, rivenduta in forma d’ideologia, svolga opportune funzioni livellatrici, determinando illusioni sufficienti a preferire alla fame i presunti benefici dell’economia collettiva. Ciò significa fra l’altro che la diffusione di un ideale rivoluzionario e l’indebitamento generale sono mezzi giustificati dallo stesso fine: il controllo delle masse. Nel contesto, il ruolo della “Banca” si svolge secondo le regole del già citato “Sistema” che comprende l’Istituto di emissione (Banca Centrale), le Banche d’investimenti, le Banche commerciali e l’intera rete delle banche locali. Il sistema, operante attraverso articolazioni nazionali, dovrebbe adeguarsi alla politica economica dei singoli Paesi, secondo le direttive impartite alla Banca Centrale dai Ministeri di Economia, Tesoro e Finanze. Ma così non avviene, perché la Banca Centrale controlla lo Stato, invece di essere da questo controllata. Questo succede perché il capitale di maggioranza dell’Istituto di Emissione è in mani private, dietro le quali operano tranquillamente le Banche d’Investimenti Internazionali.

E’ del resto quanto precisamente prevede una “clausola” del contratto di prestito erogato dalle Investment International Banks, per cui il ruolo dell’“Istituto di emissione” diviene ad esse subalterno. Questo è determinato dalla progressiva cessione di quote o azioni del proprio capitale, pretesa ogniqualvolta le Banche d’Investimento internazionali erogano un prestito a favore dello Stato (procedura che può facilitare in tempi brevi l’acquisizione dell’intero capitale della Banca Centrale – vedi al proposito il caso dell’odierna Bankitalia).

Il creditore dello Stato può dunque pretendere il rimborso del prestito, quando a suo giudizio, il debito pubblico diventasse insostenibile. In tal caso la dichiarazione d’insolvenza permetterebbe al creditore di pretendere l’immediato rimborso del prestito, obbligando il governo ad adottare idonee misure finanziarie o, in alternativa, iniziative della politica estera miranti a creare nuove opportunità d’investimento, che prevedono fra l’altro il ricorso al più efficace degli strumenti finanziari, la guerra.

Nell’inverno del 1914, divenne urgente rispettare le scadenze, sotto la minaccia, incombente su molte teste coronate dell’Europa di allora, di veder confiscati i propri tesori, ben custoditi nei forzieri delle Banche londinesi, aderenti al “Sistema delle Banche Internazionali”.

Il caso dei Romanov è significativo.

Vale la pena al proposito osservare lo sviluppo delle relazioni anglo-russe a cominciare dal 1876, anno in cui si costituiscono a Londra, grazie anche agli introiti della Società del Canale di Suez (finanziata al 50 % dalla Rothschild Bank che acquista un anno prima per conto della Corona inglese la quota egiziana, pagando 4 milioni di sterline a Ismail Pascià), quelle che saranno poi chiamate “Accepting Houses”, speciali organismi bancari, affiliati alla Hambros e alla Rothschild Bank, che avranno il compito di amministrare il mercato dei bonds o obbligazioni emesse dallo Stato debitore (oggetto di particolari attenzioni sarebbe stato ad esempio il debito per le riparazioni di guerra di 31 miliardi di dollari della Repubblica di Weimar). Ma nel caso della Russia Zarista, sembra documentato il contratto a lungo termine che Alessandro II stipulò con la Rothschild Bank di Londra al fine di ottenere sostegno finanziario per muovere guerra alla Turchia nel 1877. Le pretese che lo Zar avanzò, a guerra conclusa, su Costantinopoli e il Bosforo, furono respinte dal primo ministro britannico Benjamin Disraeli, non solo perché intralciavano le rotte inglesi verso l’India, ma anche perché l’Impero di tutte le Russie risultava insolvente nei confronti dei Rothschild. Ragione per cui lo stesso Disraeli prospettò l’opportunità politica di concedere prestiti contro il rilascio di garanzie reali da parte del successore di Alessandro II, lo Zar Alessandro III, risultato poi altrettanto inaffidabile. La costituzione “in pegno” di buona parte del tesoro dei Romanov, custodita nelle casse delle Accepting Houses londinesi, faceva peraltro riscontro al successivo ingresso della Russia fra le Potenze dell’Intesa, dopo che Nicola II era stato convinto che un ulteriore aiuto finanziario dei Rothschild (secondo la procedure e le clausole sopra descritte) gli sarebbe stato necessario per potenziare un esercito sufficiente a fronteggiare la presunta minaccia degli Imperi Centrali. Visto poi che lo Zar continuava ad essere insolvente anche per gli esiti nefasti della guerra russo-giapponese, Londra (o meglio, le Filiali londinesi dell’Investment Banking) predisponevano il gigantesco tranello di cui sarebbero state vittime lo stesso Zar e il popolo russo. Non prima però che si fosse resa politicamente giustificabile quella guerra totale da tempo prevista per “salvare” i governi europei dalla bancarotta. Il tutto preceduto dall’avvio di un piano, concordato a tavolino con gli Stati Uniti, rappresentati dal presidente Theodore Roosevelt. Costui infatti si sarebbe proposto quale diligente servitore dell’International Banking fin dalla guerra ispano-americana, condotta allo scopo di favorire il nascente monopolio della canna da zucchero di Cuba e l’espansionismo degli States nei Caraibi e sul Pacifico (Porto Rico e Filippine). La collaborazione con le “Accepting Houses” londinesi sarebbe stata poi evidente nel pool di banche internazionali, costituito allo scopo di determinare il crollo dell’Impero Zarista. Il fine apparente sarebbe stato perseguito a tutela degli interessi delle banche inglesi e a salvaguardia dell’Impero Britannico. La potente Bank of England, che nel frattempo avrebbe fatto carte false per fondare negli Stati Uniti la propria filiale (cioè la Federal Reserve Bank), avrebbe avuto ampie possibilità di azione nelle Borse internazionali, principalmente Wall Street, attraverso cui sarebbero stati disposti flussi di denaro, destinati alla fondazione dell’Unione Sovietica. Sembrano ampiamente documentati i trasferimenti di denaro eseguiti a favore dei rivoluzionari Bolscevichi fra il 1905 e il 1920 attraverso la Kuhn Loeb & Company di New York, i banchieri Jacob Schiff e Olof Aschberg, i quali operavano sotto la regia di Alexander Helphand, alias “Parvus”, il coordinatore dei finanziamenti ai rivoltosi per conto delle banche tedesche Warburg. Fra i diretti beneficiari di tali fondi si contavano gli illustri Vladimir Ilich Ulianov, detto Lenin, e Lev Trotzki, profeti del marxismo e costruttori della futura società sovietica. (Nel 2008, all’Hoover Institution Archives di Stanford – California sono state declassificate ricevute bancarie dei trasferimenti di denaro, per complessivi 20 milioni di dollari, eseguiti da Jacob Schiff a favore di Lenin e Trotzky dal 1915 al 1917).

Manovre finanziarie d’indubbia efficacia, rispetto ai meno soddisfacenti risultati di analoghe operazioni, eseguite per esempio a sostegno della rivolta dei Boxer in Cina nel primo anno del XX secolo, che in ogni caso rappresentavano un banco di prova per i successivi interventi dell’International Banking al fianco d’ingorde corporations anglo-americane, decise in quel tempo a primeggiare nel sistematico saccheggio delle risorse minerarie cinesi. Gli americani, saldamente stabiliti a Canton, e gli inglesi nella valle del fiume Yang Tse, sembravano decisi a sloggiare i Russi da Port Arthur, i giapponesi da Formosa e dalla Corea, i tedeschi dalle miniere dello Shantung, i francesi dall’Indocina e dai territori meridionali. In quella circostanza i soldi consegnati ai rivoltosi (Boxer) sarebbero serviti a giustificare la presenza sul territorio cinese di ventimila Marines, guidati dal tecnico minerario e faccendiere Herbert Hoover (futuro presidente degli Stati Uniti) contro gli stessi Boxer; la conveniente tattica adottata dagli americani consisteva nel sostenere prima la rivolta, per poi sedarla, trasformandola in pretesto per acquisire nuove terre di sfruttamento, facendosi largo fra i concorrenti. Questo precedente potrebbe suggerire la risposta agli interrogativi che un dubbio troppo ingombrante obbligava a porsi: perché i Capitalisti occidentali avrebbero sostenuto la rivoluzione bolscevica e favorito la costituzione di una società comunista nell’Unione Sovietica? Una risposta che può avere chiunque osservi gli sviluppi del Capitalismo nell’arco di tempo, compreso tra il 1919 e il 1989, e possa rilevare, dietro la politica del confronto, che peraltro sarebbe stato necessario ribadire nel secondo conflitto mondiale, la funzione di controllo indiretto assegnata all’Unione Sovietica, allo scopo di impedire il pericoloso flusso sul mercato del libero scambio di materie prime, offerte a prezzi sensibilmente inferiori, rispetto a quelli stabiliti dai Cartelli occidentali, membri di un selezionato gruppo, chiamato anche Capitalismo oligarchico, cui sarebbe spettata, grazie alla proficua collaborazione dell’International Banking, la facoltà arbitraria ed esclusiva di condurre, direttamente o indirettamente, ogni attività produttiva e commerciale della libera economia di mercato. Fra gli obiettivi immediati del Sistema Bancario Internazionale che allora sosteneva i rivoluzionari bolscevichi, vi erano: il già citato crollo del regime Zarista, il sequestro del tesoro dei Romanov (conservato nelle casse della Rothschild Bank, dopo la messa in mora di Nicola II) e l’eliminazione di un pericoloso concorrente (lo stesso Zar) nella corsa al petrolio del Golfo Persico.

Lo stesso Capitalismo, del resto, (in procinto di confrontarsi con un sistema che rappresentasse, più o meno formalmente, il suo esatto “opposto”) avrebbe anche (e proprio per questo) avuto modo di attestarsi su posizioni più radicali, per altro giustificate, o in via di eterna giustificazione, dalle teorie in esso congenite (legge del massimo profitto col minimo impiego). Il cosiddetto liberismo, in cui dominerebbe il principio del “laissez faire”, o delle limitazioni dell’intervento dello Stato nelle attività della libera impresa, avrebbe tratto dalle tesi marxiane occasione di svilupparsi in senso verticale, riducendo il libero mercato a un’area di privilegio, in cui il rischio d’impresa sarebbe stato sensibilmente ridotto, a giovamento esclusivo di chi potesse disporre di mezzi finanziari, idonei a influenzare l’economia dello Stato attraverso il perpetuo “debito – ricatto”. Superfluo aggiungere che la costituzione del sistema sovietico, in cui vige il divieto di attivare ogni libera impresa, e la prevista minaccia dell’espansione comunista, sarebbero stati funzionali all’idea di un “monopolio” del capitale, non solo dividendo il mondo in zone di competenza territoriale, ma favorendo l’affermazione in Occidente di un’esclusiva “Power Elite” capitalistica. Il Capitalismo oligopolistico avrebbe così avuto modo di consolidarsi, grazie al comunismo, scongiurando il rischio che dalla Russia Zarista potesse nascere una federazione di Stati, tesa ad espandersi nell’Est Europeo e in Asia per crearvi una nuova forza capitalistica, pronta ad entrare in competizione con gli Stati Uniti d’America. Il Manifesto del Comunismo avrebbe assunto così valore di simulacro a Wall Street, dove Lenin sarebbe stato selezionato quale guida di uno Stato accentratore, garante dell’illusorio potere conferito al proletariato, allo scopo di pervenire al controllo assoluto delle masse, attraverso il sistema dell’economia pianificata.

Primo passo: la nazionalizzazione delle banche russe, e la costituzione di una Banca Statale Sovietica, prevista nel programma di Lenin e con favore accolta da Wall Street.
A sostegno di queste tesi, sembra opportuno osservare certi aspetti della strategia di mercato, legata agli sviluppi dell’industria petrolifera americana, a partire dai primi anni del Novecento. Di particolare interesse, a tal proposito, sono le iniziative adottate dal Gruppo Petrolifero Rothschild – Rockefeller, all’indomani dell’entrata in vigore della legge “antitrust”, lo Sherman Act, e in previsione dei piani Ford per la costruzione di automobili in serie.

Circostanza che avrebbe spinto il Gruppo (l’associazione dei due imperi “Banche – Petrolio” non è ovviamente casuale) ad assumere un rigido controllo del mercato petrolifero internazionale, in conseguenza dello smembramento della Standard Oil e a seguito del cosiddetto “Caso Spindletop” (*). Il riferimento alla moneta statunitense (Petrodollari), sarebbe stato da allora preteso per ogni transazione sul mercato internazionale riguardante i prodotti petroliferi, adottando un sistema di contenimento delle fluttuazioni del prezzo del greggio che scongiurasse pericolose e non lucrative tendenze al ribasso. Il che avrebbe indotto il Gruppo Rothschild-Rockefeller a promuovere efficaci campagne di stampa tese a diffondere infondate notizie sulla presunta scarsità delle riserve (e risorse) petrolifere mondiali, al fine di evitare che si producessero dannosi effetti “dumping” nel mercato interno (visto che la domanda di combustibile era in crescita grazie al lancio dell’automobile Ford Modello T). Ma sarebbe stato soprattutto opportuno non limitare la capacità di competizione del Gruppo sui mercati internazionali. A tal scopo, era evidente che il controllo politico delle aree petrolifere mondiali più promettenti, come quelle del Golfo Persico, Medio Oriente, Caucaso e Caspio, sarebbe stato indispensabile. L’Impero Zarista, che comprendeva allora anche l’immensa area del Kazakhstan, avrebbe rappresentato uno dei più temibili concorrenti fra i potenziali produttori di petrolio, certamente deciso a sfruttare i propri giacimenti e a commercializzare il suo combustibile sul mercato internazionale a un prezzo assolutamente più basso rispetto a quello imposto dalle Compagnie del Gruppo Rothschild-Rockefeller, per via della scarsa domanda di petrolio, determinata dal non florido sviluppo industriale della Russia Zarista. Per evitare tale evenienza, il Gruppo in questione avrebbe così sostenuto i rivoluzionari bolscevichi e il nuovo regime che fosse stato in grado di garantire il controllo politico di popoli e territori dell’ex Impero Zarista, grazie al vasto consenso popolare, di cui si proponeva interprete, impegnandosi a costruire la società comunista e ad imporre e esportare (sotto il velo del nobile compito assegnato al Komintern) il severo divieto a intraprendere qualsiasi attività economica o industriale non sottoposta al controllo dello “Stato Accentratore” e dunque in contrasto col piano anti-concorrenza del Capitalismo occidentale.

Nello stesso progetto si possono inquadrare le ragioni che indussero il World Jewish Congress a realizzare il piano di costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, posto a guardia del Canale di Suez e degli interessi petroliferi angloamericani in Medio Oriente. Non trascurando infine le iniziative, prese nel primo dopoguerra tendenti ad impedire la formazione di un secondo polo capitalistico nell’Europa continentale.

L’esordio della Federal Reserve avviene nel 1914 e qualche mese più tardi scoppia la Prima Guerra Mondiale. Una coincidenza!? La Fed opera a stretto contatto con la Borsa Newyorkese, autentico ponte costruito nell’occasione fra l’America e l’Europa, allo scopo di rendere vane le pretese del Kaiser sul territorio iracheno (ferrovia Berlino – Baghdad), e obbligando il suo naturale alleato, l’impero austro-ungarico, a far divampare la “polveriera balcanica”. A tale scopo sono costituiti il Belgian Relief Committee (per aiutare il “neutrale” Belgio invaso dalle truppe germaniche, ma soprattutto per permettere a queste ultime di continuare a combattere una guerra non voluta) e l’American International Corporation, grazie alla quale a Wall Street sarà dato il via a una serie di investimenti, da cui trarranno profitti colossali il gruppo Rothschild – Rockfeller e il “pool” di banche internazionali ad esso associato. Nell’occasione diventerà operativo il già citato Corporate Banking, creato apposta per obbligare i governi delle Potenze belligeranti ad usufruire del sostegno finanziario, destinato all’acquisto di armi dal War Industry Board di Bernard Baruch, banchiere associato al “pool”, esponente di spicco dell’Organizzazione Sionista Mondiale e persuasivo consigliere dei presidenti americani. Il grande business della guerra!? Non occorre chiederlo a Lord Walter Rothschild, né all’esimio Colonnello Mandell House che nel 1913 ha già stilato i Quattordici Punti, enunciati dal Presidente Wilson alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 (valgono un Premio Nobel, la frantumazione di tre imperi e focolai infiniti d’odio e rancori dal mare del Nord all’Oceano Indiano). La strategia dell’Investment Banking, coordinata dalle Rothschild Houses e da quella che diverrà nota col nome di Standard Oil Company of New Jersey (poi Exxon), risulta dunque vincente anche negli States grazie al Sistema Fed, attraverso il quale sono già rientrati, sotto forma di tasse pagate dai contribuenti americani, i 25 miliardi di dollari, creati dal nulla, e anticipati ai belligeranti per dare inizio alla Prima Guerra Mondiale. Nell’occasione si distinguono i Chairmen della Fed, Charles S. Hamlin e William P.G. Harding, quest’ultimo manager del War Finance Corporation, attivissimo nelle forniture di armamenti ancor prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti il 6 aprile 1917.

Nel bel mezzo della guerra, ha modo fra l’altro di prendere forma la cultura dello stereotipo, o dell’estrema semplificazione cui tenderebbe a conformarsi il giudizio dell’immaginario collettivo, indispensabile alla costruzione del consenso e più tardi all’interpretazione “ragionata” del cosiddetto “politicamente corretto”. (Tante grazie a Walter Lippmann e al suo indimenticato “Public Opinion”!)

A Wall Street e alla Fed di New York intanto gli Investitori si fregano le mani. In attesa che il già concepito Committee on Foreign Relations, succursale a Washington del Royal Institut for International Affairs di Londra, dia inizio alle sue poliedriche attività, la strategia bellica anglo americana trova proficua applicazione in tre settori: finanziario (come abbiamo visto), militare e propagandistico. Compito della stampa americana è, ad esempio, inventare di sana pianta atrocità che i tedeschi avrebbero commesso, in pace e in guerra. La tecnica del reiterato inganno, perpetrato ai danni del popolo statunitense, sarà più tardi chiaramente visibile nell’intero operato dell’Amministrazione Wilson, per quanto un giudizio critico sul ruolo dei presidenti degli Stati Uniti fosse fin da allora apertamente ammesso dalla storiografia ufficiale. Presupposto che rende legittima, almeno sul piano etico, una piena adesione alle tesi del Professor Carroll Quigley, diffusamente espresse nel suo “Tragedy & Hope” , in cui si rileva, sulla base di indiscutibili prove, l’assoluta dipendenza della Casa Bianca dalla volontà dei Banchieri Internazionali. Esempi significativi della costruzione del consenso, teso a legittimare azioni impopolari del governo e comunque ritenute socialmente e politicamente dannose al rivestimento democratico della leadership statunitense, sembrano i casi Lusitania e Sussex, creati ad arte (come poi l’effetto Pearl Harbour e decenni più tardi, l’incidente del Tonchino, senza dimenticare il più recente “911”) per convincere l’opinione pubblica americana sull’opportunità dell’entrata in guerra (dichiarata o no) degli Stati Uniti.

Alla cultura dello stereotipo si affiancherà poi la cosiddetta “Spirale del Silenzio”, teoria sviluppata da Betty Neumann, secondo la quale il potere dei media (e dei più importanti “oracoli” accademici) si manifesta soprattutto attraverso gli effetti persuasivi che riesce a produrre sul pubblico di massa, il quale non può fare a meno, salvo rare eccezioni, di prendere per vera la versione di un fatto storico che gli è imposta, sebbene risultino chiari i propositi censori a fini propagandistici dei mezzi d’informazione. Per cui, chi dissentisse da una “verità multimediale” accettata e condivisa dalle moltitudini, rinuncerebbe alla fine a porla in discussione, constatando di rappresentare una minoranza ristretta e “inaffidabile”.

(Per fortuna le vittime della spirale del silenzio tendono a diminuire, producendo stimoli a un’indagine non mutuata dai media “ufficiali”, e comunque propensa a considerare menzogne… le mezze verità.)

Nel 1916 fu compito di un giudice, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Dembitz Brandeis, confermare per intero la menzogna dell’affondamento della “S.S. Sussex, ad opera del solito “criminale” U-Boat tedesco nel Canale della Manica. Lo stesso presidente degli Stati Uniti sarebbe stato pronto a dichiarare questa “verità”, costruita ad arte, quando avrebbe chiesto al Congresso, in data 2 aprile 1917, di approvare la dichiarazione di guerra alla Germania (malgrado l’offerta di pace da quest’ultima proposta alla Gran Bretagna, già sul punto di chiedere invece, visto il corso degli eventi bellici ad essa sfavorevoli, la resa incondizionata). Fra i pochi estimatori della Verità (quella che non offende il buon senso e il Divino Creatore), si annovera l’ebreo Benjamin Freedman, che dimostrerà sulla scorta di prove inconfutabili come le fotografie pubblicate dalla stampa americana e inglese non riproducessero la carcassa della S.S. Sussex, ma quelle di un traghetto francese in riparazione nei cantieri di Boulogne sur Mère.

L’affondamento del Lusitania (1915) acquistava peso politico dopo la seconda elezione del presidente Wilson (la Casa Bianca si conquista anche con le menzogne!). Ma l’opinione pubblica americana si convince con le buone o con le cattive. Ci penserà William Randolph Hearst ad avviare opportune campagne interventiste, per salvare la faccia di Woodrow Wilson dagli sputi dei suoi elettori. Intanto (dicembre 1916 ) i tempi per un ingresso degli Stati Uniti nella Guerra Mondiale sembravano maturi, perché qualcuno, che stava molto in alto, sapeva manipolare a tal punto la Casa Bianca e Downing Street da pretendere il rispetto dell’Accordo di Londra, sottoscritto in segreto alla fine del 1916, dal presidente Wilson e dal premier Lloyd George.

L’intervento degli States segnava una svolta decisiva negli sviluppi del primo conflitto. In pochi mesi a partire dall’aprile 1917, il corso della guerra, decisamente favorevole alle Potenze dell’Intesa, determinava fra l’altro le condizioni propizie per il successo della Rivoluzione Bolscevica nell’ottobre del 1917.

Evento calcolato, nell’imminenza della prevista pace separata tra Russia e Germania, caldamente suggerita dagli anglo americani, visto il malcontento che regnava fra le truppe dello Zar.

Il Kaiser, visto l’andamento della guerra, avrebbe poi accolto l’invito di levarsi dai piedi, archiviando per sempre le aspirazioni di un grande Impero Germanico, esteso a lambire le acque del Golfo Persico. Nell’occasione, gli sarebbe stato richiesto l’ultimo favore: consentire libero transito al treno blindato che trasportava Lenin e Company fino a Pietrogrado, per instauravi il nuovo regime, poco incline ad accettare le esitazioni “socialdemocratiche” di Kerenski, ma ben disposto a ricevere tanti auguri d’un radioso futuro dal liberale presidente americano Wilson, fin troppo pronto a manifestare alla Conferenza di Parigi la necessità d’un appoggio, morale e materiale, degli Stati Uniti al governo che Lenin avrebbe meditato e scelto di instaurare sulle rovine dell’Impero Zarista.

Rinascita.eu

Leggi anche: Il Grande Inganno: l’oro e la guerra

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  - gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno ”particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. ”[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. ”

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di ”cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova - il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta - una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della ”no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo ”Perché un cambio di regime in Libia?“ di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks - 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

Inchiesta/ Attacco speculativo all’Italia: chi vuole “eliminare” Berlusconi?

di: Enrica Perucchietti

Tra gli addetti ai lavori serpeggia una convinzione sull’attuale crisi dell’euro, alternativa a quella che ci viene trasmessa ogni giorno insieme alla nostra quotidiana razione di terrorismo psicologico. Pochi, però, avranno il coraggio di confermarvi, se non in via strettamente ufficiosa, la sensazione non ancora dimostrabile, che vi sia una manovra per far crollare l’euro e forse far fallire il progetto dell’unione monetaria. A ciò si aggiunga la recente pressione – o meglio, alta tensione – sulla situazione del debito in Italia che ha avuto però inizio con un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese il febbraio 2010.

Dunque, un anno e mezzo fa.

Che possa esistere un’intelligence di matrice angloamericana dietro il crollo finanziario attuale è sostenuto da politici di diversi schieramenti e da giornalisti per lo più stranieri. A lanciare l’allarme sulla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sul Governo Berlusconi è stato, in tempi ancora non sospetti, lo storico Webster Tarpley, che ha vissuto in Italia – per la precisione a Torino – per molti anni e conosce bene la situazione del nostro Paese.

Tarpley, inoltre, è stato uno dei primi a rendere pubblici i dubbi nei confronti di Obama quando quest’ultimo era ancora soltanto un candidato democratico alla Casa Bianca. Quando in tutto il mondo serpeggiava l’Obamamania, come ho dimostrato nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, Tarpley ha avuto il coraggio di schierarsi come voce fuori dal coro e “stonare” portando prove a conferma dei legami occulti di Obama con le lobby di Wall Street, la CIA e soprattutto con Brzezinski, già consigliere per la politica estera sotto Jimmy Carter e strenuo sostenitore della Guerra Fredda permamente. L’influenza di questa eminenza grigia è ora meglio riscontrabile nella politica estera dell’amministrazione Obama e nel recente conflitto in Libia che si dimostra essere l’ennesimo tassello – ma non l’ultimo – dell’opera di espansionismo americano e di militarizzazione del Medio Oriente in chiave anti cino-sovietica.

È proprio su questo fronte che si possono forse ravvisare i germi che hanno spinto il Governo italiano a finire sotto l’attacco speculativo americano. Da un lato la strategia per rivalutare il dollaro passa attraverso l’attacco e la svalutazione dell’euro non frontale ma trasversale, come vedremo meglio più avanti.

Dall’altra il nostro Paese potrebbe pagare – come ha pagato la Norvegia in modo più tragico e “scenografico” – l’alleanza con la Russia di Putin. In questo senso il cofondatore del PDL, e segretario nazionale della Destra Libertaria-PDL, Luciano Buonocore, da me raggiunto telefonicamente, ha spiegato che il grande errore dell’Unione Europea è stato proprio quello di non aprirsi alla Russia, allargando così verso est i propri confini. Le ragioni sono ovvie: così facendo andrebbe rivisto il comando all’interno della NATO, e per alcuni Paesi membri come Francia e Inghilterra la cosa non può essere accettata.

Dall’altro la politica estera intessuta in questi anni da Berlusconi con l’alleanza russa, potrebbe aver interrotto involontariamente quell’asse strategico USA-Gran Bretagna che il Premier aveva costruito con i precedenti governi Bush-Blair.

Che esista una vera e propria intelligence che possa aver orchestrato il piano speculativo per svalutare l’euro e far crollare i mercati è la convinzione di Webster Tarpley che dichiara: «Questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenutasi nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell’occasione si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L’unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all’euro». Data però la difficoltà ad attaccare una moneta così forte come l’euro «gli sciacalli degli hedge funds di New York – fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers – hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia – Grecia e Portogallo – dove era possibile contare sulla complicità di politici dell’Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros», o, più in generale, delle lobby di Wall Street e delle famiglie che detengono il potere finanziario negli USA: Soros, Rotschild, Rockefeller etc. anche se Soros ha più volte pubblicamente dichiarato la necessità di metterli al bando.

A questo punto l’attacco speculativo sarebbe stato affiancato da una campagna diffamatoria e di stampo terrorista accompagnata da pessime valutazioni delle agenzie di rating: «un mix che può comportare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico».

A tutto ciò si aggiunga il ricorso ai famigerati credit default swaps o derivati di assicurazione già definiti dal terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett, come “armi finanziarie di distruzione di massa”. E se lo dice lui che dei mercati finanziari è sovrano…

Eppure la riforma dei mercati tanto auspicata da Paul Volcker con la fine della deregulation selvaggia che ha dominato i mercati fino al crollo di Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac non è avvenuta: la Volcker Rule è stata imbavagliata prima che potesse far sentire i suoi effetti sui mercati. Si devono ringraziare i democratici per questo che, spalleggiati ovviamente dai repubblicani, hanno impedito la messa la bando dei derivati tossici che – insieme ai mutui subprime – avevano già causato la bolla finanziaria nel 2007. Si deve anche ringraziare Obama che, vinte le elezioni, ha messo da parte il vecchio gigante dell’economia, Volcker, che aveva voluto vicino a sé per le foto di ruolo in campagna elettorale. Una volta arrivato alla Casa Bianca, non c’era più bisogno di un piano per scongiurare un’altra crisi finanziaria. L’importante era agire in fretta per salvare le Banche too big to fail, troppo grandi per fallire. Su questo fronte il ministro Geithner ha fatto un ottimo lavoro…

Ma ora il Presidente americano, seppur rabbioso per la perdita delle tre A da parte della S&P, si dice ottimista per il futuro. Peccato che le agenzie di rating, che si occupano per i non addetti ai lavori di classificare titoli obbligazionari e imprese in base alla loro rischiosità, avevano mantenuto una tripla A per Lehman, Merrill Lynch e AIG fino alla vigilia della bolla finanziaria. Un’evidenza della loro “corruttibilità” almeno secondo Webster Tarpley che denuncia il fatto che queste agenzie si occupino ora di definire o meno la solvibilità dell’Italia. E a proposito della crisi italiana, Tarpley individua nell’attacco all’euro «un tentativo di esportare la depressione economica mondiale verso l’Europa, creando un caos di piccole monete che saranno facile preda alla speculazione, a differenza dell’euro che è abbastanza forte per potersi difendere. Si tratta di scaricare la crisi sull’Europa, sempre con l’idea di indebolire a tal punto l’euro da impedire a questa moneta di fungere da riserva mondiale accanto al dollaro o al posto del dollaro».

Ma lo storico americano si spinge oltre ipotizzando un vero e proprio complotto per decretare la fine del governo Berlusconi: «Bisogna tuttavia riconoscere che la cacciata di Berlusconi rappresenta da un paio di anni uno dei primi obiettivi angloamericani in Europa. Berlusconi è troppo vicino a Putin, troppo coinvolto nel South Stream popeline [progetto sviluppato da Eni e Gazprom per la costruzione di un gasdotto che connetterà Russia ed Europa eliminando ogni Paese extra-UE nel suo tragitto], troppo indipendente da tanti punti di vista. Si vede questo nei documenti pubblicati da Wikileaks, un’operazione della CIA mirata a colpire i bersagli degli angloamericani, da Gheddafi a Ben Ali a Mubarak a Putin e la signora Rodriguez de Kirchner in Argentina. Qui da noi leggiamo che Berlusconi è il più grande amico della Russia all’interno della UE – cosa positiva per la pace mondiale a mio parere, ma intollerabile per l’impero angloamericano in fase di crollo. Gli stessi impulsi nazionalistici italiani e lo stesso mestiere dell’Italia come ponte fra l’Europa da una parte e il Nord Africa, il Medio Oriente e la sfera russa dall’altra sono presenti, sebbene in forma debole, nell’azione di Berlusconi. Purtroppo molti in Italia sono accecati dall’odio appena si tratta di Berlusconi. Io ho visto che quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Bush sono caduti nella trappola di Obama – vale a dire di Soros e di Rockefeller – e quelli che erano accecati dal loro odio nei confronti di Obama sono caduti a loro volta nella trappola del Tea Party – vale a dire dei fratelli Koch ultrareazionari. In Italia quelli che sono accecati dal loro odio nei confronti di Berlusconi cadono fatalmente nella trappola di De Benedetti, Soros e compagnia bella».

A posteriori il pensiero corre a coloro che il Premier accusò di “remare contro” durante la campagna per le amministrative, oppure quando tra i consueti fumi della paranoia emerse però il nome di quel tale Pisapia che oltre ad aver espugnato la Madonnina, è noto per essere avvocato di fiducia di quel De Benedetti… Proprio quel De Benedetti a cui faceva riferimento Tarpley. Forse che gli “interessi” o i poteri forti che spalleggiano De Benedetti abbiano in qualche modo influito nella vittoria elettorale di Milano? Forse che ora a qualcuno, a quella “compagnia bella” faccia comodo sostituire l’attuale maggioranza di governo con qualcuno di più “utile” a interessi “globali”?

Su chi si nasconda dietro la “compagnia bella” possiamo avere soltanto delle “idee”… accreditate da quell’insistente vociferare di una bocciatura del ministro Tremonti a san Mortiz all’ultima riunione dei Bilderberg. Gli stessi Bilderberg che decidono le sorti economiche del pianeta, indipendentemente dal fatto che alla casa Bianca ci sia un democratico o un repubblicano, e a Roma un esponente del PD o del PDL…

da: IlDemocratico.com

L’altra verità sul golpe di Mosca

Nuovi studi sostengono che il fallito colpo di Stato del 19 agosto 1991 sarebbe stato parte di un piano segreto degli Usa per accelerare il collasso dell’Urss e saccheggiare le sue risorse energetiche

Vent’anni fa, il 19 agosto 1991, i carri armati occupavano il centro di Mosca e circondavano la ‘Casa Bianca’, il grande palazzo del Parlamento, mentre il presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbacev veniva costretto nella sua dacia in Crimea dov’era in vacanza. Il vicepresidente Gennadij Janaevannunciava alla televisione lo stato d’emergenza e il passaggio dei poteri a una giunta militare guidata dal capo del Kgb, il generale Vladimir Kryuchkov.

mass media presentarono il colpo di Stato come il tentativo dei ‘conservatori’ sovietici di bloccare in extremis il processo di dissoluzione istituzionale dell’Urss che Gorbacev si apprestava a formalizzare concedendo l’indipendenza alle repubbliche dell’Unione.

Questa è rimasta la ‘versione ufficiale’ fino a oggi.

Ma nuovi studi aprono scenari completamente diversi.

Inchieste giornalistiche e giudiziarie dimostrerebbero infatti che il fallito golpe del 1991 – che offrì a uno sconosciuto Boris Eltsin l’occasione di presentarsi al mondo come ‘difensore della democrazia’ e di prendere di lì a poco il posto di Gorbacev – fosse in realtà un ’falso golpe’che faceva parte di un più ampio piano ‘made in Usa’ volto ad accelerare il collasso politico ed economico dell’Urss e a saccheggiare le sue ricchezze finanziarie ed energetiche.

Gli architetti di questa operazione segreta, nome in codice Project Hammer (Progetto Martello), volta a sconfiggere il nemico della guerra fredda ed impossessarsi delle sue ricchezze, sarebbero stati l’allora presidenteGeorge Bush senior e i suoi più stretti collaboratori (Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Colin Powell, Paul Wolfowitz, Richard Armitage e Condoleezza Rice), ovviamente la Cia e l’alta finanza americana (Allan Greenspan, Jacob Rothschild, George Soros e Leo Wanta), d’accordo con alti dirigenti del Kgb (tra cui lo stesso direttore golpista, Vladimir Kryuchkov) e con gli stessi Eltsin e Gorbacev.

Nelle sue memorie, Elstin scrisse come il fallito golpe fosse stato in realtà una manovra per avvantaggiarlo. Il putsch di agosto sarebbe stato al centro di un colloquio privato tra lui e lo stesso Bush nel giugno 1991. Anche alcuni ex ufficiali sovietici protagonisti del colpo di stato riconobbero negli anni successivi che si era trattato di “un intricato piano orchestrato daagenti stranieri occidentali“. Agenti, come il britannico Robert Maxwell, con cui il generale Kruchkov era in contatto fin dal 1990 e che alla vigilia del golpe mise a sua disposizione 780 milioni di dollari.

La collaborazione di questi ultimi fu fondamentale fin dalla prima fase di attuazione del piano: destabilizzare l’economia sovietica svuotando le riserve auree dell’Urss e le casse del Partito comunista. Nei cinque mesi precedenti il golpe furono trafugati all’estero 3mila tonnellate d’oro (che all’epoca valevano 35 miliardi di dollari) e 435 milioni di rubli del partito (pari a 240 miliardi di dollari).

Finanziariamente dissanguata, e destabilizzata dal successivo golpe di agosto, l’Urss non sarebbe più stata in grado di difendersi dal poderoso attacco speculativo contro il rublo cui venne sottoposta nei mesi successivi, a cavallo tra il 1991 e il 1992: il colpo di grazia che portò al collasso l’economia sovietica e al suo successivo saccheggio da parte dell’Occidente.

Il principale bottino della più grande rapina della storia furono le privatizzazioni del settore energetico (petrolio e gas) che faceva capo al colosso statale Gazprom. L’acquisizione fu operata da un gruppo di spregiudicati oligarchi russi (Mikhail Khordokovsky, Alexander Konanykhine, Boris Berezovsky, Roman Abramovich) protetti da Eltsin e legati, attraverso una complessa rete di banche e società appositamente create, agli ambienti finanziari che avevano preso parte al Project Hammer. Legami successivamente emersi alla luce del sole, come nel caso di Khordokovsky, che prima di essere messo in galera da Putin nel 2003 lasciò la Yukos al suo ‘socio ombra’ Jacob Rothschild.

Fonte: Collateral Damage: U.S. Covert Operations and the Terrorist Attacks on September 11, 2001 (di EP Heidner)

di :Enrico Piovesana
Peace Reporter

Il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU nello scatenare una guerra illegale contro la Libia

Alla conferenza stampa del 4 aprile, che ha segnato l’inizio della presidenza colombiana al Consiglio di sicurezza, uno dei giornalisti  ha posto a Nestor Osorio, ambasciatore colombiano presso le Nazioni Unite, quella che,  all’ apparenza, sembrerebbe una domanda insolita. Il giornalista chiese (1):

“A seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1973 [che autorizza l'azione militare contro la Libia, ndr] dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli?”

Il giornalista fece diversi esempi di gruppi ribelli, come l’IRA nel Regno Unito, l’ETA in Spagna e forse i ribelli della Corsica in Francia. Un altro giornalista ha aggiunto l’esempio delle FARC in Colombia.

La domanda sollevava il fatto che, con la Risoluzione 1973, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si schierava a sostegno di una insurrezione armata che stava combattendo contro il governo di una nazione membro dell’ONU.

L’ambasciatore colombiano rispose che la Risoluzione 1973 non era stata adottata per sostenere i ribelli in Libia, ma un gruppo ribelle nato  da civili che era in seguito diventato il cuore della ribellione armata. La ragione per cui il Consiglio di Sicurezza affrontava la questione libica, ha detto, era perché un membro del Consiglio di Sicurezza, il Libano, aveva portato il problema all’ attenzione del Consiglio, aggiungendo che la Lega Araba aveva chiesto azioni concrete da parte del Consiglio di Sicurezza sulla Libia.

Si tratta quindi, come ha proposto l’ ambasciatore Osorio , che la questione della Libia è stata affrontata dal Consiglio di sicurezza perché il Libano, un membro del Consiglio di Sicurezza, ha portato la questione all’attenzione degli altri membri? Si tratta quindi che il Consiglio di sicurezza stava semplicemente rinviando alla competenza della Lega araba, la quale è stata presentata dall’ambasciatore colombiano come l’organizzazione regionale pertinente riguardo alla Libia?

Le considerazioni dell’ambasciatore colombiano sollevano il problema di come il Consiglio di Sicurezza abbia assunto la decisione di approvare la risoluzione 1970 contro la Libia, la prima delle due risoluzioni sul tema. Era come ha affermato l’ambasciatore colombiano a causa di una raccomandazione del gruppo regionale competente, o c’è stato un processo più complesso? Inoltre, significativamente in questa situazione, vi erano in realtà due raccomandazioni contrastanti al Consiglio di Sicurezza, provenienti una dalla Lega araba, che non è un gruppo geografico regionale, ma organizzato su altre basi, e l’altra dal gruppo geografico regionale di cui la Libia fa parte, ovvero l’Unione Africana.

Quali sono stati i fattori che hanno influenzato le decisioni del Consiglio di Sicurezza prima di passare la risoluzione 1970  che autorizzava severe sanzioni, tra cui il rinvio di funzionari libici alla Corte penale internazionale (CPI) e poi, successivamente, la Risoluzione 1973, che ha autorizzato una no-fly zone e altre azioni militari? Alla fine tali decisioni hanno posto le basi per l’alleanza militare della NATO ad unirsi con l’insurrezione armata che combatte contro il governo della Libia.

Sebbene sia difficile determinare le ragioni di fondo specifiche  per l’azione del Consiglio di Sicurezza, il presente articolo intende dimostrare che la spiegazione fornita ai giornalisti durante la conferenza stampa dell’ambasciatore colombiano è molto diversa dalla reale sequenza degli eventi che si sono verificati al Consiglio di Sicurezza riguardo la  Libia. Avendo omesso di tener conto della sequenza reale degli eventi che si sono verificati, la risposta dell’ambasciatore colombiano ha lasciato irrisolta la domanda critica. Come era giunto il Consiglio di Sicurezza ad autorizzare un’azione militare contro un paese membro delle Nazioni Unite, a sostegno di una insurrezione armata contro il governo di quella nazione? Un tale modo di agire è chiaramente contrario alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite di non intervenire negli affari interni di una nazione membro dell’ONU (articolo 2, punto 7).

Come la questione libica è stato portata al Consiglio di Sicurezza

Ripensando alla sequenza di eventi che hanno fatto si che la questione libica giungesse al Consiglio di Sicurezza, viene da fare una osservazione importante. Non è stato un membro del Consiglio di sicurezza nazionale che ha iniziato questo processo. Né è stata la Lega araba. Piuttosto si trattava di un gruppo che si potrebbe sostenere non aver alcun fondamento legittimo per parlare alle Nazioni Unite, in particolare al Consiglio di Sicurezza.

Questo gruppo era quello di Ibrahim Dabbashi, ex Chargé d’Affaires presso le Nazioni Unite per la Libia. Dabbashi aveva tenuto azioni insolite, prima annunciando alla stampa la propria defezione dal rappresentare il governo della Libia presso le Nazioni Unite e poi chiedendo una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Libia. La sua richiesta al Consiglio di sicurezza ha fatto partire un processo il quale, in meno di una settimana, ha portato nel far passare rigorose sanzioni contro la Libia e il rinvio dei suoi funzionari alla CPI, azioni che sono incluse nella risoluzione 1970. Tale Risoluzione ha quindi impostato le basi per la risoluzione 1973, passata tre settimane dopo,la quale ha autorizzato l’azione militare contro la Libia.

Il 21 febbraio è una data importante in questa serie di eventi.  E’ infatti il 21 febbraio che Dabbashi ha annunciato la sua defezione. Sebbene l’ adeguato corso di un funzionario governativo che lascia la rappresentanza di un paese sarebbe stato quello di dimettersi dalla sua posizione ufficiale come ambasciatore delegato della Libia presso le Nazioni Unite, questo non è quello che è successo.

Sempre il 21 febbraio si è verificato un altro importante evento, anche se non presso le Nazioni Unite. Un altro funzionario libico, Nuri al Mesmari, ha ufficialmente annunciato la defezione dal suo incarico del governo libico. Vivendo in Francia sotto la protezione del governo francese, ha rilasciato un’intervista al quotidiano francese Liberation.

Ciò che è significativo riguardo l’azione di Mesmari è che la sua defezione pone quella di Dabbashi in un contesto più ampio. Un articolo del quotidiano italiano Libero, articolo che non è stato confutato o negato, fornisce questo contesto.(2) Mesmari ha lasciato la Libia nell’ ottobre 2010 per Parigi,quattro mesi prima della presunta repressione delle dimostrazioni citate come uno dei pretesti per l’aggressione della Nato contro la Libia. Mesmari era stato un importante funzionario libico con profonde conoscenze e in contatto con i funzionari dei servizi stranieri della Libia e ampie conoscenze dei contatti della Libia con i funzionari governativi di altri paesi.

Libero ha riferito che dopo che Mesmari si è recato a Parigi nell’ottobre 2010, egli era in contatto non solo con funzionari stranieri dell’intelligence francese, ma anche con elementi dell’opposizione libica. Le sue azioni aiutano a far luce sugli eventi accaduti in Libia nel febbraio 2011. Conoscendo alcune delle attività di cui Mesmari fece parte  tra l’ ottobre 2010 e il febbraio 2011, diversi commentatori propongono che Mesmari, insieme ad altri attivisti dell’opposizione e funzionari della intelligence francese, ha contribuito a fomentare la rivolta di Bengasi che ha avuto luogo nel febbraio 2011 (3).

A differenza delle non violente proteste egiziane, la rivolta di Bengasi è divenuta ben presto una rivolta armata contro il governo della Libia. I media occidentali hanno tenuto conto di questa ribellione e i mezzi di informazione arabi, come Al Jazeera, hanno riferito una serie di accuse non verificate giunte da persone coinvolte nella stessa ribellione,presentando poche o nessuna prova per verificare la correttezza di questi rapporti. In questo momento, non ci sono prove per “l’uso di mercenari” o del “bombardamento del suo popolo.” (4)

A Mesmari fu concessa la protezione dal governo francese. Nella sua intervista del 21 febbraio al francese Liberation, ha accusato il governo libico di genocidio, pur non fornendo alcuna prova a sostegno della sua affermazione.

Analogamente anche Dabbashi, quando ha tenuto una conferenza stampa presso la Missione Libica alle Nazioni Unite il 21 febbraio, ha affermato che il governo libico si è reso colpevole di genocidio. Neanche lui ha offerto alcuna prova per le sue accuse. Ha chiesto il rovesciamento dello stato libico guidato da Muammar Gheddafi. Allo stesso modo, l’avvocato della missione libica ha parlato ai giornalisti durante la conferenza stampa del 21 febbraio. Egli ha indicato ai giornalisti che proveniva da Bengasi. Anche lui ha chiesto il rovesciamento di Gheddafi,  da molto tempo a capo dello stato libico (una posizione denominata ’Guida’).

Il seguente è il contenuto della lettera che Dabbashi, come defezionario dal governo ufficiale della Libia, ha inviato al Consiglio di Sicurezza. La lettera è datata 21 febbraio 2011 (5):

“In conformità con la regola 3 del regolamento interno provvisorio del Consiglio di sicurezza, mi pregio di di chiedere una riunione urgente del Consiglio, per discutere la grave situazione in Libia e intraprendere le azioni appropriate.”

La lettera è elencata come un documento ufficiale del Consiglio di sicurezza, contrassegnato con simbolo di identificazione S/2011/102, datato 22 febbraio 2011.

Vale la pena notare che la regola 3 del regolamento provvisorio di Procedura del Consiglio di Sicurezza prevede che sia un paese membro delle Nazioni Unite a richiedere un incontro. (6) Ai sensi della regola3, Dabbashi, in qualità di ex vice ambasciatore della Libia, non era autorizzato a prendere parte a tutte le procedure del Consiglio di Sicurezza, soprattutto a non chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza per adottare misure punitive contro il governo che non rappresentava più e che stava cercando di rovesciare.

Lunedi 21 febbraio era un giorno di vacanza ufficiale alle Nazioni Unite (ricorreva il Presidents’ Day negli Stati Uniti) e la sede delle Nazioni Unite non era aperta. Martedi 22 febbraio, giorno lavorativo successivo presso le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha tenuto una riunione a porte chiuse sulla situazione in Libia, denominata ”Pace e sicurezza in Africa - Libia”. (7) Nella riunione il Consiglio di sicurezza ha ascoltato una relazione sugli sviluppi in Libia da Lynn Pascoe,  sottosegretario generale per gli affari politici presso le Nazioni Unite. Oltre ai 15 del Consiglio di Sicurezza, erano presenti alla riunione 74 membri di altre nazioni appartenenti alle Nazioni Unite senza diritto di voto. In tale veste era presente anche Dabbashi.

L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalghamha, ha partecipato alla  riunione del Consiglio di Sicurezza del 22 febbraio, insieme con Dabbashi. Nei commenti informali dopo l’incontro, Shalgham ha indicato di essere stato in contatto con un parente a Tripoli e  ha riferito  che le presunte atrocità che i media stavano sostenendo fossero successe a Tripoli non erano affatto vere. Analogamente, parlando alla stampa, ha indicato che era stato in contatto con funzionari del governo di Tripoli i quali hanno fatto sapere di contestare le affermazioni delle atrocità in corso a Tripoli e di aver pianificato di invitare i giornalisti di Al Arabiya e della CNN per verificare di persona che tali accuse erano inesatte (8).

Dopo aver fatto la sua presentazione al Consiglio di Sicurezza,il sottosegretario generale per gli affari politici, Lynn Pascoe ha parlato alla stampa . Gli venne chiesto se avesse le prove delle atrocità a Tripoli e rispose che le persone delle Nazioni Unite sul terreno non disponevano di alcuna prova diretta.(9)

Descrivendo la riunione del 22 febbraio  del Consiglio di Sicurezza, l’agenzia Reuters disse che la maggior parte della delegazione libica aveva defezionato. La Reuters ha riferito che il Consiglio di Sicurezza si è incontrato su richiesta di Dabbashi, il quale “non stava più lavorando per il governo libico”. Sembrerebbe essere una grave violazione del protocollo delle Nazioni Unite per un funzionario che aveva lasciato il proprio incarico poter richiedere un incontro del Consiglio di sicurezza e di avere la concessione del Consiglio per l’incontro e il permesso a partecipare a tale riunione. Allo stesso modo, permettere al diplomatico che non rappresentava più il governo libico di fare asserzioni non verificate in occasione della riunione contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite non fa altro che far aumentare la grave violazione della Carta delle Nazioni Unite rappresentata da questo abuso delle procedure delle Nazioni Unite.

Ecco quello che ha riportato la Reuters:

“NAZIONI UNITE | Mar Feb 22, 2011 16:42 GMT (Reuters) – Il dibattito di martedi del Consiglio di sicurezza dell’ONU tenutosi a porte chiuse  sulla crisi in Libia, con emissari occidentali e la stessa delegazione separatista della Libia sta chiamando per l’azione dei 15.

Il Consiglio si è riunito su richiesta del vice ambasciatore libico Ibrahim Dabbashi, che insieme con la maggior parte dell’ altro personale in missione Onu in Libia ha annunciato lunedi di non lavorare  più per il leader Muammar Gheddafi e di rappresentare la gente del paese.Hanno convocato tale incontro  per rovesciare Gheddafi..”

Tenendo in considerazione le attività di Mesmari con i funzionari dell’intelligence francese e con gli esponenti dell’opposizione libica, vi sono i presupposti per pensare che ci sono forze potenti che agiscono dietro le quinte presso le Nazioni Unite, sostenendo le attività di Dabbashi  e favorendo il Consiglio di Sicurezza a consentire questo tipo di abuso delle proprie procedure.

Falsi Articoli dei Media sulla Libia

Tra i resoconti dei media all’epoca vi erano le affermazioni non verificate sul fatto che gli aerei del governo libico stessero sparando contro i civili a Tripoli e che vi erano stati parecchi morti in varie parti della Libia. Inoltre ci sono state segnalazioni riguardo alla fuga di Gheddafi  in Venezuela. Gheddafi e il governo libico hanno contestato questi rapporti, con un video che dimostrava che Gheddafi era in Libia.  Questo video, visto in tutto il mondo, dimostrava l’inesattezza delle false accuse che sono state fatte riguardo la Libia. Inoltre, i media libici hanno contestato il fatto che a Tripoli si sparasse dagli aerei contro i civili.  Più tardi i media russi fornirono i resoconti della sorveglianza russa sulle attività degli aerei libici, dimostrando che non c’era alcun aereo del Governo che stesse facendo fuoco (11).

Pur avendo defezionato, Dabbashi ha continuato ad avere accesso non solo ai processi del Consiglio di sicurezza, ma anche agli appostamenti stampa ufficiali delle Nazioni Unite per parlare con i giornalisti, come se ufficialmente fosse il rappresentante di una nazione membro dell’ONU. Da qui Dabbashi ha attaccato il governo libico, accusandolo di genocidio, senza offrire alcuna prova per le sue affermazioni ed ha anche continuato a chiedere il rovesciamento del governo della Libia.

Poi, venerdì 25 febbraio, l’ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha annunciato la sua defezione e ha denunciato il governo libico durante una riunione del Consiglio di Sicurezza.

Il presidente del Consiglio di Sicurezza ha invitato l’ ex ambasciatore  a prendere parte alla riunione ai sensi dell’articolo 37 del regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di sicurezza. L’ articolo 37 specifica che è un paese membro che può essere invitato a partecipare. Un ambasciatore o diplomatico che non rappresenta più alcun paese non ha alcuna base per partecipare ad una riunione diel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La regola prevede (12):

“Articolo 37 - Ogni Membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza può essere invitato, a seguito di una decisione del Consiglio di Sicurezza, a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione di qualsiasi questione sottoposta al Consiglio di Sicurezza quando il Consiglio di Sicurezza ritiene che gli interessi di tale membro siano particolarmente coinvolti, o quando un membro porta una questione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza in conformità dell’articolo 35 (1) della Carta ”.

Un ambasciatore che lascia il proprio incarico, mediante tale atto, sta cessando di rappresentare la nazione membro dell’ONU. Secondo le regole del protocollo (2005), online sul sito delle Nazioni Unite, una volta che un ambasciatore cessa di rappresentare il suo paese membro, ci si aspetterebbe che presenti le proprie dimissioni al Segretario Generale. Quindi non è appropriato che venga invitato a partecipare ad un incontro del Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’articolo 37 del Regolamento provvisorio di procedura del Consiglio di Sicurezza. Questa regola si applica per un rappresentante ufficiale di una nazione membro dell’ONU, non a qualcuno che afferma  di non rappresentare più quella nazione. Quella che segue è la sezione rilevante delle regole del protocollo (13).

“Sezione X - Rappresentante Permanente

Prima di rinunciare al proprio impiego, un Rappresentante / Osservatore Permanente  dovrebbe informare il Segretario generale per iscritto e, allo stesso tempo, comunicare il nome del membro della missione che agirà come Chargé d’Affaires  in attesa dell’arrivo del nuovo Rappresentante / Osservatore Permanente  .E ‘di particolare importanza notare che un Chargé d’Affaires    non può nominare se stesso e può tenere questa funzione solo dopo essere stato nominato dal Rappresentante / Osservatore Permanente  o dal Ministero degli Affari esteri dello Stato interessato “.

Sembrerebbe  essere al di fuori della procedura prevista dal Regolamento del Consiglio di Sicurezza per un ambasciatore che ha comunicato la propria defezione prendere parte ad una riunione del Consiglio di sicurezza in qualità di rappresentante del governo che egli stesso afferma di non rappresentare più.

Nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza il 25 febbraio, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha parlato circa la situazione della Costa d’Avorio e della Libia. Nelle sue osservazioni sulla Libia, il Segretario Generale ha affermato che basava i suoi rapporti sui resoconti della ” stampa, dei gruppi per i diritti umani e dei civili sul posto.” Ha riconosciuto che non vi era alcuna prova conclusiva per le sue accuse, ma ha respinto questa mancanza di informazioni verificabili dicendo che l’ azione dovrebbe essere assunta insieme ai tentativi per ottenere informazioni più affidabili. Questa azione è in contrasto con altre situazioni in cui il Segretario Generale ha riconosciuto la necessità di un gruppo imparziale di  ricerca e ha nominato tale gruppo per ottenere le informazioni necessarie per determinare quale linea di azione intraprendere per promuovere una soluzione pacifica della situazione.

Dopo che il Segretario generale ha presentato le sue asserzioni non verificate, l’ ex ambasciatore libico è stato invitato a parlare. Dal 25 febbraio anche Shalgham aveva annunciato la propria defezione. (Si potrebbe immaginare che la pressione per la sua defezione potrebbe essere stata la paura dei ricorsi alla Corte penale internazionale dei funzionari libici in programma da parte di alcuni membri del Consiglio di sicurezza.)

Contrariamente ad una precedente promessa  ai giornalisti che se non avesse più sostenuto il governo libico si sarebbe dimesso, Shalgham non ha formalmente presentato  le dimissioni. Invece, ha continuato a usare i processi del Consiglio di Sicurezza per incoraggiare  quest’ ultimo ad imporre sanzioni e rinviare alla Corte Penale il governo della Libia.

Nel suo intervento alla riunione del Consiglio di Sicurezza di venerdì 25 febbraio, Shalgham ha fatto una virulenta denuncia del governo libico, con analogie a Hitler. Shalgham ha ignorato i resoconti contrastanti di quanto stava accadendo a Bengasi, dipingendo invece l’ immagine di pacifiche dimostrazione di civili ingiustamente sottoposti ad un massacro (14). Shalgham non ha presentato alcuna prova a corredo delle sue accuse né gli venne chiesto di presentarle. Al contrario, è stato consolato dal Segretario Generale e dai membri del Consiglio di sicurezza, con alcuni di essi che lo confortavano.

Il giorno seguente, sabato 26 febbraio, si è tenuta presso il Consiglio di Sicurezza una riunione d’emergenza .Mentre il Consiglio di Sicurezza stava discutendo una risoluzione sulla Libia, Shalgham si dice abbia inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza per influenzare il voto dei suoi membri.

Un giornalista ha offerto quanto segue come il contenuto della lettera che Shalgham ha inviato al Consiglio di sicurezza (15):

“Con riferimento al Progetto di Risoluzione sulla Libia davanti Consiglio di sicurezza, ho l’onore di confermare che la delegazione libica presso le Nazioni Unite sostiene le misure proposte nel Progetto di Risoluzione per chiedere conto dei responsabili per gli attacchi armati contro i civili libici , attraverso anche [sic] la Corte Penale Internazionale. ”

Secondo i giornalisti che erano in attesa al di fuori della riunione di sabato 26 febbraio, alcuni membri del Consiglio di Sicurezza hanno indicato che il loro scopo era quello di indurre maggiori defezioni di funzionari libici, includendo anche i ricorsi alla Corte penale internazionale (CPI) nella risoluzione del Consiglio di sicurezza . Questo significa usare la Corte Penale Internazionale come uno strumento politico piuttosto che come un mezzo per punire i crimini reali.

La Libia non è un membro del Trattato di creazione della Corte penale internazionale. Anche se la Carta delle Nazioni Unite prevede che il Consiglio di Sicurezza per la creazione di tribunali non ha disposizione per forzare una nazione non membro di una Organizzazione del Trattato di creazione di un tribunale ad essere soggetta alla sua giurisdizione, i membri del consiglio citano una clausola del trattato della Corte Penale Internazionale. Ma una disposizione del Trattato della CPI non può essere sostituita da qualche disposizione della Carta delle Nazioni Unite. Nessuna disposizione della Carta delle Nazioni Unite è stata citata a fornire l’autorità per i rinvii dei membri del Consiglio di Sicurezza che non sono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale.

Alla fine della giornata di sabato 26 febbraio, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970, imponendo sanzioni contro la Libia e indirizzando Gheddafi e molti altri verso la CPI. Nessuna prova di alcun illecito è stata presentata e nessun riferimento è stato fatto per eventuali indagini sulle accuse.

Quando l’ambasciatore francese Gérard Araud ha spiegato il perché del suo voto a favore per la risoluzione 1970, ha rinviato alla “commovente dichiarazione ” di Shalgham in occasione della riunione di Venerdì, dicendo (16):

“Ieri il Rappresentante Permanente della Libia (sic) ha fatto a questo Consiglio un commovente appello per l’assistenza. La Francia accoglie con favore il fatto che oggi il Consiglio ha, all’unanimità e con forza, risposto a tale appello ”.

L’ambasciatore indiano, nello spiegare il suo voto a favore della risoluzione  1970 del Consiglio di Sicurezza,ha fatto sapere che lui non era propenso a sostenere il deferimento alla Corte penale internazionale, ma  ha risposto alla lettera inviata al Consiglio di Sicurezza da Shalgham che sollecitava il Consiglio a farlo. L’ambasciatore indiano ha dichiarato:

“Avremmo preferito un approccio graduale e calibrato. Tuttavia, notiamo che alcuni membri del Consiglio, compresi i nostri colleghi dell’ Africa e del Medio Oriente, credono che il deferimento alla Corte avrebbe l’effetto di una cessazione immediata delle violenze e il ripristino di calma e stabilità. La lettera del Rappresentante Permanente della Libia (sic) del 26 febbraio indirizzata a lei, Signora Presidente, ha sollecitato il rinvio e rafforzato questa visione. Siamo quindi andati di pari passi con il consenso del Consiglio. “

Analogamente spiega l’ambasciatore nigeriano:

“Abbiamo preso in considerazione la lettera datata oggi dal Rappresentante Permanente della Libia (sic) che sostiene le misure che abbiamo proposto”.

Anche l’ambasciatore brasiliano fa riferimento all’ appello dell’ambasciatore – disertore nello spiegare il suo voto per la Risoluzione 1970 del Consiglio:

“Nelle nostre discussioni di oggi, il Brasile ha tenuto debitamente conto delle opinioni espresse dalla Lega degli Stati arabi e dall’Unione africana, così come le richieste formulate dalla Rappresentanza permanente della Libia presso le Nazioni Unite.” (17)

Nel corso della riunione, Dabbashi ottenne la parola per parlare a nome della Libia.

Dabbashi ha denunciato Gheddafi e ha ringraziato i membri del Consiglio di Sicurezza per l’esaudimento della sua richiesta di misure severe contro la Libia e verso i membri del suo governo.

Il segretario generale, come ultimo oratore del Consiglio di Sicurezza, ha parlato di come ha accolto le sanzioni e di vedere queste come un mezzo per una nuova governance in Libia. Ha detto:

“Le sanzioni che il Consiglio ha imposto sono un passo necessario per accelerare la transizione verso un nuovo sistema di governance che disporrà del consenso e della partecipazione del popolo.”

Questa sequenza di eventi non può che essere visto come una violazione degli obblighi del Consiglio di Sicurezza ai sensi della Carta delle Nazioni Unite. 

Le disposizioni delle regole usate dal Consiglio di sicurezza  per invitare un  ex funzionario del governo libico agli incontri del Consiglio erano previste per i i discorsi dei funzionari di rappresentanza del governo della Libia. Il funzionario che aveva rinunciato al proprio incarico di rappresentanza del governo libico ora era un ex funzionario del governo e come tale non aveva l’autorità di parlare per il governo della Libia,cosi come non disponeva di alcun altra autorità per comparire alle riunioni del Consiglio di Sicurezza come funzionario della Libia (18).

Le azioni di tali funzionari non sono state le azioni di un governo membro. E’ restato senza risposta sia il processo di come avevano defezionato e sia attraverso quali accordi con Stati Uniti e altri enti governativi occidentali  avevano acquisito la capacità di rimanere negli Stati Uniti e di partecipare alle procedure del Consiglio. Il Consiglio di Sicurezza stava fornendo sostegno e aiuto ai membri di un gruppo che tenta di effettuare un colpo di stato contro il governo della Libia. Tale azione è in contrasto con gli obblighi della Carta delle Nazioni Unite che richiede il non intervento negli affari interni dei paesi membri.

Il Consiglio di Sicurezza ha sostenuto questi disertori che agiscono per rovesciare il governo della Libia. Inoltre ha omesso di fare qualsiasi sforzo per avviare un’indagine indipendente di quanto stava accadendo in Libia. A parte il supporto parziale dei media occidentali o del Qatar (le relazioni di Aljazeera hanno rappresentato solamente il punto di vista dell’opposizione libica), il Consiglio di Sicurezza non ha cercato altre fonti di informazione. Al personale delle Nazioni Unite in Libia non è stato chiesto di indagare sulle accuse.

Nessun legittimo funzionario del governo libico fu invitato a partecipare ai lavori del Consiglio di Sicurezza. Quando il governo libico ha cercato di nominare legittimi funzionari del governo per sostituire la delegazione disertore, il governo americano non avrebbe approvato le richieste di visto per i delegati in sostituzione, in violazione degli obblighi da Paese ospitante degli Stati Uniti. In questo modo, gli Stati Uniti hanno impedito al governo libico di essere in grado di presentare la propria tesi davanti al Consiglio di Sicurezza.

Dal 3 marzo 2011, il portavoce del Segretario Generale ha riconosciuto che il Segretario Generale ha ricevuto comunicazione da parte del governo libico di ritirare le credenziali di Dabbashi eShalgham. (19) Eppure, per un periodo di tempo, essi avevano continuato a parlare con i giornalisti e le loro dichiarazioni alla stampa  sono state trattate come dichiarazioni ufficiali del governo libico disponibili presso il sito web del Consiglio di Sicurezza.

Alla fine,  il permesso ai due diplomatici è stato convertito da pass diplomatico a pass di cortesia concesso a discrezione della segreteria in modo da poter continuare ad avere accesso alle Nazioni Unite, ma su una base più ristretta rispetto alle accesso di un funzionario diplomatico.

Quando alcuni giornalisti hanno messo in discussione i motivi per cui questi ormai ex diplomatici hanno continuato ad avere accesso alle procedure  ufficiali delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, quali la richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza, il portavoce del segretario generale ha detto che colui che ha presentato le credenziali al Segretario Generale era il rappresentante di una nazione (20):

In disaccordo con la risposta del portavoce, un giornalista ha sottolineato che la ”Richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza è normalmente richiesta da parte degli Stati membri, non dagli ambasciatori. Quest’ultimi chiedono per un incontro del Consiglio sulla base di una lettera del ministero degli Esteri e, in questo caso, probabilmente non vi è nessuna lettera proveniente dal Ministero degli Esteri della Libia. Quindi su quale base giuridica è avvenuta la riunione del Consiglio di Sicurezza? “ha chiesto il giornalista.

Invece di riconoscere la correttezza della spiegazione, ovvero che  sono  i paesi membri che sono rappresentati nel Consiglio di sicurezza e non un ambasciatore (addirittura in questo caso un ex ambasciatore)  a poter richiedere una riunione, il portavoce del Segretario generale ha risposto: “Penso che sai cosa sto per dire … chiedi al Consiglio di Sicurezza. Domanda successiva. ”

Parte IV - 

Mentre i diplomatici libici che avevano annunciato la propria defezione sono stati sostenuti e protetti per avere un accesso costante ai servizi delle Nazioni Unite, l’opposto è avvenuto per il governo libico.

Un buon esempio di tale divergenza dagli obblighi del protocollo è dimostrato da due documenti. Il primo è la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1970 (S/RES/1970 (2011).

Il documento afferma nella sua dichiarazione di apertura (21):

“Prendendo atto della lettera al Presidente del Consiglio di Sicurezza dal rappresentante Permanente della Libia del 26febbraio 2011.” (S/Res/1970 (2011), p. 1)

Il problema di riconoscere questa lettera nel corpo della risoluzione 1970 è che il 25 febbraio, l’ex ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abdel Rahman Shalgham ha informato il Consiglio di Sicurezza che aveva defezionato.

Dal 26 febbraio non ha più rappresentato il governo libico. Di conseguenza non vi era alcuna base per il Consiglio di Sicurezza di fare riferimento ad una sua lettera , come una lettera del Rappresentante Permanente della Giamahiria araba libica

Il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto trovare il modo di avere notizie da un membro del governo della Libia, piuttosto che la sostituzione di un ambasciatore disertore e la sua delegazione per la delegazione ufficiale della Libia.

Nonostante gli innumerevoli sforzi del governo della Libia di nominare un nuovo ambasciatore per sostituire l’ambasciatore disertore e i membri del suo staff che avevano defezionato, né l’Onu né gli Stati Uniti, il paese che ospita le Nazioni Unite, hanno agito in accordo con i loro obblighi per rendere questo possibile.

Una lettera del governo libico del 17 marzo è stato inviata al Presidente del Consiglio di Sicurezza. Sembra che questa lettera non sia stato resa un documento ufficiale del Consiglio di Sicurezza. Ma questa lettera forniva la spiegazione del governo libico su quanto stava accadendo. Ai sensi dell’articolo 32 della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza ha l’obbligo di ascoltare i paesi membri. La parte più importante dell’ articolo 32 afferma:.”Ogni membro delle Nazioni Unite che non sia un membro del Consiglio di Sicurezza … qualora sia parte in una controversia in esame avanti al Consiglio di Sicurezza, sarà invitato a partecipare, senza diritto di voto, alla discussione relativa alla controversia. . ”(22)

Questo si verifica anche anche per uno stato che non sia Membro delle Nazioni Unite.

Il quadro che il governo libico ha presentato nella comunicazione al Consiglio di Sicurezza è quella in cui c’è un confronto tra ribelli armati e Autorità dello Stato (23).

Questa è una descrizione diversa della situazione che qualsiasi altro dei membri del Consiglio di Sicurezza ha pubblicamente considerato il 26 febbraio quando il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 1970 o il 17 marzo quando passò la risoluzione 1973 (24).

Nella lettera del 17 marzo, la Libia spiega che ciò che sta accadendo è un confronto tra gruppi terroristici e le autorità dello Stato. Essa cita la Legge Libica n. 38 del 1974, articolo 1, quale base per le forze armate della Libia a “mantenere la sicurezza, se la sicurezza generale della ’Repubblica’ o parte di essa lo richiede.” La lettera spiega che “i campi militari libici che sono stati attaccati non hanno intrapreso alcuna azione violenta contro gli aggressori armati fino a che questi ultimi non hanno brandito le loro armi. ”Questo è conforme al diritto libico, rileva la nota.

La lettera spiega che “L’articolo 2 della stessa legge prevede che l’ ordine di far fuoco può essere dato nelle seguenti circostanze:

“(A) Se un qualsiasi membro delle forze viene attaccato.

(B) Se i ribelli si rifiutano di ristabilire l’ordine, dopo essere stati avvisati e avere avuto la possibilità di farlo.

(C) Se i ribelli effettuare un attacco armato contro persone o proprietà “.

La lettera del governo libico descrive come il governo stia adempiendo al suo compito di proteggere i  residenti libici e i cittadini attraverso il confronto con i ribelli armati.

La lettera dice anche che la risoluzione 1970 e la bozza della risoluzione 1973, la risoluzione presa in considerazione per l’adozione il 17 marzo, e successivamente adottata, ”supera il mandato” del Consiglio di Sicurezza.poichè, sempre secondo tale lettera,  ”quello in questione non è un conflitto tra due Stati, come previsto dall’articolo 24 della Carta delle Nazioni Unite.” Il Consiglio non ha quindi alcun potere in questi casi per adottare risoluzioni. La Carta, spiega la lettera, “prevede che gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato”.

Il Consiglio di Sicurezza non ha fatto menzione della lettera quando ha approvato la Risoluzione1973, la sera del 17 marzo. Solo un articolo di AP ha menzionato il fatto che ci fosse una lettera e alcuni dei suoi contenuti (25).

Dopo l’ incontro del 17 marzo  del Consiglio di sicurezza gli USA e gli altri della NATO cominciarono a bombardare la Libia.

Una lettera datata 19 marzo del governo libico è stata posta tra i documenti del Consiglio di Sicurezza. Nella lettera il ministro degli Esteri si riferisce alle precedenti lettere che egli ha inviato al Consiglio di sicurezza che non si trovano nei registri del Consiglio. Nella lettera del 19 marzo, egli scrive (26):

“Nella mia precedente lettera indirizzata a voi, ho sottolineato che una cospirazione esterna si sta indirizzando contro la Jamahiriya e la sua unità e integrità territoriale. Ho fatto notare che il Consiglio di Sicurezza era stato elaborato in attuazione della presente cospirazione per l’ adozione della risoluzione 1970 (2011) e 1973 (2011) sotto le quali è stato imposto un divieto su tutti gli aerei nello spazio aereo della Grande Giamahiria Araba Libica. Con questa decisione, ” ha spiegato la lettera :” il Consiglio di sicurezza ha spianato la strada per l’aggressione militare contro il territorio libico. La Francia e gli Stati Uniti hanno bombardato diversi siti civili, violando tutte le norme e gli strumenti internazionali, in particolare la Carta delle Nazioni Unite,che prevede il non-intervento negli affari degli stati membri ”.

La Libia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di tenere una riunione di emergenza ”per fermare questa aggressione, il cui scopo non è quello di proteggere i civili, come preteso, ma piuttosto di colpire siti civili, strutture economiche e siti appartenenti all’ Armed Peoples on Duty. ”Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha discusso questa richiesta in una riunione di lunedi 21 marzo e ha deciso di non accogliere la richiesta del governo libico.

A partire dal 21 febbraio il governo libico è stato privato della possibilità di avere un rappresentante alle Nazioni Unite. Nel mese di marzo, quando il governo libico ha cercato di nominare un altro ambasciatore, il governo statunitense non ha concesso il visto (27).

Al contrario gli ex diplomatici continuano ad avere accesso alle Nazioni Unite e usano la loro presenza  per attaccare il governo legittimo della Libia.

Un insolito articolo pubblicato da Al Ahram presenta una considerazione di alcuni degli abusi delle procedure del Consiglio di Sicurezza che si sono verificati nel passaggio delle risoluzioni 1970 e il 1973 contro la Libia. L’articolo è stato scritto da Curtis Doebbler, avvocato americano per i diritti umani. Doebbler scrive (28):

“L’Occidente ha concentrato la sua macchina propagandistica alle Nazioni Unite ad oltranza. E non era mera campagna di propaganda ordinaria, ma una vera e propria orchestrazione della storia per i libri. In primo luogo, i diplomatici libici furono persuasi e minacciati di dimettersi dalle loro posizioni e gli venne  promesso che se avessero sostenuto l’ opposizione sarebbero stati “presi in cura” . ‘Ciò ha portato non solo le dimissioni dei diplomatici libici presso le Nazioni Unite , ma così facendo e mantenendo una sorta di status diplomatico ,questo ha permesso loro di sostenere  ribelli armati che stavano sfidando il governo della Libia per il controllo del loro paese. . ”

Doebbler continua:

“Ciò è stato realizzato mediante le azioni illegittime  del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, che ha emesso pass speciali per gli ex diplomatici libici dopo che il loro governo aveva ritirato le credenziali. Bypassando il Comitato Credenziali dell’Assemblea Generale delle UN, e il ben consolidato  protocollo, il segretario generale dell’Onu per la prima volta nella storia dell’ organismo ha personalmente favorito una parte in quella che era ormai una guerra civile ”.

Tra i membri del Consiglio di sicurezza ci sono state una serie di denunce riguardo al fatto che la risoluzione che hanno avallato (1973) non autorizzava il tipo di bombardamento NATO della Libia a sostegno dei ribelli che è stato effettuato.  A causa del potere di veto degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito, il Consiglio di Sicurezza sembra non avere alcun mezzo di supervisione sulla NATO per fermare quello che credono essere un abuso dei processi del Consiglio.

Nel contesto della sequenza di eventi che hanno avuto luogo presso il Consiglio di Sicurezza nel mese di febbraio e marzo, la domanda posta durante la conferenza stampa nel mese di aprile, ”…dobbiamo aspettarci un atteggiamento più aggressivo e propositivo da parte del Consiglio di Sicurezza nel sostenere gruppi ribelli? ” riguardua un importante cambiamento. Il precedente stabilito dal Consiglio di Sicurezza a sostegno di un’ insurrezione armata contro il governo di un paese membro delle Nazioni Unite è un precedente importante e pericoloso. E ‘una questione importante che deve essere seriamente esaminata (29).

Ronda Hauben

 LINK: The Role of the UN Security Council in Unleashing an Illegal War againstLibya

DI: CoriInTempesta

NOTE

1) I.K. Cush of Global Breaking News, Press Conference for the Colombian Presidency, April 4, 2011http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/04/press-conference-nestor-osorio-colombia-president-of-the-security-council.html

2) “French plans to topple Gaddafi on track since last November” by Franco Bechis
http://www.voltairenet.org/article169069.html

3) See the account in Libero of Nouri al Mesmari’s defection and connections with foreign intelligence forces.
http://iamaghanaian.com/index.php?do=/news/reports-suggest-french-intelligence-encouraged-anti-gaddafi-protests/
and http://forum.prisonplanet.com/index.php?topic=204415.0;wap2

4) “‘Airstrikes in Libya did not take place’ – Russian military,” News, Russia Today (RT) Moscow, March 1, 2011. RT report was made by journalist Irina Galushko.
http://www.youtube.com/watch?v=iytgO0tscSI

Radio Netherlands, “HRW: No Mercenaries in eastern Libya”, March 2, 2011
http://margotbworldnews.com/WordPress/wp-content/Mar/Mar5/NoMercenariesnE.Libya.html

5) Ibrahim Dabbashi, Letter to Security Council dated February 21, 2011, S/2011/102, February 22, 2011
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=JOURNAL%20NO.2011/42&Lang=E

6) Provisional Rules of Procedure of the Security Council refers to Article 35 of the Charter referring to ‘nations that are Members of the UN’ or ‘nations that are not Members of the UN’. Nowhere does it provide for defecting officials to request a meeting of the Security Council.

7) Closed meeting Security Council, no notes but the occurrence of the meeting is noted as 6486th meeting (closed) Peace and security in Africa Feb. 22, 2011
http://www.un.org/Docs/journal/En/20110223e.pdf

8 ) Video by Nizar Abboud of UN Ambassador of Libya, Shalgam, Feb. 22, 2011
http://www.youtube.com/user/NizarAbboud#p/search/0/fKhMUSHwtrA
English responses begin at approx. 1:53.

9) B. Lynn Pascoe, “Informal comments to the media by B. Lynn Pascoe, Under-Secretary-General for Political Affairs, on the situation in Libya,” Feb. 22, 2011
http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2011/02/b-lynn-pascoe-on-the-situation-in-libya.htm

10) “UN Security Council Discusses Libya Crisis”. Reuters, Feb. 22, 2011
http://uk.reuters.com/article/2011/02/22/us-libya-un-council-idUKTRE71L4T920110222

11) See note 4 above.

12) Provisional Rules of Procedure Security Council Rule 37
http://www.un.org/Docs/sc/scrules.htm

13) Manual of Protocol, United Nations Protocol and Liaison Service
http://www.un.int/protocol/10_12.html

14) Abdel Rahman Shalgham at the Security Council 6490th meeting, Feb 25, 2011, United Nations S/PV.6490
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6490&Lang=E

15) Letter Shalgham sent to Security Council as quoted on Inner City Press blog
http://www.innercitypress.com/banros1libya022611.html

16) Gérard Araud at the Security Council, 6490th meeting, Feb 26, 2011, United Nations S/PV.6491
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/PV.6491&Lang=E.
See this transcript for other statements at that meeting quoted in the text.

17) The reference to the African Union was mistaken. The African Union called for dialogue and was opposed to the sanctions and referral to the ICC before the Security Council took its votes on Resolutions 1970 and 1973. See for example, Ruhakana Rugunda, “African Union Statement on the NATO Invasion of Libya: It’s Time to End the Bombing and Find a Political Solution in Libya”
http://www.counterpunch.org/rugunda06222011.html

18) See for example International Labour Conference, 5C, Provisional Record, 100th Session, Geneva, June 2011, Reports on credentials, Second report of the Credentials Committee, Representation of Libyan Arab Jamahiriya
http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@ed_norm/@relconf/documents/meetingdocument/wcms_156839.pdf

19) March 3, 2011, Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110303.doc.htm

20) Daily Press Briefing by the Office of the Spokesperson for the Secretary-General, February 22, 2011
http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/db110222.doc.htm

21) Security Council Resolution 1970
http://daccess-ods.un.org/access.nsf/Get?Open&DS=S/RES/1970%20(2011)&Lang=E

22) United Nations Charter Article 32 can be found in Chapter 5 at
http://www.un.org/en/documents/charter/chapter5.shtml

23) Letter sent to Security Council dated 17 March 2011 from Secretary of the General People’s Committee of Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya to President of the Security Council. (English translation of document previously circulated in Arabic).

24) Ronda Hauben, “UN Security Council March 17 Meeting to Authorize Bombing of Libya all Smoke and Mirrors”, March 30, 2011
http://blogs.taz.de/netizenblog/2011/03/

25) Edith Lederer, “UN Rejects Emergency Meeting Sought by Libya,” AP, March 22, 2011
http://newsinfo.inquirer.net/1264/un-rejects-emergency-meeting-sought-by-libya

26) Letter dated 19 March 2011 from the Secretary of the General People’s Committee for Foreign Liaison and International Cooperation of the Libyan Arab Jamahiriya addressed to the President of the Security Council, S/2011/161
http://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/270/02/pdf/N1127002.pdf

27) Turtle Bay blog “TurtleLeaks: No visa, no entry! How the U.S. bars diplos from the U.N.”
http://turtlebay.foreignpolicy.com/posts/2011/05/04/turtleleaks_no_visa_no_entry_how_the_us_bars_diplos_from_the_un

28) Curtis Doebbler ,“Libya: Who wins?”, Al Ahram, 7 – 13 April 2011, Issue No. 1042
http://weekly.ahram.org.eg/2011/1042/op7.htm

29) According to General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State,
when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm
See General Assembly Resolution396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative
of a Member State  , when a controversy arises with more than one authority claiming to be the government of a Member State, it becomes a question for the General Assembly to consider in light of the purposes and principles of the Charter of the UN and the circumstances of each specific case. See, General Assembly Resolution 396(V), December 1950, Recognition by the United Nations of the Representative of a Member State
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/GEN/NR0/059/94/IMG/NR005994.pdf
or
http://www.un.org/documents/ga/res/5/ares5.htm

 

Oslo: tutto quello che già sapete

di: Gianluca Freda

Tutto quello che avreste voluto sapere sugli attentati in Norvegia, ma avete evitato di chiedere, un po’ perché ci arrivavate anche da soli, un po’ perché è sempre la solita solfa.

Sui motivi del doppio attentato terroristico in Norvegia, il cui tragico bilancio è finora di un centinaio di morti, l’unica cosa che bisogna tenere presente è che – come sempre – tali motivi vanno ricercati in direzione diversa, se non del tutto opposta, a quelli insinuati dai giornali e dalle TV di regime dell’occidente. A chiarire la situazione, forse sono utili alcune notizie uscite in sordina nei giorni e negli anni scorsi. Fare due più due non è difficile.

Q: - Quali interessi ci sono dietro l’attentato?

A: Norvegia e Russia hanno raggiunto nel corso degli ultimi anni accordi di cooperazione sempre più stretti tanto per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio dell’Artico, quanto per la partnership commerciale nello sfruttamento di giacimenti mediorientali (in Iraq in particolare). Quest’asse energetico privilegiato tra Russia ed Europa mette a rischio gli interessi strategici americani e il controllo USA sul continente europeo. Era inevitabile che arrivassero, prima o dopo, gli opportuni “avvertimenti”:

1) Dal sito “La voce della Russia”, 07-07-2011:

Entra in vigore l’accordo Russia-Norvegia: nuovi orizzonti nell’Artico

Oggi entra in vigore l’accordo fra la Russia e la Norvegia sulla delimitazione delle zone di competenza nell’Artide e sulla cooperazione nel Mar di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Con questo documento, firmato il 15 settembre del 2010,  si sono conclusi 40 anni di controversie. L’accordo apre nuove possibilita’ per il libero sfruttamento dei ricchissimi  giacimenti di gas e petrolio nell’area di 175 mila chilometri quadrati e regola la collaborazione nel settore ittico. Secondo il ministro degli esteri russo Lavrov, si tratta di un’intesa opportuna e reciprocamente vantaggiosa.

2) Da “Sky – TG24” del 12-12-2009:

Iraq, russi e norvegesi si accaparrano il petrolio

Nel corso dell’asta per l’assegnazione di appalti ventennali sui pozzi iracheni, che si è svolta a Baghdad, la compagnia russa Lukoil e la norvegese Statoil hanno ottenuto la concessione per uno dei maggiori giacimenti petroliferi, nel Sud dell’Iraq. Lo ha annunciato il ministro del petrolio iracheno. Si tratta di uno dei giacimenti più grandi finora mai sfruttati, con delle riserve di quasi 13 miliardi di barili. La coppia Lukoil-Statoil ha strappato il contratto grazie a un’offerta che prevede di accrescere la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno.

3) Dal “Corriere della Sera” del 26-10-2007:

Gazprom si allea con la Norvegia E il petrolio tocca nuovi record

MILANO – Gazprom ha scelto la norvegese StatoilHydro come secondo partner nel maxi-giacimento di gas a Shtokman. Il colosso russo guidato da Alexej Miller aveva già selezionato la francese Total come primo partner per sviluppare la fase iniziale del progetto, la cui stima ammonta a 15-20 miliardi di dollari. Le riserve di questo giacimento ammontano a 3.700 miliardi di metri cubi di gas e oltre 31 milioni di tonnellate di gas condensato. [...]

Q: - Perché l’attentatore doveva essere “di estrema destra”?

A: Fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, gli USA hanno ristrutturato la politica europea su basi anti-russe, favorendo in particolare i movimenti socialdemocratici filoamericani e isolando la destra europea anti-statunitense. La destra è tradizionalmente portatrice di ideologie nazionaliste, avverse tanto al dominio americano sul continente quanto agli strumenti politici (“democrazia”) ed economici (moneta unica) attraverso i quali tale dominio viene garantito. Solo in Francia, all’epoca di De Gaulle, la creazione di questo ostracismo verso la destra europea era temporaneamente fallita. Il partito filo-russo in Europa è ovviamente trasversale agli schieramenti politici, ma nel linguaggio della propaganda si tende a definire “populismo di destra” ogni posizione politica che non si uniformi ad una visione filoamericana dell’europeismo e che prenda anche solo ipoteticamente in considerazione la creazione di rapporti più stretti con la Russia. Tali forze politiche sono quelle che maggiormente preoccupano gli Stati Uniti, essendo poco malleabili, scarsamente controllate, avverse all’unione economica europea (attraverso la quale gli USA mantengono l’Europa nella morsa del debito, dunque sotto controllo), in crescita di consensi e – soprattutto – animate da una prospettiva “eurasiatica” che guarda alla Russia come ideale partner politico ed economico con cui rimpiazzare nel futuro la superpotenza americana in declino. Occorre dunque, ogni volta che sia possibile, demonizzarle (magari definendole “xenofobe” e “antisemite” a intervalli regolari) e screditarle, attribuendo ad esse la paternità di azioni ignominiose.

Anche qui riporto qualche articolo:

1) Dal sito di economia “Risk and Forecast”, 12-03-2009:

Gli amici di estrema destra della Russia

Recenti notizie di stampa affermano che i partiti di estrema destra in Europa sarebbero finanziati – almeno in parte – dalla Russia. Sebbene tali affermazioni necessitino di essere provate, è un dato di fatto che diversi partiti di estrema destra dell’est europeo sono diventati accaniti sostenitori degli interessi russi e ammiratori del modello politico-economico della Russia. Diversi gruppi di estrema destra, nei paesi post-comunisti, guardano all’infrastruttura politica autoritaria di Vladimir Putin come ad un modello e premono allo stesso tempo per una maggiore apertura verso la Russia e per la rottura della comunità Euro-Atlantica. In Europa orientale, il sostegno verso l’estrema destra ha evidenziato negli ultimi anni un trend in ascesa. Dal punto di vista russo, un partenariato con gli ultranazionalisti potrebbe facilitare i suoi tentativi di influenzare la politica interna di questi paesi, almeno finché Mosca non riuscirà a trovare un alleato ancor più influente nell’ambito dello spettro politico. [...]

2) Da “L’interprete internazionale” del 15-04-2011:

Marine Le Pen: No alla NATO, sì alla Russia

“Marine Le Pen promette l’uscita dalla Nato e un partenariato con la Russia”, titola l’agenzia. In un discorso tenuto ai corrispondenti esteri a Nanterre, la Le Pen avrebbe detto che, in caso di una sua vittoria alle presidenziali, la Francia farebbe della Russia un partner privilegiato e lascerebbe la Nato. “Penso che la Francia abbia tutto l’interesse a volgersi verso l’Europa, ma alla grande Europa. E in particolare a lavorare ad un partenariato con la Russia”, avrebbe detto, invocando “ragioni evidenti, di civiltà e geostrategiche”. E sull’Alleanza atlantica: “le scelte fatte dal presidente della Repubblica (ovvero Sarkozy, ndr), che appaiono come scelte di sistematico allineamento (sugli Usa, ndr), non mi paiono positive”.

3) Dal sito dell’emittente iraniana IRIB, 11-05-2010:

Ucraina: proteste contro la politica pro-Russia del presidente Yanukovych

KIEV – Migliaia di manifestanti sono scesi per le strade della capitale ucraina per protestare contro la decisione del presidente Viktor Yanukovych a stabilire legami più stretti con la Russia. Le proteste di oggi contro il governo del presidente Yanukovych hanno avuto luogo quasi un mese dopo la firma di un accordo tra Mosca e Kiev, definita dai dimostranti arrabbiati un atto “contro la sovranità dell’Ucraina”. Il nuovo accordo tra i due paesi vicini consentirebbe a Mosca un ampio uso di porti navali dell’Ucraina nel Mar Nero, in cambio dell’esportazione di una piccola quantità del gas naturale dalla Russia verso l’ex repubblica sovietica.[...]

Q: - Di quali altre colpe si è macchiata la Norvegia verso i dominatori Usraeliani per meritarsi una punizione così sanguinosa?

A. Vediamo un po’:

1) Da “Views and News from Norway” del 14-02-2011:

La Norvegia tra coloro che vogliono spaccare la NATO

Nuove indiscrezioni di Wikileaks hanno rivelato quanto siano profonde le divisioni all’interno della NATO su questioni chiave della sicurezza europea. Il governo norvegese è accusato di essere parte di una presunta “banda dei cinque” filorussa, insieme a Francia, Germania, Olanda e Spagna. [...] In una riunione d’emergenza del Consiglio della NATO tenutasi il 12 agosto [2008] in occasione del conflitto tra Russia e Georgia, gli alleati non riuscirono a trovare una posizione comune sulla guerra. La “banda dei cinque”, come la definiscono gli americani, avrebbe affermato che l’annuncio dell’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO avrebbe avuto il solo scopo di provocare i russi, mentre la parte opposta considerava la decisione di non garantire a questi paesi una piena partecipazione come una sorta di “luce verde” data ai russi per fare ciò che volevano. Solo il 19 agosto si riuscì ad arrivare ad una dichiarazione comune sulla crisi. [...]

2) Dal sito “Workers World”, 21-07-2011:

Escalation dei bombardamenti NATO contro la Libia

[...] Anche la Norvegia [insieme all’ Olanda] sta ritirando la propria partecipazione [alla guerra in Libia]. A partire dal 1° agosto, le sue forze aeree non saranno più coinvolte negli attacchi. Questa crescente riluttanza da parte di diversi paesi membri della NATO ha portato il ministro della difesa britannico, Liam Fox, ad accusare questi governi, il 13 luglio scorso, di non fornire sufficienti forze aeree per la campagna in corso. [...]

3) Da “Tundra Tabloids” del 27-03-2011 (ovvove supvemo!)

Norvegia: il partito socialista proporrà una mozione in cui si chiede di bombardare Israele in caso di azioni contro Hamas a Gaza.

Siamo arrivati a questo. Il Sosialistisk Venstreparti (Partito Socialista di Sinistra) di Kristin Halvorsen, facente parte della coalizione di governo norvegese, conta di far votare una mozione in cui si richiede un’azione militare contro Israele nel caso che questi dovesse decidere di agire contro Hamas a Gaza! [...]

4) Da “Rohama.org” del 15-01-2011:

La Norvegia sarà la prima nazione europea a riconoscere la Palestina

Jonas Gahr Stoere, Ministro degli Esteri norvegese, ha detto ad una conferenza stampa svoltasi a Ramallah, insieme al Primo Ministro palestinese Salam Fayyad, che il suo paese sarà uno dei primi a riconoscere il futuro stato palestinese una volta che le sue istituzioni saranno approntate secondo gli schemi e i progetti previsti dall’Autorità Nazionale Palestinese. [...]

5) Dal sito norvegese “Politisk.tv2.no” del 21-07-2011: (ovvove degli ovvovi!)

Jonas Gahr Støre [Ministro degli Esteri norvegese]: l’occupazione deve finire, il muro deve essere demolito e bisogna farlo subito!

 

utoya

Il ministro degli esteri è stato accolto con richieste di riconoscimento dello Stato Palestinese quando, giovedì, si è recato in visita ad un campo estivo della gioventù laburista a Utoya.

N.B.: guarda caso, il campo di Utoya che il ministro Store aveva visitato il 21 luglio (qui sopra vedete una foto della visita) è stato proprio il teatro della strage compiuta il giorno successivo dal folle “estremista di destra”. Con tutta la buona volontà, non riesco proprio a immaginare un avvertimento dal significato più eloquente di questo.

Q: Quali metodi hanno utilizzato i servizi segreti per il doppio attentato?

A: Qui si possono fare solo delle ipotesi, ma poiché il modus operandi è stato osservato in molti attacchi precedenti dello stesso tipo l’immaginazione non dovrà essere sottoposta a sforzi eccessivi.

Il primo sistema, piuttosto ben rodato, è quello di organizzare,  contemporaneamente o a ridosso degli attentati, delle “esercitazioni militari” che seguiranno – guarda un po’ la coincidenza – la stessa falsariga di ciò che avverrà durante gli attentati “veri”. Il sistema è stato messo a punto dai servizi segreti israeliani ed ha lo scopo di far circolare liberamente – col pretesto dell’”esercitazione” – gli uomini, i mezzi e i materiali che dovranno servire a portare a termine l’attacco. Questo sistema è stato utilizzato, com’è noto, per gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, quando il NORAD e il Consiglio di Stato Maggiore americano avevano in corso “esercitazioni” riguardanti il dirottamento di un aereo governativo e lo schianto di un velivolo contro un palazzo. Stesso discorso per gli attentati a Londra del 7 luglio 2005, avvenuti “incidentalmente” proprio nel momento in cui governo e polizia stavano conducendo una “simulazione” di attentato nella metropolitana londinese.

 

drill

Qualcosa di simile è avvenuto per l’attacco “con autobomba” nel centro di Oslo, che non ha colpito solo la sede del giornale Verdens Gang, come alcune fonti di stampa hanno riportato, bensì vari edifici governativi, affinché il messaggio arrivasse forte e chiaro. Da notare che, in molti casi, gli attacchi attribuiti ad “autobombe” sono realizzati in realtà con esplosivi piazzati preliminarmente in punti sensibili degli obiettivi da colpire. L’attacco era stato anticipato, mercoledì scorso, da una tipica “esercitazione” della polizia antiterrorismo proprio nel centro di Oslo, a 200 metri di distanza dalla Operahuset. La polizia – dice l’articolo – ha fatto esplodere delle cariche esplosive a scopo di “simulazione”, ma si è “dimenticata” di comunicare ai residenti di avere delle esercitazioni in corso, suscitando così spavento e allarme nella popolazione. Il capo dell’ufficio stampa della polizia di Oslo, Unni Grondal, aveva dichiarato all’Afterpost“E’ qualcosa di cui non eravamo stati avvisati. Non succederà più”. Invece è successo di nuovo poche ore dopo.

Per ciò che riguarda l’attacco all’isola di Utoya, è rilevante notare l’assurdità delle versioni pubblicate dalla stampa mainstream, secondo le quali il biondo “estremista di destra”, Anders Behring Breivik, avrebbe fatto tutto da solo: avrebbe piazzato l’autobomba nella capitale e poi se ne sarebbe andato tranquillamente a Utoya a massacrare un centinaio di persone. Non credo ci sia bisogno di spiegare, a chi vive nel mondo concreto e non in un film di Chuck Norris, perché quest’affermazione sia ridicola. E’ chiaro che le operazioni sono state eseguite da persone diverse. Ed è certo come l’oro che la stessa strage di Utoya è stata compiuta da un commando composto da diverse persone, visto che quasi tutti i testimoni sopravvissuti parlano di più persone coinvolte nell’attacco, né si capisce come un unico individuo, per quanto ben armato, possa aver compiuto una strage di simili proporzioni senza incontrare resistenza.

E’ da notare che il Mossad israeliano recluta spesso informatori e operativi tra i rifugiati, in particolare palestinesi, ma non solo, che richiedono asilo politico in Norvegia. Il Mossad opera in Norvegia in cooperazione con i servizi segreti locali, sotto la copertura del cosiddetto “Kilowatt Group”, una rete d’intelligence che vede la partecipazione, oltre che di Israele e Norvegia, anche di altri paesi quali Svizzera, Svezia e Sudafrica e che si maschera – manco a dirlo – sotto la finalità di facciata della “lotta al terrorismo”.

Infine, non va dimenticato che la creazione di “psicopatici e assassini seriali” attraverso il lavaggio del cervello è sempre stato una specialità delle pratiche di controllo mentale dell’MK-Ultra, il quale possiede anche un suo braccio norvegese. Questo articolo del sito Forward America, riferendo degli esperimenti compiuti in Norvegia, riporta tra l’altro:

“Il numero del Norway Post del 4 settembre 2000, ha rivelato che anche il governo norvegese, tra gli anni ’50 e i ’60, iniettò LSD a bambini, pazienti in cura psichiatrica e ad altre persone. Dieci dei soggetti morirono. Uno dei motivi che rendevano urgenti gli esperimenti di controllo mentale era il fatto che il mondo intero aveva visto cosa fossero stati capaci di fare i comunisti cinesi alle menti dei prigionieri americani. Era anche risaputo che l’URSS aveva catturato molti scienziati tedeschi che avevano compiuto esperimenti sul controllo mentale”.

Se si necessita di uno o più psicopatici pronti a compiere una strage in qualunque paese del mondo, le organizzazioni d’intelligence, grazie ad un’esperienza ormai cinquantennale nel campo, possono fornirne a volontà. Penseranno poi i giornali a dipingerli come “fanatici di estrema destra”, con la svastica tatuata sul cranio e il ritratto del Fűhrer sul comodino. Il pubblico non esiterà un attimo a bersi storielle di questo tipo. L’importante è che le autorità politiche delle nazioni colpite, avendo orecchie per intendere, intendano il messaggio e ne facciano tesoro. Chissà se dopo questa “folle” strage, compiuta da un “pazzo isolato” sul suolo nazionale norvegese, il primo ministro Jens Stoltenberg – i cui figli, guarda la coincidenza, si trovavano al meeting laburista di Utoya e si sono salvati per miracolo – e il Ministro degli Esteri Jonas Gahr Stoere – che era stato a Utoya poco prima e ha rischiato di rimanere coinvolto nella sparatoria – avranno capito l’antifona e imparato a essere più ubbidienti?

FONTE: Blogghete

La svolta a destra di Chavez: Realismo di Stato contro la Solidarietà Internazionale

Introduzione

Il governo radicale ”Socialista Bolivariano” di Hugo Chavez ha arrestato un certo numero di capi della guerriglia colombiana e un giornalista radicale con cittadinanza svedese e li ha consegnati al regime di destra del presidente Juan Manuel Santos, ottenendo anche l’approvazione e la gratitudine del governo colombiano. La stretta collaborazione in corso tra un presidente di sinistra e un regime con una famigerata storia di violazioni dei diritti umani,  torture e sparizione di prigionieri politici, ha suscitato proteste diffuse tra i sostenitori della libertà civile, la sinistra e i populisti in America Latina e in Europa, soddisfacendo invece l’ imperiale establishment Euro-americano.

Il 26 aprile 2011, funzionari venezuelani dell’immigrazione, facendo affidamento esclusivamente su informazioni fornite dalla polizia segreta colombiana (DAS), hanno arrestato un cittadino naturalizzato svedese e  giornalista (Joaquin Perez Becerra), di origine colombiana, che era appena arrivato nel paese. Sulla base delle accuse della polizia segreta colombiana ,secondo le quali  era un ’capo delle FARC’, Perez è stato estradato in Colombia in 48 ore. Nonostante il fatto che ciò era in violazione dei protocolli diplomatici internazionali e della Costituzione venezuelana, questa azione ha avuto l’appoggio personale del presidente Chavez.

Un mese dopo, le forze armate venezuelane insieme alle loro contro – parti colombiane hanno catturato uno dei leader delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), Guillermo Torres (con il nome di guerra Julian Conrado) che è ora in attesa di essere estradato in Colombia in un carcere venezuelano senza la possibilità di poter disporre di un avvocato. Il 17 marzo la Venezuelan Military Intelligence (DIM) ha arrestato due presunti guerriglieri del National Liberation Army (ELN), Carlos Tirado e Carlos Perez, e li ha consegnati alla polizia segreta colombiana.

Il nuovo volto pubblico di Chavez come partner del regime repressivo colombiano non è così nuovo, dopo tutto. Il 13 dicembre2004, Rodrigo Granda, un portavoce internazionale delle FARC, e cittadino naturalizzato venezuelano, la cui famiglia risiede a Caracas, è stato rapito da agenti in borghese dell’intelligence venezuelana  nel centro di Caracas, dove aveva partecipato a una conferenza internazionale e portato segretamente in Colombia con l’ ”approvazione” dell’ambasciatore venezuelano a Bogotà. Dopo diverse settimane di proteste internazionali, anche da molti partecipanti alla conferenza, il presidente Chavez ha rilasciato una dichiarazione descrivendo il ’rapimento’ come una violazione della sovranità del Venezuela e ha minacciato di rompere le relazioni con la Colombia. In tempi più recenti, il Venezuela ha intensificato l’estradizione di rivoluzionari oppositori politici del narco –regime colombiano. Nei primi cinque mesi del 2009, il Venezuela ha estradato 15 presunti membri delL’ ELN e nel novembre 2010 un militante delle FARC e due sospetti membri del ELN sono stati consegnati alla polizia colombiana. Nel gennaio 2011 Teran Nilson Ferreira, uno dei sospetti leader dell’ ELN, è stato consegnato ai militari colombiani. La collaborazione tra il più noto regime autoritario di destra dell’America Latina  e il più noto governo  radicale ’socialista’ solleva importanti questioni sul significato delle identità politiche e come queste si rapportano alla politica interna e internazionale e più specificatamente quali principi e interessi guidano le politiche dello Stato.

Solidarietà Rivoluzionaria e gli interessi dello Stato

La recente ’svolta ‘ nella politica del Venezuela, dall’ esprimere simpatia e perfino l’appoggio per le lotte rivoluzionarie e i movimenti in America Latina fino alla sua attuale collaborazione con i regimi di destra filo-imperiali, ha numerosi precedenti storici. Può essere utile esaminare i contesti e le circostanze di queste collaborazioni.

In Russia il governo rivoluzionario bolscevico diede inizialmente tutto il suo sincero sostegno alle sommosse rivoluzionarie in Germania,Ungheria, Finlandia e altrove. Con le sconfitte di queste rivolte e il consolidamento dei regimi capitalisti, lo stato russo e gli interessi economici divennero di primaria importanza tra i leader bolscevichi.  Il commercio e gli accordi di investimenti, i trattati di pace e il riconoscimento diplomatico tra la Russia comunista e gli Stati capitalisti occidentali definirono la nuova politica di ”co-esistenza”. Con l’avvento del fascismo, l’Unione Sovietica sotto Stalin fu ulteriormente  subordinata alla politica comunista al fine di garantire alleanze da Stato a Stato, prima con gli alleati occidentali e, in mancanza, con la Germania nazista.Il patto Hitler-Stalin venne concepito dai sovietici come un modo per impedire l’invasione tedesca e mettere al sicuro i propri confini da un nemico giurato di destra. Stalin consegnò a Hitler un certo numero di importanti leader comunisti tedeschi in esilio che avevano chiesto asilo in Russia. Non sorprende che vennero torturati e giustiziati. Questa pratica si fermò solo dopo che Hitler invase la Russia e Stalin incoraggiò le decimate truppe di comunisti tedeschi a ri-unirsi nella resistenza ‘anti-nazista’.

Nei primi anni 1970, mentre la Cina di Mao si riconciliava con gli Stati Uniti di Nixon e rompeva con l’Unione Sovietica, la politica estera cinese si spostava verso il supporto dei contro-rivoluzionari sostenuti dagli USA, tra cui Holden Roberts in Angola e Pinochet in Cile. La Cina denunciò qualsiasi governo di sinistra e movimento, che per quanto debole, aveva legami con l’Urss, e abbracciò i loro nemici, indipendentemente da quanto fossero asserviti agli interessi imperiali euro-americani.  Nell URSS di Stalin e nella Cina di Mao, gli “interessi dello Stato” di breve termine vinsero sulla solidarietà rivoluzionaria. Quali erano questi ’ interessi dello Stato’?

Nel caso dell’Unione Sovietica, Stalin scommise sul fatto che un ‘patto di pace’ con la Germania di Hitler li avrebbe difesi da una invasione imperialista nazista e parzialmente posto fine all’ accerchiamento della Russia. Stalin non si è più fidato nella forza della solidarietà internazionale della classe operaia per prevenire la guerra, soprattutto alla luce di una serie di sconfitte rivoluzionarie e dall’ arretramento generalizzato della sinistra nei decenni precedenti (Germania, Spagna, Ungheria e Finlandia). L’avanzata del fascismo e l’estrema destra, l’ incessante ostilità occidentale verso l’URSS e la politica europea occidentale di placare Hitler, convinsero Stalin  a cercare il patto di pace con la Germania. Al fine di dimostrare la  ‘sincerità’ verso il nuovo ’partner di pace’, l’URSS ha minimizzato le critiche nei confronti dei nazisti, sollecitando i partiti comunisti di tutto il mondo a concentrarsi sugli attacchi all’Occidente, anziché alla Germania di Hitler, e venne  incontro alla richiesta di Hitler di estradare i “terroristi” comunisti tedeschi” che avevano trovato asilo in Unione Sovietica.

Il perseguimento degli ’interessi dello Stato’ a breve termine da parte di Stalin attraverso patti con l’ ”estrema destra” si concluse in una catastrofe strategica: la Germania nazista fu libera di conquistare prima l’Europa occidentale e poi girò i suoi cannoni sulla Russia, invadendo un URSS impreparato e occupando metà del paese. Nel frattempo il movimento internazionale di solidarietà anti-fascista era stato indebolita e temporaneamente disorientato dagli  zig-zag delle politiche di Stalin.

Nella metà degli anni 1970, la “riconciliazione” della Repubblica Popolare Cinese con gli Stati Uniti, portò ad una svolta nella politica internazionale: l’ imperialismo americano diventò un alleato contro il male maggiore dell’ “imperialismo sovietico sociale”.  Di conseguenza la Cina, sotto la presidenza di Mao Tse Tung, ha esortato i suoi sostenitori internazionali a denunciare i regimi progressisti che ricevevano aiuti sovietici (Cuba, Vietnam, Angola,ecc) e ha ritirato il suo sostegno alla resistenza armata rivoluzionaria contro gli stati clienti pro-USA nel Sud -est asiatico. Il Patto della Cina con Washington era quello di assicurare immediatamente gli” interessi dello Stato” : il riconoscimento diplomatico e la fine dell’ embargo commerciale. I vantaggi  commerciali e diplomatici a breve termine di Mao sono stati garantiti sacrificando i maggiori obiettivi strategici fondamentali di promozione dei valori socialisti in patria e la rivoluzione all’estero. In questo modo la Cina ha perso la sua credibilità tra i rivoluzionari del Terzo Mondo e gli anti-imperialisti, per guadagnarsi le grazie della Casa Bianca e un maggiore accesso al mercato mondiale capitalista. Il “pragmatismo” a breve termine ha portato ad una trasformazione a lungo termine: la Repubblica Popolare di Cina è diventata una dinamica potenza capitalista emergente, con alcune delle più grandi disuguaglianze sociali in Asia e forse nel mondo.

Venezuela: gli interessi dello Stato contro la Solidarietà Internazionale

L’ascesa della politica radicale in Venezuela, che è la causa e la conseguenza dell’ elezione del presidente Chavez (1999), ha coinciso con l’ascesa dei movimenti sociali rivoluzionari  in America Latina dalla fine del 1990 alla metà del primo decennio del 21 ° secolo (1995-2005). I regimi neo-liberali sono stati rovesciati in Ecuador, Bolivia e in Argentina; i movimenti sociali di massa hanno sfidato l’ ortodossia neoliberista che aveva preso piede in tutto il mondo, i movimenti di guerriglia colombiana sono avanzati verso le principali città e politici di centro-sinistra sono stati eletti al potere in Brasile, Argentina,Bolivia, Paraguay, Ecuador e Uruguay. La crisi economica degli Stati Uniti ha minato la credibilità del programma di libero commercio di Washington.  La crescente domanda asiatica di materie prime ha stimolato un boom economico in America Latina, che ha finanziato i programmi sociali e le nazionalizzazioni. Nel caso del Venezuela, un fallito colpo di stato militare appoggiato dagli USA e il boicottaggio dei ‘padroni’, nel 2002-2003, costrinse il governo Chavez a fare affidamento sulle masse e a svoltare a sinistra. Chavez ha proceduto alla ”ri-nazionalizzazione” del petrolio e delle industrie connesse e a formulare una ideologia ”Bolivariana socialista ”. La radicalizzazione di Chavez ha trovato un clima favorevole in America Latina e gli abbondanti introiti provenienti dalla crescita del prezzo del petrolio sono serviti a finanziare i suoi programmi sociali. Chavez ha mantenuto una posizione plurale abbracciando i governi di centro-sinistra, il supporto ai movimenti sociali radicali e sostenendo le proposte della guerriglia colombiana ’per una soluzione negoziata. Chavez ha chiesto il riconoscimento dei guerriglieri colombiani come legittimi’ belligeranti ”e non” come terroristi. La politica estera del Venezuela è stata orientata verso l’isolamento della sua  principale minaccia proveniente da Washington, promuovendo esclusivamente le organizzazioni Latine / Caraibiche , rafforzando il commercio regionale e gli investimenti e garantendo alleati regionali in opposizione all’intervento americano, accordi militari, basi e colpi di stato militari appoggiati dagli USA. In risposta al finanziamento degli Stati Uniti ai gruppi di opposizione venezuelana (elettorali e extra-parlamentari ), Chavez ha fornito sostegno morale e politico ai gruppi anti-imperialisti in America Latina.

Dopo che Israele e i sionisti americani hanno cominciato ad attaccare il Venezuela, Chavez ha esteso il suo sostegno ai palestinesi e ampliato i legami con l’Iran e con altri movimenti arabi e regimi anti-imperialisti. Soprattutto, Chavez ha rafforzato i suoi legami politici ed economici con Cuba, consultandosi  con la leadership cubana, per formare un asse radicale di opposizione all’imperialismo. Lo sforzo di Washington di soffocare la rivoluzione cubana attraverso l’ embargo economico è stato effettivamente compromesso dagli accordi economici a lungo termine di Chavez con l’Avana. Fino alla parte successiva di questo decennio, la politica estera del Venezuela - i suoi ’interessi di Stato’ - è coincisa con gli interessi dei regimi di sinistra e dei movimenti sociali in America Latina. Chavez si scontrò a livello diplomatico con gli Stati clienti di Washington nell ‘emisfero, in particolare con la Colombia, guidata dai narco-squadroni della morte del presidente Alvaro Uribe (2002-2010). Tuttavia, gli ultimi anni hanno testimoniato diverse modifiche esterne ed interne e un graduale spostamento verso il centro. L’ascesa rivoluzionaria in America Latina ha cominciato a stemperarsi: i rivolgimenti di massa hanno portato alla nascita di regimi di centro-sinistra, che, a loro volta, hanno smobilitato i movimenti radicali ed hanno adottato strategie  affidandosi all’ esportazione agro-minerale, perseguendo nel frattempo autonomia nella politica estera indipendente dal controllo americano. I movimenti guerriglieri colombiani sono in ritiro e sulla difensiva - la loro capacità di tamponare il Venezuela da un regime ostile colombiano è diminuita.

Chavez si è adeguato a queste ’nuove realtà’ diventando un acritico sostenitore dei  regimi ‘social- liberali’ di Lula in Brasile, Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Vazquez in Uruguay e di Bachelet in Cile. Ha scelto sempre più  il supporto diplomatico immediato dai regimi attuali che il supporto a lungo termine, che potrebbe derivare da una rinascita dei movimenti di massa. I legami commerciali con il Brasile e l’Argentina e il sostegno diplomatico dai suoi compagni degli stati latinoamericani nei confronti di una crescente aggressione degli Stati Uniti sono diventati centrali per la politica estera venezuelana. La base della politica venezuelana non era più la politica interna dei regimi di centro-sinistra e centristi, ma il loro grado di sostegno ad una politica estera indipendente. I ripetuti interventi degli Stati Uniti non sono riusciti a dar vita ad un colpo di stato o a garantire vittorie elettorali contro Chavez. Di conseguenza Washington  si è attivata sempre più con l’ utilizzo di minacce esterne contro Chavez attraverso il suo stato cliente colombiano,  destinatario di 5 miliardi di dollari in aiuti militari. Il rafforzamento militare della Colombia, i suoi valichi di frontiera e l’infiltrazione degli squadroni della morte in Venezuela, hanno costretto Chavez ad un acquisto su larga scala di armi russe e verso la formazione di un’alleanza regionale (ALBA).

Il colpo di stato militare appoggiato dagli Usa in Honduras ha precipitato un profondo ripensamento della politica del Venezuela .Il colpo di stato aveva deposto un centrista liberale democraticamente eletto, il presidente Zelaya , membro dell’ALBA ed ha istituito un regime repressivo asservito alla Casa Bianca. Tuttavia, il colpo di stato ha avuto l’effetto di isolare gli Stati Uniti in America Latina,tant’ è che  non un solo governo ha sostenuto il nuovo regime a Tegucigalpa. Anche i regimi neo-liberali di Colombia, Messico, Perù e Panama hanno votato per espellere l’ Honduras dall’ Organizzazione degli Stati Americani. Da un lato, il Venezuela ha considerato tale’”unità” di destra e di centro-sinistra come una opportunità per riparare gli steccati con i regimi conservatori, e, dall’altro, per capire che l’amministrazione Obama era pronta a utilizzare l ‘ opzione militare ”per riguadagnare la sua posizione dominante.

Il timore di un intervento militare degli Stati Uniti è stato notevolmente rafforzato dall’ accordo Obama-Uribe, iche ha istituito sette basi militari strategiche degli Stati Uniti vicino al confine con il Venezuela. Chavez  ha esitato a rispondere a questa minaccia immediata: a un certo punto ha quasi rotto le relazioni commerciali e diplomatiche con la Colombia, solo poi riconciliare subito con Uribe, anche se quest’ultimo non aveva dimostrato alcun desiderio di siglare un patto di co-esistenza. Nel frattempo, le elezioni del Congresso del 2010 in Venezuela  hanno condotto ad un aumento importante nel contributo elettorale alla destra sostenuta dagli Stati Uniti (circa il 50%) e la loro maggiore rappresentanza al Congresso (40%). Mentre la destra ha aumentato il proprio supporto all’interno del Venezuela, la sinistra in Colombia, sia i guerriglieri che l’ opposizione, hanno perso terreno elettorale. Chavez non potrebbe contare su alcun immediato contro-peso ad  una provocazione militare.

Chavez si è trovato di fronte diverse opzioni: la prima fu il ritorno alla politica precedente di solidarietà internazionale con i movimenti radicali, la seconda è stata quello di continuare a lavorare con i regimi di centro-sinistra, pur mantenendo una forte critica e una ferma opposizione ai regimi neo-liberali sostenuti dagli Stati Uniti, e la terza opzione era quella di svoltare a destra, più precisamente cercare un riavvicinamento con il neoeletto presidente della Colombia, Santos e firmare un ampio accordo politico, militare ed economico, col quale  il Venezuela accetta di collaborare per eliminare gli avversari di sinistra della Colombia in cambio di promesse di non aggressione (con la Colombia che limita le  narco – transfrontaliere e le incursioni militari). Il Venezuela e Chavez hanno deciso che le FARC erano un ostacolo e che il sostegno dei movimenti sociali di  massa radicali colombiani non era tanto importante quanto le più strette relazioni diplomatiche con il presidente Santos. Chavez ha calcolato che aderire con le richieste politiche di Santos fornirebbe maggiore sicurezza allo Stato venezuelano che fare affidamento sul sostegno dei movimenti di solidarietà internazionale e sui propri alleati radicali tra i sindacati e gli intellettuali.

In linea con questa svolta a destra, il regime di Chavez ha soddisfatto le richieste di Santos  - arrestando guerriglieri FARC / ELN, nonché un importante giornalista di sinistra, e l’estradizione ad uno Stato che ha mostrato violazioni dei diritti umani nelle Americhe per oltre due decenni , in termini di tortura e di uccisioni extra-giudiziarie. Questa svolta a destra acquisisce un carattere ancor più inquietante se si considera che la Colombia detiene oltre 7600 prigionieri politici, di cui più di 7000 sono sindacalisti, contadini,indigeni, studenti. In altre parole non combattenti.

Nell’ acconsentire alle richieste di Santos, il Venezuela non ha nemmeno seguito i protocolli stabiliti della maggior parte dei governi democratici: non ha richiesto  garanzie contro la tortura e il rispetto per un giusto processo. Inoltre, quando i critici hanno sottolineato che queste estradizioni hanno violato le procedure costituzionali del Venezuela, Chavez ha lanciato una feroce campagna calunniando i suoi critici come agenti dell’imperialismo impegnati in un complotto per destabilizzare il suo regime. Il ritrovato alleato di Chavez a destra, il presidente Santos, non ha però ricambiato: la Colombia mantiene tuttora stretti legami militari con il primo nemico del Venezuela a Washington. Infatti, Santos aderisce energicamente all’ordine del giorno della Casa Bianca: con successo ha pressato Chavez a riconoscere il regime illegittimo di Lobos in Honduras, il risultato di un colpo di stato appoggiato dagli Usa, in cambio del ritorno del deposto ex presidente Zelaya. Chavez ha fatto quello che nessun altro presidente del centro-sinistra latino -americano ha osato fare: ha promesso di sostenere il ripristino del regime illegittimo honduregno nella OEA.Sulla base dell’ accordo Chavez-Santos, l’ opposizione latino -americana a Lobos è crollata e l’ obiettivo strategico di Washington  è stato realizzato: un regime fantoccio è stato legittimato.

L’accordo di Chavez  con  Santos per riconoscere l’assasino regime di Lobos ha tradito l’eroica lotta del movimento di massa honduregno. Non uno dei funzionari honduregni responsabili di oltre un centinaio di omicidi e sparizioni di dirigenti,contadini, giornalisti,attivisti dei diritti umani e pro-democrazia sono soggetti ad alcuna indagine giudiziaria. Chavez ha dato la sua benedizione per l’impunità e la prosecuzione di un totale apparato repressivo, sostenuto dalla oligarchia honduregna e dal Pentagono.

In altre parole, per dimostrare la sua disponibilità a sostenere il  ’patto di amicizia e di pace ‘ con Santos, Chavez è stato disposto a sacrificare la lotta di uno dei movimenti più promettenti e coraggiosi a favore della democrazia in America.

E cosa cerca Chavez in questa sua sistemazione con la destra?

Sicurezza? Chavez ha ricevuto solo “promesse” verbali  e qualche espressione di gratitudine da Santos. Ma l’enorme comando militare filo-Usa e la missione degli Stati Uniti rimangono in vigore. Ovvero, non ci sarà lo smantellamento delle forze colombiane para-militari-ammassate lungo il confine con il Venezuela e gli accordi militari per le basi Usa, che minacciano la sicurezza nazionale venezuelana, non cambieranno.

Secondo diplomatici venezuelani, la tattica di Chavez è quella di ‘guadagnare ’ Santos dalla tutela degli Usa. Con l’ amicizia di Santos, Chavez spera che Bogotà non possa partecipare ad alcuna operazione militare congiunta con gli Stati Uniti o collaborare in future campagne di propaganda-destabilizzazione. Nel breve periodo da quando è stato siglato il patto  Santos-Chavez , un imbaldanzito Washington ha annunciato un embargo nei confronti della società petrolifera di Stato venezuelana con il sostegno dell’opposizione venezuelana al Congresso. Santos, da parte sua, non ha rispettato l’embargo, ma non  un solo paese al mondo ha seguito Washington .Chiaramente, il presidente Santos non potrebbe compromettere gli annuali 10 miliardi di dollari di commercio tra la Colombia e il Venezuela, al fine di soddisfare i capricci diplomatici del segretario di Stato Hillary Clinton.

Conclusione

In contrasto con la politica di Chavez di consegnare gli esiliati di sinistra e guerriglieri a un regime autoritario di destra, il presidente Allende del Cile (1970-73)  istitui’ una delegazione che accoglieva combattenti armati in fuga dalle persecuzioni in Bolivia e in Argentina e offri’ loro asilo. Per molti anni, soprattutto negli anni 1980, il Messico, sotto i regimi di centro-destra, ha apertamente riconosciuto i diritti di asilo per i profughi della guerriglia e di sinistra dal Centro America - El Salvador e Guatemala. La Rivoluzionaria Cuba, per decenni, ha offerto asilo e cure mediche ai rifugiati di sinistra e guerriglieri dalle dittature latinoamericane, rigettando le richieste per la loro estradizione. Ancora nel 2006, quando il governo cubano stava perseguendo relazioni amichevoli con la Colombia e poi quando il suo ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha espresso profonde riserve per quanto riguarda le FARC in conversazioni con l’autore, Cuba ha rifiutato l’estradizione dei guerriglieri nei paesi d’origine dove sarebbero stati torturati e maltrattati. Un giorno prima di lasciare la Presidenza nel 2011, il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha negato la richiesta  dell’ Italia di estradare Cesare Battisti, un ex guerrigliero italiano. Come un giudice brasiliano ha detto – e Chavez dovrebbe ascoltare: ”La posta in gioco è la sovranità nazionale. E’ semplicissimo”.

Nessuno potrebbe criticare gli sforzi di Chavez  per diminuire le tensioni di frontiera attraverso lo sviluppo di migliori relazioni diplomatiche con la Colombia e  ampliare i flussi commerciali e gli investimenti tra i due paesi. Ciò che è inaccettabile è quello di descrivere il regime assassino colombiano come un “amico”del popolo del Venezuela e  un partner per la pace e la democrazia, mentre migliaia di detenuti politici pro-democrazia marciscono per anni nelle carceri colombiane su accuse inventate. Sotto Santos, gli attivisti civili continuano ad essere uccisi quasi ogni giorno. L’uccisione più recente è stata ieri ( 9 giugno 2011): Ana Fabricia Cordoba è stata assassinata dalle forze armate colombiane.

L’ abbraccio di Chavez  al narco – presidente Santos  va oltre i requisiti per il mantenimento delle corrette relazioni diplomatiche e commerciali. La sua collaborazione con l’intelligence colombiana, con i militari e le agenzie di polizia segreta nel dare la caccia e deportare uomini di sinistra (senza giusto processo!) sa di complicità nella repressione dittatoriale e serve ad allontanare i maggiori tifosi della trasformazione Bolivariana in Venezuela.

Il ruolo di Chavez nella legittimazione del colpo di stato in Honduras, senza alcuna considerazione per le “richieste di giustizia” dei movimenti popolari’ , è una chiara resa all’ agenda di Santos –Obama.  Questa linea di azione pone gli interessi dello Stato del Venezuela sui diritti dei movimenti popolari di massa in Honduras.La collaborazione di Chavez con Santos sulla sorveglianza dei membri di sinistra e sul compromettere le lotte popolari in Honduras solleva gravi interrogativi sulle affermazioni di solidarietà rivoluzionaria del Venezuela. E certamente semina profonda sfiducia  sulle future relazioni di Chavez  con i movimenti popolari che potrebbero essere impegnati in una lotta con uno dei partner diplomatici ed economici di centro-destra di Chavez .

Quello che è particolarmente preoccupante è che i regimi più democratici e anche quelli di centro-sinistra non sacrificano i movimenti sociali di massa sull’altare della ”sicurezza” quando normalizzano le relazioni con un avversario. Sicuramente,la destra, in particolare gli Stati Uniti, protegge i suoi ex clienti, alleati,esiliati oligarchi.

Perché il Venezuela sostiene le richieste dei colombiani, mentre si lamenta del fatto che gli Stati Uniti proteggono i terroristi colpevoli di crimini in Venezuela, può essere spiegato solo attraverso lo spostamento ideologico di Chavez a destra, rendendo il Venezuela più vulnerabile alla pressione per maggiori concessioni in futuro.

Chavez non è più interessato al sostegno della sinistra radicale: la sua definizione di politica di Stato ruota intorno alla garanzia della stabilità’ del socialismo bolivariano in un solo paese, anche se questo significa sacrificare i militanti colombiani di uno stato di polizia e i movimenti pro-democrazia in Honduras a un regime illegittimo imposto dagli Stati Uniti.

La storia fornisce un mix di lezioni.Gli affari di Stalin con  Hitler furono un disastro strategico per il popolo sovietico: una volta che i fascisti  ottennero ciò che volevano hanno girato intorno e invasero la Russia. Chavez finora non ha ricevuto alcuna concessione ‘reciproca’ di fiducia dalla macchina militare di Santos. Anche nel senso stretto degli ’ interessi dello Stato’, ha sacrificato alleati leali per vuote promesse. Lo stato imperiale statunitense è il primo alleato di Santos e fornitore militare. La Cina ha sacrificato la solidarietà internazionale per un patto con gli Stati Uniti, una politica che ha portato a un non regolamentato sfruttamento capitalistico e a profonde ingiustizie sociali.

Quando e se accadrà il confronto successivo tra Stati Uniti e Venezuela, Chavez, almeno, potrà contare sulla ”neutralità” della Colombia? Se le relazioni passate e presenti sono una indicazione, la Colombia sarà a fianco del suo mega-benefattore e mentore ideologico. Quando si verifica una nuova rottura , può Chavez contare sul sostegno dei militanti, che sono stati incarcerati, dei movimenti popolari di massa che ha messo da parte e dei movimenti internazionali e degli intellettuali che ha calunniato? Mentre gli Stati Uniti si muovono verso nuovi confronti con il Venezuela e intensificano le  sanzioni economiche, la solidarietà nazionale e internazionale sarà di vitale importanza per la difesa del Venezuela. Chi sarà in piedi per la rivoluzione bolivariana, i Santos e Lobos  di questo ”mondo realista”? O i movimenti di solidarietà nelle strade di Caracas e delle Americhe?

di: Prof. James Petras

LINK: Chavez’s Right Turn: State Realism versus International Solidarity

TRADUZIONE: CoriInTempesta