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La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Monti e la morte della Politica

di: Matteo Guinness

Bisogna fare sacrifici, per il bene dell’Italia, dice Mario Monti. Bisogna stringere i denti e accettare il compromesso dato la situazione di emergenza, rispondono in coro i partiti politici. E si celebra così l’ennesimo funerale della Politica.

Un governo voluto dai poteri tecnocratici -che fino ad ora non hanno fatto altro che proteggere le banche multinazionali colpevoli del il crollo economico- impone al popolo italiano misure di austerità durissime. Se fino ad oggi si fosse navigato nell’oro, si fosse governato e amministrato per il benessere degli italiani, qualcuno avrebbe anche potuto accettarlo; ma come si può bere la fandonia dei sacrifici, quando i sacrifici si fanno da anni e sono stati prodotti proprio dal sistema economico che i nostri politici oggi sostengono? Vengono “vanificati i sacrifici di quattro generazioni” dice lo stesso Monti, appunto sacrifici sui sacrifici.

Che nessuno si lasci ingannare dalle lacrime di coccodrillo del boia che piange mentre uccide il condannato: il pianto della Fornero non è altro che l’ennesima burla alle spalle dei popoli europei.

Quello che più di altro infastidisce e lascia sconcertati è l’appiattimento ideale, la totale mancanza di alternativa e di critica. Specialmente le forze politiche che dovrebbero essere sociali per l’ennesima volta chiamano al compromesso al ribasso: c’è sempre, da decenni, una causa maggiore che obbliga ad accettare qualsiasi porcata da far digerire alla popolazione italiana; e non parliamo dei pochi con barche o auto blu, le misure prese per queste categorie di persone sono la più classica manovra populista e demagocica. Questa volta sono tasse da far gravare sui più poveri, come l’Ici, l’Iva, l’Irpef, e l’allungamento dell’età pensionistica per tutte le future generazioni (altro che “per i nati nel 1952”). Anche se qualcuno proverà come al solito a trovare la scusa della necessità di misure di questo tipo per avere il voto delle camere, in realtà queste misure sono scaturite da una netta visione liberista voluta dai poteri economici di carattere multinazionale che, ripetiamo, sono gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi economica. Come in molti hanno fatto notare, se l’euro è sotto attacco è perché la crisi prodotta dalla folle finanza targata Usa, rende necessario il salvataggio del dollaro –moneta ormai globale e virtuale- così da garantire ancora la supremazia statunitense sull’”occidente” messa in pericolo anche dalla possibilità di un euro forte. Ma guarda caso chi controlla i flussi globali ci ha imposto un governo basato sui propri principi e visioni, un governo in cui il ministro degli esteri dichiara come prima cosa che c’è bisogno di rinforzare l’alleanza con gli Stati Uniti. Segno evidente che gli interessi di italiani, europei, eurasiatici, sono del tutto esclusi: costoro si preoccupano per la sopravvivenza del dominio globale degli Usa e null’altro. Non a caso un finto movimento come quello degli “indignati”, senza progetti e senza futuro, oggi che si prendono misure letali per i cittadini è sparito dalla circolazione: il controllo dell’opinione pubblica è fondamentale per garantirsi la sopravvivenza e il dominio.

Ciò è ulteriormente confermato dalle parole di Obama, Merkel, Sarkozy che diffondono un vero e proprio terrorismo nei confronti dell’euro, portando la speculazione a livelli incredibili. I vari economisti considerano questo comportamento un semplice sbaglio, ma nella società della comunicazione, dove i politici spendono milioni di dollari per consulenti di immagine, ogni singola parola, ogni sorriso è costruito come su un set cinematografico. Se i capi di questi Paesi decidono di creare il panico nelle borse con le loro dichiarazioni, lo fanno di proposito. Perché?

Ed è per questo che dicevamo che la Politica, quella vera, ha celebrato l’ennesimo funerale: non c’è alternativa, sia nei partiti che nelle masse e i pochi che hanno da anni chiara la situazione (come modestamente gli animatori di questo giornale e altre riviste) attendono e sperano in tempi più consapevoli, dove chi ha una lettura esatta di quanto succede non debba sentirsi affibbiare epiteti ridicoli da quelle stesse persone che come sempre, accettano il peggio per poi lamentarsi della delusione avuta (ultimi esempi Obama e presto anche Monti). Serve un riscatto, un balzo di coraggio che squarci il grigio del pensiero unico di marca atlantista. Serve un’Europa Potenza, in un’Eurasia sovrana e libera dall’ingerenza Usa, perché da qui passa anche la più piccola modifica alle pensioni per i nostri concittadini.

Pubblicato anche su Stato&Potenza

Sia chiaro chi ha il comando

di: Manlio Dinucci

«Gli Stati uniti si sono defilati, non bombardano più, hanno addirittura ritirato i loro mezzi più potenti», sentenziava Vittorio Feltri in aprile a proposito della guerra di Libia. Convinzione diffusasi anche nella sinistra e tra i pacifisti: quella che Obama fosse stato trascinato nella guerra contro la propria volontà (non a caso è Premio Nobel per la pace), ma se ne fosse subito tirato fuori, lasciando la guida dell’operazione ai bellicosi Sarkozy e Cameron. Del tutto falso. «Sono gli Stati uniti che hanno diretto questa operazione», chiarisce ora l’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato.

Esplicita quindi ciò che già avrebbe dovuto essere chiaro: il fatto che, il 27 marzo, la direzione è passata dal Comando Africa degli Stati uniti alla Nato comandata dagli Stati uniti. Sono loro, precisa Daalder, che hanno diretto l’iniziativa per ottenere dal Consiglio di sicurezza il mandato e far decidere la Nato a eseguirlo. Un vero e proprio record: perché la Nato si decidesse a intervenire in Bosnia, egli ricorda, ci vollero tre anni e un anno per intervenire in Kosovo, mentre per decidere l’intervento in Libia ci sono voluti appena dieci giorni. Sono sempre gli Stati uniti che hanno diretto la pianificazione ed esecuzione della guerra. Sono loro che all’inizio hanno neutralizzato la difesa aerea libica e continuato a sopprimere le difese per tutto il corso del conflitto, impiegando Predator armati. Sono loro che hanno fornito il grosso dell’intelligence, individuando gli obiettivi da colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di questi elementi, sottolinea Daalder, è stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. Dall’operazione aerea in Kosovo, dice, abbiamo imparato quanto sia importante avere munizioni a guida di precisione per provocare il massimo danno minimizzando gli effetti collaterali, e che tutti i paesi le posseggano. Diplomaticamente l’ambasciatore non dice che sono stati gli Usa a fornirle in gran parte agli alleati, i quali dopo 11 settimane avevano quasi esaurito le loro bombe, come hanno dichiarato il portavoce del Pentagono Dave Lapan e il segretario alla difesa Robert Gates. Né dice quanto minimizzati siano stati gli effetti collaterali degli oltre 8mila attacchi aerei, in cui si stima siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati uniti, tiene a far sapere Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro paese, il 26% dei circa 22mila. Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno effettuato un terzo e attaccato il 40% degli obiettivi. Un «lavoro straordinario», riconosce il rappresentante Usa presso la Nato, ma mette in chiaro che esso è stato reso possibile dal fatto che «gli Stati uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che altri potessero seguire e contribuirvi». Loda quindi gli altri alleati, anche non appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati arabi uniti. Nessuna parola invece sull’Italia, che pur ha fatto tanto, mettendo a disposizione basi e forze aeronavali. Qui ne va dell’orgoglio nazionale dell’Italia. Che il presidente Napolitano scriva subito al presidente Obama, perché riconosca che c’è anche l’Italia sotto comando Usa.

FONTE: IlManifesto.it

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  - gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno ”particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. ”[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. ”

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di ”cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova - il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta - una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della ”no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo ”Perché un cambio di regime in Libia?“ di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks - 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

Goldman Sachs, Tripolirip

Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte :Il Manifesto (Italia) 

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

 

 

 

Guerra in Libia, le foto choc: usano i bambini contro il Raìs

Il Daily Mail pubblica le immagini: bimbi di 7 anni con le armi in mano. E’ il volto( sporco) del conflitto: Sarkò che dice?

E se i cattivi fossero i ribelli che combattono Gheddafi? Non ci sarebbe nulla di che stupirsi: i più cinici amano ripetere che in guerra, specie se civile, vale tutto. Il guaio è che come sempre, quando si parla di bombe umanitarie e liberazioni contro il dittatore crudele, si finisce sempre per dipingere scenari apocalittici in stile lotta del bene contro il male. La realtà, però, è un’altra. In Libia, per esempio, le forze di Bengasi utilizzano bambini di 7, 8, 9 anni: li fanno lavorare nei laboratori improvvisati in cui si costruiscono armi e auto blindate da inviare sul fronte contro le truppe lealiste, gli danno quelle stesse armi in mano e li allenano. Poi, se necessario, magari li spediranno a sparare contro i soldati del Colonnello, più esperti e senza dubbio meglio forniti. Le immagini, choccanti, realizzate dalla prestigiosa agenzia Reuters le ha pubblicate il sito del tabloid britannico Daily Mail. Il reportage riassume meglio di tutti i servizi lo stallo della guerra di Bengasi, che da settimane vede le due forze, esercito e ribelli, confrontarsi senza prevalere. Nel servizio del Daily Mail si riportano anche le testimonianze di uomini come Sadiq Mubakar Krain, ex caporeparto di una industria petrolifera ora impegnato nella costruzione di razzi e mortai: “E’ la prima volta che lo faccio”, spiega. Probabilmente, anche per molte donne ritratte con velo integrale e mitragliatore in mano è la prima volta al fronte. Tutti particolari che hanno indotto l’Osservatorio internazionale per i Diritti umani a condannare i ribelli. Joe Stork, responsabile dell’area Medio Oriente e Nord Africa, ha detto: “L’opposizione ha l’obbligo di proteggere i civili e le loro proprietà nelle aree sotto controllo”. Parole cadute nel silenzio di chi, come il presidente francese Nicolas Sarkozy, ha sempre descritto la missione Nato in Libia come l’inevitabile affondo contro il Satana di turno, Muammar Gheddafi.

tratto da: Libero-News.it

Fantasmi della realtà e potere dei banchieri

Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale.

Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

  1. L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).

  2. L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).

  3. Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).

  4. L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine  “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.

  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.

  6. La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi,  di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda  e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi – è necessario ripeterlo e sottolinearlo – i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono  prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva  senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di Susa

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo.

I politici odierni non sono  monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera  ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare,  costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

di: Ida Magli
Italiani Liberi

Prima si salva l’euro…poi il popolo ellenico

L’euro ha ormai distrutto l’economia e le politiche sociali della Grecia. Sarkozy ha impugnato il tridente e si appresta a fulminare il Partenone.

Finiti i motti nazionali come “Patria, famiglia, Lavoro” – tanto per dirne uno – oramai l’asse Carolingio, protettore dell’ideologia unione-europeista impone : “Unità, Euro, liberalismo” per un’Europa prospera, libera e benestante.Tuttavia da quando i Paesi hanno firmato il Trattato di Maastricht e soppresso la moneta nazionale a discapito di una cartastraccia uniforme, sono meno prosperi e meno liberi di prima. I popoli rabbiosi e “indignati” nel vedere scomparire i risparmi di una vita, il patrimonio personale svendersi, e la morte lenta dello Stato-nazione si stanno mobilitando e continuano a farlo già da qualche settimana . In Grecia infatti, le proteste dinanzi al Parlamento di Atene stanno facendo tremare le élites euro-mondialiste.

L’incontro Sarkozy-Merkel, riunitosi ieri a Berlino, ha interessato la stampa francese e internazionale poiché il punto cardinale del vertice è stato il piano di salvataggio dell’euro (mascherato come salvataggio della Grecia). I giornali francesi come Le Figaro, Le Monde, Libération e L’express, si sono limitati a riportare la notizia, senza aprire però il dibattito sulle problematiche fondamentali che spaventano i guardiani della “doxa monetaria euro”, ovvero : Quanto costa ai popoli mantenere l’euro? Perché l’euro ad ogni costo? L’euro non è stato un errore? Questi sono probabilmente titoli di giornale che non vedremo mai nei quotidiani europei, questioni che tuttavia andrebbero approfondite poiché sono sempre più numerosi gli economisti che confermano il fallimento dell’Eurozona o che pronosticano una fallita della moneta unica nei prossimi anni.

E al vertice di ieri a Berlino la prassi è stata identica: la cancelliera e Sarkozy, hanno pensato a come salvare l’euro, l’ipotesi di uno smantellamento dell’Eurozona non è stato abbordato poiché le cure mediche prescritte invitano, su base volontaria, il settore privato – banche, assicurazioni, e fondi d’investimento – a partecipare all’iniziativa di salvataggio, inserendosi nel mercato economico e acquistando il debito greco. Forti sono state le critiche di Marine Le Pen, presidentessa del Fronte Nazionale, che ha invitato il capo dell’Eliseo, definito nel suo proclama, “Ayatollah dell’Euro”, a riconoscere il fallimento assoluto della moneta unica. Nel suo comunicato stampa ha continuato spiegando che è inutile attuare versamenti di decine di miliardi di euro nel buco del debito pubblico greco, poiché la Grecia non ci guadagnerebbe nulla, e a perderci saranno gli interessi della Francia e dei suoi cittadini.

La Grecia, deve quindi ridare alla sua Banca Centrale il potere di battere la Dracma, quindi riacquisire la sua moneta nazionale, svalutarla progressivamente al fine di dare ossigeno ai mercati e all’economia. E’ il momento che gli ellenici si riprendano il loro passato e il loro futuro, Bruxelles o vertici franco-tedeschi non possono decidere le sorti di una penisola che ha scritto la storia della nostra Europa, allora gridiamo : Pame Hellas!( Forza Grecia!).

di: Sebastiano Caputo

Rinascita.eu

I “ribelli” libici cominciano a vendere il petrolio agli USA

Il primo carico di petrolio libico è arrivato negli Stati Uniti l’8 giugno, a seguito di un accordo firmato dagli Stati Uniti e il Consiglio nazionale di transizione, l’ auto proclamato governo legittimo della Libia. La vendita rivela finalmente le vere ragioni dietro la campagna della NATO, precedentemente descritte come un tentativo di fornire la sicurezza dei civili libici. I civili continuano a soffrire, le forze della NATO continuano a tentare di sbloccare la situazione e l’ America sembra essere l ‘unica sponda del conflitto  a beneficiare della cosiddetta ”operazione di salvataggio”.

Nel frattempo i rappresentanti dei paesi arabi e occidentali si sono riuniti negli Emirati Arabi Uniti per discutere il futuro della Libia dopo la presunta fine di Gheddafi. Ma il Colonnello non sembra avere fretta di arrendersi, il che è stato chiaramente dimostrato dalla mancanza di risultati dei bombardamenti della NATO di Tripoli.

Un piano ”per prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili e i civile delle zone popolate”, dichiarato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  sta fallendo miseramente. Tuttavia, mentre i civili libici subiscono le azioni sia dei ribelli che delle truppe governative, il petrolio libico è stato tranquillamente trasportato in America. Come ha confermato mercoledi il Dipartimento di Stato americano, il governo ribelle che controlla le regioni orientali della Libia aveva fatto la sua prima vendita.

L’accordo segue l’annuncio fatto ad aprile dall’ Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro che ha istituito un nuova politica di licenze con la Libia. Gli Stati Uniti hanno dovuto prendere questo provvedimento per facilitare le transazioni petrolifere con il Consiglio nazionale di transizione.

Secondo una dichiarazione scritta da parte del Dipartimento di Stato, Tesoro, una raffineria di petrolio degli Stati Uniti, ha firmato un accordo con il Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi, in Libia per 1,2 milioni di barili di greggio libico. Il valore in dollari della transazione è ancora sconosciuta.

La dichiarazione afferma che la vera ragione dietro l’accordo con CNT sia l’intenzione di sostenere il popolo libico. Tuttavia, bisogna essere estremamente ingenui per credere che ogni persona libica finita sotto queste caotico fuoco incrociato otterrebbe un singolo centesimo da questo accordo.

Mentre gli Stati Uniti stanno risolvendo con successo il proprio problema del petrolio, i leaders occidentali e arabi si preparano a decidere il futuro della Libia. I membri del cosiddetto Gruppo di Contatto - una coalizione di vari paesi ed organizzazioni internazionali che hanno riconosciuto ufficialmente il CNT come il legittimo governo della Libia - si incontreranno negli Emirati Arabi Uniti. E ‘la terza riunione del gruppo incaricato di discutere le possibilità di sviluppo del paese dopo la fine del regime di Gheddafi.

E ‘un fatto sorprendente che nonostante l’inizio  degli scambi di petrolio con il CNT, gli Stati Uniti non hanno ancora riconosciuto il nuovo governo della Libia. ”Stiamo ancora valutando ma non c’è nessuna decisione definitiva ad oggi”, ha detto un funzionario Usa, commentando il possibile riconoscimento del CNT.

Mentre i membri del Gruppo di contatto stanno decidendo il futuro del post-Gheddafi in Libia, Gheddafi stesso non manifesta alcuna intenzione di rinunciare al suo potere. ”Noi non ci arrenderemo, noi non ci arrenderemo”, ha dichiarato il leader assediato in risposta all’ intensificato bombardamento di Tripoli da parte delle forze aeree della NATO. La NATO deve affrontare il fatto che tutte le sue strategie per porre fine al conflitto rimangono altro che parole vuote,mentre il paese affonda sempre più nel caos.

L’ultima relazione del Consiglio ONU sui diritti umani  afferma che i crimini di guerra nel travagliato paese continuano e questo significa che i cittadini della Libia continuano a pagare un prezzo sanguinoso per le ambizioni europee e il petrolio americano.

LINK: US oil deal reveals real reasons behind Libyan campaign

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Libia, ribelli vendono petrolio agli UsaLaStampa.it

La Libia è un disastro umanitario

Con le parole dell’ ex membro del Congresso USA Cynthia McKinney:

Il fatto triste, tuttavia, è che sono gli stessi libici che sono stati insultati, terrorizzati, linciati e uccisi a seguito di notizie di stampa che hanno iper – sensazionalizzato questa ignoranza di base. Chi sarà ritenuto responsabile per le vite perdute nella frenesia di sangue scatenata a causa di queste menzogne?

Il che mi riporta alla domanda di quella donna: perché succede questo? Onestamente, non ho potuto darle la risposta motivata che stava cercando. A mio parere l’opinione pubblica internazionale stenta a rispondere a questo “perché?”

Quello che sappiamo, e che è abbastanza chiaro, è questo: ciò che ho sperimentato la scorsa notte non è affatto un “intervento umanitario”.

Molti sospettano che l’ intervento sia dovuto al petrolio della Libia. Chiamatemi scettica, ma mi chiedo perché le forze armate combinate della NATO e degli USA che costano miliardi di dollari sono state chiamate contro un paese relativamente piccolo del Nord Africa e ci si aspetti che crediamo che questo sia in difesa della democrazia.

Quello che ho visto nelle lunghe file per ottenere carburante non è un “intervento umanitario”. Il rifiuto di consentire l’acquisto di medicinali per gli ospedali non è un “intervento umanitario”. La cosa più triste è che non posso dare una spiegazione convincente del “perché” a quelle persone che oggi sono terrorizzate dalle bombe della NATO, pur essendo ormai  chiaro che la NATO è andata oltre il suo mandato, ha mentito sulle sue intenzioni, è colpevole di omicidi extragiudiziali – tutto in nome dell’ “intervento umanitario”. Dov’è il Congresso americano, mentre il Presidente abusa della sua autorità di fare la guerra? Dove si trova la “coscienza del Congresso”?

A coloro che sono in disaccordo con l’ammonimento di Dick Cheney di prepararci alla guerra per la prossima generazione, vi prego: sostenete chiunque fermerà questa follia. Vi prego di organizzarvi e votare per la pace. Le persone di tutto il mondo hanno bisogno che ci alziamo in piedi e parliamo per noi e per loro, perché  anche l’Iran e il Venezuela sono nel mirino. I libici non hanno bisogno degli elicotteri da guerra della NATO, delle bombe intelligenti, dei missili cruise, e dell’uranio impoverito  per risolvere le loro divergenze. L’ “intervento umanitario” della NATO deve essere  rivelato per quello che è con la luminosa e splendente luce della verità.

Mentre il crepuscolo scende su Tripoli, lasciate che mi prepari insieme alla popolazione civile locale per altri  atti di umanitarismo della NATO.

Smettiamo di bombardare l’Africa e i poveri del mondo!

LINK: Imperial Takeover: Libya is Now a Humanitarian Disaster

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Libia: cronaca di un’aggressione

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell,
La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta “rivolta delle popolazioni libiche”. Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.
È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese.
La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.
Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’ “evidente e sistematica violazione dei diritti umani” (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 26 febbraio 2011) e sui “crimini contro l’umanità” (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il “suo stesso popolo”.
Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’Onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la “delega” agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla “no-fly zone”, che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’Onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro “dominio riservato”.
Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i “fratelli musulmani” provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jalil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani l’1 settembre 1969.
Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.
Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della “Coalizione dei volenterosi”, in accordo con Usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.
Per “proteggere la popolazione civile” di Bengasi e Tripoli dalle “stragi del pazzo sanguinario Gheddafi”, il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma senza alcuna intenzione – per carità, questo no, perché la risoluzione dell’Onu “non lo consentirebbe” – di detronizzare il “dittatore”, ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione “Alba dell’Odissea”, che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.
La scelta degli alleati non può dunque che essere per i “ribelli”, così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese, un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una “rivolta popolare”, senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.
Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di “addestrare gli insorti”. Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.
Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da “intervento umanitario”?
Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che “Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli” uccidendo “più di 10.000 persone”. Una “notizia” di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di “10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi” è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un “fatto” indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina.

Ma ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli “attentati terroristici di Al-Qāida dell’11 settembre 2001”.
Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione.
Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della “sinistra” in quasi tutte le sue declinazioni alla Versione Mediatica Ufficiale. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente “gli insorti di Bengasi”, a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, una volta offertami la possibilità di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici “volenterosi” denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Giunti a Djerba, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle “stragi” volute dal raìs.
La prima sensazione che ho avuto la mattina seguente mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un appoggio popolare forte, passionale e incondizionato nei confronti di Gheddafi. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, “una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo”.

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica.

Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, la più grande tribù della Tripolitania, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, “fino alla fine”. “Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere”, ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra.

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: “Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?”. Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente.
Muovendoci per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni Onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare.

Gli unici riscontri tangibili della guerra li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti Nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili, come confermano anche i documenti ufficiali mostratici dalle autorità mediche all’ospedale civile di Tajoura.

La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Mussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese.
L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i “bombardamenti umanitari” contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, “è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi”, come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei “fratelli musulmani” e altri jihadisti stranieri tra i “rivoltosi di Bengasi”, alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che “!il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla Nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe”; che i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos”.

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché “le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere”. Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese.

Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, quando Gheddafi prese il potere il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un “lavoro sporco” e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.
Una patente menzogna, visto e considerato che con i pochi mezzi a nostra disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti.

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, senza contare le enormi riserve di gas naturale.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli “Stati canaglia”, Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense “The Washington Times”. Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. “Queste sono le vere ragioni dell’intervento della Nato in Libia”, afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento “congelati” nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, “cosa che è totalmente falsa”, come sottolinea Leghliel.

“Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio”, chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati.

A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di “interventi umanitari”, manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

di: Paolo Sensini

Rinascita.eu

Usuraio socialista che va, usuraia liberale che viene

Il Fondo monetario internazionale è una istituzione che “ho servito con onore e devozione”. La lettera di dimissioni di Dominique Strauss Kahn da direttore generale dell’organismo finanziario di Washington non contiene pentimenti né per il bunga bunga a New York (questo era scontato) né tantomeno per la sua attività di usuraio legalizzato grazie alla quale ha strozzato i Paesi che hanno avuto bisogno dei suoi prestiti. Anzi Dsk ha difeso con orgoglio la carica che è stato obbligato a lasciare.
E soprattutto la filosofia di gestione che ha contrassegnato il suo mandato che si è svolto in perfetta continuità con quello dei direttori generali che lo hanno preceduto.
In altre parole il socialista (si fa per dire) Strauss Kahn ha svolto pienamente il compito che gli era stato assegnato. Diffondere in ogni angolo della terra i principi del Libero Mercato. Cancellare laddove è stato possibile ogni traccia dello Stato sociale. Trasformare il lavoro in una merce che può essere spostata a piacimento allo stesso modo delle materie prime, delle merci vere e proprie, dei prodotti finiti e dei capitali. Immettere nel lavoro dosi sempre più massicce di flessibilità e di precariato e fare sì che le buste paga siano composte soprattutto da straordinari e da premi di produzione. Congelare le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici per tre anni, come in Grecia, Irlanda e Portogallo, Paesi ai quali sono state imposte queste condizioni capestro in cambio dei presiti concessi dallo stesso Fmi e dall’Unione europea al tasso usuraio del 6,2%.
Se si tiene conto di questi crimini compiuti sulla pelle dei popoli, lo stupro ai danni della cameriera dell’albergo appare quindi in tutta la sua luce come perfettamente coerente e consequenziale con la natura stessa del Fondo monetario. A furia di fare l’usuraio, a furia di fottere il prossimo, i cittadini e gli Stati, si perde infatti il senso della realtà e si finisce per voler continuare a fare nella vita privata le stesse cose che si fanno nell’ambito del proprio lavoro.
Con le sue dimissioni, Dsk esce di scena e, dovendo dedicare tutte le sue forze e non pochi dei suoi soldi (negli Stati Uniti gli avvocati costano) a dimostrare la propria innocenza o ammettere la propria colpevolezza, ha visto dissolversi in un rapporto “improprio” di pochi minuti, come lo definì il mitico Bill Clinton in riferimento a Monica Levinsky, tutte le sue speranze di arrivare all’Eliseo l’anno prossimo in sostituzione di Nicolas Sarkozy. Fino alla nomina del nuovo direttore generale, le veci di Dsk sono state assunte ad interim dallo statunitense John Lipsky, l’uomo giusto al posto giusto se solo si tiene conto del suo curriculum. Un comunicato del Fmi lo aveva presentato come “un uomo capace, di grande esperienza e un forte economista”. E infatti si tratta di uno dei migliori usurai in circolazione che si è allenato alla bisogna come capo economista in banche ben conosciute per la loro attività di filantrope, come la JP Morgan, la Chase Manhattan dei Rockefeller e la Salomon Brothers.
Con le dimissioni ufficiali del tecnocrate francese si è aperta la corsa alla successione che, in nome del mantenimento pro tempore degli equilibri internazionali, sembra però essersi già conclusa. Lo dice il buon senso e lo dicono anche i bookmakers inglesi. L’attuale ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde (nella foto con Dsk), viene giocata a 2,35. Le arrancano dietro Tharman Shanmugaratnam (Ministro delle Finanze di Singapore) a 4,50 e l’economista turco Kemal Dervis (salito da 5,00 a 7,00). Più distanti Shri S.Sridhar, governatore della Banca centrale indiana e Stanley Fischer, governatore della Banca d’Israele (entrambi saliti da 6,00 a 9,00).
Finito come banchiere e come usuraio, Strauss Kahn lo è anche come politico. Gli stessi sondaggi che lo davano come vincitore nelle primarie del partito socialista francese e nel successivo scontro con Sarkozy alle presidenziali del 2012, hanno dovuto prendere atto della nuova realtà. Il favorito come candidato del PS è adesso François Hollande, offerto a 1,57, quota accettabile, ma dato a 2,50 come successore di Nicolas Sarkozy. Una valutazione che equivale a una sconfitta.
La Lagarde sembra quindi essere senza rivali soprattutto perché Sarkozy e Angela Merkel hanno fatto pesare la considerazione che, per motivi di equilibri internazionale, debba essere un europeo a gestire il Fmi fino al 31 ottobre 2012, quando sarebbe scaduto il mandato di Strauss Kahn. Dopo, ci potrà pure essere un rappresentante del Terzo mondo o delle economie emergenti. La Merkel ha concesso che la guida del Fmi e della stessa Banca Mondiale possa e debba essere assegnata in futuro ai Paesi in via di sviluppo ma in questa fase sarebbe prematuro. Nell’attuale situazione, con i seri problemi che incontra l’euro, con la debolezza di Paesi come Portogallo, Irlanda e Grecia, per aiutare i quali il Fmi si è pesantemente esposto, è necessario che ci sia una continuità nel nuovo direttore generale. Quindi un(a) francese come Dsk. Poi si vedrà.

di: Filippo Ghira
f.ghira@rinascita.eu

Rinascita.eu

Dopo la Libia tocca alla Siria?

Riceviamo e pubblichiamo

di Salvatore Santoru

Sono passati due mesi dall’inizio della guerra in Libia, guerra spacciata come “responsabilità di protezione” per i “civili” dalla violenza del tiranno Gheddafi”, ma che in realtà era stata già preparata tempo prima dai servizi segreti francesi, statunitensi, inglesi [http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/5876-libia-come-i-ser...] per attuare il cambio di regime tanto desiderato dalle multinazionali petrolifere (sopratutto angloamericane e francesi) [http://napoli.indymedia.org/2011/02/26/libia-una-guerra-del-petrolio-tra-eni-e-bp/]e non. Nel sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa imperialista è stato fatto ampio uso della propaganda interventista, sopratutto tramite i mass media, sia occidentali, sia arabi, come Al Jazzera (Quatar), Al-Arabya (Emirati Arabi Uniti) con la diffusione di notizie per lo più ” infondate” se non addirittura inventate. Tra le altre [sul tema " La Storia Siamo Noi" ultimamente ha realizzato una puntata http://www.youtube.com/watch?v=6j9_HIdTgY4 ]la notizia più “scandalosa” e anche la più infondata è quella delle fosse comuni, rivelatesi in realtà come tombe di un cimitero islamico [http://petrolio.blogosfere.it/2011/02/libia-le-fosse-comuni-non-ho-parole.html]. Fatto sta che anche in Siria ultimamente (oggi) è stata diffusa la notizia di presunte fosse comuni [http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2011/05/16/visualizza_new.html_869045204.html] con i consueti video “amatoriali”, quello diffuso sul sito dell’Ansa [http://www.youtube.com/watch?v=kOGBYn4nHo4&feature=player_embedded],e un altro (non diffuso dall’Ansa[ http://www.youtube.com/watch?v=a7NOSXPA6_I&feature=channel_video_title]. Il canale Youtube che ha diffuso i video è del SSNN, Shame News Network, un’organizzazione  “di giovani siriani per la democrazia” (a loro dire). Questo gruppo ha un sito web [http://www.shaam.org/], pagine e contatti su Facebook, Twitter, Skype e uno spazio dedicato alla “liberazione della donna” (presunta “liberazione” e standardizzazione ai modelli occidentali!), tema da sempre usato dalla propaganda colonialista, ieri come oggi, come ricordano le esponenti del movimento femminista antagonista [http://medea.noblogs.org/2011/05/09/le-donne-musulmane-hanno-davvero-bisogno-di-essere-salvate/].

Una curiosità è costituita dall’uso, in uno dei loghi del gruppo, dei colori blu, bianco e rosso, che richiamano il tricolore francese [https://www.facebook.com/photo.php?fbid=187914961256287&set=pu.175386715...]: è interessante questo particolare, anche per via del fatto che la Francia spinge (dopo Libia e Costa D’Avorio) sempre verso di più la guerra contro la Siria (sua ex colonia) e si sta facendo notare per il suo voler inasprire sempre più le sanzioni verso Damasco. Dopo due mesi dall’inizio dell’operazione “Odissey Dawn” non è improbabile che le grandi potenze occidentali (USA,Inghilterra,Francia e le altre) abbiano intenzione (e le hanno) di accapararsi anche la Siria; Siria che da due mesi vive una rivolta/guerra civile tra il governo di Al-Asad e i dissidenti,rivolta in parte di popolo[http://it.peacereporter.net/articolo/28346/Si!ria,+la+storia+di+Lina]:la Siria è da molti anni praticamente una sorta di Stato di Polizia e vi sono state molte restrizioni alla libertà e repressioni poliziesche sanguinarie) e in parte “infiltrata” e/o manovrata da estremisti islamici (salafiti e non) e servizi segreti occidentali (CIA, MI6, MOSSAD [ http://lombardia.indymedia.org/node/38493].

Staremo a vedere.

L’armata Bundesbank

Una volta, per abolire la costituzione di un paese bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi basta assoggettarlo con le cambiali.


Là dove 70 anni fa la possente Wehrmacht aveva fallito è riuscita oggi la discreta Bundesbank. Un tempo i principati si conquistavano con le armate, oggi bastano gli ultimatum dei creditori. I banchieri tedeschi impongono la loro dura legge con la stessa prussiana sicumera degli Junker guglielmini, i von Moltke e gli Hindenburg. Gli invisibili gnomi di Francoforte hanno piegato nazioni dove le divisioni tedesche non erano mai arrivate, come Irlanda e Portogallo. In altre, come la Grecia, hanno risvegliato duri ricordi.
Come chiamare altrimenti quel che sta avvenendo nel nostro continente? Siamo talmente presi a seguire le cabrate dell’imperialismo Nato, i tonneau dei Mirages di Nicolas Sarkozy, le picchiate dei Tornado di David Cameron, da perdere di vista il pugno d’acciaio con cui la Germania unificata di Angela Merkel impone le sue regole draconiane. Una volta, per abolire la costituzione di un paese e privarlo della sua sovranità bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi Grecia, Irlanda e Portogallo sono state assoggettate dalle cambiali. Perché assoggettate? Perché qualunque governo gli elettori abbiano scelto, qualunque politica abbiano votato, devono comunque sottostare alle condizioni della Banca centrale europea, devono decurtarsi gli stipendi, dimezzare le pensioni, privarsi della sanità pubblica, chiudere scuole, biblioteche, ospedali. Come riferiva il Wall street Journal di ieri, gli stipendi della funzione pubblica in Grecia sono stati tagliati fino al 25%. E cosa possono fare i greci oltre che protestare invano? Qui sta la grande differenza con l’invasione armata: che questa volta i paesi occupati hanno abdicato alla propria sovranità senza fiatare. E contro chi vuoi resistere? Contro uno sportello di banca? In quale maquis ti puoi arruolare? Tra gli indomiti debitori morosi?
Perché il problema è questo: i banchieri che t’impongono l’austerità non sono stati eletti da nessuno, nessuno li può mandare a casa. Cosa può fare contro Jean-Claude Trichet (e domani contro Mario Draghi) un greco o un portoghese o un irlandese? Non c’è nessun governo eletto da far cadere. Altro che Europa del capitale! Stiamo assistendo a una dittatura informale del capitalismo (un po’ come “informale” era detto l’imperialismo Usa). In Europa la sovranità popolare non ha mai avuto grandi quotazioni, ma adesso è stata proprio degradata a «titolo spazzatura». Ogni volta che ci parlano del «popolo sovrano» ci sentiamo presi in giro. Mai come oggi si pone un problema di democrazia. Ci vorrebbe una «primavera europea», altro che «primavere arabe».
I finanzieri non devono rispondere a nessuno, neanche ai loro azionisti: tanto, se mandano in rovina le proprie banche, ci pensano i provvidi governi a salvarle. Infatti due anni fa le banche erano messe assai peggio di Grecia o Portogallo, ma questi templi della «razionalità del mercato» furono considerati too big to fail, troppo grandi per lasciarli fallire, e così gli Stati uniti cacciarono più di 3.000 miliardi di dollari per «confortarli» (relief). E la Germania fu altrettanto prodiga verso i propri istituti di credito, anche se con più discrezione. Tutte queste banche sono state salvate con i nostri soldi. Invece Portogallo e Grecia sono evidentemente too small to save. Ma non sarebbe il caso ora di salvare noi con i soldi delle banche?
Certo, il problema non si limita all’Europa dell’euro. Disoccupati, pensionati e pubblici dipendenti inglesi stanno pagando con lacrime e sangue le sovvenzioni elargite alla Royal Bank of Scotland e ai Lloyds (una ragione non secondaria del trionfo degli indipendentisti scozzesi alle ultime, recenti elezioni).
E poi c’è un versante che nemmeno la potente Germania controlla. Un tempo c’era sempre un esercito (o una flotta) più potente del tuo, come tante volte ha sperimentato la Germania. Oggi c’è sempre un capitalismo più forte del tuo. È quello delle agenzie di rating, Moody’s e Standard & Poor’s. Le agenzie di rating assegnano voti ai debitori: peggiore il voto, più alto è considerato il rischio, quindi più alta deve essere la remunerazione di chi presta e quindi più salati gli interessi pagati sul proprio debito.
Il problema è che queste agenzie di rating sono imprese private, possiedute da privati, spesso proprietari di Hedge Funds: il 19,1% delle azioni di Moody’s appartiene all’«oracolo di Omaha», Warren Buffett, il secondo uomo più ricco d’America, che specula sui debiti cui la sua Moody’s assegna i voti (ratings). Anche qui, un 81enne miliardario del Nebraska determina se tua nonna perderà la pensione a Portogruaro o Ariano Irpino. Di nuovo un problema di democrazia.
Ma vi è anche un problema di sinistra europea. Ancor più della tracotanza teutonica, colpisce l’indifferenza con cui le varie sinistre europee hanno accolto questo esercizio di dispotismo finanziario. Come se la faccenda non riguardasse noi italiani (o i francesi che se la stanno facendo sotto all’idea di perdere la tripla AAA di rating). Non vorremmo essere costretti tutti a parafrasare la famosa sentenza del pastore Martin Niemöller: «Prima se la presero con i greci, ma io non protestai perché non ero greco. Poi se la presero con gli irlandesi. Ma non protestai perché non ero irlandese. Poi se la presero con i portoghesi, ma non protestai perché non ero portoghese….. Quando poi se la sono presa con me, non c’era rimasto nessuno a difendermi».

di: Marco D’Eramo

 IlManifesto.it

Bufale belliche

La guerra di Libia è un caso da manuale. Chiunque fosse interessato ad approfondire il rapporto tra comunicazione e conflitti del XXI secolo, dovrebbe studiarlo. L’ultimo numero speciale di Limes, dedicato alla vicenda libica parla di collasso dell’informazione, di domino della narrativa, di una vera e propria campagna di disinformazione costruita ad arte per legittimare la guerra umanitaria. Karim Mezran – saggista e direttore del Centro studi americani – è autore di uno degli articoli presenti nel numero, non a caso intitolato “Glossarietto delle bufale belliche”. Un viaggio nelle imprecisioni linguistiche del giornalismo, ma anche nelle manipolazioni di Al Jazeera, che ha costruito un universo immaginario decisivo nel creare il clima d’opinione favorevole alla guerra

“Al Jazeera” si è posta come portavoce della primavera araba. Eppure il proprietario del network è il Qatar, che non è propriamente una democrazia. Che ruolo ha avuto questa emittente nel caso libico?

Lo stato più assolutista del Medioriente detiene la proprietà della televisione del canale satellitare più “liberalista” che ci sia. Al Jazeera addirittura provoca con la propria campagna stampa autentiche rivolte e destabilizzazioni in tutta la regione. Sulla Tunisia ho avuto pochi ritorni, c’è stata una rivolta spontanea proveniente dall’interno ma subito sequestrata dalle elites di Tunisi e dalla media borghesia che male vedevano la corruzione del gruppetto di potere di Ben Ali. Bisogna ancora vedere gli effetti di ciò che è successo. Sull’Egitto, invece,ha spinto di più. Ha mandato i suoi inviati in giro. Anche lì si è visto qualche tentativo di sobillare le folle dicendo che migliaia di sostenitori di Mubarak a cavallo e cammelli attaccava i manifestanti in piazza. In realtà erano poche dozzine, a detta dei testimoni. Ma al di là di queste incongruenze era difficile rilevare chissà quali campagne mediatiche. Fin lì i giornalisti di Al Jazeera hanno fatto il loro lavoro, magari hanno amplificato un po’ l’eco della manifestazione e della repressione, ma restando nei limiti. Questa, almeno, era la mia impressione. Poi, però, è scoppiata la vicenda libica e lì mi si è aperta una voragine. La Libia è l’unico caso in cui ho la possibilità di controllare direttamente le informazioni. Qui posso dirlo con certezza. Fin dagli inizi sulla Libia è partita una campagna informativa ad altissimi livelli.

Ricordiamo ancora i diecimila morti e le fossi comuni annunciate con enfasi dai media. Si è rivelata una menzogna. Però ha predisposto l’opinione pubblica all’intervento militare, no?

Le fosse comuni è la menzogna più clamorosa. Tutti i nostri giornalisti hanno preso una bufala. Quelle erano le fosse del cimitero di Tajoura, si vedeva il cemento delle coperture. Una menzogna allucinante. Ho provato a chiamare anche il direttore di Repubblica per invocare un minimo di controllo sulle notizie. Nessuno controlla niente, si acchiappa tutto. I giornali prendono a bocca aperta qualunque cosa Al Jazeera dica. E ci siamo dimenticati i mercenari che ammazzavano la gente a Bengasi, stando sempre a quel che stampa e televisioni riportavano nei primi giorni? Si è scoperto che erano gli operai di un cantiere edile, aizzati dal proprietario contro i dimostranti che volevano dare fuoco. Una delle foto di questi presunti mercenari congolesi ritraeva in realtà un operaio nero con un casco giallo. Si disse pure di bombardamenti su Tripoli ordinati da Gheddafi. Nessuno ha sentito nulla. Tripoli non è Manhattan, se degli aerei bombardano, la gente se ne accorge. I giornalisti andarono negli ospedali per vedere le vittime. Non trovandone, dissero che il regime aveva fatto portare via i cadaveri. E, ancora, le pile di cadaveri al mercato di Tajoura… Mia zia abita lì di fronte, aveva fatto la spesa come sempre, non ha visto nulla, né nessuno ha detto qualcosa. Si è detto che ai bordi di una superstrada c’erano cadaveri ammucchiati… mio cugino la fa tutti i giorni per andare a lavorare, non ha visto nulla. Tutte queste false notizie sono state date la prima settimana. Poi ho smesso di stargli dietro. E’ scoppiata la guerra e da quel momento è diventato difficile controllare. Tra l’altro, se ci fossero stati diecimila morti in Libia, i feriti sarebbero stati almeno trentamila, facendo un semplice calcolo statistico. In un paese come quello avrebbe significato ospedali straripanti. La popolazione ammonta a sei milioni di abitanti, perlopiù sparsi in un territorio vastissimo. Per fare diecimila morti ce ne vuole… Ho avuto modo di parlare con Alberto Negri che è stato tre settimane a Bengasi. Mi ha detto che gli unici morti che ha visto sono ventitré soldati di Gheddafi fatti secchi da un missile Tomahawk. Purtroppo i corrispondenti che vanno sul posto si limitano a riportare voci che acquistano consistenza mano a mano che vengono passate dagli uni agli altri.

Si sono impantanati in una guerra che non ha vie d’uscita. E ora?

Non hanno capito niente di quello che succede. Gli americani, che pure non riescono a resistere alle guerre umanitarie, quando sono arrivati sul posto – ci hanno mandato la Cia – si sono resi conto che la situazione non era come gliela aveva raccontata Sarkozy e si sono defilati.

La patata ora è nelle mani di francesi e inglesi, con il governo italiano che s’è accodato…
Non è una patata, semmai un tortino. E’ quello che cercavano, volevano papparsi il paese. Non è – come cerca di convincerci Bernard-Henri Lévy – una campagna umanitaria. Se non riescono a uscirne è solo perché hanno toppato. Ma c’è stata una manovra con un ruolo di Sarkozy. La rivolta spontanea di Bengasi ha costretto ad anticipare i tempi di un colpo di stato che era in preparazione. I libici lo sapevano, c’erano stati incontri tra uomini del regime e servizi segreti francesi. Ora, siamo tutti addestrati a non credere nelle teorie complottistiche, ma qui qualcosa di strano è accaduto. La caserma di Aderna, dalla quale sono state prese le armi, non è stata attaccata da dimostranti in erba.

C’è anche una questione di diritto internazionale. Questa è un’ingerenza bella e buona nella sovranità di uno Stato, o no?

Io sono l’ultimo che difenderebbe Gheddafi, figuriamoci. Ma – tanto per fare un esempio – se per ipotesi la comunità cubana della Florida decidesse di fare una secessione e di marciare alla volta della città di Tallahassee, sparando sui poliziotti, l’esercito americano cosa farebbe? Gheddafi ha mandato l’esercito a reprimere un’insorgenza armata come avrebbe fatto un qualsiasi altro Stato. Che sia un delinquente d’accordo, ma qui c’è stata un’improvvisa delegittimazione di un regime fino a ieri in ottime relazioni diplomatiche con tutti i paesi occidentali. Ed è accaduto tutto nel giro di quarantott’ore di bombardamento di notizie infondate.

Ma, insomma, c’è stata una sintonia o, quanto meno una reciprocità, tra le mire politiche di Francia & Co e la campagna mediatica di “Al Jazeera”?

Può essere una coincidenza, ma è anomala. Strano, ma non vogliamo sospettare di tutto. Una grancassa mediatica pazzesca e guarda caso, Sarkozy si erge a custode dei diritti umani contro il criminale Gheddafi.

Qual è lo scenario futuro più probabile, ora? In Libia c’è una guerra civile, un paese spaccato, o no?

Sì, ma i media non la rappresentano come una guerra civile, continuano a parlare di una rivolta popolare contro un regime repressivo che ha dalla sua parte soltanto schiere di miliziani tribali. La narrazione è questa: Gheddafi con i suoi mercenari contro il popolo insorto. Il ruolo dei media è stato decisivo. Ripeto, un regime legittimato da tutti a livello internazionale, che viene abbattuto in pochi giorni da parte della stampa.

I media hanno avuto un ruolo non solo nel legittimare la politica dei paesi occidentali. Un’influenza l’hanno anche sulle società civile dei paesi arabi e in qualche caso sono anche diventati attori interni alle proteste. Come mai hanno conquistato questo ruolo? C’è un vuoto di egemonia, hanno sostituito i partiti, mancano i movimenti, cosa succede?

Tutte queste cose messe assieme. Non c’è nulla, poi arriva una tv che si dichiara libera – sulla base di non si sa quale criterio – e si innesta nel vuoto delle società mediorientali e producono la loro
“narrazione”. Da questo punto di vista, Al Jazeera e Al Arabiya hanno compiuto una vera e propria rivoluzione mediatica. Positiva per certi aspetti, ma negativa per altri, nella misura in cui la loro azione diventa un’ingerenza nella sovranità degli Stati. Limitiamoci a ricordare quello che dovrebbe essere il dogma del giornalismo, e cioè la cautela e il controllo delle fonti. L’uso di Twitter e la presenza dei blogger ha reso il controllo dell’informazione molto più difficile. Ormai basta che su un blog si riporti una voce di presunti massacri per mettere in moto una campagna mediatica.

Viene da chiedersi: sono i mezzi di comunicazione che non funzionano come si deve, magari condizionati dalla velocità e dalla catena di montaggio delle notizie, oppure in questo caso c’è stata una campagna mediatica diretta dall’alto?

Sempre nei primi giorni della vicenda libica mi è capitato di vedere una trasmissione su Repubblica tv. A un certo punto mandano un’intervista a un contatto del luogo. Era uno sconosciuto imprenditore di Bengasi che ha detto una serie di fandonie. Asseriva di aver visto corpi fatti a pezzi e gettati dalle finestre, centinaia di giovani bengasini che avanzavano a petto nudo contro i carri armati. Come si fa a costruire notizie in questo modo? Secondo me, per venire alla domanda, sì, c’è stata una campagna orchestrata. La disinformazione è stata troppo massiccia. Sulla base di tutte queste informazioni sbagliate Sarkozy, improvvisamente celere, salta su e decide che Gheddafi è un criminale di guerra, e non per i quarant’anni di potere precedenti, ma per le fesserie dette e scritte nel giro di una settimana. E’ questo che fa imbufalire. Ma come, l’avete trattato come un fratello, l’avete ricevuto con tutti gli onori agli Champs-Élysées malgrado quarant’anni di massacri e mistificazioni, e poi, sulla base di quattro fesserie di Al Jazeera l’avete condannato per reati di guerra, bloccando di fatto ogni iniziativa diplomatica di pace?

Tonino Bucci 06/05/2011

Sotto l’ intervista a Amedeo Ricucci, giornalista RAI.

I volenterosi puntano ai capitali libici

L’obiettivo della guerra in Libia non è solo il petrolio, le cui riserve (stimate in 60 miliardi di barili) sono le maggiori dell’Africa e i cui costi di estrazione tra i più bassi del mondo, né il gas naturale le cui riserve sono stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Nel mirino dei «volenterosi» dell’operazione «Protettore unificato» ci sono anche i fondi sovrani, i capitali che lo stato libico ha investito all’estero.
I fondi sovrani gestiti dalla Libyan Investment Authority (Lia) sono stimati in circa 70 miliardi di dollari, che salgono a oltre 150 se si includono gli investimenti esteri della Banca centrale e di altri organismi. Ma potrebbero essere di più. Anche se sono inferiori a quelli dell’Arabia Saudita o del Kuwait, i fondi sovrani libici si sono caratterizzati per la loro rapida crescita. Quando la Lia è stata costituita nel 2006, disponeva di 40 miliardi di dollari. In appena cinque anni, ha effettuato investimenti in oltre cento società nordafricane, asiatiche, europee, nordamericane e sudamericane: holding, banche, immobiliari, industrie, compagnie petrolifere e altre.
In Italia, i principali investimenti libici sono quelli nella UniCredit Banca (di cui la Lia e la Banca centrale libica possiedono il 7,5%), in Finmeccanica (2%) ed Eni (1%): questi e altri investimenti (tra cui il 7,5% dello Juventus Football Club) hanno un significato non tanto economico (ammontano a circa 4 miliardi di euro) quanto politico.
La Libia, dopo che Washington l’ha cancellata dalla lista di proscrizione degli «stati canaglia», ha cercato di ricavarsi uno spazio a livello internazionale puntando sulla «diplomazia dei fondi sovrani». Una volta che gli Stati uniti e l’Unione europea hanno revocato l’embargo nel 2004 e le grandi compagnie petrolifere sono tornate nel paese, Tripoli ha potuto disporre di un surplus commerciale di circa 30 miliardi di dollari annui che ha destinato in gran parte agli investimenti esteri. La gestione dei fondi sovrani ha però creato un nuovo meccanismo di potere e corruzione, in mano a ministri e alti funzionari, che probabilmente è sfuggito in parte al controllo dello stesso Gheddafi: lo conferma il fatto che, nel 2009, egli ha proposto che i 30 miliardi di proventi petroliferi andassero «direttamente al popolo libico». Ciò ha acuito le fratture all’interno del governo libico.
Su queste hanno fatto leva i circoli dominanti statunitensi ed europei che, prima di attaccare militarmente la Libia per mettere le mani sulla sua ricchezza energetica, si sono impadroniti dei fondi sovrani libici. Ha agevolato tale operazione lo stesso rappresentante della Libyan Investment Authority, Mohamed Layas: come rivela un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks, il 20 gennaio Layas ha informato l’ambasciatore Usa a Tripoli che la Lia aveva depositato 32 miliardi di dollari in banche statunitensi. Cinque settimane dopo, il 28 febbraio, il Tesoro Usa li ha «congelati». Secondo le dichiarazioni ufficiali, è «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», che Washington tiene «in deposito per il futuro della Libia». Servirà in realtà per una iniezione di capitali nell’economia Usa sempre più indebitata. Pochi giorni dopo, l’Unione europea ha «congelato» circa 45 miliardi di euro di fondi libici.
L’assalto ai fondi sovrani libici avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattuttto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.
Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria). Lo sviluppo di tali organismi permetterebbe ai paesi africani di sottrarsi al controllo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, strumenti del dominio neocoloniale, e segnerebbe la fine del franco Cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi. Il congelamento dei fondi libici assesta un colpo fortissimo all’intero progetto. Le armi usate dai «volenterosi» non sono solo quelle dell’operazione bellica «Protettore unificato».

di Manlio Dinucci

Il Manifesto

Promemoria delle bugie sulla guerra di Libia

Si dice che la verità è la prima vittima della guerra. Le operazioni militari libiche e la Risoluzione 1973, che funziona come loro base giuridica, non sono un’eccezione alla regola. Queste sono presentate al pubblico come una misura necessaria per proteggere la popolazione civile contro la repressione indiscriminata per mano del colonnello Gheddafi. In realtà sono classici obiettivi imperiali. Vediamo alcuni elementi di chiarificazione.

Hillary Clinton, Nicolas Sarkozy e Alain Juppé

Crimini contro l’Umanità

Per dipingere un quadro nero della situazione, la stampa atlantista ha fatto credere che le centinaia di migliaia di persone che erano in fuga dalla Libia fuggissero da una strage. Le agenzie di stampa hanno riferito di migliaia di morti e hanno parlato di “crimini contro l’umanità “. La Risoluzione 1970, rivolta al Procuratore della Corte penale internazionale, indicava” attacchi diffusi e sistematici contro la popolazione civile”.

In realtà, il conflitto libico può essere letto sia in termini politici che da una prospettiva tribale. I lavoratori immigrati sono stati i primi a cadere vittima,essendo stati brutalmente costretti a lasciare il paese. Gli scontri tra i sostenitori di Gheddafi e l’insurrezione sono stati certamente sanguinosi, ma non nelle proporzioni che ci vogliono far credere. Non c’è mai stata una repressione sistematica contro la popolazione civile.

Il sostegno alla “Primavera araba”

Durante il suo discorso davanti al Consiglio di Sicurezza, il ministro degli Esteri francese Alain Juppé ha cantato le lodi della “primavera araba” in generale e dell’insurrezione libica in particolare.

Il suo discorso lirico ammantava oscure intenzioni. Juppé infatti non disse una sola parola su le repressioni sanguinose in Yemen e Bahrain, tuttavia egli ha reso omaggio al re Mohammed VI del Marocco come se fosse uno degli agenti del cambiamento rivoluzionario [ 1 ], contribuendo così a peggiorare la già disastrosa immagine della Francia nel mondo arabo, grazie al Presidente Sarkozy.

Sostegno da parte dell’Unione Africana e della Lega araba

Fin dall’inizio di questi eventi, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno continuato a negare il fatto che questa era una guerra sponsorizzata dall’Occidente, sebbene il ministro degli Interni francese Claude Guéant ha fatto riferimento ad una “crociata” di Nicolas Sarkozy [ 2 ].

I tre paesi in questione hanno messo in gioco il presunto sostegno da parte dell’Unione Africana e della Lega Araba. In realtà, tuttavia, l’Unione Africana ha condannato la repressione e ha riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni democratiche, ma invariabilmente si è pronunciata contro un intervento armato straniero [ 3 ].

Per quanto riguarda la Lega Araba, si deve rilevare che i suoi membri sono principalmente regimi minacciati  da simili rivoluzioni. Mentre tali regimi hanno abbracciato il principio di una contro-rivoluzione occidentale – alcuni di loro anche attivamente in Bahrain,essi  non possono appoggiare apertamente una guerra occidentale senza  il rischio di veder aumentare i conflitti interni nelle proprie nazioni.

Il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione libico

Ci sono tre regioni ribelli in Libia. A Bengasi è stato costituito un Consiglio nazionale di transizione che poi si è fuso con un governo provvisorio istituito dal ministro della Giustizia di Gheddafi, che adesso da il proprio sostegno ai ribelli [ 4 ]. Secondo le autorità bulgare, questo è lo stesso personaggio che ha organizzato  la tortura delle infermiere bulgare e del medico palestinese che erano detenuti per un lungo periodo di tempo dal regime libico.

Riconoscendo il Consiglio nazionale di transizione libico e sollevando il suo nuovo presidente, la coalizione occidentale ha scelto i propri interlocutori e li ha imposti  ai ribelli come i loro leader. Ciò ha permesso alla coalizione d’ estirpare i rivoluzionari nasseriani, khomeinisti e comunisti.

L’obiettivo della coalizione è stato quello di essere a capo di ogni iniziativa ed evitare quello che era successo in Tunisia ed Egitto, quando hanno imposto un governo legato al responsabile del Partito senza Ben Ali o di un governo Suleiman senza Mubarak, entrambi i quali sono stati alla fine spodestati dai rivoluzionari.

Embargo sulle armi

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione, l’embargo avrebbe dovuto colpire i mercenari e le armi incanalate verso il regime di Gheddafi. Invece, l’embargo è stato esteso ai ribelli per prevenire ogni possibile vittoria. Questo,quindi,significa fermare la rivoluzione.

No flight zone

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione civile, la no-fly zone sarebbe stata limitata al territorio ribelle (come è stato fatto in Iraq con il Kurdistan). Invece la restrizione riguarda l’intero territorio nazionale. In questo modo la coalizione spera di mantenere l’equilibrio di potere tra le forze sul terreno e dividere il paese in 4 aree: le 3 aree controllate dai ribelli e l’area dei fedeli a Gheddafi. Questa divisione de facto del territorio libico va di pari passo con quella in Sudan e in Costa d’Avorio, che segnano le prime tappe del “rimodellamento d’Africa”.

Congelamento dei beni

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione civile, sarebbe stato congelato solo il patrimonio personale della famiglia Gheddafi e dei dignitari del regime  per impedire loro di violare l’embargo sulle armi, mentre in realtà il blocco è stato eseguito nei confronti del patrimonio dello Stato libico. La Libia – un ricco paese produttore di petrolio – possiede beni di notevoli dimensioni, parte dei quali sono investiti nella Banca del Sud, un ente dedicato al finanziamento di progetti nel Terzo Mondo.

Come sottolineato dal presidente venezuelano Hugo Chavez, il congelamento dei beni non protegge i civili. Il vero obiettivo è quello di ristabilire il monopolio della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Coalizione dei volenterosi

Se l’obiettivo era quello di proteggere la popolazione civile, l’organizzazione incaricata di applicare la risoluzione 1973 avrebbe dovuto essere l’ONU. Invece, le operazioni militari sono state coordinate dalla US AfriCom  e attualmente dalla NATO [ 5 ] Proprio per questo il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu era furibondo riguardo all’iniziativa francese e ha chiesto una spiegazione da parte della NATO.

Meno diplomatico, il primo ministro russo Vladimir Putin ha definito la risoluzione 1973 come ” imperfetta e inadeguata. Se uno la legge, allora diventa subito chiaro che essa autorizza chiunque ad adottare azioni contro uno stato sovrano. Tutto sommato, mi ricorda  una chiamata medievale alla crociata “, ha concluso. [ 6 ]

di: Thierry Meyssan

LINK e NOTE: Lies about the war on Libya

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

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