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Tag: servizi segreti

Il governo USA sapeva già dell’attentato

da: MegaChip

Questa rivelazione importante sull’omicidio dell’ambasciatore USA in Libia, proveniente da uno dei giornali più ben fatti del ‘mainstream’, il britannico The Independent, ci è stata segnalata per prima dalla Redazione di IRIB, la Radio Iraniana in lingua italiana, con un suo articolo in homepage. Ci è parso subito significativo che a mettere al corrente un pubblico italiano su una notizia così rilevante – per giunta di provenienza occidentale – sia stata una redazione di Teheran. Le redazioni di Roma e Milano, invece, evitano di dare risalto alla vicenda. Preferiscono giocare con i loro soliti schemi, che aiutano a non raccontare l’imbarazzante alleanza occidentale, nella sporca guerra di Libia, con i peggiori tagliagole. Abbiamo tradotto l’articolo dell’Independent e ve lo proponiamo qui di seguito:

Clamorose rivelazioni e retroscena sull’assassinio del diplomatico USA

Esclusivo: l’America «è stata preavvertita dell’attacco all’ambasciata, ma non ha fatto nulla»

di Kim Sengupta – The Independent.

Le uccisioni dell’ambasciatore USA in Libia e di tre suoi collaboratori sono state verosimilmente il risultato di una falla grave e continua nella sicurezza, è in grado di rivelare The Independent.

I funzionari americani ritengono che l’attacco sia stato pianificato, ma Chris Stevens era tornato nel paese solo da poco, mentre i dettagli della sua visita a Bengasi, dove poi lui e il suo staff sono morti, dovevano rimanere riservati.

L’amministrazione USA sta ora fronteggiando una crisi in Libia. I documenti sensibili sono scomparsi dal consolato di Bengasi e la posizione presumibilmente segreta del “rifugio” in città, dove il personale si era ritirato, è stata intensamente attaccata con i mortai. Altri simili rifugi lungo tutto il paese non sono più considerati “sicuri”.

Si sostiene che alcuni dei documenti che ora mancano dal consolato elencano i nomi dei libici che stanno lavorando con gli americani, esponendoli al rischio nei confronti dei gruppi estremisti, mentre si afferma che alcuni degli altri documenti si riferiscono a contratti petroliferi.

Secondo fonti diplomatiche ad alto livello, il Dipartimento di Stato USA aveva informazioni credibili già 48 ore prima che i tumulti si volgessero al consolato di Bengasi e all’ambasciata al Cairo, sul fatto che le missioni americane potevano essere prese di mira, ma nessun avvertimento è stato indirizzato ai diplomatici affinché si mettessero in allerta e in “serrata”, attenendosi a regole che limitano fortemente i movimenti.

Stevens era stato in visita in Germania, Austria e Svezia ed era appena tornato in Libia quando si è svolto il suo viaggio a Bengasi, quando il personale di sicurezza dell’ambasciata USA stabiliva che la missione poteva essere intrapresa in modo sicuro.

Otto americani, alcuni dei quali erano militari, sono rimasti feriti nell’attacco in cui hanno perso la vita Stevens, Sean Smith, un ufficiale incaricato dell’informazione, e due marines. Tutto il personale che si trovava a Bengasi è stato ora spostato nella capitale, Tripoli, e quelli il cui lavoro sia considerato non fondamentale potrebbero essere trasferiti dalla Libia.

Nel frattempo, una squadra di controffensiva antiterroristica FAST, del Corpo dei Marines, è già arrivata nel paese da una base in Spagna e si ritiene che altro personale sia già in cammino. Unità aggiuntive sono state messe in stato di attesa in vista del loro trasferimento in altri Stati in cui la loro presenza possa rendersi necessaria ora che scoppia il furore anti-americano innescato dalla diffusione di un film che disprezzato il profeta Maometto.

Una folla di diverse centinaia di persone ieri ha preso d’assalto l’ambasciata americana nella capitale yemenita Sanaa. Altre missioni che sono state messe in allerta speciale comprendono quasi tutte quelle del Medio Oriente, così come in Pakistan, Afghanistan, Armenia, Burundi e Zambia.

Alti funzionari sono sempre più convinti, tuttavia, che la feroce natura dell’attentato di Bengasi, in cui sono state utilizzate granate, indica che non era l’effetto di una rabbia spontanea dovuta al video, intitolato Innocence of Muslims («L’innocenza dei musulmani», NdT).

Patrick Kennedy, Sottosegretario al Dipartimento di Stato, si è detto convinto che l’assalto fosse pianificato per via della natura vasta e diffusa delle armi.

Vi è una convinzione crescente che l’attacco sia avvenuto per vendicare l’uccisione durante un attacco con droni in Pakistan di Mohammed Hassan Qaed, un operativo di Qa’ida - il quale era, come suggerisce il suo nome di battaglia Abu Yahya al-Libi, un libico – e coordinato con l’anniversario degli attentati dell’11 settembre.

Il senatore Bill Nelson, membro della Commissione sull’Intelligence del Senato, ha proclamato: «Chiedo ai miei colleghi in seno alla commissione di indagare immediatamente su quale ruolo potrebbero aver giocato nell’attacco al-Qa’ida o sue affiliate e di prendere gli opportuni provvedimenti.»

Secondo fonti all’interno degli apparati di sicurezza, il consolato aveva superato una “visita di controllo” per prevenire qualsiasi violenza che fosse collegata all’anniversario dell’11/9. In occasione degli eventi reali, sul muro perimetrale è stata fatta un apertura in meno di un quarto d’ora da una folla inferocita che aveva iniziato ad attaccarlo intorno alle dieci di notte di martedì. C’è stata, secondo i testimoni, ben poca difesa da parte delle guardie locali, trenta o poco più, che dovevano proteggere il personale.

Ali Fetori, 59 anni, ragioniere, che vive nelle vicinanze, ha rivelato: «Gli uomini della sicurezza semplicemente sono tutti scappati e le persone passate al comando erano i giovani con pistole e bombe.»

Wissam Buhmeid, il comandante della brigata Scudo della Libia, approvata dal governo di Tripoli, di fatto una forza di polizia di Bengasi, ha sostenuto che è stata la rabbia per il video su Maometto che ha fatto sì che le guardie abbandonassero le loro postazioni. «C’erano sicuramente persone delle forze di sicurezza che consentivano che l’attacco accadesse perché erano esse stesse offese dal film; avrebbero assolutamente messo la loro fedeltà al Profeta al di sopra del consolato. Le morti sono nulla in confronto agli insulti al Profeta.».

Si ritiene che Stevens sia stato abbandonato nell’edificio dal resto del personale dopo che non si riusciva a trovarlo in mezzo al fumo denso causato da un incendio che aveva avvolto l’edificio. È stato scoperto disteso in stato di incoscienza dalla popolazione locale e portato in un ospedale, il Centro Medico di Bengasi, dove, secondo un medico, Ziad Abu Ziad, è morto a causa dell’inalazione del fumo.

Una squadra di soccorso americana forte di otto persone è stata inviata da Tripoli e portata dalle truppe al comando del capitano Fathi al-Obeidi, della Brigata 17 febbraio, fino al rifugio segreto per prelevare circa quaranta persone dello staff statunitense. Sull’edificio si è poi scatenato un fuoco di armi pesanti. «Non so come abbiano trovato il posto per compiere l’attacco. È stato pianificato, la precisione con cui i mortai ci colpivano era troppo precisa per dei rivoluzionari qualsiasi», ha affermato il capitano Obeidi. «Ha cominciato a piovere su di noi, circa sei colpi di mortaio sono caduti direttamente sul sentiero verso la villa.»

I rinforzi libici sono finalmente arrivati, e l’attacco è finito. Sono arrivate notizie su Stevens, e il suo corpo è stato prelevato dall’ospedale e riportato a Tripoli con altri morti e i sopravvissuti.

La madre di Steven, Mary Commanday, ha parlato ieri di suo figlio. «Ha fatto bene quello che ha fatto, e ne ha fatto un ottimo lavoro. Avrebbe potuto fare un sacco di altre cose, ma questa era la sua passione. Ho un buco nel mio cuore», ha dichiarato.

 […]

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Fonte: http://www.independent.co.uk/news/world/politics/revealed-inside-story-of-us-envoys-assassination-8135797.html

Link: MegaChip.info

Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

Articolo inviato al blog 

di: Mcc43- http://mcc43.wordpress.com

-  Damasco: l’attentato fallito prima del 18 luglio

-  Assef Shawkat, il siriano dai  molti nemici

-  Israele, Hezbollah e l’assassinio di Imad Mughniyeh

-  Bulgaria: l’attentato al bus israeliano del 18 luglio

-  La destabilizzazione del Libano

Molti file sono aperti in Siria, nonostante la rappresentazione semplificata dei fatti per farli rientrare  nello schema della “primavera araba”: rivolta di popolo e repressione, eccidi sui due fronti e soluzione finale, quella fin dall’inizio auspicata da USA e GB .

L’attentato che il 18 luglio a Damasco ha ucciso il ministro della Difesa Dawoud Rajha, il predecessore Hassan Turkmani, il generale Assef Shawkat, ex capo dell’intelligence militare, il generale Hisham Ikhtyar, Capo del Consiglio Nazionale per la sicurezza, è stato rivendicato sia da un gruppo combattente islamista, sia dal FSA, sigla dell’esercito siriano libero. Quest’ultimo ha modificato la versione della prima ora di un attacco suicida dichiarando l’uso di un ordigno comandato a distanza. Nessuno ha finora ipotizzato l’uso di un drone, probabilmente  per non confermare l’ assistenza concreta da parte americana all’opposizione.

L’operazione Vulcano per la liberazione di Damasco, come il FSA l’ha proposta ai media, suggerisce l’idea di un imprevisto atto di forza del fronte ribelle, capace di sferrare l’ultimo colpo al cuore del regime; la memoria registrata nel web disegna invece una sequenza di annunci prematuri e di tentativi falliti.

Il 20 maggio un servizio video di Al-Jazeera mostra un ribelle che rivendica di aver ucciso un gruppo di dirigenti del regime, dando risalto alla morte di Assef Shawkat. Poiché nei giorni successivi il personaggio non fa comparse pubbliche nascono varie speculazioni, che l’attentato sia stato condotto utilizzando il veleno e che Shawkat sia  già stato inumato.

Sarà l’intelligence israeliana ad avvalorare indirettamente le affermazioni dell’opposizione :“Un assassinio di questa portata in futuro potrebbe accelerare il collasso del regime. L’opposizione ha i mezzi per raggiungere i leader e questo caso lo conferma”.

Israele sposa, dunque, la prospettiva di una fine provocata dall’interno per il regime Assad, con il quale era in atto dal 1967, Guerra dei sei giorni, uno status quo dell’occupazione  delle siriane alture del Golan. Uno stallo non più conveniente dal 2010, anno in cui Assad inizia a stringere più stretti legami con gli USA, che non coinvolgono Tel Aviv, pur continuando l’alleanza strategica con l’Iran. Con questo nuovo scenario, i colloqui di pace per definire la questione del Golan avrebbe trovato Israele meno favorita che in precedenza.

L’implosione del regime di Assad consentirebbe il colpo di grazia a quelli che Israele considera i più antichi e irriducibili nemici: gli Hezbollahlibanesi. L’organizzazione è la prosecuzione dell’ala combattente di Amal, il movimento fondato in Libano dall’Imam iraniano Moussa Sadr. Nel 1978 , Sadr parte dal Libano diretto in Libia, in seguito non vi sarà certezza sulla sua sorte,  tranne vaghe tracce di un arrivo in Italia. Da allora, Iran e Libano accusarono Gheddafi di averlo ucciso o imprigionato, ciò stranamente poiché tutta l’opera (unificare il fronte del mondo arabo) e le minacce di Sadr avevano come obiettivo lo stato di Israele e il suo carisma, non ancora spento nonostante il passare del tempo, ne  rendeva l’ attivismo concretamente pericoloso. [vd. Post Il caso Moussa Sadr e le inesistenti certezze ]

Assef Shawkat

Assef Shawkat, l’uomo che l’esercito siriano affermava vanamente di aver già ucciso  in maggio,  era uno di quei  personaggi dalle molte ombre che abbondano in tutti i regimi. E non solo nei regimi. Dopo l’ 11 settembre veniva considerato un referente delle intelligence di Stati Uniti ed Europa,  coinvolto nella creazione di un braccio della CIA in Siria per combattere il terrorismo.

Tutto cambiò dal 2005 con l’assassinio del primo ministro libanese Rafik al-Hariri: Washington  considerò Shawkat regista dell’attentato, architetto dell’annosa dominazione della Siria sul Libano nonché fomentatore del terrorismo contro Israele e  nel 2006 gli USA decretarono contro di lui delle sanzioni.

I contorni del personaggio diventano completamente confusi con il 2008. Nel febbraio, a Damasco una bomba uccide Imad Mughniyeh, esponente di spicco di Hezbollah, che immediatamente accusa Israele. Nel mese di giugno Shawkat viene posto agli arresti dopo aver dichiarato in una intervista che la bomba usata per l’attentato era sistemata all’interno dell’auto, poichè ciò venne equiparato all’ammissione che gli autori erano siriani. Rimosso da capo della sicurezza interna, non venne  estromesso dal gruppo dirigente, del resto sono recentemente emerse nuove rivelazioni che chiamano in causa Israele. Una giovane palestinese avrebbe offerto al Mossad informazioni per identificare e localizzare Mughniyeh, fino ad allora definito “uomo senza volto”

Mentre a Damasco il 18 luglio l’attentato uccide Shawkat, e un pezzo del vertice del sistema, anche Israele viene colpito. 

Una bomba esplode su un autobus di turisti israeliani a Burgas, in Bulgaria, uccidendo sette persone e ferendone più di venti. A rendere ancora più straziante  la tragedia è  la ricorrenza: il 18 luglio  del 1994  in un quartiere di Buenos Aires, dove era la sede di un centro ebraico, una bomba provocò una strage. Furono 85 i morti e centinaia i feriti. La rivendicazione arrivò da un gruppo islamista, ma il governo israeliano accusò  Hezbollah come esecutore e l’Iran come mandante.

Per Burgas si parla fin dal primo momento di attacco suicida e nuovamente Israele accusa l’Iran.

Spunta in Facebook  la foto di un ex detenuto di  Guantanamo – somigliante al giovane ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto-  uno svedese di origine algerine di nome Mehdi Ghezali. La Svezia, che nel 2004 chiese la sua liberazione, ne smentisce il coinvolgimento, similmente fanno i servizi segreti bulgari.

Le voci si rincorrono e spesso appaiono  fandonie. Fra i deceduti vi sarebbe un agente esterno dello Shin Bet, il Servizio Segreto interno di Israele. Un bulgaro sostiene di aver rifiutato al sospettato il noleggio di un auto, ma lo descrive con i  capelli corti mentre il video mostra un lungo chiomato; qui torna alla mente l’identificazione fasulla di Al Megrahi a Malta che servì a incastrarlo per l’attentato Lockerbie, impedendo indagini in altre direzioni. Si spera che l’esame del DNA dia un’identità sicura all’attentatore, ma stupisce che la sola ipotesi di cui si parla sia un  singolo, il kamikaze,  anziché vagliare anche l’ipotesi di un commando. Al momento non esistono rivendicazioni.

La DebkaFile, sito vicino all’intelligence israeliana, ribadisce la colpevolezza di Hezbollah e dell’Iran. Alla radio israeliana Ehud  Barak ha dichiarato che il paese  “farà di tutto per trovare  responsabili  diretti e  mandanti, e li punirà.” Un linguaggio che sembra alludere alla ripresa degli assassini mirati contro individui e  fa tornare in mente i misteriosi omicidi degli scienziati nucleari iraniani.

L’Iran da parte  sua ha vigorosamente smentito il coinvolgimento.

Puntando il dito contro  Hezbollah , Israele indica quella che in Libano è sia un’organizzazione politica sia una milizia armata. Come tale Hezbollah è sia nel Parlamento unicamerale, con 12 seggi su 128, sia oggetto di sanzioni americane che impongono il suo disarmo.

Poiché a fine giugno il fronte ribelle della Siria ha accusato Hezbollah di combattere per Assad , a Talkalakh e a Homs, il quadro completo della comunicazione  nelle ultime settimane ha costruito sia un’aspettativa sulla morte di Shawkat, sia un’attesa di azioni terroristiche di Hezbollah, entrambe culminate negli eventi del 18 luglio.

Una costruzione di ipotesi che minaccia la fragile stabilità del Libano già scossa fin dall’inizio della rivolta siriana, con  bande di autentici terroristi che dominano nel corridoio per il rifornimento delle armi a nord del paese[ved. Post di febbraio:  Il confine Siria-Libano e la stoltezza Occidentale] e un fiume incessante di profughi che lasciano le zone di combattimento siriane per accamparsi in Libano- Per vivere in condizioni che è facile immaginare e  che una destabilizzazione completa della regione  renderebbe  irrimediabili.

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Le battaglie in Consiglio di Sicurezza Onu, che in questi giorni hanno tenuto con il fiato sospeso,  potrebbero essere più apparenti che reali. E’ possibile che non vi sia al momento la volontà di  un intervento Nato in Siria perché, diversamente dalle intenzioni sulla Libia, l’interesse strategico non è sul singolo paese ma sull’intera area.

Più che una guerra convenzionale, nei prossimi mesi persisterà la guerra dell’informazione. La manipolazione dei fatti e del loro significato attraverso i media, l’induzione dell’opinione pubblica a schierarsi pro o contro, e a sua volta accrescere la disinformazione, avranno un ruolo centrale,  insieme all’uso del  terrorismo manovrato.

A differenza dell’irriducibile complottismo che assume certa l’esistenza di un piano prefissato,  intravedo un work in progress: tentativi riusciti, fallimenti, continui adattamenti e nasce il  sospetto che  i centri del potere vero, i burattinai delle figure a noi note,  siano essi stessi coinvolti in una lotta senza quartiere .

Questo disegna per noi un  futuro diversamente ma gravemente  incerto quanto quello di coloro che oggi vediamo soffrire  sul terreno dove infuria lo scontro armato.

Link:  Israele, Siria, Libano e le conseguenze del giorno 18 luglio 2012

La Santa Alleanza USA – al-Qaida

di: Igor Ignatchenko

La Siria è inondata da terroristi di ogni genere. Al-Qaida ha commesso una serie di atti terroristici. Secondo l’ex comandante dell’Accademia Navale turca Ammiraglio Türker Erturk, essa ha il sostegno dagli Stati Uniti.

Afferma che l’Occidente e i suoi alleati arabi hanno deciso di ripetere lo “scenario salvadoregno“, contando sui gruppi terroristici invece che sull’opposizione. Gli attentati suicidi a Damasco lo confermano. Lasciatemi ricordare l’operazione volta a destabilizzare il Salvador con l’aiuto di attentatori suicidi, guidata da John Negroponte, che in seguito divenne ambasciatore USA in Iraq, e il futuro ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford.

Peter Oborne, commentatore del Daily Telegraph, ha confermato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno recentemente intensificato la cooperazione clandestina con al-Qaida, per riunire gli sforzi nella lotta contro il governo siriano.

Nel suo articolo Syria’s Crisis is Leading Us to Unlikely Bedfellows, sottolinea che le azioni terroristiche a Damasco, commesse l’anno scorso, avevano tutti i segni distintivi di quelle commesse dall’organizzazione terroristica in Iraq. Secondo il giornalista britannico, i militanti di al-Qaida sono giunti in Siria dalla Libia attraverso il “corridoio turco”. Peter Oborne vede “la triplice alleanza Washington-Londra-al-Qaida” come una grave minaccia per il Regno Unito.

Omar al-Bakri, un estremista religioso residente in Libano, ha confessato in un’intervista al Daily Telegraph che militanti di al-Qaida, sostenuti da al-Mustaqbal di Saad al-Hariri, si erano già infiltrati in Siria dal Libano. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Baghdad, il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha confermato il fatto che al-Qaida si infiltra in Siria attraverso il confine iracheno, al fine di commettere atti terroristici e trasportare armi.
The Guardian ha recentemente pubblicato un articolo intitolato Syria Would Be Disastrous for Its People. L’autore Sami Ramadani sottolinea il fatto che un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida ha preso forma. Gli Stati Uniti e la Turchia vogliono intensamente destabilizzare la Siria, usando i fondi petroliferi forniti da Qatar e Arabia Saudita. Mentre Hillary Clinton sta cercando di convincere la comunità internazionale che l’intervento in Siria è un passo necessario, la CIA è coinvolta attivamente nel sostegno e nell’addestramento dei militanti. Come è noto, gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno reclutato i capi delle organizzazioni terroristiche e criminali comuni provenienti da diversi paesi del mondo come mercenari, per infiltrarli tramite operazioni speciali nei campi di addestramento situati in Turchia e in Libano. Per esempio, mentre era a Homs, un membro della missione degli osservatore della della Lega Araba, che lavorava per i servizi speciali iracheni, restava molto sorpreso nel vedere mercenari pakistani, iracheni e afghani. Particolarmente impressionante è stato il fatto che alcuni di loro erano stati i suoi rapitori in Iraq. E’ importante notare che oltre un centinaio di mercenari provenienti dai paesi arabi e altri paesi, tra cui un numero significativo di legionari francesi, sono stati catturati dalle autorità siriane dopo aver liberato Homs.

Hala Jaber, un corrispondente del Sunday Times, è certo che estremisti religiosi e mercenari stranieri infiltrati in Siria dai paesi limitrofi, hanno contribuito all’esacerbazione delle violenze, per far porre fine alla missione degli osservatori internazionali. Hala Jaber ha sottolineato che gli appelli degli sceicchi sauditi ad attraversare la frontiera siriana, sono stati seguiti da decine di persone provenienti da Libano, Tunisia, Algeria, Arabia Saudita, Libia, Egitto, Giordania e Kuwait, fanatizzate dal desiderio di creare un califfato arabo in Siria e nella regione.

The British Times ha pubblicato un articolo, nel gennaio di quest’anno, che indicava che l’Arabia Saudita e il Qatar si erano legati con un accordo segreto per finanziare l’acquisizione di armi da parte dell’opposizione siriana per rovesciare il regime di Bashar Assad. Un accordo segreto tra i governi di Arabia Saudita e Qatar e l’opposizione siriana, era stato raggiunto dopo la riunione dei ministri degli esteri delle Nazioni della Lega araba a Cairo, nel mese di gennaio. Un rappresentante dell’opposizione siriana aveva detto al quotidiano britannico che l’Arabia Saudita ha offerto tutta l’assistenza. Aveva aggiunto che anche la Turchia ha preso parte attiva al sostegno dell’opposizione, fornendo armi attraverso il confine Siria-Turchia.

Mehmet Ali Ediboglu, un deputato della provincia di Hatay, ha detto al giornale National, organo degli Emirati Arabi Uniti, che c’erano grandi quantità di armi da fuoco turche in Siria. Ediboglu faceva parte della squadra del Partito popolare repubblicano turco che era giunta in Siria nel settembre 2011. I funzionari siriani hanno mostrato alla delegazione i camion carichi di armi scaricati nel deserto della zona cuscinetto tra i checkpoint di Siria e Turchia. Secondo un’intervista del deputato turco, le armi sono state consegnate dai Fratelli musulmani.

Il sito israeliano Debka, vicino all’intelligence israeliana Mossad, riportava nel lontano agosto 2011 che la NATO aveva consegnato sistemi di difesa aerea spallegiabili, armi anticarro, lanciagranate e mitragliatrici pesanti alle forze di opposizione, dal territorio della Turchia. “Ribelli siriani hanno ricevuto addestramento in Turchia“, aveva riferito Debka. NATO e Stati Uniti hanno organizzato una campagna per reclutare migliaia di volontari musulmani provenienti da diversi paesi, per aumentare la potenza dei “ribelli” siriani. L’esercito turco gli ha fornito addestramento e un sicuro passaggio attraverso il confine Siria-Turchia.

Secondo il Guardian, l’Arabia Saudita è pronta ad offrire assistenza finanziaria ai militanti dell’esercito libero siriano, incitando le defezioni di massa nei ranghi militari della Siria, e aumentando la pressione sul governo di Assad. Riyadh ha già discusso i piani di lunga durata con Washington e altri stati arabi. Come notano i media britannici, riferendosi a fonti anonime di tre capitali arabe, l’idea originaria non era dei sauditi, ma piuttosto dai loro alleati arabi disposti ad eliminare la sovranità siriana. L’incoraggiamento ai disertori siriani coincideva con le forniture di armi in Siria. The Guardian afferma che i colloqui con i funzionari dei paesi arabi chiarivano che le forniture di armi da Arabia Saudita e Qatar (compresi fucili automatici, lanciagranate e missili anticarro) erano iniziate a metà maggio. Gli interlocutori arabi del Guardian hanno detto che l’accordo finale per inviare le armi dai depositi in Turchia ai ribelli, era stato ottenuto con fatica, con Ankara che prima insisteva sulla copertura diplomatica dagli stati arabi e dagli Stati Uniti. Gli autori di questo articolo hanno detto che la Turchia ha anche permesso la creazione di un centro di comando a Istanbul, che sta coordinando le linee logistiche in consultazione con i leader dell’ELS in Siria. The Guardian ha assistito al trasferimento di armi ai primi di giugno, vicino alla frontiera turca.

Mentre l’autorevole New York Times ha riferito che la CIA ha già organizzato le forniture di armi e attrezzature all’opposizione. Secondo la fonte, esperti agenti della CIA stanno “lavorando” nella distribuzione illegale di fucili d’assalto, lanciarazzi anticarro e altre munizioni all’opposizione siriana. Armi e munizioni sono state portate in Siria, in particolare con l’aiuto della rete della Fratellanza musulmana siriana, dice Eric Schmitt, l’autore di questo articolo. Le spese per fucili, lanciagranate e sistemi anticarro vengono condivise da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Gli agenti della CIA forniscono assistenza in loco, per la consegna della merce verso la destinazione desiderata. Gli operatori delle agenzie potrebbero aiutare i ribelli ad organizzare una rudimentale rete di intelligenza e controspionaggio per combattere Bashar Assad. Andrea Stone di Huffington Post conferma questa informazione. Osserva che gli ufficiali della Central Intelligence Agency hanno lavorato nella Turchia meridionale da marzo, consigliando ad Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti quali elementi dell’esercito libero siriano (ELS) avrebbero dovuto armare. Inoltre, il Vicepresidente del partito laburista turco, Bulent Aslanoglu, ha confermato che circa 6000 persone di nazionalità araba, afgana e turca sono state reclutate dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, per compiere attentati terroristici in Siria.

L’alleanza di Stati Uniti e al-Qaida non confonde Reuel Marc Gerecht, ex agente della CIA e senior fellow presso laFoundation for Defense of Democracies. Sulle pagine del Wall Street Journal sostiene la necessità di “un’operazione muscolare della CIA lanciata da Turchia, Giordania e persino dal Kurdistan iracheno“. Pensa che il limitato impegno della CIA contro Assad, venuto a conoscenza del pubblico grazie ai media occidentali, non porterà a nulla in termini concreti per coloro che cercano di rovesciare il regime al potere in Siria. Gerecht pone particolare importanza sul fatto che “Assad, che dipende dalla minoranza sciita alawita (circa il 10%-15% della popolazione) per la sua forza militare, non ha la forza per una contro-insurrezione su fronti multipli“. Lo studioso dellaFoundation for Defense of Democracies pensa che “un approccio coordinato, guidato dalla CIA, nel tentativo di inviare armi anticarro, antiaerei e anti-persona attraverso i vuoti nella sicurezza delle frontiere del regime, non sarebbe difficile. La mancanza di uomini del regime e la geografia della Siria, con basse montagne, steppe aride e deserti proibitivi, probabilmente la rendono vulnerabile all’opposizione, se l’opposizione ha abbastanza potenza di fuoco“. L’ex agente della CIA è sicuro che questa azione siriana non sarebbe un un’impresa enorme: “Anche quando la CIA ha potenziato il suo aiuto alle forze afgane antisovietiche nel 1986-87, i numeri coinvolti (all’estero e a Washington) erano piccoli, circa due dozzine. Un’operazione aggressiva in Siria probabilmente richiederà più manovalanza della CIA di quella, ma probabilmente meno di 50 ufficiali statunitensi lavorano con i servizi alleati“.

Secondo Gerecht, è soprattutto il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che ha irreversibilmente rotto con Assad. La Giordania, il paese arabo che gode del rapporto più intimo con gli Stati Uniti, è anch’essa contraria a Damasco. Inoltre, il veterano della CIA assicura che il Kurdistan iracheno, sempre più gravido di funzionari statunitensi sul suo suolo, probabilmente darà alla CIA un considerevole margine di manovra, con Washington che ha promesso di sostenere i curdi in ogni controversia con Baghdad e Teheran.
 

É gradita la ripubblicazione viene con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

LINK: USA and Al Qaeda: Holy Alliance

Traduzione di:  Alessandro Lattanzio – SitoAurora - 

http://aurorasito.wordpress.com/2012/07/18/la-santa-alleanza-usa-al-qaida/

Quelle oligarchie invisibili fantasmi della democrazia

di: Carlo Galli

Quando la locuzione “poteri forti” fu coniata, nei primi anni della Seconda Repubblica, si riferiva a Confindustria, a parti della magistratura, ai servizi segreti, alla massoneria, e anche ai potentati economici internazionali. Insomma, a istituzioni pubbliche e private molto diverse tra loro, e unite solo dal non avere natura rappresentativa, cioè dall’essere esterne, o a volte ostili, all’esercizio trasparente del potere, alla sua fonte originaria di legittimità (il popolo), e ai suoi canali d’espressione politica (i partiti) e istituzionale (il parlamento e il governo). Davanti a questi poteri (recentemente evocati da Mario Monti perché il suo governo avrebbe perso il loro appoggio), la democrazia rappresentativa è debole proprio in quanto potere pubblico, sfidato da forze che sono di volta in volta elitarie, segrete, nascoste, private, illegali. In quest’ottica, è il popolo a esercitare un potere fittizio, universale, artificiale, a cui si contrappongono poteri reali, opachi, ristretti, “naturali” perché fondati sull’antichissima base del privilegio. Poteri, inoltre, che non accettano il rischio dell’esercizio diretto, fosse anche nella forma dell’oligarchia; e che assumono la veste del potere indiretto, di un potere, cioè, che si cela, oppure che nega di essere potere, per non sottostare a regole comuni e per non rispondere della propria azione.

All’origine della filosofia politica moderna il potere indiretto era quello esercitato sulle coscienze dalla Chiesa cattolica (non menzionata nell’elenco consueto dei poteri forti, benché lo sia, con ogni evidenza), a cui le élites laiche rispondevano con il potere dello Stato, con la costruzione della sovranità, col potere invincibile di tutti.
Una questione seria, dunque, quella dei poteri forti. Una questione che un tempo si declinava da destra in termini di plutocrazia (per di più, “giudaica”) opposta alla sana forza collettiva delle nazioni, mentre da sinistra si istituiva l’antitesi fra la prassi popolare e il complotto – le “forze oscure della reazione in agguato”, secondo il lessico dei primi anni del dopoguerra; ma le leggende (non infondate) sulla Commissione Trilaterale o sul gruppo Bilderberg sono giunte fino agli anni Ottanta, insieme al mito dell’onnipotenza della Cia, del Kgb, o delle multinazionali. Una questione che è anche declinabile come la continuità, nelle diverse forme storiche, dell’eterno potere delle élites, o della legge del più forte, che la democrazia cerca di spezzare, istituendo una discontinuità: che consiste o in una strategia monistica, facendo nascere un nuovo potere dal popolo, un potere forte appunto perché non di una parte ma anzi perché di tutti, o con una sensibilità pluralistica, spingendo le classi dirigenti a competere apertamente per il consenso dei cittadini. O, anche, costruendo e organizzando poteri più forti dei poteri forti; contropoteri di lotta e di governo (come si diceva un tempo).
Con poteri forti si intende quindi la rocciosa permanenza delle diverse forme del potere di sempre – parziali, egoiste, autointeressate – all’interno degli spazi istituzionali democratici; la loro occhiuta e lungimirante vigilanza perché nulla cambi veramente; la loro capacità di influenzare invisibilmente o indirettamente la politica visibile; di contrapporre la propria permanenza e la propria stabilità all’accidentalità, alla casualità e alla fugacità dei poteri costituiti. Si intende insomma l’impossibilità che la vita associata sia governata dalla ragione pubblica senza alcun elemento di segreto, o che sia indenne da corpose e incoercibili ragioni private – ad esempio, il “complesso militare-industriale” di cui parlava un presidente repubblicano come Eisenhower –. I poteri forti sono quindi un segno di una debolezza strutturale della politica democratica, di un limite oggettivo al suo potere, con cui è realistico accettare di dover fare i conti, senza sottomettervisi. Ma spesso sono anche un comodo alibi, un nome generico, buono a tutti gli usi, col quale una politica debole per sua colpa o imprevidenza soggettiva copre insuccessi e fallimenti di cui non si vuole assumere la responsabilità.
Assi portanti della storia materiale del nostro tempo, convitati di pietra al banchetto della democrazia, in ogni caso i poteri forti oggi hanno una dislocazione extra-statale e extra-nazionale; sono le grandi case farmaceutiche padrone del biopotere globale, le agenzie di rating, la finanza internazionale (i “mercati”), le istituzioni economiche mondiali ed europee, i media di dimensione transcontinentale, le mafie pluritentacolari, le istituzioni che curano la Ricerca e Sviluppo per la Difesa delle grandi potenze, le multinazionali dei generi alimentari e dell’energia.
A questi veri poteri forti si abbarbicano oggi i poteri forti di rango nazionale; che a volte – grande novità – esercitano direttamente il potere politico, in fasi d’emergenza o di estrema debolezza dei poteri istituzionali, come referenti e garanti di alcuni vitali interessi sia nazionali sia sovranazionali. E quando questi poteri locali trovano ostacoli alla propria azione, hanno la tentazione di presentarsi come abbandonate da quei poteri forti, che in realtà esse stesse incarnano e tutelano. La lotta contro i poteri forti – anche se in realtà sono soltanto categorie riottose, corporazioni egoiste – diviene così uno slogan e un alibi per gli stessi poteri forti. Che ciò dimostri ancora una volta la loro forza – la loro capacità di eludere la responsabilità politica – o piuttosto la loro debolezza e insufficienza, lo si capirà tra breve. Da subito si comprende invece che, benché forse impossibile da raggiungere pienamente, un decente obiettivo dell’azione politica dovrebbe essere che i poteri forti trovino un nuovo limite, e un orientamento, in un più forte potere di tutti.

LaRepubblica.it

Wikileaks: il corpo di Osama è negli Usa. Una mail top secret svela il mistero

WASHINGTON – Il corpo di Osama bin Laden non è stato sepolto in mare dopo che il leader terrorista internazionale è stato ucciso nel raid ad Abbottabad lo scorso maggio, ma traferito in segreto negli Stati Uniti. È quanto si legge in una delle mail della Stratfor, società privata di intelligence americana, ottenute dagli hacker di Anonymous e pubblicate da Wikileaks.

La mail riservata. «Pare che abbiamo preso con noi il corpo, grazie a Dio», scriveva il 2 maggio dello scorso anno George Friedman, Ceo della Stratfor.

Secondo questo messaggio il corpo di Osama, contrariamente a quanto è stato annunciato da Washington, sarebbe stato trasferito in un aereo della Cia in una struttura medica militare a Dover, in Delaware. Da lì poi spostato all’istituto militare di patologia di Bethesda, il polo della ricerca medica federale alle porte di Washington, sempre secondo un’altra mail, questa volta di Fred Burton, vice presidente della società. Nella stessa mail Burton esprime forti «dubbi sul fatto che Osama fosse stato gettato in mare» e la convinzione che l’Fbi e le altre agenzie di sicurezza non lo avrebbero mai permesso. Prima di lavorare per la Stratfor, Burton era un agente speciale dei servizi di sicurezza del dipartimento di stato.

IlMessaggero.it

Il Business delle Rivoluzioni da Laboratorio-Chi ha creato le Rivoluzioni Colorate? [Prima Parte]

 

Israele & Usa, il gran gioco delle parti

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Si costruisce ormai da mesi una generale assuefazione all’idea di un attacco  per tenere l’Iran fuori dal club delle nazioni  dotate di bomba nucleare.

Non importa che l’Iran ne abbia a più riprese negato l’intenzione e riaffermato che i progetti sono rivolti all’uso civile.
Mahmoud Ahmadinejiad  non è credibile perchè è fuori della cerchia dei fedeli della Casa Bianca e amico di un’autentica spina nel fianco degli Usa. Ogni sua affermazione è per antonomasia  ”delirante”  secondo gli  ossequienti compilatori di notizie.

Nella fase presente della partita anti-Iran, è finita la tattica del “si farà?” e si gioca secondo quella successiva: “lo farà autonomamente Israele?

No, non attaccherà autonomamente, è la risposta logica; non si può andare senza scudo contro la potenza militare di Teheran, ma la partita viene condotta in modo da trasformare questa ovvia precondizione in una futura malaugurata necessità, di cui l’Iran stessa sarà accusata.

Obama: secondo mandato?

Forse per via della tenacia dei libici e dei siriani che hanno rallentato l’agenda geopolitica, il derby Israele Iran  si gioca nell’anno delle elezioni americane, con un Barak Obama sotto il  fatidico 50%    di job appovation(l’approvazione complessiva del suo operato). Una percentuale troppo bassa per assicurargli la rielezione.

I tre presidenti non rieletti, Ford, Carter e Bush senior, erano sotto il 50; eccezione pilotata quella di George Bush, rieletto nonostante una job approvation del 48% grazie ai brogli e alla decisione di Al Gore di non contestare il risultato.

Obama: Job approval al 12.2.12

 Il tasso di approvazione di Obama, come si vede dal grafico,  ha recuperato dall’imbarazzante 42% di agosto  dell’anno scorso, ma in modo instabile; ora è al 46%, più in basso del 48% di cui disponeva a  febbraio 2011.

La prima impressione è che agli americani non sia importato molto della campagna “vittoriosa” in Libia. Obama, premio Nobel per la Pace, deve quindi stare attento a  non inciampare in un errore di politica estera, proprio mentre sta recuperando approvazione sulla politica economica.

Il gioco delle parti

2011: Avevo raccolto in questi articoli– Israele costretta a procedere con i piedi di piombo e – Never ending war: capitolo Iran  le rivelazioni su un piano di attacco ai siti nucleari  iraniani formalizzato già alla fine del 2010, confermato nelle intenzioni da indiscrezioni di fonte CIA. In questo gioco delle parti, ora è stato calato l’asso sul tavolo del mainstream.

2012:  Il 2 Febbraio il  Washington Post  riportava le dichiarazioni di Leon Panetta, ex capo della CIA e Segretario della Difesa, sulla probabilità che Israele proceda ad attaccare l’Iran in Aprile, Maggio o Giugno, prima dell’inizio, secondo le fonti israeliane, della costruzione della bomba. La reazione Usa?

Leon Panetta e i suoi bravi ragazzi

“Si dice – scrive il columnist –  che Obama e Panetta abbiano già preavvisato Israele dell’opposizione  USA a un suo attacco, nella convinzione che ciò vanificherebbe il crescente successo del programma di  sanzioni economiche  e altri sforzi non-militari per fermare l’Iran. Ma La Casa Bianca non ha ancora deciso con precisione come reagire in caso di un attacco Israeliano”

Le intenzioni di Netanyahu non sono ancora definitive, ma Israele sottolinea una possibile similitudine con la Siria che non rispose all’attacco israeliano a un suo reattore nel 2007, anche l’Iran potrebbe frenarsi per non entrare in una guerra totale.  Si fa anche un parallelo con l’attacco all’Uganda del 1976, per liberare gli ostaggi di Entebbe, dal quale nacque un cambio di regime del paese (!!).
L’intenzione sarebbe un’azione militare limitata al sito dell’arricchimento dell’uranio di Natanz e altri; gli iraniani risponderebbero con una rappresaglia, forse attraverso razzi di Hezbollaz dal Libano, e si stima che lo stato di Israele ptrebbe subire 500 vittime. (!!) I leader israeliani accetterebbero,  perfino si augurerebbero,  di procedere da soli per dimostrare la capacità di fare da sé in un periodo nel quale la sicurezza del paese è scossa dalla “primavera araba”-

Fin qui, dunque, il copione prevede Israele vogliosa di indipendenza operativa, con dei costi umani già messi nel conto e gli Usa riottosi alla prospettiva.

Ma il 12 febbraio il Telegraph , come se nulla fosse,  titola “Il Mossad sonda le reazioni in caso di un attacco all’Iran”

Tamir Pardo

Il capo dell’ufficio intelligence per l’estero Tamir Pardo è stato segretamente a Washington in questo mese per sondare le probabili reazioni degli Usa a un attacco unilaterale di Israele contro gli impianti nucleari iraniani. Il contenuto delle discussioni con la controparte americana sono state rivelate da un articolo di News Week intitolato “Il gioco pericoloso di Obama con l’Iran”.

Fonti ufficiali  dicono che la linea di richieste di Pardo a David Petreus, capo della CIA è“ Quale è il nostro (USA) atteggiamento sull’Iran? Siamo pronti a bombardare? Lo faremo [in seguito]? Che cosa significa per noi che  Israele lo faccia in ogni caso?”

Petreus, parlando il mese scorso  a un selezionato gruppo di senatori in udienza non secretata, ha confermato di  aver incontrato Tamir Pardo per discutere la crescente preoccupazione di Israele sulle aspirazioni nucleari iraniane.

Quando gli è stato chiesto se Israele intende colpire, James Clapper, direttore della US National Defense ha risposto che su questo preferiva rispondere alla questione a porte chiuse.

Fonti Usa citate da Newsweek aggiungono che Israele ha rifiutato di rendere nota   una significativa mole di dati sui preparativi militari; Israele ha rifiutato di commentare questa notizia.

Secondo Yehuda Ben Meir, ex vice ministro degli esteri, un completo appoggio degli USA non è un prerequisito perché Israele attacchi. “E’ questione di sfumature” ha detto.

Fin dai colloqui di gennaio (si comprende dalla dichiarazione di Petreus), Israele e Usa  hanno  concertato un programma che prevede un attacco apparentemente autonomo da parte di Israele, il che alleggerisce la posizione di Obama davanti agli elettori. Un attacco che si spera fulmineo e risolutivo, ma se la risposta dell’Iran sarà robusta,  Obama “dovrà” intervenire. Si tratterà, infatti, di proteggere un paese amico e ciò è perfettamente consonante con l’immaginario filmico americano e potrebbe corroborare le possibilità di rielezione.

Manca solo la data scritta nel mainstream.

Diceva ben chiaramente  il WashingtonPost

“Funzionari dell’amministrazione mettono in guardia Teheran di non fraintendere: gli Stati Uniti hanno un impegno da 60 anni  per la sicurezza israeliana, e se fossero  colpiti i centri abitati di Israele, gli Stati Uniti potrebbero sentirsi obbligati a correre in difesa di Israele.

Fase tre: trovare un motivo per agire

Gli attentati terroristici sono un motivo che l’opinione pubblica considera valido, dopo i fatti dell’11.9.

Un attentato in India, uno sventato in Georgia e un altro sul quale non c’è chiarezza a Bangkok, ma Ehud Barak ha accusato direttamente Teheran perché lo scoppio è avvenuto  a poche miglia dall’Ambasciata israeliana. il Jerusalem Post lo riporta con grande evidenza e  il Governo è chiarissimo “sappiamo chi sono i mandanti e pareggeremo i conti.”

E’ iniziato il count down.

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promemoria su

Il club delle potenze nucleari

Il 13 febbraio era un anniversario: la Francia nel 1960 entrava nel club delle potenze nucleari facendo esplodere  Gerboise bleu , più o meno “topolino blu”.

Un test avvenuto non in Francia, no, ma a Reggane nel Sahara Algerino. Naturalmente vi sono state conseguenze sulla popolazione, ma la Francia persiste nel sostenere che le sue erano radiazioni … innocue.

ps. in seguito la Francia ha testato nel Sahara algerino le armi chimiche.

Preparativi per attaccare l’ Iran con armi nucleari. “Nessuna opzione è fuori dal tavolo”

di: Michel Chossudovsky

Quando una guerra nucleare sponsorizzata dagli USA diventa uno” strumento di pace “, condonata e accettata dalle istituzioni mondiali e dalle più alta autorità, comprese le Nazioni Unite, non si può tornare indietro: la società umana è stata precipitata a capofitto sul sentiero dell’ auto – distruzione. “( Towards a World War III Scenario , Global Research, maggio 2011)

Il mondo è a un bivio pericoloso. L’America è su un sentiero di guerra. 

La terza guerra mondiale non è più un concetto astratto.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati si stanno preparando a lanciare una guerra nucleare contro l’Iran con conseguenze devastanti. 

Questa avventura militare minaccia, nel vero senso della parola, il futuro dell’umanità.

Il progetto militare globale del Pentagono è la conquista del mondo.

Il dispiegamento militare delle forze USA-NATO sta avvenendo contemporaneamente in diverse regioni del mondo.

I pretesti e le “giustificazioni” per la guerra abbondano. L’Iran è oggi annunciato come una minaccia per Israele e il Mondo.

La guerra contro l’Iran è sul tavolo del Pentagono da più di otto anni. In sviluppi recenti , sono state lanciate rinnovate minacce e accuse contro Teheran.

Una “guerra di stealth” è già iniziata. Gli agenti del Mossad sono sul terreno. Formazioni paramilitari segrete sono in fase di lancio in Iran mentre i droni della Cia sono già stati schierati.

Nel frattempo, Washington, Londra, Bruxelles e Tel Aviv hanno lanciato specifiche  iniziative destabilizzanti per soffocare l’Iran diplomaticamente, finanziariamente ed economicamente .

Il Congresso degli Stati Uniti ha formulato un regime di sanzioni economiche ancora più pesante:

 ”E’ emerso, a Washington, un consenso bipartisan favorevole a strangolare l’economia iraniana”. Ovvero consistente nell’attuazione di “un emendamento al disegno di legge di autorizzazione alla difesa 2012, progettato per “portare al collasso l’economia iraniana “… rendendo praticamente impossibile a Teheran di vendere il suo petrolio“. (Tom Burghardt,  Target Iran: Washington’s Countdown to War , Global Research, dicembre 2011). :

Questa nuova ondata di clamore diplomatico insieme alla minaccia di sanzioni economiche ha anche contribuito ad innescare un alone di incertezza nel mercato del greggio, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.

Nel frattempo, i media hanno rinnovato la loro propaganda relativa al presunta programma nucleare iraniano, che punta ad “attività legate alla possibile militarizzazione.”

In recenti sviluppi, a fatica ammessi dai media americani, il presidente Barack Obama ha incontrato privatamente (il 16 dicembre), a porte chiuse,  il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. L’incontro si è tenuto alla periferia di Washington DC presso l’Hotel Gaylord, a National Harbor, Maryland, sotto gli auspici della Union for Reform Judaism .

L’importanza di questo tempistivo incontro privato sotto gli auspici della URJ non può essere sottovalutata. I resoconti suggeriscono che il faccia a faccia O.Barack / E. Barak sia stato incentrato in gran parte sulla questione di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

Scrivendo su Haaretz, l’analista politico israeliano Amir Oren ha descritto questo incontro come una potenziale “luce verde” per Israele nel lanciare una guerra totale contro l’Iran:

E ‘possibile che l’incontro di venerdì scorso, durato mezz’ora, presso l’Hotel Gaylord a National Harbor, nel Maryland, tra il presidente americano Barack Obama e il ministro della Difesa Ehud Barak verrà ricordato nella storia di Israele come il momento in cui Barack O. ha dato il via libera ad E. Barak – nel bene e nel male – per attaccare l’Iran ..? Questo può essere visto come una sorta di flashback del colloquio tra il ministro della Difesa Ariel Sharon e il Segretario di Stato Alexander Haig a Washington nel maggio del 1982, che ha dato origine alla (erronea) impressione di Israele che ci fosse un’intesa con gli Stati Uniti per andare in guerra contro il Libano (No sign U.S. has given Israel green light to strike Iran – Haaretz Daily Newspaper | Israel News)

Dopo questo incontro privato, Obama ha tenuto un discorso alla Plenaria Biennale della  Union for Reform Judaism, per rassicurare il suo pubblico che “la cooperazione tra i nostri militari [e i servizi segreti] non è mai stata più forte.”

Obama ha evidenziato che l’Iran è una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo … Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: Siamo determinati a impedire all’Iran di acquisire armi nucleari …. Ed è per questo … abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato …. Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo “. (Trascrizione - President Obama Union for Reform Judaism Speech Video Dec. 16. 2011: Address at URJ Biennial, 71st General Assembly  - enfasi aggiunta).

Verso un attacco ”coordinato” Stati Uniti-Israele contro l’Iran

Nelle ultime settimane, i tabloid statunitensi sono stati letteralmente tappezzati con le  dichiarazioni di Hillary Clinton e del segretario della Difesa Leon Panetta che “nessuna opzione è fuori dal tavolo“. Panetta ha lasciato intendere, tuttavia, “che Israele non dovrebbe prendere in considerazione un’azione unilaterale contro l’Iran“, sottolineando “che qualsiasi operazione militare contro l’Iran da parte di Israele deve essere coordinata con gli Stati Uniti e avere il suo sostegno“. (Dichiarazione del 2 dicembre di Panetta presso il Centro Saban citata in U.S. Defense Secretary: Iran could get nuclear bomb within a year – Haaretz , 11 dicembre 2011, enfasi aggiunta)

La minaccia della guerra nucleare contro l’Iran

La dichiarazione che “nessuna opzione è fuori dal tavolo” intima che gli Stati Uniti non solo prevedono un attacco all’Iran, ma che questo attacco potrebbe includere l’uso di armi nucleari tattiche Bunker Buster con una capacità esplosiva tra un terzo e sei volte la bomba di Hiroshima. Con crudele ironia, queste bombe nucleari “umanitare” e “peace-making” “Made in America” ​​- che secondo il “parere scientifico” sotto contratto del Pentagono sono “innocue per la popolazione civile circostante” – sono previste per essere usate contro l’ Iran, come rappresaglia al suo inesistente programma di armi nucleari.

Mentre l’Iran non ha armi nucleari, quello che viene raramente riconosciuto, è che i cinque (ufficialmente) “Stati non-nucleari”, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia, hanno  armi nucleari tattiche degli Stati Uniti sul loro territorio, sotto il comando nazionale nelle loro rispettive basi militari. Questo arsenale nucleare è previsto che possa essere utilizzato contro l’Iran.

L’ accumulo e il dispiegamento delle bombe tattiche B61 in questi cinque “stati non nucleari” è stato concepito per obiettivi in Medio Oriente. Inoltre, in conformità con i “piani d’attacco della NATO”, queste bombe termonucleari B61 bunker buster (conservate dagli “stati non nucleari”) potrebbero essere lanciate contro obiettivi in Russia o in paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Iran (citato in  National Resources Defense Council, Nuclear Weapons in Europe , febbraio 2005, enfasi aggiunta)

Mentre questi “stati nucleari non dichiarati ‘accusano Teheran di sviluppare armi nucleari, senza alcuna prova documentale, essi stessi hanno testate nucleari, destinate a colpire l’ Iran, la Siria e la Russia. (Vedi Michel Chossudovsky,  Europe’s Five “Undeclared Nuclear Weapons States” , Global Research, 12 febbraio 2010)

Le armi nucleari di Israele  sono puntate contro l’Iran. Il  congiunto “Coordinamento”  USA-Israele per il dispiegamento delle armi nucleari

E’ Israele, piuttosto che l’Iran, una minaccia alla sicurezza globale.

Israele possiede 100-200 testate nucleari strategiche , che sono completamente schierate contro l’Iran.

Già nel 2003, Washington e Tel Aviv avevano confermato che stavano collaborando allo “ sviluppo dei missili cruise Harpoon , in dotazione degli Stati Uniti, armati con testate nucleari sui sottomarini classe Dolphin della flotta di Israele.”(The Observer, 12 October 2003) .

Secondo il generale russo Leonid Ivashov:

I circoli politici e militari israeliani stavano rilasciando dichiarazioni sulla possibilità di attacchi missilistici e nucleari contro l’Iran fin dall’ottobre 2006, quando l’idea è stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Attualmente [2007] è propagandato sotto forma di una “necessità” di attacchi nucleari. Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Presumibilmente, non c’è altro modo per “fermare” l’Iran. (General Leonid Ivashov, Iran Must Get Ready to Repel a Nuclear Attack, Global Research, January 2007 enfasi aggiunta)

Vale la pena notare che all’inizio del secondo mandato di Bush, il vice presidente Dick Cheney aveva accennato, senza mezzi termini, al fatto che l’Iran era “proprio in cima alla lista” degli stati canaglia nemici dell’America, e che Israele avrebbe, così parlando, “bombardato al posto nostro”, senza il coinvolgimento militare degli Stati Uniti e senza che noi facessimo alcun tipo pressione su di loro “per farlo”.

In questo contesto, l’ analista politico e storico Michael Carmichael ha sottolineato l’integrazione e il coordinamento delle decisioni militari tra gli Stati Uniti e Israele riguardanti il ​​dispiegamento di armi nucleari:

Piuttosto che  un attacco nucleare americano diretto contro difficili obiettivi  iraniani,  Israele ha ricevuto il compito di lanciare un gruppo coordinato di attacchi nucleari contro obiettivi rappresentati dagli impianti nucleari nelle città iraniane di Natanz, Isfahan e Arak (Michael Carmichael, Global Research, January 2007)

“Nessuna opzione fuori dal tavolo”. Cosa significa nel contesto della pianificazione militare? L’ integrazione di sistemi convenzionali e armi nucleari

Le regole e le linee guida dei militari americani che disciplinano l’uso di armi nucleari sono state “liberalizzate” (ovvero “liberalizzate” in relazione a quelle in vigore durante la Guerra Fredda). La decisione di usare armi nucleari tattiche contro l’Iran non dipende più dal comandante in capo, vale a dire il presidente Barack Obama. Si tratta di una decisione strettamente militare. La nuova dottrina afferma che il Comando, il Controllo e il Coordinamento (CCC) per quanto riguarda l’uso di armi nucleari dovrebbe essere “flessibile”, in modo da permettere ai comandi di combattimento geografici di decidere se e quando utilizzare queste armi nucleari:

Conosciuta ufficialmente a Washington come “Joint Publication 3-12″, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations (DJNO) (marzo 2005)), chiede di “integrare gli attacchi nucleari e convenzionali” sotto un  unificato e “integrato” Comando e Controllo (C2).

Questo descrive  in gran parte la pianificazione della guerra come un processo di gestione decisionale, in cui gli obiettivi militari e strategici saranno raggiunti, attraverso un mix di strumenti, con poca preoccupazione per la perdita di vite umane.

Ciò significa che se sarà lanciato un attacco all’Iran, le armi nucleari tattiche saranno parte integrante dell’arsenale utilizzato.

Da un punto di vista decisionale militare, “nessuna opzione fuori dal tavolo” significa che i militari applicheranno “l’uso più efficiente della forza”. In questo contesto, le armi nucleari e convenzionali fanno parte di ciò che il Pentagono chiama “la cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandanti militari possono scegliere gli strumenti di cui hanno bisogno in conformità con le “circostanze in evoluzione” nel “teatro di guerra”. (Vedi Michel Chossudovsky, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust?Global Research, 22 febbraio 2006)

Una volta che viene presa la decisione di lanciare un’operazione militare  (ad esempio attacchi aerei contro l’Iran), i comandanti nel teatro di guerra possono muoversi con una certa discrezionalità.  Questo significa, in pratica, che una volta che la decisione presidenziale è presa, USSTRATCOM, in collegamento con i comandanti sul campo, può decidere gli obiettivi e il tipo di armi da utilizzare. Le armi nucleari tattiche stoccate sono ormai considerate come parte integrante dell’arsenale. In altre parole, le armi nucleari sono diventate “parte della cassetta degli attrezzi”, usata in teatri di guerra convenzionali.( Michel Chossudovsky, Targeting Iran, Is the US Administration Planning a Nuclear Holocaust , Global Research, febbraio 2006, enfasi aggiunta)

L’integrazione della guerra convenzionale e nucleare 

Di notevole importanza riguardo il pianificato attacco contro l’Iran, alcuni documenti statunitensi militari puntano verso l’integrazione delle armi convenzionali e nucleari e l’uso di armi atomiche in una opzione preventiva in un teatro di guerra convenzionale.

Questa proposta di “integrazione” dei sistemi di armi tradizionali e nucleari venne formulata per la prima volta nel 2003 sotto il CONPLAN 8022. Quest’ultimo viene descritto come “un concept plan  per il rapido utilizzo del potenziale bellico nucleare, convenzionale, o di informazioni di guerra per distruggere – preventivamente, se necessario -” obiettivi urgenti “in tutto il mondo [tra cui l'Iran]. “ (Vedi Michel Chossudovsky,  US, NATO and Israel Deploy Nukes directed against Iran, Global Research, 27 settembre 2007). (Coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti, CONPLAN è diventata operativo all’inizio del 2004. - Robert S. Norris and Hans M. Kristensen, Bulletin of Atomic Scientists ).

Il CONPLAN apre un vero e proprio vaso di Pandora militare. Si offusca la linea di demarcazione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Si apre la porta per l’uso preventivo, “ovunque nel mondo”, delle armi nucleari.

L’assenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica

La “comunità internazionale” ha approvato un attacco all’Iran in nome della pace nel mondo.

“Rendere il mondo più sicuro” è la giustificazione per lanciare un’operazione militare che potrebbe potenzialmente causare un olocausto nucleare.

Mentre si può concettualizzare la perdita di vite umane e la distruzione derivante dalle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan, è impossibile comprendere appieno la devastazione che potrebbe derivare da una terza guerra mondiale, con l’utilizzo di “nuove tecnologie” e di armi avanzate, comprese le armi nucleari, fino a quando ciò non si verifica e diventa una realtà.

I media mainstream sono coinvolti nel blocco deliberato delle notizie e del dibattito su questi preparativi di guerra. La guerra contro l’Iran ed i pericoli di una escalation non sono considerate da “prima pagina”. I media mainstream hanno escluso l approfondimento e il dibattito sulle implicazioni di questi piani di guerra.

L’Iran non costituisce una minaccia nucleare.

La minaccia alla sicurezza globale proviene dall’alleanza militare USA-NATO-Israele che contempla – nel quadro del CONPLAN – l’uso di armi termonucleari contro uno stato non nucleare.

Con le parole del generale Ivashov, “Al pubblico viene insegnato a credere che non c’è niente di mostruoso riguardo tale possibilità“. Le armi nucleari sono “parte della cassetta degli attrezzi”.

Un attacco all’Iran avrebbe conseguenze devastanti, scatenerebbe una guerra regionale totale  dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, che potrebbe condurre l’umanità in uno scenario di Terza Guerra Mondiale.

L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia nucleare.

La NATO costituisce una minaccia nucleare

I cinque “stati non-nucleari” europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia) con armi tattiche nucleari dispiegate sotto il comando nazionale, da utilizzare contro l’Iran, costituiscono una minaccia nucleare.

Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran.

La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare.

Tale azione si tradurrebbe nell ‘impensabile”: un olocausto nucleare su gran parte del Medio Oriente.

Va notato che un incubo nucleare si sarebbe verificato anche senza l’uso di armi nucleari. Il bombardamento degli impianti nucleari iraniani con armi convenzionali può contribuire a scatenare un disastro tipo Chernobyl-Fukushima  con un’estesa ricaduta radioattiva.

Discorso di Barack Obama all’Union of Reform Judaism – 16 Dicembre, 2011

Trascrizione (Alcuni Estratti)

“Voglio dare il benvenuto al Vice Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Ehud Barak. (Applausi) La cooperazione tra i nostri militari non è mai stata più forte e voglio ringraziare Ehud per la sua leadership e il suo impegno permanente per la sicurezza di Israele e per la ricerca di una giusta e duratura pace (Applausi)

Un’altra grave preoccupazione – e che rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele, degli Stati Uniti e per il mondo – è il programma nucleare iraniano. Ed è per questo che la nostra politica è stata assolutamente chiara: siamo determinati ad impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. (Applausi) Ed è per questo che abbiamo lavorato meticolosamente dal momento in cui ho assunto l’incarico con gli alleati e i partner, e abbiamo imposto le più ampie, le più dure  sanzioni che il regime iraniano abbia mai affrontato.Non abbiamo solo parlato, lo abbiamo fatto. E abbiamo intenzione di mantenere la pressione. (Applausi) Ed è per questo che, posso assicurarvi, non lasceremo alcuna opzione fuori dal tavolo. Siamo stati chiari .

Continueremo a restare al fianco dei nostri amici e alleati israeliani, proprio come abbiamo fatto quando essi avevano più bisogno di noi. Nel mese di settembre, quando una folla minacciava l’ambasciata israeliana al Cairo, abbiamo lavorato per garantire che gli uomini e le donne che lavoravano li potessero essere al sicuro. (Applausi) L’anno scorso, quando gli incendi  minacciavano Haifa, abbiamo inviato aerei antincendio per domare il fuoco.

(Applauso)

Sotto la mia Presidenza, gli Stati Uniti d’America hanno fatto da guida, da Durban alle Nazioni Unite, contro i tentativi di utilizzare i forum internazionali per delegittimare Israele. E continueremo a farlo. (Applausi) Questo è quello che amici e gli alleati devono fare l’un per l’altro. Quindi non lasciate che nessun altro racconti una storia diversa. Ci siamo stati, e continueremo ad esserci. Questi sono i fatti. “(Applausi)

LINK: Preparing to Attack Iran with Nuclear Weapons: “No Option can be taken off the Table”. 

DI: Coriintempesta

Storia non censurata: perché fu assassinato Josef Stalin

Poco dopo che il dittatore sovietico minacciò di sconvolgere i mercati finanziari mondiali minando il sistema monetario basato sul dollaro concordato alla Conferenza di Bretton Woods, fu ucciso per mano dei suoi collaboratori militari e di partito

di: Daniel W. Michaels*

Nell’articolo intitolato “Perché Josef Stalin fu assassinato”, l’ex funzionario dell’ufficio dei servizi segreti ed attualmente storico militare Arsen Martirosyan fornisce interessanti ragioni militari, geopolitiche e finanziarie perché – secondo la sua opinione – agenti occidentali dei servizi segreti cospirarono con i traditori Krusciov e Zhukov per uccidere Josef Stalin (1).

Martkirosyan cita di preferenza l‘esperto di cospirazioni Yuri Mukhin al fine di dimostrare che la guerra di Stalin con i dissidenti del partito comunista ed il piano del dittatore di privarli dei loro poteri fatalmente gli si ritorse contro. Entrambi gli autori accanitamente stalinisti assolvono Lavrenti Beria dall’accusa di aver partecipato in alcun modo alla morte d Stalin. In effetti, a causa della sua conoscenza delle imprese di Stalin, i cospiratori dovettero liquidare anche Beria. Zhukov presiedette il tribunale che condannò a morte Beria.

I nemici di Stalin nel partito

Nel suo libro “L’assassinio di Stalin e di Beria”, l’autore Mukhin rende ben chiaro che molto tempo prima della sua morte, Stalin aveva tentato di rimuovere dal potere alcuni dei membri anziani dell’èlite del partito (2).

Il primo tentativo di Stalin di mettere fine alle repressioni provocate dai leaders del partito ebbe luogo nel 1937. Dopo avere assunto il potere assoluto nell’unione sovietica Stalin naturalmente voleva che i dirigenti del partito fossero fedeli soltanto a lui e non al suo predecessore. Come il presidente Eisenhower aveva messo in guardia sul pericolo che un complesso militar-industriale assumesse eccessivo potere negli Stati Uniti, Stalin temeva che un partito industriale-militare minacciasse di usurpare tutto il potere nell’Unione sovietica e quindi prese le misure per scongiurare questa evenienza.

Per raggiungere questo scopo, Stalin tentò di avvicendare l’élite includendo uomini giovani, in gran parte russi, nelle posizioni più eminenti (3). Dopo la Seconda guerra mondiale, Stalin fece un’altra mossa più drastica per ridurre il loro potere tentando di separare il partito dal governo. Consci che i residui giorni di potere stavano per finire, alti membri del partito cospirarono, probabilmente con i servizi segreti occidentali, per uccidere Stalin.

Secondo gli autori Martirosyan e Mukhin, gli interessi dei dirigenti dissidenti e capi militari nell’Unione sovietica coincidevano con quelli del complesso antisovietico statunitense militare-industriale nel desiderare la estromissione di Stalin dal potere – ciascun gruppo per proprio conto. Il Nuovo Testamento dice che il desiderio del denaro è la radice di ogni sorta di malvagità (Timoteo 6:10) (4).

In questo contesto, la guerra di Stalin contro dirigenti fossilizzati inadatti a governare si manifesta nelle misure estreme contro la gerarchia del partito. Quando si resero conto che Stalin minacciava di rimuoverli dal potere, decisero di ucciderlo. Immediatamente dopo la guerra, Stalin lanciò un’indagine per determinare la ragione delle tragiche perdite nel 22 giugno 1941 e nei mesi seguenti, nonostante il fatto che il Vozhd e i suoi capi militari sapevano che un attacco era imminente. L’indagine preoccupò così tanto il generale Zhukov, sostiene Martyrosian, che si unì con Krusciov (che dal suo canto temeva le intenzioni di Stalin), nel rovesciare il governo il 26 giugno 1953. Nel 1989 il rinnovato “Giornale di Storia Militare” pubblicò alcuni dei risultati dell’indagine di Stalin che dimostravano che l’apparato militare il 18-19 giugno 1941 non aveva cognizione di un attacco imminente.

Così schiaccianti erano i risultati dell’indagine di Stalin sulla competenza dei funzionari militari e dei servizi segreti in generale che il Giornale non pubblicò ulteriori scoperte. Soltanto Beria, il più stretto collaboratore di Stalin, aveva completa conoscenza delle indagini. Comprensibilmente, i capi militari responsabili del disastro avrebbero preferito ridurre al silenzio anche lui.

Beria sospettava di Krusciov e di Semyon Ignatief, l’ex capo del MGB (Ministero della sicurezza di Stato), di essere stati i caporioni del complotto per uccidere Stalin. Ignatjef capeggiò l’MGB dal 1951 al 1953, durante il periodo cruciale prima della morte di Stalin. Ignatjef aveva rimpiazzato Viktor Abakumov, un giovane russo nominato da Stalin ed un protetto di Beria, che fu arrestato nell’agosto del 1951. Poco dopo la morte di Stalin il 5 marzo 1953, Beria, che aveva rapidamente assunto il controllo dei servizi segreti, liberò Abakumov. Ma quando il 25 giugno 1953 Beria chiese l’approvazione del Comitato Centrale e del Politbureau di arrestare Ignatjev, il consenso gli venne rifiutato ed egli venne arrestato.

Sei mesi più tardi, il 23 dicembre, Beria fu condannato a morte. La fazione Krusciov-Zhukov aveva ora conquistato il potere. Così, entrambi Beria ed Abakunov furono giustiziati nel 1953. Ignatievf, comunque, forse come premio per avere partecipato al colpo di Stato, visse pacificamente fino alla morte nel 1983. Fu l’unico capo della polizia segreta, fino a quel momento, a morire secondo natura. E se Stalin, come sostenevano Krusciov e Ignatiev, fosse deceduto di morte naturale, sarebbe stato il primo massimo funzionario sovietico a morire di morte naturale. (Naturalmente, sottraendogli l’aiuto di farmaci dopo l’infarto che avrebbero evitato l’emorragia fino alla morte, ciò sarebbe stato scambiato come morte naturale).

I nemici di Stalin in Occidente

L’autore Martirosyan fa una lista di regioni economiche e finanziarie perché le potenze occidentali desiderassero Stalin defunto.

Per esempio, quando terminò la Seconda guerra mondiale e l’Occidente calcolò i vantaggi geopolitici che Stalin ed il comunismo avevano ottenuto nei primi sette anni della guerra fredda, e cioè spostare in avanti i confini dell’impero sovietico profondamente nell’Europa centrale nell’Asia, la presa della Cecoslovacchia, il passaggio della Cina al comunismo, il sostegno al Nord Corea durante la guerra contro gli Stati Uniti, e forse la cosa più importante, lo sviluppo della fissione nucleare (sotto la supervisione di Beria), l’Occidente finalmente si rese conto di aver aiutato a creare una minaccia molto più grande alla sua sicurezza di quanto fosse stata la Germania nella sua immaginazione e propaganda. Stalin era adesso un mortale nemico. In effetti, lo slancio che aveva impresso nel dopoguerra e fino alla morte, fu portato avanti fino al 1950 quando i sovietici irruppero nella corsa allo spazio. Inoltre, gli Stati Uniti non erano ancora riusciti a superare la Grande Depressione, e la domanda se si potesse ancora stabilire un’economia di pace attendeva ancora una risposta.

L’Occidente, ed in particolare gli Stati Uniti, sostengono gli autori, avevano un’altra ragione, ancora più vitale, per desiderare di vedere un cambiamento nella guida suprema a Mosca. Il 1° marzo 1950, asserisce Martirosyan, il governo dell’Urss pubblicò il seguente decreto sulla stampa sovietica:

“La continua rivalutazione delle valute internazionali dei Paesi dell’Occidente ha già portato alla svalutazione delle valute europee. Rappresentanti responsabili del governo degli Stati Uniti hanno ripetutamente detto che l’incessante aumento dei prezzi di articoli di consumo di massa e la continua inflazione che ne consegue, ha già prodotto un sostanziale declino del potere di acquisto del dollaro. In conseguenza diretta di questa situazione, il potere di acquisto del rublo è divenuto maggiore del suo valore di cambio ufficiale. Il governo dell’Urss riconosce pertanto la necessità di aumentare il cambio ufficiale del rublo e di sostituire la pratica di fissare il tasso di cambio sul dollaro, stabilito nel giugno 1937 ad un gold standard più stabile, basato sul contenuto in oro del rublo.

Il Consiglio dei Ministri dell’Urss pertanto decreta:

1. A far data dal 1 marzo 1950 stabilisce la fine dal rapporto di cambio del rublo in relazione alle valute straniere basate sul dollaro sostituendolo con un gold standard basato sul contenuto in oro del rublo.

2. Fissa il contenuto in oro del rublo a 0,222168 di grammo di oro fino.

3. Determina dal 1° marzo 1950 il prezzo di acquisto Gosbank dell’oro a 4 rubi e 45 kopeki per un grammo di oro fino.

4. Dal 1° marzo 1950 stabilisce il tasso relativo alle valute straniere sulla base del contenuto in oro del rublo come dal paragrafo 2 a 4 rubli ed 84 kopeki. Evidentemente giubilante per lo sconfinamento di campo del suo idolo Josef Stalin – l’America “sancta sanctorum” – la base sulla quale vive la sua esistenza parassitica – l’onnipotente dollaro! Non solo Stalin rifiutò di usare il dollaro nel commercio crescente dell’Unione sovietica, ma diede inoltre un alt! alla valutazione delle merci in dollari. Si può immaginare quanto Stalin fu odiato negli Stati Uniti e in Inghilterra. In realtà ciò che fece fu minare il sistema di valutazione in oro che era stato stabilito dopo la guerra basato su 34,5 dollari per un’oncia di oro. Con questo sistema gli americani inondarono con un torrente di carta verde l’economia mondiale.

In un articolo a parte Martirosyan, a proposito dell’importanza dell’oro, racconta la storia di come e perché Charles De Gaulle, Presidente della Francia, cadde in disgrazia con inglesi e americani nei turbolenti anni ’60. Poco dopo essere stato eletto presidente, De Gaulle, nel suo desiderio di mantenere l’indipendenza della Francia, cambiò bruscamente tutte le riserve di dollari in oro. Ciò che accadde fu che il ministro francese delle finanze aveva spiegato al Presidente in modo semplice il vero valore del dollaro come mezzo di scambio. Il ministro disse al Presidente: “Immagini, se può, Presidente, un’asta in cui un dipinto di Raffaello venga offerto a Fritz, un tedesco, Abdullah, un arabo, a Ivan, un russo, a John, un americano. Ciascuno di essi avanza la sua proposta ed offre di pagare il quadro con il bene più pregiato del suo paese: un arabo con il petrolio, un tedesco con la tecnologia, Ivan con l’oro, ma l’americano, sorridente, offre il doppio degli altri e vince l’asta. Prende un pacchetto di banconote da cento dollari dal portafoglio, paga e se ne va con il quadro”.

Quando De Gaulle chiese dov’era il trucco, il ministro spiegò: “Secondo tutte le apparenze, l’americano vinse la gara per il quadro per 10.000 dollari, ma in realtà lo pagò tre dollari, perché il valore reale di ciascuna banconota da 100 dollari era solo di tre dollari l’una. Quindi, poiché il dollaro è stato dichiarato il mezzo di pagamento universale, tutti i tesori del mondo – petrolio, oro, tecnologia – possono essere scambiati con la carta verde”.

Perfino prima che la guerra mondiale finisse, nel luglio 1944, le Nazioni unite, sostenute principalmente dagli americani, convocarono la conferenza di Bretton Woods allo scopo di stabilire un nuovo ordine di pagamenti nel mondo del dopoguerra designando il dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale. Precedentemente era stata la sterlina inglese a sostenere questo ruolo. Malgrado Stalin rifiutasse di inviare un rappresentante ufficiale alla conferenza, fu tenuto perfettamente al corrente circa piani e procedure, perché il gentiluomo che rappresentava gli Stati Uniti, il “Senior U.S. Treasury official”, Harry Dexter White, era un agente sovietico. Fu reso perfettamente chiaro a Stalin che le riserve in oro erano essenziali per le operazioni future del sistema monetario proposto. Egli apprese anche che la progettata Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale erano inizialmente pianificati su “oro senza padrone”, cioè oro “nazista”, oro ebraico, oro zarista et similia. Naturalmente, nel mezzo e dopo il caos militare e politico della Seconda Guerra Mondiale, che comportava furti, confische, saccheggi e “liberazioni”, la proprietà era difficile da accertare.

Si ricorderà che nel periodo interlocutorio dopo la Prima Guerra Mondiale, gli alleati vittoriosi domandarono oltre 200 miliardi di Marchi-oro tedeschi come riparazione di guerra alla sconfitta Germania, fino a quando la Germania nazionalsocialista ricorse al sistema del baratto nel commercio internazionale per evitare di essere imprigionata nel sistema monetario allora esistente.

Stalin fu lesto nel valutare lo status dell’oro russo accumulato sotto gli Zar così come l’oro ed i gioielli posseduti dalla famiglia reale zarista. Nel 1946, al tempo in cui circolava la voce che la principessa Anastasia era miracolosamente sfuggita al massacro di Yekaterinenburg, probabilmente come strattagemma per stabilirne la proprietà, Stalin organizzò l’Operazione Krest (croce) e l’operazione Mogila (tomba) sotto la direzione di Molotov per determinare il valore dei beni della famiglia dello Zar. Oltre alle ricerche d’archivio, i sovietici fecero indagini nel luogo di sepoltura della famiglia assassinata.

Secondo Martirosyan, su informazione del ministro Witte, lo Zar aveva inviato diverse spedizioni di oro russo negli Sati Uniti; in seguito lo Zar inviò i gioielli personali ed il tesoro alla famiglia reale inglese per la loro custodia.

Purtroppo, quando i sovietici avevano in prigionia lo Zar e la sua famiglia, gli inglesi fecero poco o niente per aiutarli per timore che la famiglia reale britannica ne fosse minacciata (vedi inoltre il libro di Martirosyan “Who brought the War to the USSR? Mosca, 2007).

Martirosyan cita la comprensibile riluttanza degli illeciti possessori dell’oro e degli inestimabili gioielli, specialmente dopo che si era saputo delle operazioni “Krest” e “Mogila“, di restituirli ai loro legittimi proprietari come un’ulteriore ragione per volere morto Stalin.

Un precedente lavoro investigativo condotto da Aleksei Chichkin (“A forgotten Idea With no Statute or Limitations”) citato da Martirosyan, indica che nell’aprile 1952 l’URSS convocò una conferenza economica internazionale a Mosca, nella quale Stalin propose la creazione del suo proprio “Mercato Comune” transcontinentale fuori dalla zona del dollaro nel quale un paniere di valute guidate dal rublo sostenuto dall’oro sarebbe stato il fondamento della valuta di scambio al di fuori dalla zona del dollaro. I Paesi dell’Europa orientale, Cina, Iran, Islanda, Irlanda e diversi Paesi del Sudamerica parteciparono alla conferenza. Comunque, meno di un anno dopo Stalin sarebbe morto.

Conclusione

Martirosyan e Mukhin sono entrambi convinti che Stalin sia stato ucciso da uno dei suoi più vicini collaboratori, ma certamente non Beria, agendo insieme ai servizi segreti occidentali. Se un veleno o un anticoagulante somministrato segretamente a Stalin non sappiamo, ma il semplice fatto che il pronto soccorso fu ritardato o non prestato al sofferente dittatore convinse gli autori che Stalin stava morendo. Sulla base del cui prodest (la morte del dittatore), Martirosyan addita Kruscev e Zhukov. Martirosyan inoltre sospetta che i servizi segreti occidentali fossero convolti. Si crede che trotzkisti che vivevano nell’Urss o all’occidente, suoi acerrimi nemici, abbiano aiutato gli esecutori.

Krusciov assunse il potere nel 1955. Riabilitò Zhukov; denunciò Stalin ed i suoi crimini nel 1956 al 20° Congresso del Partito; fu ospite d’onore negli Stati Uniti nel 1959; autorizzò l’installazione di missili nucleari a Cuba nel 1961; fu rimosso dal potere e si ritirò nel 1964. Quando morì l’11 settembre 1971 gli fu negato il funerale di Stato e l’inumazione nel Cremlino con uomini di valore comunisti come Stalin, Chernenko, Andropov, Brezhnef, Dzherzinsky ed altri.

Immediatamente dopo la morte di Stalin Zhukov ritornò a Mosca per la condanna e l’esecuzione di Beria; ordinò un test nucleare su soldati sovietici non protetti nel 1954; sostenne forti azioni repressive per schiacciare la rivoluzione ungherese nel 1956; in associazione con Krusciov nel 1957 contro il cosiddetto “Gruppo antipartito” guidato da Molotv; sostenne l’avventura sovietica cubana. Adesso è celebrato in America da molti storici dell’establishment come grande stratega.

Poscritto
Reuter, 1° agosto 2011: il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha oggi accusato gli Stati Uniti di vivere al di là dei propri mezzi “come parassiti”. La sua dichiarazione fa eco con Stalin, Martirosyan, Mukhin ed una pletora di economisti mondiali. Parafrasando Putin:

“Essi (gli americani) vivono al di là dei propri mezzi addossando parte del peso dei loro problemi sull’economia mondiale. Essi vivono come parassiti sull’ economia globale e sul monopolio del dollaro. In America c’è una disfunzione sistemica, essa colpirà tutti. Paesi come la Russia e la Cina posseggono gran parte delle loro riserve di obbligazioni. Ci dovrebbero essere altre valute di riserva.

Come dice il proverbio: più le cose cambiano, più restano le stesse.

Note finali:

1. Arsen Martirosyan.

http://www.delostalina.ru/?p=498#_ftn1 2. Yuri Mukhin, “Ubiystvo Stalina I Berii”, Mosca, 2007

3. Nel 19° Congresso del Partito comunista, nel1952, Stalin introdusse una nuova Carta per il Partito comunista nella quale gran parte del potere era concentrata nel Bureau del Praesidum composto da Stalin, Beria, Krusciov, Ignatjef ed altri tre. Voroshilov, Kaganovic, Molotov e Mikoyan erano già stati privati di gran parte dei poteri.

4. Nei secoli susseguenti man mano che si sviluppavano sétte protestanti, l’accumulazione della ricchezza si percepì piuttosto come dono di Dio sulla. Fu generalmente accettato che i possessori di alti uffici nella società ed i militari godevano del favore di Dio nella forma tangibile di ricchezza e privilegi. Inoltre, certi requisiti e privilegi di alti uffici furono accettati come diritti

Note sull’Autore:

Daniel W. Michaels è stato per oltre 40 anni traduttore di tedesco e russo per il Dipartimento della Difesa statunitense, gli ultimi venti anni dei quali al servizio segreto della Marina. Inoltre, egli ha contribuito con articoli storici e geografici.

Tratto da Barnesreview.com

Traduzione di Alfio Faro

Rinascita.eu

42 anni fa la madre di tutte le stragi (di Stato)

Articolo inviato al blog

di: Salvatore Santoru

Milano.12 dicembre 1969.Ore 16:37:nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura,in piazza Fontana, esplode una bomba provocando 17 morti e 88 feriti.Inizia ufficialmente ,in Italia, quel periodo storico noto come strategia della tensione ,che avrà la sua tragica conclusione con un’altra strage,il 2 agosto 1980 a Bologna.

Le origini della strategia della tensione

Portella della Ginestra.1 maggio 1947:2000 lavoratori(sopratutto contadini)si riuniscono nella vallata per festeggiare la  vittoria del Blocco del Popolo nelle elezioni regionali e per manifestare contro il latifondismo.Dalle vicine colline partono numerose raffiche di mitra.11 persone(tra cui due bambini)perdono la vita.Dietro la strage eseguita dagli uomini del “bandito” Salvatore Giuliano  oscuri interessi e connivenze tra latifondisti,mafia,ex combattenti della X Flottiglia Mas del “principe nero” Junio Valerio Borghese (oscuro personaggio coinvolto in numerosi altri episodi della strategia della tensione,come il tentato golpe del 1970)e servizi segreti statunitensi.Questa strage è considerata come “l’infanzia di tutte le stragi” che avveleneranno l’Italia della Prima Repubblica sino  alla strage del Rapido 904 nel 1984(senza contare   la nuova strategia della tensione del 92-93).La strage di Portella della Ginestra deve essere inquadrata nel mutato panorama politico della guerra fredda.Il mondo era stato diviso in due blocchi:il primo statunitense,occidentale e capitalista,il secondo russo/sovietico,orientale e basato sul socialismo reale.L’Italia aveva una grossa importanza strategica per entrambi i blocchi.Assegnata,dopo la fine della guerra al blocco atantico ,in essa era presente una forte componente di sinistra,molto radicata tra la popolazione e vista molto negativamente dai nuovi padroni atlantici,che potevano contare sull’appoggio di una buona parte dei poteri forti italiani(Vaticano,industriali,mafia,massoneria più o meno deviata ecc).Si avvicinavano le elezioni e gli strateghi atlantisti pensarono che bisognava fare presto,molto presto.Iniziò un’escalation di violenza e di terrore:omicidi di sindacalisti,stragi, ad Alia nel 1946 e aMessina nel 1947 ed infine Portella della Ginestra,vero e proprio atto di guerra “a bassa intensità”,strage tanto tragica quanto ricca di significato simbolico,in quanto il giorno in cui avvene quei lavoratori,quei contadini tornavano a festeggiare nuovamente il 1 maggio(la festa dei lavoratori durante il fascismo era stata spostata al 21 aprile).

Prima di Piazza Fontana:network paramilitare e paragolpismo  by NATO

1949.Nasce la NATO,l’organizzazione atlantista creata in teoria per contrastare l’influenza comunista in Occidente,e ancora attiva dopo la caduta dell’Urss e la fine del Patto di Varsavia nel 1991.Sempre nel 1949 nasce la struttura paramilitare multinazionale Stay Behind (stare dietro),la cui sezione italiana era nota come Gladio.1961:nasce l’Oas (Organisation armèe secrète)organizzazione francese paramilitare di stampo colonialista composta perlopiù da veterani della guerra in Indocina e dai nostalgici dell”Algeria francese”.Ex militari dell’Oas dal Portogallo di Salazar(dove si erano rifugiati dopo l’accordo di cessate il fuoco tra il nascente governo algerino e Susini,tra i fondatori dell’Oas)fondarono l’Aginter Press,un’altra organizzazione paramilitare che sarà coinvolta in molti episodi della strategia della tensione,sia a livello europeo e italiano(anche nella stessa Piazza Fontana)e nel reclutamento e organizzazione dei gruppi dell’estrema destra eversiva europei.Torniamo all’Italia.Negli ambienti militari la democrazia non è mai stata vista di buon occhio,e tantomeno in quegli anni ,con la sinistra che guadagnava sempre più posizioni a scapito dei “fronti della Reazione”.Che fare?si chiesero i vertici militari.La risposta fu:trasformare in modo autoritario lo Stato e la società.Ovvero:tentare il colpo di Stato.Sin dal dopoguerra i servizi segreti italiani(al tempo SIFAR)e anche gli altri apparati militari erano in contatto,e in molti casi prendevano ordini da quelli statunitensi(la CIA).I vertici atlantisti temevano l’avanzata della sinistra e del socialismo in paesi “caldi” come l’Italia o la Grecia e dunque decisero di mettere mano al portafoglio,e se necessario alle armi.In Italia nel 1964 ci fu il tentativo di golpe da parte di Giovanni De Lorenzo(Piano Solo)fallito,in Grecia nel 1967 i Colonelli presero il potere grazie al sostegno atlantista.Per la verità,molti esponenti dell’elitè atlantista pensavano a una soluzione greca anche per l’Italia,ma alla fine si optò per il terrorismo bombarolo.3 maggio 1965:Roma,hotel Parco dei Principi,l’istituto Alberto Pollio per gli Affari Strategici organizza un convegno sulla “guerra rivoluzionaria” .Ospiti del convegno: esponenti della destra estrema  italiana,come Mario Merlino e Stefano Della Chiaie,esponenti dei servizi segreti come Guido Gianettini(attivo anche nell’Oas e molto vicino alla Nato) Adriano Braschi,giornalisti e diplomatici accumunati dall’anticomunismo.

Piazza Fontana:chi è Stato?

Le prime indagini sulla strage di Milano sono segnate dal depistaggio.Si crea un capro espiatorio perfetto per l’occasione:gli anarchici.L’obiettivo dei mandanti della strage è chiaro:volendo essi trasformare la società in senso autoritario e controrivoluzionario,quale miglior nemico se non chi vorebbe trasformare la società in senso antiautoritario e rivoluzionario?In questo modo,la gente chiederà più “sicurezza” e maggior controllo sociale e quindi maggior repressione contro i “nemici dello Stato”.Orbo ab chao:ordine dal caos,la solita strategia del Potere.Al giorno d’oggi la verità è chiaramente emersa,anche se non è stato detto ancora tutto e ci sono parecchi dubbi.Comunque,i mandanti vanno ricercati nei posti di comando dell’apparato militare atlantista,dunque dai servizi segreti statunitensi ai vertici delle organizzazioni paramilitari e paragolpiste .Gli esecutori,come è stato più volte affermato,erano appartenenti  alla cellula veneta del movimento  eversivo di estrema destra Ordine Nuovo e collegati al network dell’Aginter Press e quindi alla manovalanza  eversiva atlantista  europea e internazionale.Ma intanto,la strage di Piazza Fontana,così come tantissimi altri episodi della strategia della tensione,rimane ancora amaramente senza giustizia.

Tutte le bombe del Presidente

di: Manlio Dinucci

Su un atollo delle Isole Marshall, nel Pacifico, è piombata dallo spazio a velocità supersonica, giovedì scorso, una strana bomba che lo U.S. Army ha lanciato dalle Hawaii, distanti 4mila km. Non è che gli Usa abbiano deciso di attaccare anche la minuscola Repubblica delle Marshall. Anzi, in base a un accordo del 1983, essa ha affidato la propria difesa agli Stati uniti. E gli Stati uniti – che dal 1946 al 1958 hanno effettuato qui 67 test nucleari, tra cui l’esplosione a Bikini della più potente bomba all’idrogeno da 15 megaton – continuano a usare le Marshall come proprio poligono. La bomba che ha colpito l’atollo è una Advanced Hypersonic Weapon: lanciata con un razzo nell’alta atmosfera, plana e, manovrando, arriva sull’obiettivo a una velocità di circa 6mila km l’ora. È una delle armi del programma «Prompt Global Strike» (Pronto Attacco Globale), con la quale gli Usa stanno acquisendo la capacità di colpire, con testate non-nucleari, entro un’ora qualsiasi obiettivo in qualsiasi parte del mondo. Varato dal repubblicano Bush, il programma non era andato avanti perché prevedeva la riconversione di missili balistici nucleari per lanciare testate non-nucleari, cosa che avrebbe messo in allarme Russia e Cina, rischiando una guerra nucleare accidentale.

C’è voluto il democratico Obama (nonché Premio Nobel per la Pace) a trovare la soluzione: le bombe volanti, come quella appena testata, vengono lanciate con missili a traiettoria non-balistica, così da non creare equivoci. Esse sono solo una parte dell’arsenale del «Pronto Attacco Globale». La nuova strategia prevede che, mentre viene colpito dallo spazio con bombe volanti supersoniche, il paese nemico viene attaccato con i Mald-J: sono mini-velivoli automatici che, lanciati a mille km di distanza, saturano le difese, apparendo ai radar come caccia in arrivo, e quindi neutralizzano i radar con interferenze elettroniche. Questi mini-velivoli, che la Raytheon ha cominciato a fornire due mesi fa alla U.S. Air Force, offrono il duplice vantaggio di non mettere in pericolo gli equipaggi degli aerei e di poter essere lanciati a migliaia da pochi aerei cargo, tipo i C-130J. Solo dopo entrano in azione i cacciabombadieri con equipaggio, dotati di bombe a guida laser potenziate, come le Enhanced Paveway che, ha comunicato la Raytheon dieci giorni fa, sono ora utilizzabili da una più ampia gamma di aerei. Tali bombe hanno però limitata efficacia contro strutture sotterranee. Vi ha provveduto la Boeing, che una settimana fa ha annunciato di aver cominciato a fornire alla U.S. Air Force, da settembre, una nuova superbomba da 30mila libbre, denominata Mop (Massive Ordnance Penetrator).

Con il suo peso di quasi 14 tonnellate e la testata a uranio impoverito, può penetrare attraverso 60 metri di cemento armato, distruggendo il bunker sotterraneo con la detonazione di due tonnellate e mezza di alto esplosivo. La Mop, trasportabile con il bombardiere stealth B-2 Spirit (usato in marzo contro la Libia), ha la potenza distruttiva di una piccola atomica (salvo le radiazioni). Innamorato della superbomba è Leon Panetta, scelto da Obama quale nuovo segretario alla difesa. Come ex direttore della Cia, ha la passione per le tecniche più micidiali.

IlManifesto.it

Un’altra vittoria del War Party

di: Manlio Dinucci

Il War Party (WP), il partito transnazionale della guerra, ha iscritto nel suo albo d’oro un altro successo: la guerra di Libia. Decisa dalla Cupola del potere – il massimo organo dirigente la cui composizione è segreta, ma di cui, si sa, fanno parte i delegati dei più influenti gruppi multinazionali e finanziari e dell’apparato militare-industriale – è stata magistralmente condotta dalla Segreteria transnazionale, fomentando e armando la dissidenza interna (attraverso agenti segreti e commandos infltrati) così da farla apparire una «rivoluzione». Il segretario generale del WP, Barack Obama, sottolineando che «la morte di Gheddafi dimostra la giustezza del nostro ruolo nel proteggere il popolo libico», annuncia che in tal modo «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo». Washington ha messo «una maschera europea sul comando dell’operazione», spiegano funzionari dell’amministrazione, ma sono stati gli Usa «la spina dorsale dell’operazione Nato», fornendo agli alleati intelligence, rifornimento dei caccia in volo e bombe a guida di precisione. In questa guerra – sottolinea il vice di Obama, Joseph Biden – «non abbiamo perso una sola vita»: quindi, più di quelle del passato, essa indica «come comportarci col mondo mentre andiamo avanti».

L’operazione in Libia, spiegano i funzionari, prova che «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», senza invio di truppe sul terreno, usando armi aeree e navali e facendo assumere agli alleati, in questo caso europei e arabi, il «peso maggiore» dell’operazione. Indubbio è il merito dei membri della Segreteria del WP, soprattutto il francese Sarkozy. Dopo la «normalizzazione» con la Libia, egli fu il primo ad accogliere Gheddafi con tutti gli onori a Parigi nel dicembre 2007 (un anno e mezzo prima che Berlusconi lo ricevesse a Roma), stipulando un accordo da 10 miliardi di euro per fornire alla Libia centrali nucleari e impegnando la Libia a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di armamenti, tra cui caccia Rafale. Poco più di tre anni dopo, sono stati invece i Rafale francesi ad attaccare la Libia, quando la Cupola del potere ha deciso che il modo migliore per sfruttare le risorse libiche non erano gli accordi ma la guerra. Lo scorso marzo, un figlio di Gheddafi dichiarò che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Sarkozy e di averne le prove. Si capisce quindi perché il presidente francese abbia definito l’uccisione di Gheddafi una «tappa importante». Meritorio anche il ruolo della sezione italiana del WP: dopo aver stracciato il trattato di non-aggressione, il governo Berlusconi ha partecipato alla guerra con basi, navi e aerei, che hanno effettuato oltre 1.100 raid.

E nello stesso giorno in cui Gheddafi veniva ucciso, la marina militare annunciava di aver ripristinato le strutture Eni per lo sfruttamento del gas libico e Finmeccanica riapriva, in Libia, lo stabilimento elicotteristico AgustaWestland. Mentre l’attivista di «sinistra» del WP Bersani spiega che «la missione in Libia rientra nella nostra Costituzione, perché l’art. 11 ripudia la guerra ma non l’uso della forza per ragioni di giustizia». E il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra».

IlManifesto.it

Il Grande Gioco africano

di: Manlio Dinucci

Dopo che il «Protettore Unificato» ha demolito lo stato libico, con almeno 40mila bombe sganciate in oltre 10mila missioni di attacco, e fornito armi anche a gruppi islamici fino a ieri classificati come pericolosi terroristi, a Washington si dicono preoccupati che le armi dei depositi governativi finiscano «in mani sbagliate». Il Dipartimento di stato è quindi corso ai ripari, inviando in Libia squadre di contractor militari che, finanziati finora con 30 milioni di dollari, dovrebbero mettere «in stato di sicurezza» l’arsenale libico. Ma, dietro la missione ufficiale, vi è certo quella di assumere tacitamente il controllo delle basi militari libiche.

Nonostante il declamato impegno di non inviare «boots on the ground», operano da tempo sul terreno in Libia agenti segreti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Qatar e altri, che hanno guidato gli attacchi aerei e diretto le operazioni terrestri. Loro compito, ora, è assicurare che la Libia «pacificata» resti sotto il controllo delle potenze che sono andate a «liberarla». Il 14 ottobre, lo stesso giorno in cui il Dipartimento di stato rendeva noto l’invio di contractor in Libia, il presidente Obama annunciava l’invio di forze speciali in Africa centrale, all’inizio un centinaio di militari. Loro compito ufficiale è quello di «consiglieri» delle forze armate locali, impegnate contro l’«Esercito di resistenza del Signore». Operazione finanziata dal Dipartimento di stato, finora, con 40 milioni di dollari. Il compito reale di questi corpi d’élite, inviati da Washigton, è creare una rete di controllo militare dell’area comprendente Uganda, Sud Sudan, Burundi, Repubblica centrafricana e Repubblica democratica del Congo.

E mentre gli Stati uniti inviano proprie forze in Uganda e Burundi, ufficialmente per proteggerli dalle atrocità dell’«Esercito del Signore» che si dice ispirato al misticismo cristiano, Uganda e Burundi combattono in Somalia per conto degli Stati uniti, con migliaia di soldati, il gruppo islamico al-Shabab. Sostenuti dal Pentagono che, lo scorso giugno, ha fornito loro armi per 45 milioni di dollari, compresi piccoli droni e visori notturni.

Il 16 ottobre, due giorni dopo l’annuncio dell’operazione Usa in Africa centrale, il Kenya ha inviato truppe in Somalia. Iniziativa ufficialmente motivata con la necessità di proteggersi dai banditi e pirati somali, in realtà promossa dagli Stati uniti per propri fini strategici, dopo il fallimento dell’intervento militare etiopico, anch’esso promosso dagli Stati uniti. E in Somalia, dove il «governo» sostenuto da Washington controlla appena un quartiere di Mogadiscio, opera da tempo la Cia, con commandos locali appositamente addestrati e armati e con contractor di compagnie miltari private. Gli Stati uniti mirano, dunque, al controllo militare delle aree strategiche del continente: la Libia, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente; l’Africa orientale e centrale, a cavallo tra Oceano Indiano e Atlantico. Il gioco, apparentemente complicato, diventa chiaro guardando una carta geografica. Meglio su un atlante storico, per vedere come il neocolonialismo somigli in modo impressionante al vecchio colonialismo.

IlManifesto.it

Occupy Wall Street e l’ “Autunno Americano”: è una “Rivoluzione Colorata”?

di: Michel Chossudovsky

C’è un movimento di protesta popolare che si sta dispiegando in tutta l’America, comprendente persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnati a invertire la marea.

La base di questo movimento rappresenta una risposta all’ “agenda di Wall Street” di frodi finanziarie e  manipolazione, servite per innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.

Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America?

Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici?

Il movimento o segmenti all’interno di esso sono stati cooptati?

Questa è una questione importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento Occupy Wall Street così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione

Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del ”finanziamento del dissenso” è quello di impedire al movimento di protesta di sfidare la legittimità dell’ elite di Wall Street:

Con amara ironia, una parte dei fraudolenti guadagni finanziari a Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati alle fondazioni esenti da tasse delle élite e a quelle di beneficenza. Questi guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati alle ONG, agli istituti di ricerca, i centri sociali,gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi, per i diritti umani,ecc..

L’obiettivo interno è  “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di un opposizione ”politicamente corretta”. A loro volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti di notizie alternative su internet è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private e associazioni di beneficenza.

L’obiettivo delle élite è stato quello di frammentare il movimento popolare in un vasto  mosaico “fai da te” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010).

Fabbricare il dissenso

Allo stesso tempo,  il” dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.

Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del World Social Forum. (Vedi Michel Chossudovsky,Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre2010)

La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post seconda guerra mondiale, compresa la “sinistra” Europea sono state, nel corso degli ultimi 30 anni,trasformate e rimodulate. Il sistema di libero mercato (neoliberismo) è il consenso della ”sinistra”. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.

Negli Stati Uniti, il bipartitismo non è il risultato dell’interazione dei partiti politici del Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controllano sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E ‘applicato dai principali gruppi lobbistici, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici.

A loro volta, i leader della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations(AFL-CIO) sono stati cooptati dall’ establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF).Collaborano con il Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti, ha cercato di effettuare modifiche organizzative che contribuiscono a democratizzare la leadership dei sindacati.

Le élite promuoveranno un “rituale del dissenso” con alta visibilità dei media, con il supporto della rete televisiva, della stampa corporativa così come di internet.

Le élite economiche - che controllano le principali fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro lo stabilito ordine economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelli coinvolti nel movimento Occupare Wall Street) si basano parecchio sui finanziamenti da fondazioni private tra cui la Ford, Rockefeller, MacArthur, fondazioni Tides,tra gli altri.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione  emerso negli anni 1990 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas controllati da Rockefeller, et al. Eppure, le basi e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et al hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato le reti progressiste anti-capitalista  e gli ambientalisti , al fine di sorvegliare e in ultima analisi, dare forma alle loro varie attività.

Le “Rivoluzioni colorate”

Nel corso dell’ultimo decennio, le “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Si tratta di operazioni di intelligence degli Stati Uniti  consistenti nel sostenere segretamente i movimenti di protesta al fine di innescare il  “cambio di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.Le “Rivoluzioni colorate” sono finanziate dal National Endowment for Democracy, l ‘International Republican Institute e Freedom House,tra gli altri. L’obiettivo finale di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale è, quindi, quello di instaurare un  governo filo-americano (o un regime fantoccio).

Dalla Primavera Araba” a “Occupy Wall Street“: il ruolo di OTPOR

Nella “primavera araba” egiziana, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta!) e il Movimento Giovanile del 6 Aprile, non erano supportate solo da fondazioni  basate negli Stati Uniti tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy (NED), ma hanno anche avuto l’approvazione del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders, Global Research, 29 Gennaio 2011

dissidenti egiziani -Freedom House

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dissidenti egiziani -Maggio 2009-

La cooptazione dei leader dei vari gruppi dell’ opposizione in Egitto è stata attuata attraverso vari canali tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy, entrambi i quali hanno legami con i servizi segreti americani.

Il Movimento Giovanile del 6 Aprile, il quale per un certo numero di anni è stato in collegamento permanente con l’ambasciata americana al Cairo, è stato addestrato dal Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) della Serbia, una società di consulenza e formazione specializzata in ”Rivoluzioni”. Il  CANVAS è stato fondato nel 2003 dall’ OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA,che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic in seguito ai bombardamenti NATO della Jugoslavia nel 1999.

Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia del’99, l’ OTPOR svolgeva un ruolo centrale nell’installazione di un  governo “ad interim” in Serbia sponsorizzato da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e la  formazione dello Stato Mafioso in Kosovo.

Nell’agosto del 1999, la CIA pare abbia creato un programma di formazione per OTPOR a Sofia, capitale  della Bulgaria:

Nell’estate del 1999, il capo della CIA, George Tenet, ha messo su un reparto a Sofia, in Bulgaria” per educare “l’opposizione serba, come confermato lo scorso 28agosto[2000] dalla BBC.

Il programma della CIA è un programma per fasi successive. Nella fase iniziale, essi lusingano il patriottismo e lo ‘spirito di indipendenza” dei serbi, agendo come se essi rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e distrutto l’unità del Paese, la CIA e la NATO si spingerebbero molto b en più lontano. ”

(Gerard Mugemangano e Michel Collon,”To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much.”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC),To be partly controlled by the CIA ? 6 Ottobre 2000. Vedi anche CIA is tutoring Serbian group, Otpor“,The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes,  8 settembre 2000).

Il” Business della Rivoluzione”

Il Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) dell’OTPOR si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel ”Business Revolution”. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce consulenza e formazione di gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.

L’ OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto.

Egitto -Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Guarda il video qui sotto.

Sia il Movimento Giovanile del 6 Aprile che  Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preliminare dal CANVAS a Belgrado “nell’ambito delle strategie di rivoluzione non violenta”. ”Secondo Stratfor, le tattiche utilzzate dal Movimento e da Kifaya” provenivano direttamente dal programma di addestramento del Canvas. ”(Citato in Tina Rosenberg, Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Logo del Movimento Giovanile del 6 Aprile, Egitto

Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile del 6 Aprile in Egitto ha  usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!”) ha ripreso lo stesso nome come il movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che era stato chiamato Kmara! (“Basta!”). Entrambi i gruppi sono stati formati dal  CANVAS.

Il ruolo del CANVAS-OPTOR nel Movimento Occupy Wall Street

CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento  Occupy Wall Street.

Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte nel movimento Occupare Wall Street hanno avuto un ruolo significativo nella ”Primavera araba”. Di rilevanza, ” Anonymous “ è stato coinvolto nel condurre attacchi informatici su siti web del governo egiziano,  in piena “primavera araba”.

Lo scorso agosto, ” Anonymous ” ha condotto simili attacchi informatici  contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono state intrapresi a sostegno dell’ “opposizione” siriana in esilio, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011).

Le azioni di ” Anonymous “ in Siria sono coerenti con il quadro delle”rivoluzioni colorate”. Essi cercano di demonizzare il regime siriano e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizionidella Siria, si veda Michel Chossudovsky,  SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention” Global Research, 3 maggio 2011)

Sia CANVAS  che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento Occupy Wall Street. [http://anonops.blogspot.com]

Il ruolo preciso del CANVAS nel Movimento Occupy Wall Street resta da valutare.

Ivan Marovic, uno dei leader del CANVAS, ha recentemente tenuto un discorso dinanzi i manifestanti a New York City.

Marovic ha già riconosciuto in passato che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario”:

“Sembra come se le persone fossero appena scese in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E ‘molto noioso fino a quando non si arriva al punto dove è possibile organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificato, dal momento in cui ha inizio, si conclude tutto nel giro di settimane “. (Citato in in Tina Rosenberg,Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffusi spontaneamente da un paese all’altro, come invece viene ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionali sono stati pianificati con largo anticipo e anche la cronologia e la sequenza di questi movimenti  sono state previste.

Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il Movimento Occupy Wall Street è stato oggetto di attenta pianificazione avanzata da un certo numero di organizzazioni chiave riguardo la tattica e la strategia.

Vale la pena notare che una delle tattiche dell’ OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti”, ma piuttosto di” provocarli e usarli a vantaggio del movimento.” , come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Il Pugno Chiuso del Movimento Occupy Wall Street su http://occupywallst.org

La PARTE II del presente articolo esaminerà il fulcro del movimento  Occupy Wall Street  , compreso il ruolo di organizzatori delle ONG.

LINK:  Occupy Wall Street and “The American Autumn”: Is It a “Colored Revolution”?

DI: CoriInTempesta

Assediati nelle fortezze

di: Manlio Dinucci

A forza di fare guerre, gli Stati uniti si sono fatti sempre più nemici. Sono quindi preoccupati per la sicurezza delle loro ambasciate, che sono non solo sedi diplomatiche ma centri operativi dei servizi segreti e dei comandi militari. Il Dipartimento di stato, stimando che l’85% delle sue ambasciate è vulnerabile, ha speso 6 miliardi di dollari per rafforzarle con materiali anti-esplosione e invalicabili barriere. Allo stesso tempo ne costruisce di nuove, che sono delle vere e proprie fortezze. La maggiore è quella di Kabul, la più grande del mondo, che ospita anche il quartier generale Nato/Isaf sempre sotto comando Usa. Costata finora oltre 700 milioni di dollari, è stata inaugurata il 14 febbraio, ma all’interno della sua cittadella saranno costruiti entro il 2014 altri edifici, mentre a Herat e Mazar el Sharif vengono realizzati due consolati fortificati. A riprova che gli Usa non intendono allentare la loro presa sull’Afghanistan.

All’inaugurazione, il vice-ambasciatore Anthony Wayne assicurò che l’edificio costruito, in attesa di realizzarne tre più grandi a diversi piani, avrebbe fornito intanto «una sistemazione sicura e confortevole per 432 diplomatici e membri dello staff». Sette mesi dopo, il 13 settembre, l’ambasciata è stata però attaccata dagli insorti. E, quel che è peggio, l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dei Capi di stato maggiori riuniti (la massima autorità militare), ha dichiarato che dietro questo attacco c’è l’Isi, il servizio segreto pachistano. Uno smacco per la strategia enunciata nel marzo 2009 dal presidente Obama: dopo aver assicurato che gli Usa non sono in Afghanistan per controllarlo e decidere del suo futuro, ma per affrontare un comune nemico, ha dichiarato che il futuro dell’Afghanistan è inestricabilmente legato a quello del Pakistan. Il che significa, nel linguaggio del Premio Nobel per la pace, che gli Usa considerano i due paesi un unico teatro bellico. In Pakistan, però, incontrano crescenti resistenze anche in sede governativa, nonostante che Washington fornisca a Islamabad un aiuto militare annuo di 2 miliardi di dollari. Il governo pachistano ha respinto l’accusa di Mullen e la richiesta di tagliare qualsiasi legame col gruppo presunto autore dell’attacco all’ambasciata. Ha anche rifiutato di far entrare truppe Usa nell’area tribale al confine tra i due paesi, ufficialmente per dare la caccia agli attentatori. Lo stesso giorno in cui ha respinto la richiesta, il 23 settembre, un drone della Cia ha però lanciato due missili contro una casa, in un villaggio pachistano di confine, uccidendo diverse persone. Da quando in maggio i Navy Seals hanno assaltato in Pakistan il presunto rifugio di Bin Laden, il cui presunto cadavere è stato poi gettato in mare, si sono intensificati gli attacchi dei droni. Ciò suscita una crescente indignazione popolare. Tanto che l’ambasciata Usa a Islamabad avverte i suoi cittadini di stare attenti alle «frequenti dimostrazioni anti-americane e anti-occidentali». Mentre quelli che abitano a Kabul sono avvertiti di «evitare i movimenti non necessari e i luoghi frequentati da occidentali». E, alla prima avvisaglia di pericolo, correre a rinchiudersi nell’ambasciata-fortezza. Anche questa, però, non tanto sicura.

Fonte: IlManifesto.it

Dieci anni dopo: Chi è Osama bin Laden?

di: Prof. Michel Chossudovsky

L’articolo sottostante intitolato Chi è Osama bin Laden? è stato redatto l’11 settembre 2001 e pubblicato sul sito Global Research la sera del 12 settembre 2001.

Da allora è apparso su numerosi siti web ed è uno degli articoli, riguardanti Osama bin Laden e Al Qaeda, più letti su Internet.

Sin dal principio, l’obiettivo era quello di utilizzare l’ 11 / 9 come pretesto per l’avvio della prima fase della guerra in Medio Oriente, che consisteva nel bombardamento e nell’ occupazione dell’Afghanistan.

Poche ore dopo gli attentati, Osama bin Laden era identificato come l’architetto dell’ 11 / 9. Il giorno seguente,era stata lanciata la “guerra al terrorismo”. La campagna di disinformazione mediatica viaggiava a pieno regime.

L’Afghanistan venne identificato come uno “stato sponsor del terrorismo” mentre gli attacchi  furono classificati come un atto di guerra, un attacco contro l’America da parte di una potenza straniera.

Venne fatto valere il diritto all’auto-difesa. Il 12 settembre, meno di 24 ore dopo l’attacco, la NATO invocava per la prima volta nella sua storia l’ “Articolo 5 del Trattato di Washington - la clausola di difesa collettiva”, dichiarando gli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono ”essere un attacco contro tutti i membri della NATO.”

Quello che accadde successivamente, le invasioni dell’ Afghanistan (ottobre 2001) e dell’Iraq (marzo 2003) è già parte della storia. Sulla scia della “liberazione” della Libia sponsorizzata dalla NATO (agosto 2011), la Siria e l’Iran costituiscono la fase successiva della roadmap militare di USA-NATO .

L’ 11 Settembre rimane il pretesto e la giustificazione per intraprendere una guerra senza confini. Ironicamente, la guerra globale al terrorismo (GWOT) è condotta non contro i terroristi ma con “con i terroristi” (WTT), con il pieno sostegno, come in Libia, delle brigate paramilitari affiliate ad Al Qaeda sotto la supervisione USA-NATO  .

Michel Chossudovsky, 7 set 2011

Estratti dalla prefazione di  America’s “War on Terrorism” , seconda edizione, Global Research, 2005.

Alle undici della mattina dell’11 settembre, l’amministrazione Busha aveva già annunciato che Al Qaeda era responsabile degli attacchi al World Trade Center (WTC) e al Pentagono. Questa affermazione venne fatta prima della conduzione di un’indagine approfondita da parte della polizia.

Quella stessa sera, alle 21.30, fu formato un “gabinetto di guerra”  integrato da un numero ristretto di importanti membri dell’ intelligence e consiglieri militari. E alle 23.00, al termine di quello storico incontro alla Casa Bianca, venne lanciata ufficialmente la “guerra al terrorismo”.

La decisione fu annunciata per intraprendere la guerra contro i talebani e Al Qaeda. La mattina seguente, il 12 settembre, in coro, i media americani stavano invocando un intervento militare contro l’Afghanistan.

Appena quattro settimane dopo, il 7 ottobre, l’Afghanistan venne bombardato e invaso dalle truppe statunitensi. Il popolo americano fu portato a credere che la decisone di andare in guerra era stata presa sulla spinta del momento, la sera dell’ 11 settembre, in risposta agli attacchi e alle loro tragiche conseguenze.

Era ben lontano però il pubblico a rendersi conto che un un teatro di guerra di cosi vaste dimensioni non è mai pianificato ed eseguito nel giro di settimane. La decisione di lanciare una guerra e di inviare truppe in Afghanistan era stata presa ben prima dell’ 11 / 9. L’ ”imponente atto terroristico che ha prodotto numerose vittime”, come successivamente ha descritto il Comandante generale del CentCom Tommy Franks, è servito a galvanizzare l’opinione pubblica per sostenere una agenda di guerra che era già nella sua fase di progettazione definitiva.

I tragici eventi dell’ 11 / 9 fornirono la necessaria giustificazione per intraprendere una guerra con  ”motivi umanitari”, con il pieno appoggio dell’opinione pubblica mondiale e l’approvazione della “comunità internazionale”.

Diversi importanti  intellettuali “progressisti” presentarono motivazioni morali ed etiche per giustificare la “rappresaglia contro il terrorismo”. La dottrina militare della “giusta causa” (jus ad bellum) è stata accettata e sostenuta come una legittima risposta agli attacchi, senza esaminare il fatto che Washington non solo aveva sostenuto il ”network del terrorismo islamico” ma era stato anche determinante nell’installazione del governo talebano nel 1996.

In seguito all’ 11 / 9, il movimento contro la guerra era completamente isolato. I sindacati e le organizzazioni della società civile avevano inghiottito le bugie dei media e la propaganda del governo. Avevano accettato una guerra di vendetta contro l’Afghanistan, un paese impoverito di 30 milioni di persone.

Ho iniziato a scrivere la sera del 11 settembre, fino a tarda notte, passando attraverso montagne di note di ricerca che avevo raccolto in precedenza sulla storia di Al Qaeda. Il mio primo testo intitolato “Chi è Osama bin Laden?” è stato completato e pubblicato il 12 settembre. (Vedi il testo completo sotto).

Sin dal primo momento ho messo in dubbio la versione ufficiale, che descriveva diciannove dirottatori di Al Qaeda coinvolti in una operazione altamente sofisticata e organizzata. Il mio primo obiettivo è stato quello di rivelare la vera natura di questo illusorio “nemico dell’America” ​​che ”stava minacciando la Patria”.

Il mito del ”nemico esterno” e la minaccia dei ”terroristi islamici” sono stati la pietra angolare della dottrina militare dell’ amministrazione Bush, usati come pretesto per invadere l’Afghanistan e l’Iraq, per non menzionare l’abrogazione delle libertà civili e del governo costituzionale in America.

Senza un ”nemico esterno”, non ci potrebbe essere la “guerra al terrorismo”. L’ intera agenda della sicurezza nazionale crollerebbe “come un castello di carte”. I criminali di guerra nei piani alti non avrebbero nulla a cui aggrapparsi.

E’ stato pertanto fondamentale per lo sviluppo di un coerente movimento contro la guerra e per i diritti civili, rivelare la natura di Al Qaeda e del suo rapporto in evoluzione alle successive amministrazioni degli Stati Uniti. Come ampiamente documentato, ma raramente menzionato dai media mainstream, Al Qaeda è una creazione della CIA che risale alla guerra in Afghanistan. Questo era un fatto noto, corroborato da numerose fonti tra cui i documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. La comunità di intelligence aveva più volte ammesso di aver effettivamente sostenuto Osama bin Laden, ma che, a seguito della Guerra Fredda: ”ci si rivolse contro.

Dopo l’ 11 / 9, la campagna di disinformazione dei media è servita non solo ad affogare la verità, ma anche ad uccidere gran parte delle prove storiche su come questo illusorio ”nemico esterno” era stato inventato e trasformato nel ”nemico numero uno”.

Chi è Osama Bin Laden?

Poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, l’amministrazione Bush giunse alla conclusione, senza fornire prove, che “Osama bin Laden e al-Qaeda, la sua organizzazione,sono i principali sospettati”. George Tenet, direttore della Cia, ha dichiarato che bin Laden ha la capacità di pianificare “attacchi multipli con o alcun avvertimento“.

Il segretario di Stato Colin Powell ha definito gli attacchi ”un atto di guerra” e il presidente Bush ha confermato la sera, in un discorso televisivo alla nazione, che non avrebbe “fatto alcuna distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano”. L’ex direttore della CIA, James Woolsey, ha puntato il dito contro gli “stati sponsor”, implicando la complicità di uno o più governi stranieri. Con le parole dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Lawrence Eagleburger, ”penso che dimostreremo che quando veniamo attaccati in questo modo, siamo terribili nella nostra forza e nella nostra punizione”.

Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le dichiarazioni ufficiali, il mantra dei media occidentali ha approvato il lancio di ”azioni punitive” dirette contro obiettivi civili in Medio Oriente. Come ha scritto William Saffire sul New York Times: ”Quando abbiamo ragionevolmente determinato le  basi e i campi di coloro che ci hanno attaccato, li dobbiamo polverizzare - riducendoli al minimo, ma accettando il rischio di danni collaterali” - ed agire apertamente o segretamente per destabilizzare le nazioni che ospitano i terroristi “.

Il  seguente testo delinea la storia di Osama Bin Laden e i collegamenti della”Jihad” islamica con la formulazione della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze.

Il primo sospettato di New York e Washington per gli attacchi terroristi, bollato dall’Fbi come “terrorista internazionale” per il suo ruolo negli attentati alle ambasciate africane degli Stati Uniti, il saudita Osama bin Laden è stato reclutato durante la guerra in Afghanistan dei sovietici ”ironicamente sotto l’egida della la CIA, per combattere gli invasori sovietici ”. [1]

Nel 1979 venne lanciata “la più grande operazione segreta nella storia della CIA”, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan e a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal: [2]

Sotto l’ impulso attivo della CIA e dell’ISI pakistano [Inter Services Intelligence], che voleva trasformare la jihad afghana in una guerra globale intrapresa da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 radicali musulmani provenienti da oltre 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan tra il 1982 e nel 1992. Decine di migliaia sono andati a studiare nelle madrasa pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani integralisti stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.[3]

La ”Jihad” islamica fu sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, con una parte sostanziale dei finanziamenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d’ Oro:

Nel marzo del 1985, il presidente Reagan firmò il National Security Decision Directive 166,…[ il quale] autorizzava aiuto militare segreto ai mujahideen e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: la sconfitta delle truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi - un aumento costante di 65.000 tonnellate ogni anno dal1987, … così come di un ”flusso continuo” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recavano al quartier generale segreto dell’ ISI , sulla strada principale vicino a Rawalpindi, in Pakistan.Qui gli specialisti della Cia incontravano i funzionari dell’intelligence pakistana per aiutarli a pianificare le operazioni per i ribelli afgani.[4]

La Central Intelligence Agency (CIA), utilizzando l’Inter Services Intelligence (ISI) dei militari pakistani, ha svolto un ruolo chiave nella formazione dei Mujahideen. A sua volta, l’ addestramento alla guerriglia sponsorizzata dalla Cia è stato integrato con gli insegnamenti dell’Islam:

I temi predominanti erano che l’Islam rappresentasse una completa ideologia socio-politica, che il sacro Islam veniva violato  delle truppe sovietiche atee e che il popolo islamico dell’Afghanistan dovrebbe riaffermare la propria indipendenza rovesciando il regime di sinistra afghano appoggiato da Mosca.” [5]

L’ apparato dell’intelligence Pakistana

L’ ISI venne usata come un “intermediario”. Il sostegno segreto della Cia alla ”jihad” avveniva indirettamente attraverso l’ISI pakistano, - vale a dire la CIA non dava il suo supporto direttamente ai mujahideen. In altre parole, affinchè  queste operazioni segrete si rivelassero ”di successo”, Washington fu attenta a non rivelare l’obiettivo ultimo della ”jihad”, che consisteva nel distruggere l’Unione Sovietica.

Nelle parole di Milton Beardman della CIA: “Non abbiamo addestrato gli arabi”. Tuttavia, secondo Abdel Monam Saidali, dell’Al-aram Center for Strategic Studies del Cairo, bin Laden e gli “arabi afghani” avevano ricevuto ” un tipo di addestramento molto sofisticato che era stato permesso dalla CIA” [6]

Beardman ha confermato, a questo proposito, che Osama bin Laden non era consapevole del ruolo che stava giocando per conto di Washington. Con le parole di bin Laden (citate da Beardman): “Né io né i miei fratelli abbiamo visto la prova dell’ aiuto americano”. [7]

Motivati ​​dal nazionalismo e dal fervore religioso, i guerrieri islamici erano inconsapevoli che combattevano l’esercito sovietico per conto dello Zio Sam. Anche se ci furono contatti ai livelli più alti della gerarchia dell’intelligence, i leader dei ribelli islamici non furono mai in contatto con Washington o la CIA.

Con l’appoggio della CIA e le grandi quantità di aiuti militari statunitensi, l’ISI pakistana aveva sviluppato una “struttura parallela che gestiva un enorme potere su tutti gli aspetti del governo”.[8] Lo staff dell’ Isi era composto da ufficiali militari e dell’intelligence, burocrati, agenti sotto copertura e informatori, stimati in circa 150.000. [9]

Nel frattempo, le operazioni della CIA avevano anche rinforzato il regime militare pakistano guidato dal generale Zia Ul Haq:

Le relazioni tra la CIA e l’ ISI [i servizi segreti militari del Pakistan] si sono intensificate a seguito della cacciata di Bhutto da parte di [Generale] Zia e l’avvento del regime militare”… Per gran parte della guerra afghana, il Pakistan è stato più aggressivamente anti-sovietico persino degli stessi Stati Uniti.”

Poco dopo che l’esercito sovietico invase l’Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] mandò il suo capo dell’ISI a destabilizzare gli stati sovietici dell’Asia centrale. La CIA accettò questo piano solo nell’ottobre del 1984 …. La CIA era più cauta dei pakistani. Sia il Pakistan che gli Stati Uniti adottarono una strategia di inganni con l’Afghanistan, mostrando pubblicamente di negoziare un accordo mentre privatamente si accordavano sul fatto che l’escalation militare era stata la migliore scelta. ”[10]

Il triangolo della droga nella Mezzaluna d’Oro

La storia del traffico di droga in Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni segrete della CIA. Prima della guerra sovietico-afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta verso piccoli mercati regionali. Non vi era produzione locale di eroina. [11] A questo proposito, lo studio di Alfred McCoy conferma che in due anni di operazioni CIA in Afghanistan, ”la terra di confine Pakistan – Afghanistan divenne il maggior produttore di eroina al mondo, fornendo il 60 per cento della domanda negli Stati Uniti. In Pakistan, la popolazione tossico – dipendente passò da quasi zero nel 1979 … a 1,2 milioni nel 1985 - una crescita molto più rapida che in qualunque altra nazione”: [12]

La CIA controllava questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri mujaheddin conquistavano territori all’interno dell’Afghanistan, ordinavano ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. Dall’altra parte del confine, in Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali, sotto la protezione dell’Intelligence pakistana, gestivano centinaia di laboratori per la lavorazione dell’ eroina. Durante questo decennio segnato dall’ enorme circolazione della droga, la Drug Enforcement Agency a Islamabad evitò di pretendere grosse confische o arresti …Funzionari degli Stati Uniti avevano rifiutato di indagare sulle accuse di traffico di eroina da parte dei suoi alleati afghani `perché la politica americana stupefacenti in Afghanistan è stata subordinata alla guerra contro l’influenza sovietica. ’Nel 1995, l’ex direttore della CIA per le operazioni afghane, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva effettivamente sacrificato la guerra alla droga per combattere la Guerra Fredda. “La nostra missione principale è stata quella di arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Noi in realtà non avevamo le risorse o il tempo per dedicarci a un’indagine sul narcotraffico”… “Non penso che abbiamo bisogno di chiedere scusa per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta…. C’è stata una ricaduta in termini di droga, sì. Ma l’obiettivo principale è stato compiuto. I sovietici hanno lasciato l’Afghanistan.” [13]

Sulla scia della Guerra Fredda

In seguito alla Guerra Fredda, la regione dell’Asia centrale non è solo strategica per le sue estese riserve di petrolio ma anche perché essa produce i tre quarti della produzione mondiale di oppio, che rappresenta i miliardi di dollari di ricavi dei gruppi d’affari,  delle istituzioni finanziarie, dei servizi segreti e della criminalità organizzata. Il ricavato annuale del traffico nella Mezzaluna d’Oro (tra i 100 e 200 miliardi di dollari) rappresenta circa un terzo del fatturato mondiale annuo del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull’ordine dei 500 miliardi di dollari.[14]

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si è avuta una nuova ondata nella produzione di oppio. (Secondo le stime dell’ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 – coincidente con la formazione delle insurrezioni armate nelle ex repubbliche sovietiche - ha raggiunto un record di 4600 tonnellate.

La vasta rete di intelligence militare dell’ ISI non venne smantellata alla fine della Guerra Fredda. La CIA ha continuato a sostenere la”Jihad” islamica anche fuori del Pakistan. Furono avviate nuove iniziative segrete in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. I militari del Pakistan e l’apparato di intelligence servirono essenzialmente “da catalizzatore per la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la nascita di sei nuove repubbliche musulmane dell’Asia centrale”.[16]

Nel frattempo, i missionari islamici della setta wahhabita dell’Arabia Saudita si erano stabiliti nelle repubbliche musulmane, così come all’interno della federazione russa, sconfinando le istituzioni dello Stato laico. Nonostante la sua ideologia anti-americana, il fondamentalismo islamico stava ampiamente servendo gli interessi strategici di Washington nella ex Unione Sovietica.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata inesorabile. I talebani erano supportati dai deobandi pakistani e dal loro partito politico, Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui). Nel 1993, lo Jui è entrato nella coalizione di governo del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Furono stabiliti i legami tra lo Jui, l’Esercito e l’ ISI. Nel 1995, con la caduta del governo Hezb-I-Islami di Hektmatyar a Kabul, i talebani non solo insediarono un governo oltranzista islamico, ma anche ”consegnarono il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan alle fazioni Jui …” [17]

E lo JUI, con il sostegno dei movimenti wahhabiti sauditi, giocò un ruolo chiave nel reclutare volontari per combattere nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

Il Jane Defense Weekly conferma a tal riguardo che ”metà degli uomini e delle attrezzature dei talebani personale provengono dal Pakistan, sotto l’opera dell’ISI”. [18]

In realtà sembrerebbe che, dopo il ritiro sovietico, entrambi le parti nella guerra civile afghana abbiano continuato a ricevere sostegno segreto attraverso ISI pakistano. [19]

In altre parole, sostenuto dai servizi segreti militari pakistani (ISI), che a sua volta erano controllati dalla CIA, lo Stato islamico dei talebani è stato largamente funzionale agli interessi geopolitici americani. Il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro è stato anche usato per finanziare ed equipaggiare l’Esercito musulmano bosniaco (a partire dai primi anni 1990) e l’ UCK nel Kossovo. Negli ultimi mesi ci sono prove riguardo al fatto che i mercenari mujaheddin stavano combattendo nelle fila dell’ UCK, durante i loro attacchi terroristici in Macedonia.

Senza dubbio, questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, compresa la palese violazione dei diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine, il licenziamento delle donne che lavoravano negli uffici pubblici e l’imposizione delle ”leggi punitive della Sharia ”.[20]

La guerra in Cecenia

Per quanto riguarda la Cecenia, i principali leader ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati e indottrinati nei campi sponsorizzato dalla Cia in Afghanistan e Pakistan. Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso americano sul terrorismo e la guerra non convenzionale, la guerra in Cecenia era stata pianificata durante un summit segreto di Hizb Allah International tenuto nel 1996 a Mogadiscio, in Somalia. [21] Al summit hanno partecipato Osama bin Laden e funzionari di alto livello dell’intelligence iraniana e pakistana. A questo proposito, il coinvolgimento dell’Isi pakistano in Cecenia ”va ben oltre la fornitura ai ceceni di armi e competenza: l’Isi e i suoi rappresentanti fondamentalisti islamici sono in effetti al comando di questa guerra”. [22]

La principale rotta degli oleodotti della Russia transita attraverso la Cecenia e il Daghestan. Nonostante la sbrigativa condanna da parte di Washington del terrorismo islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia furono le compagnie petrolifere anglo-americani , in lizza per il controllo delle risorse petrolifere e per i corridoi degli oleodotti del bacino del Mar Caspio.

I due principali eserciti dei ribelli ceceni, (guidati rispettivamente dal comandante Shamil Basayev e Emir Khattab) stimati in circa 35.000 uomini, furono sostenuti dall’ISI pakistano, che ha anche giocato un ruolo chiave nell’organizzare e addestrare l’esercito ribelle ceceno:

[Nel 1994] l’Isi pakistano ha fatto si che Basayev e i suoi fidati luogotenenti ricevessero un intensivo indottrinamento islamico e addestramento alla guerriglia nella provincia di Khost, in Afghanistan, al campo di Amir Muawia, istituito nei primi anni 1980 dalla CIA e dall’ISI e gestito dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio del 1994, dopo essersi diplomato a Amir Muawia, Basayev è stato trasferito a Markaz-i-Dawar, in Pakistan, per essere addestrato alle tecniche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontrò i più importanti militari pakistani e ufficiali dell’ intelligence: il generale Aftab Shahban Mirani, ministro della Difesa, il generale Naserullah Babar, ministro dell’ Interno, e il capo del settore dell’Isi incaricato di sostenere le cause islamiche, il generale Javed Ashraf (ora tutti in pensione). Questi collegamenti con personaggi di alto livello si sono rivelati molto utili per Basayev. ”[23]

Dopo il suo addestramento e indottrinamento, Basayev è stato assegnato a guidare l’assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. La sua organizzazione aveva anche sviluppato forti collegamenti con gruppi criminali a Mosca, nonché legami con il crimine organizzato albanese e l’UCK. Nel 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale della Russia(FSB) , i”signori della guerra ceceni hanno cominciato ad acquistare beni immobili in Kosovo …attraverso svariate ditte immobiliari registrate come copertura in Jugoslavia”. [24]

L’ organizzazione di Basayev è stata anche coinvolta in una serie di attività illegali tra cui il traffico narcotici, intercettazioni illegali e il sabotaggio di oleodotti russi, rapimenti, prostituzione, commercio di dollari falsi e contrabbando di materiali nucleari.

Durante il suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev era collegato con il veterano comandante saudita dei mujahidin ”AlKhattab”, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.Appena pochi mesi dopo il ritorno di Basayev a Grozny, Khattab è stato invitato (all’inizio del 1995) ad installare una base militare in Cecenia per l’addestramento dei combattenti mujahideen. Secondo la BBC, l’ impiego di Khattab  in Cecenia era stato “organizzato attraverso la [International] Islamic Relief Organisation, un’organizzazione religiosa militante basata in Arabia Saudita, finanziata da moschee e ricchi individui che canalizzano i fondi in Cecenia” .[26]

Considerazioni conclusive

Sin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente appoggiato Osama bin Laden, mentre allo stesso tempo lo inseriva nella “lista dei maggiori ricercati” dell’ FBI come il più pericoloso terrorista del mondo.

Mentre i mujaheddin sono occupati a combattere la guerra dell’America nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica, l’FBI - agendo come una forza di polizia statunitense, sta conducendo una guerra interna contro il terrorismo, operando in alcuni aspetti indipendentemente dalla CIA che – fin dalla guerra in Afghanistan -  ha sostenuto il terrorismo internazionale attraverso le sue operazioni segrete.

Per una crudele ironia, mentre la jihad islamica - definita dall’amministrazione Bush come “una minaccia all’America” ​​-viene condannata come responsabile degli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni islamiche costituiscono uno strumento chiave nelle operazioni militari e di intelligence degli USA nei Balcani e nella ex Unione Sovietica.

A seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington, la verità deve prevalere per evitare che l’amministrazione Bush, insieme ai suoi partner della Nato, intraprenda un’avventura militare che minacci il futuro dell’umanità.

LINK: Ten Years Later: Who Is Osama bin Laden? 

DI: Coriintempesta

Oslo: tutto quello che già sapete

di: Gianluca Freda

Tutto quello che avreste voluto sapere sugli attentati in Norvegia, ma avete evitato di chiedere, un po’ perché ci arrivavate anche da soli, un po’ perché è sempre la solita solfa.

Sui motivi del doppio attentato terroristico in Norvegia, il cui tragico bilancio è finora di un centinaio di morti, l’unica cosa che bisogna tenere presente è che – come sempre – tali motivi vanno ricercati in direzione diversa, se non del tutto opposta, a quelli insinuati dai giornali e dalle TV di regime dell’occidente. A chiarire la situazione, forse sono utili alcune notizie uscite in sordina nei giorni e negli anni scorsi. Fare due più due non è difficile.

Q: - Quali interessi ci sono dietro l’attentato?

A: Norvegia e Russia hanno raggiunto nel corso degli ultimi anni accordi di cooperazione sempre più stretti tanto per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio dell’Artico, quanto per la partnership commerciale nello sfruttamento di giacimenti mediorientali (in Iraq in particolare). Quest’asse energetico privilegiato tra Russia ed Europa mette a rischio gli interessi strategici americani e il controllo USA sul continente europeo. Era inevitabile che arrivassero, prima o dopo, gli opportuni “avvertimenti”:

1) Dal sito “La voce della Russia”, 07-07-2011:

Entra in vigore l’accordo Russia-Norvegia: nuovi orizzonti nell’Artico

Oggi entra in vigore l’accordo fra la Russia e la Norvegia sulla delimitazione delle zone di competenza nell’Artide e sulla cooperazione nel Mar di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Con questo documento, firmato il 15 settembre del 2010,  si sono conclusi 40 anni di controversie. L’accordo apre nuove possibilita’ per il libero sfruttamento dei ricchissimi  giacimenti di gas e petrolio nell’area di 175 mila chilometri quadrati e regola la collaborazione nel settore ittico. Secondo il ministro degli esteri russo Lavrov, si tratta di un’intesa opportuna e reciprocamente vantaggiosa.

2) Da “Sky – TG24” del 12-12-2009:

Iraq, russi e norvegesi si accaparrano il petrolio

Nel corso dell’asta per l’assegnazione di appalti ventennali sui pozzi iracheni, che si è svolta a Baghdad, la compagnia russa Lukoil e la norvegese Statoil hanno ottenuto la concessione per uno dei maggiori giacimenti petroliferi, nel Sud dell’Iraq. Lo ha annunciato il ministro del petrolio iracheno. Si tratta di uno dei giacimenti più grandi finora mai sfruttati, con delle riserve di quasi 13 miliardi di barili. La coppia Lukoil-Statoil ha strappato il contratto grazie a un’offerta che prevede di accrescere la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno.

3) Dal “Corriere della Sera” del 26-10-2007:

Gazprom si allea con la Norvegia E il petrolio tocca nuovi record

MILANO – Gazprom ha scelto la norvegese StatoilHydro come secondo partner nel maxi-giacimento di gas a Shtokman. Il colosso russo guidato da Alexej Miller aveva già selezionato la francese Total come primo partner per sviluppare la fase iniziale del progetto, la cui stima ammonta a 15-20 miliardi di dollari. Le riserve di questo giacimento ammontano a 3.700 miliardi di metri cubi di gas e oltre 31 milioni di tonnellate di gas condensato. [...]

Q: - Perché l’attentatore doveva essere “di estrema destra”?

A: Fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, gli USA hanno ristrutturato la politica europea su basi anti-russe, favorendo in particolare i movimenti socialdemocratici filoamericani e isolando la destra europea anti-statunitense. La destra è tradizionalmente portatrice di ideologie nazionaliste, avverse tanto al dominio americano sul continente quanto agli strumenti politici (“democrazia”) ed economici (moneta unica) attraverso i quali tale dominio viene garantito. Solo in Francia, all’epoca di De Gaulle, la creazione di questo ostracismo verso la destra europea era temporaneamente fallita. Il partito filo-russo in Europa è ovviamente trasversale agli schieramenti politici, ma nel linguaggio della propaganda si tende a definire “populismo di destra” ogni posizione politica che non si uniformi ad una visione filoamericana dell’europeismo e che prenda anche solo ipoteticamente in considerazione la creazione di rapporti più stretti con la Russia. Tali forze politiche sono quelle che maggiormente preoccupano gli Stati Uniti, essendo poco malleabili, scarsamente controllate, avverse all’unione economica europea (attraverso la quale gli USA mantengono l’Europa nella morsa del debito, dunque sotto controllo), in crescita di consensi e – soprattutto – animate da una prospettiva “eurasiatica” che guarda alla Russia come ideale partner politico ed economico con cui rimpiazzare nel futuro la superpotenza americana in declino. Occorre dunque, ogni volta che sia possibile, demonizzarle (magari definendole “xenofobe” e “antisemite” a intervalli regolari) e screditarle, attribuendo ad esse la paternità di azioni ignominiose.

Anche qui riporto qualche articolo:

1) Dal sito di economia “Risk and Forecast”, 12-03-2009:

Gli amici di estrema destra della Russia

Recenti notizie di stampa affermano che i partiti di estrema destra in Europa sarebbero finanziati – almeno in parte – dalla Russia. Sebbene tali affermazioni necessitino di essere provate, è un dato di fatto che diversi partiti di estrema destra dell’est europeo sono diventati accaniti sostenitori degli interessi russi e ammiratori del modello politico-economico della Russia. Diversi gruppi di estrema destra, nei paesi post-comunisti, guardano all’infrastruttura politica autoritaria di Vladimir Putin come ad un modello e premono allo stesso tempo per una maggiore apertura verso la Russia e per la rottura della comunità Euro-Atlantica. In Europa orientale, il sostegno verso l’estrema destra ha evidenziato negli ultimi anni un trend in ascesa. Dal punto di vista russo, un partenariato con gli ultranazionalisti potrebbe facilitare i suoi tentativi di influenzare la politica interna di questi paesi, almeno finché Mosca non riuscirà a trovare un alleato ancor più influente nell’ambito dello spettro politico. [...]

2) Da “L’interprete internazionale” del 15-04-2011:

Marine Le Pen: No alla NATO, sì alla Russia

“Marine Le Pen promette l’uscita dalla Nato e un partenariato con la Russia”, titola l’agenzia. In un discorso tenuto ai corrispondenti esteri a Nanterre, la Le Pen avrebbe detto che, in caso di una sua vittoria alle presidenziali, la Francia farebbe della Russia un partner privilegiato e lascerebbe la Nato. “Penso che la Francia abbia tutto l’interesse a volgersi verso l’Europa, ma alla grande Europa. E in particolare a lavorare ad un partenariato con la Russia”, avrebbe detto, invocando “ragioni evidenti, di civiltà e geostrategiche”. E sull’Alleanza atlantica: “le scelte fatte dal presidente della Repubblica (ovvero Sarkozy, ndr), che appaiono come scelte di sistematico allineamento (sugli Usa, ndr), non mi paiono positive”.

3) Dal sito dell’emittente iraniana IRIB, 11-05-2010:

Ucraina: proteste contro la politica pro-Russia del presidente Yanukovych

KIEV – Migliaia di manifestanti sono scesi per le strade della capitale ucraina per protestare contro la decisione del presidente Viktor Yanukovych a stabilire legami più stretti con la Russia. Le proteste di oggi contro il governo del presidente Yanukovych hanno avuto luogo quasi un mese dopo la firma di un accordo tra Mosca e Kiev, definita dai dimostranti arrabbiati un atto “contro la sovranità dell’Ucraina”. Il nuovo accordo tra i due paesi vicini consentirebbe a Mosca un ampio uso di porti navali dell’Ucraina nel Mar Nero, in cambio dell’esportazione di una piccola quantità del gas naturale dalla Russia verso l’ex repubblica sovietica.[...]

Q: - Di quali altre colpe si è macchiata la Norvegia verso i dominatori Usraeliani per meritarsi una punizione così sanguinosa?

A. Vediamo un po’:

1) Da “Views and News from Norway” del 14-02-2011:

La Norvegia tra coloro che vogliono spaccare la NATO

Nuove indiscrezioni di Wikileaks hanno rivelato quanto siano profonde le divisioni all’interno della NATO su questioni chiave della sicurezza europea. Il governo norvegese è accusato di essere parte di una presunta “banda dei cinque” filorussa, insieme a Francia, Germania, Olanda e Spagna. [...] In una riunione d’emergenza del Consiglio della NATO tenutasi il 12 agosto [2008] in occasione del conflitto tra Russia e Georgia, gli alleati non riuscirono a trovare una posizione comune sulla guerra. La “banda dei cinque”, come la definiscono gli americani, avrebbe affermato che l’annuncio dell’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO avrebbe avuto il solo scopo di provocare i russi, mentre la parte opposta considerava la decisione di non garantire a questi paesi una piena partecipazione come una sorta di “luce verde” data ai russi per fare ciò che volevano. Solo il 19 agosto si riuscì ad arrivare ad una dichiarazione comune sulla crisi. [...]

2) Dal sito “Workers World”, 21-07-2011:

Escalation dei bombardamenti NATO contro la Libia

[...] Anche la Norvegia [insieme all’ Olanda] sta ritirando la propria partecipazione [alla guerra in Libia]. A partire dal 1° agosto, le sue forze aeree non saranno più coinvolte negli attacchi. Questa crescente riluttanza da parte di diversi paesi membri della NATO ha portato il ministro della difesa britannico, Liam Fox, ad accusare questi governi, il 13 luglio scorso, di non fornire sufficienti forze aeree per la campagna in corso. [...]

3) Da “Tundra Tabloids” del 27-03-2011 (ovvove supvemo!)

Norvegia: il partito socialista proporrà una mozione in cui si chiede di bombardare Israele in caso di azioni contro Hamas a Gaza.

Siamo arrivati a questo. Il Sosialistisk Venstreparti (Partito Socialista di Sinistra) di Kristin Halvorsen, facente parte della coalizione di governo norvegese, conta di far votare una mozione in cui si richiede un’azione militare contro Israele nel caso che questi dovesse decidere di agire contro Hamas a Gaza! [...]

4) Da “Rohama.org” del 15-01-2011:

La Norvegia sarà la prima nazione europea a riconoscere la Palestina

Jonas Gahr Stoere, Ministro degli Esteri norvegese, ha detto ad una conferenza stampa svoltasi a Ramallah, insieme al Primo Ministro palestinese Salam Fayyad, che il suo paese sarà uno dei primi a riconoscere il futuro stato palestinese una volta che le sue istituzioni saranno approntate secondo gli schemi e i progetti previsti dall’Autorità Nazionale Palestinese. [...]

5) Dal sito norvegese “Politisk.tv2.no” del 21-07-2011: (ovvove degli ovvovi!)

Jonas Gahr Støre [Ministro degli Esteri norvegese]: l’occupazione deve finire, il muro deve essere demolito e bisogna farlo subito!

 

utoya

Il ministro degli esteri è stato accolto con richieste di riconoscimento dello Stato Palestinese quando, giovedì, si è recato in visita ad un campo estivo della gioventù laburista a Utoya.

N.B.: guarda caso, il campo di Utoya che il ministro Store aveva visitato il 21 luglio (qui sopra vedete una foto della visita) è stato proprio il teatro della strage compiuta il giorno successivo dal folle “estremista di destra”. Con tutta la buona volontà, non riesco proprio a immaginare un avvertimento dal significato più eloquente di questo.

Q: Quali metodi hanno utilizzato i servizi segreti per il doppio attentato?

A: Qui si possono fare solo delle ipotesi, ma poiché il modus operandi è stato osservato in molti attacchi precedenti dello stesso tipo l’immaginazione non dovrà essere sottoposta a sforzi eccessivi.

Il primo sistema, piuttosto ben rodato, è quello di organizzare,  contemporaneamente o a ridosso degli attentati, delle “esercitazioni militari” che seguiranno – guarda un po’ la coincidenza – la stessa falsariga di ciò che avverrà durante gli attentati “veri”. Il sistema è stato messo a punto dai servizi segreti israeliani ed ha lo scopo di far circolare liberamente – col pretesto dell’”esercitazione” – gli uomini, i mezzi e i materiali che dovranno servire a portare a termine l’attacco. Questo sistema è stato utilizzato, com’è noto, per gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, quando il NORAD e il Consiglio di Stato Maggiore americano avevano in corso “esercitazioni” riguardanti il dirottamento di un aereo governativo e lo schianto di un velivolo contro un palazzo. Stesso discorso per gli attentati a Londra del 7 luglio 2005, avvenuti “incidentalmente” proprio nel momento in cui governo e polizia stavano conducendo una “simulazione” di attentato nella metropolitana londinese.

 

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Qualcosa di simile è avvenuto per l’attacco “con autobomba” nel centro di Oslo, che non ha colpito solo la sede del giornale Verdens Gang, come alcune fonti di stampa hanno riportato, bensì vari edifici governativi, affinché il messaggio arrivasse forte e chiaro. Da notare che, in molti casi, gli attacchi attribuiti ad “autobombe” sono realizzati in realtà con esplosivi piazzati preliminarmente in punti sensibili degli obiettivi da colpire. L’attacco era stato anticipato, mercoledì scorso, da una tipica “esercitazione” della polizia antiterrorismo proprio nel centro di Oslo, a 200 metri di distanza dalla Operahuset. La polizia – dice l’articolo – ha fatto esplodere delle cariche esplosive a scopo di “simulazione”, ma si è “dimenticata” di comunicare ai residenti di avere delle esercitazioni in corso, suscitando così spavento e allarme nella popolazione. Il capo dell’ufficio stampa della polizia di Oslo, Unni Grondal, aveva dichiarato all’Afterpost“E’ qualcosa di cui non eravamo stati avvisati. Non succederà più”. Invece è successo di nuovo poche ore dopo.

Per ciò che riguarda l’attacco all’isola di Utoya, è rilevante notare l’assurdità delle versioni pubblicate dalla stampa mainstream, secondo le quali il biondo “estremista di destra”, Anders Behring Breivik, avrebbe fatto tutto da solo: avrebbe piazzato l’autobomba nella capitale e poi se ne sarebbe andato tranquillamente a Utoya a massacrare un centinaio di persone. Non credo ci sia bisogno di spiegare, a chi vive nel mondo concreto e non in un film di Chuck Norris, perché quest’affermazione sia ridicola. E’ chiaro che le operazioni sono state eseguite da persone diverse. Ed è certo come l’oro che la stessa strage di Utoya è stata compiuta da un commando composto da diverse persone, visto che quasi tutti i testimoni sopravvissuti parlano di più persone coinvolte nell’attacco, né si capisce come un unico individuo, per quanto ben armato, possa aver compiuto una strage di simili proporzioni senza incontrare resistenza.

E’ da notare che il Mossad israeliano recluta spesso informatori e operativi tra i rifugiati, in particolare palestinesi, ma non solo, che richiedono asilo politico in Norvegia. Il Mossad opera in Norvegia in cooperazione con i servizi segreti locali, sotto la copertura del cosiddetto “Kilowatt Group”, una rete d’intelligence che vede la partecipazione, oltre che di Israele e Norvegia, anche di altri paesi quali Svizzera, Svezia e Sudafrica e che si maschera – manco a dirlo – sotto la finalità di facciata della “lotta al terrorismo”.

Infine, non va dimenticato che la creazione di “psicopatici e assassini seriali” attraverso il lavaggio del cervello è sempre stato una specialità delle pratiche di controllo mentale dell’MK-Ultra, il quale possiede anche un suo braccio norvegese. Questo articolo del sito Forward America, riferendo degli esperimenti compiuti in Norvegia, riporta tra l’altro:

“Il numero del Norway Post del 4 settembre 2000, ha rivelato che anche il governo norvegese, tra gli anni ’50 e i ’60, iniettò LSD a bambini, pazienti in cura psichiatrica e ad altre persone. Dieci dei soggetti morirono. Uno dei motivi che rendevano urgenti gli esperimenti di controllo mentale era il fatto che il mondo intero aveva visto cosa fossero stati capaci di fare i comunisti cinesi alle menti dei prigionieri americani. Era anche risaputo che l’URSS aveva catturato molti scienziati tedeschi che avevano compiuto esperimenti sul controllo mentale”.

Se si necessita di uno o più psicopatici pronti a compiere una strage in qualunque paese del mondo, le organizzazioni d’intelligence, grazie ad un’esperienza ormai cinquantennale nel campo, possono fornirne a volontà. Penseranno poi i giornali a dipingerli come “fanatici di estrema destra”, con la svastica tatuata sul cranio e il ritratto del Fűhrer sul comodino. Il pubblico non esiterà un attimo a bersi storielle di questo tipo. L’importante è che le autorità politiche delle nazioni colpite, avendo orecchie per intendere, intendano il messaggio e ne facciano tesoro. Chissà se dopo questa “folle” strage, compiuta da un “pazzo isolato” sul suolo nazionale norvegese, il primo ministro Jens Stoltenberg – i cui figli, guarda la coincidenza, si trovavano al meeting laburista di Utoya e si sono salvati per miracolo – e il Ministro degli Esteri Jonas Gahr Stoere – che era stato a Utoya poco prima e ha rischiato di rimanere coinvolto nella sparatoria – avranno capito l’antifona e imparato a essere più ubbidienti?

FONTE: Blogghete

Dubbi anche sul martire della rivolta in Tunisia

Il ragazzo che si diede fuoco a Sidi Bouziz. Gli scettici: invenzione dei media

28 dicembre 2010, il presidente Ben Ali visita Mohammad Bouazizi in ospedale

E se la maggior parte della nostra realtà fosse fatta dalla connessione di tante irrealtà, come insinuava Borges? Dopo la blogger siriana lesbica Amina, che come tutti ormai sanno è uno stempiato e corpulento signore americano di Edimburgo, comincia a sfaldarsi l’epica recente di Mohammad Bouazizi,l’ambulante di Sidi Bouziz che si diede fuoco per protesta, scatenando la rivolta tunisina. Nell’era della rete globale, una vicenda non è più persuasiva perché vera, ma diventa vera perché persuasiva. Vecchia storia? Forse, ma confondere il mito con la realtà è un grave rischio sociale, persino per chi crede che la stessa realtà sia un mito.

Con la compassione dovuta alla persona e il rispetto riservato a un eroe della primavera araba, bisogna dire che a sei mesi dalla sua scomparsa, l’unica certezza che abbiamo sul «martire» Muhammad Bouazizi, per gli amici «Basbusa», è la sua morte all’età di 26 anni, in seguito alle ustioni riportate dopo essersi dato fuoco il 17 dicembre dello scorso anno. Tutti i momenti cruciali della narrazione sono già trascolorati in una nebbia grigia che talvolta nasconde palesi falsità.

La vulgata rivoluzionaria, riprodotta all’infinito sul web, racconta l’umiliazione del venditore ambulante Mohammed davanti al municipio di Sidi Bouziz. Pescato a vendere illegalmente cibo, fu preso a sberle da una poliziotta che gli sequestrò la bancarella. Se a noi un uomo schiaffeggiato da una donna può strappare un moto ancestrale d’indignazione, figuriamoci nel Maghreb. Ecco, in fila uno dietro l’altro, gli elementi che frullati su internet formeranno una leggenda intessuta di realtà: un regime crudele e corrotto, che nega le opportunità ai giovani tunisini, fissato per sempre nell’atto di angariare un figlio del popolo che chiede solo di lavorare. Poi il giovane si versò addosso una latta di benzina e fece scattare l’accendino.

«Come un solo fiammifero può accendere una rivoluzione», titolò il New York Times on line il 21 gennaio, e giù a citare Quang Duc, il monaco vietnamita che si diede fuoco nel 1963 per protesta contro la guerra in Vietnam e Jan Palach, il ventenne ceco che s’immolò col fuoco nel 1969 contro l’invasione sovietica. Il produttore tunisino Tarak Ben Ammar annunciò di volerne trarre un film «al più presto». La narrazione si moltiplica diventando il processo della creazione del mito. Una tendenza che ora si sta rovesciando. «Sembra che per alcuni tunisini – ha scritto Wyre Davies sul sito della Bbc – il martire ventiseienne non sia più un eroe politico ma una creazione dei media, fabbricata da persone estranee ai fatti, con una visione romantica dell’origine della primavera araba». Così Fedia Hamdi, la poliziotta di 46 anni che schiaffeggiò Mohammed, appare oggi anche lei una vittima. Gettata in prigione da Ben Ali, è stata processata e assolta con tante scuse dalla nuova Tunisia (forse) democratica. Si è stabilito infatti che non ha mai schiaffeggiato il giovane. Si era limitata a chiedergli di smettere di vendere abusivamente commestibili proprio davanti al municipio. Fedia ricorda che il giovane era molto arrabbiato ma dice di non sapersi spiegare perché poi si sia dato fuoco, né se volesse davvero uccidersi in quel modo.

Prima di morire per protesta Mohammed contribuì con la sua indignazione a ingrossare il fiume di parole d’ordine «rivoluzionarie» che si diffusero a velocità prodigiosa attraverso i social network. Il fatto è che lui non era affatto un maniaco del web, un «geek» che passa le notti chattando e scambiandosi file. Infatti France24 ha scoperto che le poesie e le canzoni rivoluzionarie generalmente attribuite a Muhammed Bouaziz sono state composte da un altro ragazzo, con lo stesso nome. «Sono stati verosimilmente quei post ad alimentare la rivolta», ha osservato Wyre Davies.

La scoperta dell’omonimo autore degli interventi su Internet ha sollevato in Tunisia una coltre di diffidenza su tutta la vicenda che ha coinvolto i parenti del vero ambulante. Si è saputo allora che la famiglia aveva accettato diverse migliaia di dollari di risarcimento quando il presidente Ben Ali era ormai prossimo all’esilio. I Bouazizi hanno lasciato la casa miserabile di Sidi Bouzid per spostarsi nel quartiere residenziale di La Marsa a Tunisi.

L’ondata emotiva che ha portato in pochi giorni la storia di Muhammed a diventare patrimonio del villaggio globale in Tunisia sta già vivendo una fosca stagione di riflusso, esagerata dal clima di sospetto che circonda i veri esisti della rivoluzione, in attesa di votare sulla nuova costituzione. Mentre in Francia si dedicano piazze al martire tunisino, in patria, addirittura nella sua Sidi Bouzid, capita che le targhe a lui intitolate siano divelte o imbrattate.

Internet sopperisce a un mondo dove scarseggiano eroi e modelli ma la scelta se crederci oppure no resta ancora a noi, la rete stessa ci fornisce gli strumenti di verifica.

di: CLAUDIO GALLO

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