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Tag: Sinistra

Se il capitalismo diventa di sinistra

capitalismo

di: Diego Fusaro

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente Leggi Tutto…

Diffidare della sinistra anti-anti guerra

pace umanitaria

di: Jean Bricmont

Sin dagli anni ’90, e soprattutto dopo la guerra del Kosovo nel 1999, chiunque si opponga agli interventi armati delle potenze occidentali e della NATO deve confrontarsi con quella che può essere definita una sinistra anti-anti-guerra (compreso il suo segmento dell’estrema sinistra). In Europa, e in particolare in Francia, questa sinistra anti-anti-guerra è costituita dalla  socialdemocrazia tradizionale, dai partiti Verdi e dalla maggior parte della sinistra radicale. La sinistra anti-anti-guerra non è apertamente a favore degli interventi militari occidentali e a volte non risparmia loro critiche (ma di solito solo per le loro tattiche o per le presunte motivazioni – l’Occidente sta sostenendo una giusta causa, ma goffamente e per motivi legati al petrolio o per ragioni geo – strategiche). Ma la maggior parte della sua energia la  sinistra anti-anti-guerra la spende nell’emettere  ”avvertimenti” contro la presunta pericolosa deriva di quella parte della sinistra che continua ad opporsi fermamente a tali interventi. La sinistra anti-anti-guerra ci invita ad essere solidali con le “vittime” contro “i dittatori che uccidono il loro stesso popolo” e a non cedere all’ istintivo anti-imperialismo, anti-americanismo o anti-sionismo, e, soprattutto, a non finire dalla stessa parte dell’estrema destra. Dopo gli albanesi del Kosovo nel 1999, ci è stato detto che “noi” dobbiamo proteggere le donne afgane, i curdi iracheni e, più recentemente, il popolo libico e siriano.

Non si può negare che la sinistra anti-anti-guerra sia stata estremamente efficace. La guerra in Iraq, che è stata venduta al pubblico come una battaglia contro una minaccia immaginaria, ha effettivamente suscitato una opposizione fugace, mentre poca o nulla opposizione è giunta dalla sinistra contro quegli interventi presentati come “umanitari“, come ad esempio il bombardamento della Jugoslavia per separare la provincia del Kosovo, il bombardamento della Libia per sbarazzarsi di Gheddafi  o come l’attuale intervento in Siria. Eventuali obiezioni alla rinascita dell’imperialismo o in favore di mezzi pacifici per affrontare questi conflitti sono state semplicemente spazzate via invocando la “Responsabilità di Proteggere” (“R2P”) o il dovere di andare in soccorso di un popolo in pericolo .

L’ambiguità fondamentale della sinistra anti-anti-guerra sta nella questione di chi siano i “noi” che dovrebbero intervenire e proteggere. Si potrebbe porre alle sinistre occidentali, ai movimenti sociali o alle organizzazioni per i diritti umani,  la stessa domanda che Stalin rivolse al Vaticano: “Quante divisioni avete?

Resta però un dato di fatto che tutti i conflitti in cui si presume che “noi” dobbiamo intervenire siano conflitti armati. Intervenire significa intervenire militarmente e per far questo si devono possedere mezzi militari adeguati. E’ del tutto evidente che la sinistra occidentale non possiede questi mezzi.  Potrebbe sollecitare che siano gli eserciti europei ad intervenire, al posto degli Stati Uniti. Ma gli eserciti europei non sono mai intervenuti senza un sostegno massiccio da parte degli Usa. Quindi il messaggio reale  che la sinistra anti-anti-guerra lascia passare  è: “Per favore americani, fate la guerra non l’amore“. Anzi, poiché a partire dalla loro sconfitta in Afghanistan e in Iraq, gli americani sono diffidenti ad inviare truppe di terra, il messaggio equivale a niente altro che chiedere alla Air Force americana di andare a bombardare tutti quei paesi che in cui si segnalano violazioni dei diritti umani.

Naturalmente, chiunque è libero di affermare che i diritti umani devono d’ora in poi essere affidati alla buona volontà del governo degli Stati Uniti, ai suoi bombardieri, ai suoi lanciamissili e ai suoi droni. Ma è importante rendersi conto che è questo il significato concreto di tutti quegli appelli alla “solidarietà” e al “sostegno” verso i movimenti ribelli o secessionisti coinvolti nelle lotte armate. Questi movimenti non hanno bisogno di slogan cantati durante le “manifestazioni di solidarietà” a Bruxelles o a Parigi, e  non è neanche questo che vogliono. Vogliono armi pesanti e veder bombardati i loro nemici.

La sinistra anti-anti-guerra, se fosse onesta, dovrebbe essere sincera riguardo questa opzione, e chiedere apertamente agli Stati Uniti di andare a bombardare ovunque i diritti umani siano violati. Poi, però, deve accettarne le conseguenze. In realtà, la classe politica e militare che dovrebbe salvare le popolazioni “massacrate dai loro dittatori” è la stessa che ha condotto la guerra del Vietnam, che ha ha imposto sanzioni e le guerre contro l’Iraq, che impone sanzioni arbitrarie su Cuba, sull’Iran e su qualsiasi altro paese a loro sgradito; la stessa classe politica e militare che fornisce sostegno incondizionato a Israele, che utilizza tutti i mezzi, compresi colpi di Stato, per opporsi ai riformatori sociali in America Latina, da Arbenz a Chavez passando per Allende, Goulart e altri, e che sfrutta spudoratamente i lavoratori e le risorse di tutto il mondo. Ci vuole davvero un sacco di buona volontà per vedere in quella classe politica e militare lo strumento di salvezza delle “vittime“. Ma alla fine è esattamente questo che la sinistra anti-anti-guerra va sostenendo in quanto, dati i rapporti di forze nel mondo, non vi è altra forza militare in grado di imporre la propria volontà.

Naturalmente, il governo degli Stati Uniti è  a malapena a  conoscenza dell’esistenza della sinistra anti-anti-guerra. Gli Stati Uniti decidono se fare o non fare una guerra in base alle proprie probabilità di successo e  in base a quelli che, secondo le loro valutazioni, sono i propri interessi strategici, politici ed economici. E una volta che la guerra è iniziata, vogliono vincerla a tutti i costi. Non ha senso chiedergli di effettuare interventi benevoli, rivolto solo contro i veri cattivi, usando metodi gentili che risparmino i civili e gli innocenti.

Per esempio, quelli che invocano di “salvare le donne afgane” stanno in realtà chiedendo agli Stati Uniti di intervenire e, tra le altre cose, di bombardare i civili afghani e di inviare droni in Pakistan.Non ha senso chiedergli di proteggere ma di non bombardare, semplicemente perché gli eserciti agiscono sparando e bombardando. [ 1 ]

Un dei temi preferiti della sinistra anti-anti-guerra è quello di accusare coloro che rifiutano l’intervento militare di “sostenere il dittatore“, cioè il leader del paese attaccato. Il problema è che ogni guerra è giustificata da una massiccia propaganda che si basa sulla demonizzazione del nemico, in particolare del leader nemico. Per contrastare efficacemente tale propaganda è necessario contestualizzare i crimini attribuiti al nemico e confrontarli con quelli della parte che dovremmo sostenere. Tale compito è necessario ma rischioso. Il minimo errore sarà continuamente usato contro di noi, mentre tutte le menzogne ​​della propaganda a favore della guerra saranno presto dimenticate.

Già durante la prima guerra mondiale, Bertrand Russell e i pacifisti britannici sono stati accusati di “sostenere il nemico“. Ma se hanno denunciato la propaganda alleata, non è stato per amore del Kaiser tedesco, ma per la causa della pace. La sinistra anti-anti-guerra ama denunciare i “doppi standard” dei pacifisti coerenti che criticano i crimini del proprio proprio schieramento più marcatamente rispetto a quelli attribuiti al nemico del momento (Milosevic, Gheddafi, Assad, e così via), ma questa è solo la conseguenza necessaria di una scelta deliberata e legittima: contrastare la propaganda di guerra dei nostri mezzi di comunicazione e dei leader politici (in Occidente), propaganda  basata sulla costante demonizzazione del nemico sotto attacco accompagnata dalla idealizzazione dell’attaccante.

La sinistra anti-anti-guerra non ha alcuna influenza sulla politica americana, ma questo non vuol dire che non abbia alcun effetto. La sua insidiosa retorica è servita a neutralizzare qualsiasi movimento pacifista o contro la guerra. Ha anche reso impossibile per qualsiasi paese europeo di prendere una posizione indipendente come fece la Francia sotto De Gaulle, o anche sotto Chirac, o come fece la Svezia con Olof Palme. Oggi una tale posizione sarebbe immediatamente attaccata dalla sinistra anti-anti-guerra, che gode del sostegno dei media europei, come “appoggio ai dittatori“, un’ altra “Monaco” o di “reato di indifferenza“.

Quello che la sinistra anti-anti-guerra è riuscita a compiere è stato di distruggere la sovranità dei cittadini europei nei confronti degli Stati Uniti e di eliminare qualsiasi posizione indipendente riguardo la guerra e l’imperialismo. Ha anche portato la maggior parte della sinistra europea ad adottare posizioni in totale contraddizione con quelle della sinistra latino-americana e di considerare come avversari la Cina e la Russia, che cercano invece di difendere il diritto internazionale. Quando i media annunciano che un massacro è imminente, a volte sentiamo dire anche che  “è urgente” agire per salvare le presunte vittime future, e che non si può perder tempo a verificare i fatti. Questo può essere vero quando un edificio è in fiamme in una certa zona, ma tale urgenza, per quanto riguarda gli altri paesi, ignora la manipolazione delle informazioni e gli errori e la confusione che dominano l’informazione estera dei mezzi di informazione. Qualunque sia la crisi politica all’estero, l’istantaneo “dobbiamo fare qualcosa” fa trascurare alla sinistra le serie riflessioni di quello che potrebbe essere fatto al posto di un intervento militare. Quale tipo di indagine indipendente potrebbe essere condotta per comprendere le cause del conflitto e le potenziali soluzioni? Quale può essere il ruolo della diplomazia? Le immagini prevalenti dei ribelli immacolati, tanto care alla sinistra dalla sua romanticizzazione dei conflitti del passato, in particolare la guerra civile spagnola, bloccano la riflessione. Bloccano una valutazione realistica dei rapporti di forze e delle cause della ribellione armata nel mondo di oggi, molto diverse da quelle degli anni ’30 del novecento, fonte preferita delle leggende care alla sinistra occidentale.

Ciò che è anche degno di nota è che la maggior parte della sinistra anti-anti-guerra condivide una condanna generale delle rivoluzioni del passato, poiché guidate da Stalin, Mao, Pol Pot ecc… Ma ora che i rivoluzionari sono gli islamici (appoggiati dall’Occidente), dovremmo presumere che tutto andrà bene. Che dire poi, a proposito dell’ “imparare la lezione dal passato“, che le rivoluzioni violente non sono necessariamente il migliore o l’unico modo per ottenere un cambiamento sociale?

Una politica alternativa dovrebbe allontanarsi di 180 °  da quanto attualmente sostenuto dalla sinistra anti-anti-guerra. Invece di invocare sempre maggiori interventi , dovremmo chiedere ai nostri governi il rigoroso rispetto del diritto internazionale, la non interferenza negli affari interni di altri Stati e la cooperazione invece che lo scontro. La non interferenza non significa solo un   intervento militare. Si applica anche alle azioni diplomatiche ed economiche: niente sanzioni unilaterali, niente minacce durante i negoziati e parità di trattamento di tutti gli Stati. Invece di continuare a “denunciare” i leader di paesi come Russia, la Cina, l’Iran e Cuba per violazioni dei diritti umani, qualcosa che la sinistra anti-anti-guerra ama fare, dobbiamo ascoltare quello che hanno da dire, dialogare con loro e aiutare i nostri concittadini a comprendere i diversi modi di pensare nel mondo, comprese le critiche che gli altri paesi possono muovere riguardo il nostro modo di fare le cose. Coltivare tale comprensione reciproca potrebbe, alla lunga, essere il modo migliore per migliorare i “diritti umani” in tutto il mondo.

Questo non porterebbe soluzioni immediate per le violazioni dei diritti umani o per i conflitti politici in paesi come la Libia o la Siria. Ma cosa significa? La politica di interferenza aumenta le tensioni e la militarizzazione del mondo. I paesi che si sentono bersaglio di tale politica, e sono numerosi, si difendono come possono. Le campagne di demonizzazione impediscono le relazioni pacifiche tra i popoli, gli scambi culturali tra i cittadini e, indirettamente, il fiorire delle idee molto liberali che i sostenitori delle interferenza sostengono promuovere. Una volta che la sinistra anti-anti-guerra ha abbandonato qualsiasi programma alternativo, ha di fatto abbandonato la possibilità di avere la minima influenza sugli affari del mondo. Non “aiuta le vittime“, come afferma. Fatta eccezione di distruggere qui ogni resistenza all’imperialismo e alla guerra, non fa nulla. Gli unici che stanno davvero facendo qualcosa sono, infatti, le amministrazioni che si succedono negli Stati Uniti. Contare su di loro per prendersi cura del benessere dei popoli del mondo è un atteggiamento di disperazione totale. Questa disperazione è un aspetto del modo in cui la maggior parte della sinistra ha reagito alla “caduta del comunismo“, abbracciando le politiche che erano l’esatto opposto di quelle dei comunisti, in particolare negli affari internazionali, dove l’opposizione all’imperialismo e la difesa della sovranità nazionale sono state sempre più demonizzate come “avanzi di stalinismo“.

L’interventismo e la costruzione europea sono entrambe politiche di destra. Una è collegata all’impulso americano per l’egemonia mondiale. L’altra rappresenta l’intelaiatura portante delle politiche economiche neoliberali e della distruzione della protezione sociale. Paradossalmente, entrambe sono state in gran parte giustificate da idee della “sinistra“: diritti umani, internazionalismo, antirazzismo e anti-nazionalismo. In entrambi i casi, una sinistra che ha perso la sua strada dopo la caduta del blocco sovietico, si è aggrappata per sopravvivere ad un  discorso ”generoso, umanitario“, che manca totalmente di qualsiasi analisi realistica dei rapporti di forze nel mondo. Con una tale sinistra, la destra non ha bisogno di alcuna propria ideologia, si può arrangiare  con i diritti umani.

Tuttavia, queste politiche, l’interventismo e la costruzione europea, sono oggi in un vicolo cieco. L’imperialismo degli Stati Uniti si trova ad affrontare enormi difficoltà, sia economiche che diplomatiche. La sua politica interventista è riuscita a unire gran parte del mondo contro gli Stati Uniti. Oramai quasi nessuno crede più ad un’ “altra” Europa, un’Europa sociale, e l’Unione Europea realmente esistente (l’unica possibile) non suscita molto entusiasmo tra i lavoratori. Naturalmente, di tali fallimenti ne beneficia attualmente solo la destra e l’estrema destra, dato che la maggior parte della sinistra ha smesso di difendere la pace, il diritto internazionale e la sovranità nazionale, come condizione preliminare della democrazia.

[1] In occasione del recente vertice della NATO a Chicago, Amnesty International ha lanciato una campagna di manifesti che chiedono alla NATO di “mantenere il progresso” nell’interesse delle donne dell’Afghanistan senza però spiegare, e nemmeno sollevando la questione, come un’organizzazione militare possa realizzare tale obiettivo.

LINK:  Beware the Anti-Anti-War Left

DI: Coriintempesta

Primarie centrosinistra. Le comiche finali di una tragicommedia all’italiana

di: Michele Mendolicchio - m.mendolicchio@rinascita.eu -

Siamo ormai alle comiche finali. Il gregge di centrosinistra si mobilita per decretare la vittoria di Bersani, mentre quello che resta del centrodestra si appresta ad assegnare la vittoria ai punti ad Alfano. Eppure la situazione dovrebbe invitare a ben altra reazione. Siamo di fronte a dei partiti sinistri-centro-destri che hanno sostenuto questo governo delle banche, pur fingendo di prendere le distanze o di voler superare l’agenda Monti.

E i risultati sono drammatici, con tutti gli indici economici in caduta libera. Se a Palazzo Chigi ci fosse ancora Berlusconi ci sarebbero i moti di piazza per cacciarlo. E a Bersani, Vendola, Bindi, Fini, Casini, Franceschini il compito di sparare bordate contro il Cavaliere che stava portando il Paese verso il baratro.

Invece nel baratro ci siamo finiti proprio con Monti, l’uomo che secondo questi discepoli della verità ci avrebbe dovuto portare fuori dalle secche. Passato un anno dal suo insediamento, voluto da Napolitano su mandato della Bce e dell’Ue, ci ritroviamo a dover fare i conti con un’Italia in caduta libera e a disposizione dei grandi interessi internazionali. Precarietà, sfruttamento, retribuzioni da schiavi, povertà visibile per le nostre città, laureati presi dalla disperazione… E il popolo che fa? Fa come il gregge, mettendosi in fila per le primarie. Ma pensate davvero che Bersani possa governare? O che lo possa fare Alfano o Berlusconi?

O se volete Casini? E per fare cosa? Ma davvero pensate che Vendola possa uscire dalla semina montiana? Il giorno dopo arriverebbe subito la letterina della Bce, dell’Ue o quella della City e di Wall Street o quella di Obama.

E Vendola magari non troverebbe di meglio che rievocare la narrazione del salvataggio dell’Italia cui l’orribile governo Berlusconi ci stava portando. Con questo stratagemma lui e tutta la dirigenza centrosinistra riuscirebbero a infinocchiare ancora un volta gli italiani. O meglio metà degli italiani. Per fortuna una buona metà si è svegliata dal torpore e dall’incantesimo di queste sirene di Palazzo, come il voto in Sicilia fa ben sperare. A questo punto però non basta astenersi, meglio indirizzarsi su un movimento che quantomeno si dissocia da queste politiche ammazza società. Ci riferiamo ovviamente al M5S che almeno sulla questione della sovranità ha le idee chiare: ovvero l’uscita dall’euro. Solo restituendo il potere politico, economico e decisionale al Parlamento si può tornare a sperare in un’Italia migliore. Al momento siamo solo un bancomat al servizio degli interessi internazionali. E naturalmente dei sinistro-centro-destri. Al popolo  gregge, per fortuna solo una metà, viene dato il contentino delle primarie. Che sia una festa di democrazia questo è un pensiero che lasciamo tutto a Bersani, a Vendola, a Renzi, alla Puppato e a Tabacci. Si decide in pratica chi sarà il prossimo cameriere di centrosinistra. Poi tra qualche giorno si deciderà anche sul cameriere di centrodestra. E mentre una metà delle madri maledice Bersani e Berlusconi per la mancanza di lavoro per i propri figli o per la busta paga magra dei loro mariti, l’altra metà partecipa alla festa delle primarie pensando così di voltare pagina. Ma la pagina non si volta affatto.

Perché con le primarie non si decide proprio nulla, se non il nome del prossimo cameriere. Sarà Bersani? Sarà Renzi? Sarà Vendola?

Poco importa. Lo stesso discorso vale per il centrodestra. Non è che scegliendo Alfano o resuscitando Berlusconi si possa tornare a guardare con fiducia al presente e al futuro. Chiunque vinca non potrà certo restituire quella sovranità di cui il Paese ha estremo bisogno. Patetica quindi appare questa sceneggiata delle primarie. Fanno credere lucciole per lanterne. Invece resteremo ancora a lungo al buio qualora non si dovesse cambiare. E cambiare vuole dire mandare tutti a casa, da Bersani a Renzi, da Vendola a Casini, da Fini a Berlusconi, da Alfano alla Bindi. Perché solo con un atto del genere si può tornare alla nostra sovranità, alla nostra lira e alla speranza di restituire diritti ai cittadini.

FONTE: Rinascita.eu

Dal Sessantotto al PD: come costruire una sinistra antisocialista

di: Andrea Fais

Ha creato scalpore l’ennesima uscita del sito ufficiale del Partito Democratico, che ha salutato il ritiro dalla politica di Silvio Berlusconi con uno strano banner, ossia con una notizia presentata attraverso un esplicito riferimento al film Good Bye Lenin, accostando Berlusconi e Tremonti ai “decaduti miti” del Socialismo Reale e alle effigi di Lenin e Stalin. Il parallelismo storico è ovviamente grottesco e, probabilmente, ovunque essi si trovino, Lenin e Stalin staranno già fissando sconcertati Bersani e Renzi. D’altronde, era evidente da molto tempo che il partito costruito da Achille Occhetto e portato a compimento da Walter Veltroni nel 2008 con la fusione tra DS e Margherita, non avesse più alcun tipo di riferimento verso un passato comunista più nominale e formale che altro. Tuttavia le uscite del partito di Bersani hanno l’indiscusso merito di sorprendere continuamente.

Poco tempo fa il sito del Partito Democratico riprendeva con soddisfazione sconcertante un articolo di Antonio Satta per “Milano Finanza”, il quale esordiva affermando che “per le prossime elezioni Goldman Sachs scommette sul Pd” e che “il colosso finanziario americano, a sette mesi dalle elezioni politiche italiane, ha pubblicato un report che farà rumore, nel quale si sostengono le chanche di una maggioranza di centro sinistra incentrata sul Pd”. Sui rapporti tra il centro-sinistra italiano e la Goldman-Sachs sapevamo già alcune cose, a partire dal fatto che Romano Prodi ne è stato dipendente poco prima di entrare in politica come candidato premier de L’Ulivo. Quel che sorprende e che lascia di sasso è il fatto che un partito che si definisce ancora socialdemocratico e che si considera parte integrante dell’internazionale socialista, possa andare persino orgoglioso della stima che gli viene accreditata presso gli ambienti dell’alta finanza statunitense.

È senz’altro vero che, nei giorni decisivi per il voto parlamentare sull’autorizzazione alla missione in Libia dell’anno scorso, il Partito Democratico non soltanto aveva sostenuto la necessità di intervenire “anche militarmente” posta in aula dall’allora ministro degli Esteri Franco Frattini, ma aveva addirittura criticato Silvio Berlusconi per le “inaccettabili esitazioni” mostrate dinnanzi alla crisi libica, rispetto alla quale, secondo Bersani (e Vendola), l’ex premier si sarebbe inizialmente impuntato per cercare di evitare un attacco contro Gheddafi. Un interventismo imperialista che seguiva un’obliquità politica già ribadita anche dalla stupefacente pubblicazione di una frase di Ronald Reagan sulla prima pagina de “L’Unità” alcuni mesi fa, presumibilmente per ornare con un po’ di “ruggente edonismo” le già notevoli perle radical-chic inserite nel giornale sotto la direzione di Concita De Gregorio.

Probabilmente, però, nessuna testata giornalistica potrà eguagliare il livello raggiunto negli ultimi anni dal Gruppo Editoriale L’Espresso di Carlo De Benedetti che si è spesso divertito ad accostare Silvio Berlusconi a Stalin, a Brezhnev o a Kim Jong Il: emblematica la pagliacciata orchestrata dalla rivista di geopolitica Limes che, rompendo per un momento il clima di celebrata autorevolezza “scientifica” di cui si picca, ha voluto divertirsi pubblicando una finta lettera di Kim Jong Il a Berlusconi, nella quale il compianto leader coreano si congratulava con l’ex primo ministro italiano per aver installato una “dittatura perfetta”.

Eppure, c’è ancora chi considera questo teatrino politico cominciato con l’inchiesta Mani Pulite come una vera arena di confronto tra posizioni socialiste/riformiste e liberali/conservatrici. È evidente che la costruzione del (falso) mito eurocomunista ha sempre mirato allo scopo (primariamente geopolitico, ma anche ideologico) di separare in modo definitivo le vocazioni e le caratteristiche del Socialismo Reale dagli ambienti della sinistra occidentale, già pesantemente ammaliati negli anni Settanta e Ottanta dalla scuola “maoista” ebraico-francese di Andrè Glucksmann e Charles Bettelheim. Se il secondo è ormai noto per la pubblicazione del celebre testo Le lotte di classe in URSS (1974-1982), dove tenterà di smontare uno ad uno i significati storico-economici della Rivoluzione d’Ottobre e delle conquiste raggiunte durante la fase staliniana, il primo finirà dalle piazze della contestazione parigina alla stesura del famigerato Libro Nero del Comunismo, un mix di complottismo e propaganda maccartista aggiornati ai tempi nostri. Colpire la storia del comunismo novecentesco equivale a colpire una parte importante del patrimonio culturale-economico-militare (passato o presente) di gran parte dell’Oriente, con evidenti ripercussioni nel confronto geopolitico odierno.

A dimostrazione che la “teoria per la teoria” conduce necessariamente al pericoloso salto della quaglia, destando più di un sospetto, i tanti intellettuali attivi in Occidente nel segno di un non meglio precisato marxismo sono per lo più noti per aver di volta in volta cercato di smontare l’azione politica e geopolitica concreta dei Paesi socialisti, individuano sempre un pretestuoso appiglio al fine di boicottarne le soluzioni strategiche. Insopportabili saccenti, questi critici della poltrona hanno lavorato alacremente per indottrinare intere generazioni ed educarle ai più grotteschi ondeggiamenti politici, ai ribaltamenti di prospettiva e, in definitiva, al relativismo politico per le masse, tipico dell’egemonia liberale odierna.

Non è difficile immaginare come l’operazione di addomesticamento dei partiti comunisti in Occidente possa aver seguito, per tanto, alcune precise tappe storiche scandite dai tentativi statunitensi di indebolire una critica sociale concreta e realista in Europa e di isolare l’Occidente – ossia il blocco atlantico – dal resto del mondo, secondo i criteri di un costante clima da Guerra Fredda che soltanto gli Stati Uniti, da potenza “insulare” e marittima, hanno interesse a mantenere presentando di volta in volta un nuovo fantomatico “impero del male” da dover colpire o sanzionare.

Secondo la sottile strategia egemonica del Pentagono, infatti, qualunque potenziale competitore va smontato e boicottato, in base a un processo comunicativo innescato non soltanto dalla propria prospettiva diretta ma anche da quelle indirette e altrui. Il maccartismo degli anni Cinquanta non è più sufficiente e la sua grottesca faziosità rischiò all’epoca di isolare gli Stati Uniti rispetto ad un mondo in rapida evoluzione nei suoi assetti internazionali postcoloniali. Nell’immaginario collettivo, ormai, l’imposizione costante di coppie di opposti semantici quali “dittatura-democrazia”, “regime-libertà” o “violenza-umanità” rimanda continuamente alla contrapposizione tra un supposto primato morale-politico dell’Occidente (a guida statunitense) e un presunto plesso russo-sino-islamico che, malgrado la crescita economica, continuerebbe a macchiarsi di brutalità e corruzione. In questa operazione mediatica di spartizione del pianeta in due blocchi, la sinistra occidentale riveste un ruolo fondamentale proprio perché recupera la vecchia tradizione “umanista” e “filantropica” che ne contraddistinse gli albori durante la Rivoluzione Francese adattandola ai criteri della strategia di espansione statunitense nel pianeta. Non è casuale che i nomi di Franca Rame, Dario Fo, Walter Veltroni, Marina Sereni ed altri esponenti politici della sinistra compaiano tra quelli dei primi firmatari italiani della petizione per la scarcerazione di Liu Xiaobo, il dissidente cinese premiato col nobel per la pace nel 2010, che si era evidentemente “meritato” per aver assunto la guida del movimento Carta08, pensato da George Soros sulla scia del vecchio movimento cecoslovacco Carta77, e per aver sostenuto alcuni anni fa che la Cina “avrebbe bisogno di altri trecento anni di colonialismo”.

Gli obiettivi stabiliti dalla strategia nord-americana di contenimento, strangolamento e schiacciamento dell’Unione Sovietica ieri e della Repubblica Popolare Cinese oggi, dovevano e devono passare per un’azione ben più radicale ed estesa: guadagnare punti nel soft-power attraverso nuovi miti sociali (pop-star, scrittori,attori, inventori ecc. …), creare modelli teorici di “sinistra” alternativi al Socialismo Reale e quasi sempre destinati alla sconfitta politica o ad una scarsa presa sulla popolazione, introdurre un’ ideologia ambientalista e pacifista da imporre attraverso ONG e associazioni di vario genere nei Paesi in via di sviluppo per bloccarne i piani industriali e militari, massimizzare un sistema di informazione che, come denunciava già Pietro Secchia nel dopoguerra, lanci le stesse parole d’ordine nello stesso preciso momento in tutti i Paesi satelliti, un sistema propagandistico puntuale ed efficace che continua tutt’oggi a funzionare in modo certosino, come dimostrato dagli ennesimi topoi sinofobici e russofobici, raggiunti la scorsa estate durante le Olimpiadi di Londra e nei giorni del processo alle Pussy Riot.

Non devono sorprendere dunque né la funzione politica né la missione internazionale del Partito Democratico (e dei movimenti ad esso analoghi) che, tra il rifinanziamento di una missione all’estero ed una proposta di privatizzazione di ENI, ENEL o Finmeccanica, ogni tanto trova anche il tempo per divertirsi nel suo sito ufficiale.

Fonte:  StatoPotenza.eu

P-DE PROFUNDIS – PD: Storia d’ un partito sull’orlo di una “crisi di nervi”

Articolo inviato al blog

di: Gaspare Serra – PANTA REI -

“TAFAZISMO DEMOCRATICO”

La Sinistra italiana si è sempre contraddistinta per tratti di puro “masochismo”, una “pulsione autodistruttiva” sintetizzabile nello slogan “facciamoci del male!”.

Ma l’ancor in fasce Partito Democratico deve aver ereditato “il meglio” dai suoi predecessori, visto che, bruciando ogni tappa, in soli 4 anni sta raggiungendo vette ancora inesplorate di “sadismo”!

Parlar male del Pd appare quantomeno inelegante… un pò come “sparare sulla Croce Rossa”!

E’ inevitabile, però, di fronte ad un Partito nato “già vecchio”, quasi “insapore” dopo 17 anni di politica in pura salsa (anti)berlusconiana!

Un partito che, mentre il proprio principale avversario (il Pdl) esce morente dalla caduta del suo leader, dal canto suo non riesce “nemmeno per inerzia” a conquistare nuovi consensi, dovendosi accontentare di mantenere le posizioni e lasciare campo agli avvoltoi (di destra e sinistra) in agguato.

Siamo di fronte ad una lenta, inesorabile “agonia”: fin dal 2008 (anno di sua fondazione) il Pd non ha dato dimostrazione di alcuno slancio (o “sussulto di dignità”), collezionando solo “divisioni” interne, “emorragie” politiche e “batoste” elettorali degne del migliore Tafazzi!

Ma dove il Pd è riuscito davvero a superare se stesso è stato con le “primarie”, ovvero le consultazioni interne alla base del centrosinistra per la scelta dei candidati di coalizione (le quali, per un’ovvia legge matematica, generalmente dovrebbero limitarsi a conferire un “imprimatur popolare” al candidato espressione del partito maggiore).

Lo strumento delle primarie, invece, più che in un punto di forza (una formidabile “spinta democratica”) si è oramai trasformato in un “handicap” per il Pd: partito “primo in Europa” ad averle introdotte (quale formidabile strumento democratico di selezione delle candidature) ma anche “unico al mondo” a perderle!

PRIMA VENDOLA… POI PISAPIA, DE MAGISTRIS E ZEDDA… ORA DORIA!

Oramai la storia si ripete sempre uguale a se stessa… Non fa più nemmeno clamore!

Nessun candidato alle primarie per il Pd (anche se indipendente, pur se proveniente dalla società civile, anche se una personalità d’indiscusso valore -quale l’architetto Boeri a Milano-) può sfuggire alla “maledizione di Veltroni”: è sufficiente l’“abbraccio mortale” del Partito ad un candidato perché questo venga automaticamente “fatto fuori”, guardato con sospetto dai suoi stessi elettori, che vedranno in lui solo un “uomo d’apparato”!

Prima venne la Puglia (la doppia vittoria alle primarie, nel 2005 e nel 2010, del governatore Nichi Vendola, nettamente preferito all’on. Boccia, il candidato di D’Alema). E tutti -nel Pd- la presero con filosofia…

Poi vennero Milano, Napoli e Cagliari (le più importanti città in cui si è corso alle ultime competizioni comunali, dove le primarie hanno premiato tutti i candidati “antagonisti” al Pd!). E alcuni -nel Pd- iniziarono a interrogarsi con circospezione…

Oggi è toccato a Genova (l’inaspettata vittoria alle primarie dell’aristocratico Marco Doria, sostenuto da Sel, contro le due donne di ferro del Pd: l’uscente sindaco Vincenzi e la senatrice Pinotti).

Se nel Pd c’è ancora qualche segnale di vita, credo che qualcuno debba adesso seriamente preoccuparsi… (preoccupare del fatto che persino Apicella potrebbe risultare un candidato vincente alle primarie se solo si presentasse come un candidato di rottura, un uomo “antisistema”… insomma un antagonista del Pd!).

Quando “dalemiani” e “veltroniani” (correnti, più che politiche, oserei direi “metapolitiche”!) si sottoporranno ad un “bagno d’umiltà” e daranno ascolto ai ripetuti segnali di “insofferenza” provenienti dal proprio elettorato?

Nel frattempo il Pd, piuttosto che lavorare per ricompattare ed ampliare il centrosinistra, sembra impegnato con tutte le sue forze per dividerlo!

Non è da sottovalutare la scelta di garantire il proprio “decisivo” sostegno:

- a Roma al governo Monti, in alleanza col Pdl e l’Udc

- ed in Sicilia al governo Lombardo, in alleanza col Terzo Polo.

Governi, pur legittimi, entrambi “ribaltonisti” e non legittimati dal voto!

Se è questa la strada che si è scelta per recuperar consensi… attendiamo impazienti le prossime primarie!

DOMANDE “SENZA RISPOSTA” AD UN PARTITO “SENZA FUTURO”…

UN PARTITO SENZA CUORE NE’ SPERANZA?

Cos’è il Partito Democratico?

Il Pd è stato presentato come un’operazione politica mai provata in Italia: il tentativo di unificare sotto l’effige di un solo partito le “radici democristiane” (dell’ex Margherita) con la “storia post-comunista” (degli ex Ds). Un esperimento politico certamente ambizioso ma che in pochi hanno ancora compreso cosa abbia prodotto: quale sia stato il risultato della “fusione a freddo” di due storie politiche apparentemente inconciliabili se non la nascita di un partito né “pesante” (stile vecchio Pci) né “liquido” (o “leggero”, stile ex Forza Italia), bensì “gassoso” (ovverossia inconsistente, “né carne né pesce”!).

Qualcuno al di sopra di ogni sospetto è arrivato, addirittura, a definirlo un “amalgama malriuscito” (Massimo D’Alema), se non un “tubetto senza dentifricio” (Arturo Parisi)!

La verità è che agli stessi dirigenti del Pd occorrerebbe una “seduta psicoanalitica” di gruppo per aiutarli a rispondere a domande del tipo “chi siamo?” e, soprattutto, “dove vogliamo andare?”.

Perché nasce il Pd?

Il Pd ha visto la luce sulla spinta della necessità di “andar oltre” un centrosinistra dimostratosi tanto capace di vincere le elezioni quanto incapace di governare.

Ma ha rappresentato davvero la migliore cura possibile per il malessere di una coalizione innegabilmente “ipertrofica”?

Gli unici risultati al momento raggiunti sono stati quelli di far sparire la Sinistra (sia comunista che socialista) dalle aule parlamentari e di mettere in crisi esistenziale milioni di elettori (tormentati da domande del tipo “chi votiamo adesso?” o, meglio, “che votiamo a fare?!”).

Il dubbio è che la rivoluzione imposta da Walter Veltroni e le sue scelte (tra cui quelle di accettare un’alleanza elettorale solo con l’Idv e di accogliere in casa la “serpe avvelenata” radicale) sono state dettate, più che da “coraggio politico”, da una “lucida follia”!

Quello che Veltroni ha venduto agli elettori come un “sogno” si è ben presto trasformato:

1- in “illusione” (quella di costruire dal nulla un partito a vocazione maggioritaria, capace di riunire omogenea-mente le anime laiche e cattoliche dello schieramento)

2- in “incubo” (quello di veder presentato come “nuovo” un partito rappresentato da personaggi “vecchi”, logori, consunti: praticamente la trasposizione della vecchia classe dirigente dei Ds e della Margherita)

3- e in “presunzione” (quella di concepire un “partito-coalizione” in un sistema politico, quale quello italiano, che né è né sarà mai bipartitico!).

Dove collocare politicamente il Pd?

Destra, Centro o Sinistra sono schematizzazioni politiche oramai superate, legate alle ideologie di un ‘900 ormai passato.

E’ comunque innegabile (e inevitabile) che nel Pd tentano di convivere due anime culturali ben diverse: quella “post-comunista” e quella “post-democristiana”.

Ma fino a che punto tale convivenza è possibile?

L’impressione è che non sia affatto chiaro cosa il Pd ambisca ad essere, mancando drammaticamente di una chiara “identità politica”.

Il risultato è un partito che “sa di niente”!

Perché mai l’elettorato cattolico dovrebbe convogliare il proprio consenso sul Pd piuttosto che sull’Udc?

E perché mai un elettore “sentimentalmente di Sinistra” dovrebbe preferire il Pd a Sinistra e Libertà o persino all’Idv (partiti quantomeno chiaramente schierati su temi come la lotta al precariato e i diritti civili, la questione morale e la lotta contro sprechi e privilegi della Casta)?

Fino a quando milioni di elettori si dovranno sentire costretti a votare il Pd “turandosi il naso”?

Il Pd oggi è fermo, “impallato” dinanzi a un bivio: due sole le strade che potrà percorrere.

L’una è quella di ambire a rappresentare la Sinistra italiana. Se la scelta ricadrà su questa strada, il Pd dovrà finalmente decidersi a “cambiar volto” (non potendo farsi rappresentare dai vari Enrico Letta, Giuseppe Fioroni o Marco Follini…), “cambiar programma” (non potendo, ad esempio, aver paura anche solo di citare le parole “diritti civili” o “laicità”!) e “cambiar comunicazione” (dovendo esprimere in maniera inequivoca un’idea ben chiara di politica e di società contrapposta a quella fin qui egemone berlusconiana).

L’altra è quella di ambire a riportar in vita le glorie passate della Democrazia Cristiana. Se la scelta ricadrà su questa strada, invece, si punti a costruire un nuovo “Partito Democratico Cristiano” (pronto a far man massa di voti nell’affollato bacino elettorale moderato per così compensare l’emorragia di consensi che si dovrà prevedibilmente fronteggiare a sinistra).

Entrambe sono scelte legittime, ma “inconciliabili”. Ed è giunta l’ora che il Pd metta termine a questo equivoco… (prima che gli elettori mettano termine a questo Partito!).

Un’alternativa al progetto politico del Pd era possibile?

Dopo la disastrosa esperienza di governo Prodi-Padoa Schioppa una svolta politica era “inevitabile” nel centrosinistra, data quantomeno la necessità:

1- di semplificare il quadro politico (essendo improponibile una “coalizione-ammucchiata” di 7-8 partiti!)

2- e di isolare le ali più estreme (di Centro come di Sinistra).

La svolta c’è stata, ed è sfociata nel Pd.

Una alternativa, comunque, era possibile e sarebbe potuta consistere nella rifondazione di un centrosinistra ancorato su due soli pilastri:

1- un partito socialdemocratico sul modello europeo, che puntasse a riunire le forze riformiste della Sinistra

2- ed un partito moderato, che puntasse a riunificare i cattolici riformisti italiani.

Due partiti leali alleati ma dalla identità e dal bacino elettorale di riferimento ben distinti e definiti.

Un’alternativa che, probabilmente, sarebbe risultata “più chiara” agli elettori, “più credibile” sullo scenario europeo e “più logica” rapportata alla realtà politica italiana…

UNA “ROTTAMAZIONE” E’ POSSIBILE?

E’ arrivata nel Pd l’ora di “rottamare” l’usato sicuro?

Rimarrà a futura memoria lo sfogo di Nanni Moretti del 2001, quando, da una gremita piazza Navona, il Regista pronunciò l’ardua sentenza: “con questa classe dirigente non vinceremo mai!”.

In effetti, il centrosinistra non ha praticamente più vinto da allora (salvo l’effimera vittoria dell’Unione di Prodi nel 2006…) ma la classe dirigente di allora è praticamente rimasta la stessa di oggi!

D’Alema “ha fallito” il suo progetto politico più ambizioso (la Bicamerale) e sarà ricordato più come ottimo ministro degli Esteri che come Premier o segretario di partito…

Veltroni “ha fallito” il suo progetto politico più ambizioso (la vocazione maggioritaria del Pd) e sarà ricordato più come ottimo sindaco che come vice Premier o segretario di partito…

Com’è immaginabile, allora, sperare ancora di vincere le elezioni col contributo (o con la regia!) di chi ha solo saputo perderle in questi anni?

La responsabilità principale dei vari D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani è stata l’assoluta “assenza di autocritica” ed “incapacità di assumersi le responsabilità” (traendone, ovviamente, le conseguenze).

Tutto ciò ha prodotto la resistenza ai vertici del Pd di una classe dirigente “sfrontata e fallita”: tutti si sono sempre ritenuti “indispensabili”, nessuno si è mai reso disponibile a fare un passo indietro una volta concluso il proprio ciclo politico.

Il Pd, perciò, avrà un futuro solo nei limiti in cui i suoi elettori sapranno “riappropriarsi” del loro partito, fin ora gestito dai suoi dirigenti come se si trattasse di “cosa loro”!

Come può ripartire il Pd?

Nell’aprile 2010, dalle colonne de Il Messaggero, il Professore (Romano Prodi) ha proposto un profondo rinnovamento in senso “democratico e federale” del Partito, incentrato su tre punti:

1- consentire agli iscritti di eleggere i propri segretari regionali attraverso le primarie

2- sostituire tutti gli organi del Partito con un solo Esecutivo nazionale, formato dai venti segretari regionali (non più da un’infinita serie di benemeriti ed aventi diritto, tra cui ex segretari ed ex presidenti del Consiglio!);

3- ed attribuire all’Esecutivo nazionale il compito di nominare il segretario nazionale ed impartire la linea del Partito (senza più il timore che la stessa sia costantemente messa in discussione dalle varie correnti interne).

Perché non far tesoro di questi suggerimenti?

UN “NUOVO ULIVO” E’ AUSPICABILE?

La prospettiva di un nuovo centrosinistra (un’alleanza Pd-Idv-Sel) rappresenta più un’opportunità, una necessità o una minaccia?

Il motto del centrosinistra in questi anni è stato “uniti per dividersi!”: coalizioni “frammentate e disomogenee” (l’Ulivo prima, l’Unione poi…) non hanno messo alcun freno ai propri “istinti kamikaziani”!

Ma è possibile ritornare a quelle alleanze senza incombere negli stessi errori?

L’impressione è di “si”: salvo stravolgimenti del quadro politico (stile “Prima Repubblica”, per intendersi) e passata la “sbronza veltroniana” dell’“autosufficienza”, è chiaro a tutti che non esiste alcuna alternativa credibile!

Come si può, del resto, proporre un’alleanze che vada da Fini a Vendola (in stile “Comitato di liberazione nazionale”), ancor più amplia della tanta bistrattata “Unione”?

Nonostante le “avance democratiche” al Terzo Polo, così, almeno l’elettorato del Pd pare avere le idee chiare in merito, “bocciando senza appello” una simile prospettiva.

Accade così che:

- mentre alle primarie pugliesi gli elettori hanno premiato Vendola anche per ostacolare una possibile alleanza regionale con l’Udc (favorita dalla candidatura Boccia)

- in Sicilia, per evitare lo stesso esito, il Partito ha impedito lo svolgimento del referendum chiesto dai Circoli locali in merito al sostegno al governo Lombardo!

“Dopo quattro anni siamo usciti dal problema identitario (…). Non siamo più una ipotesi o un esperimento o un partito in cerca di dna(…). Siamo il primo partito italiano(…),ormai esistiamo e non possiamo più permetterci sedute psicanalitiche”: questa la risposta di Pier Luigi Bersani alle critiche rivolte al Partito dopo la sconfitta genovese.

Come interpretarla?

Come un’orgogliosa difesa? O un’amara rassegnazione???

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Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia, NON SI DIMETTA.

Presidente,

perdoni l’approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell’Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani.

Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che:

a) l’Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia.

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo “colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche. (una definizione del tutto ragionata offerta dell’economista americano Michael Hudson)

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d’uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che:

L’Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall’operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell’Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma. 

L’Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere“. La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d’Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l’esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco.

Specificamente, la moneta unica:

- Esclude un prestatore di ultima istanza sul modello Federal Reserve USA, proprio per portare la sfiducia dei mercati sui debiti dell’Eurozona.

- I debiti dell’Eurozona non sono più sovrani, poiché l’Euro è moneta che ogni Stato può solo usare, non emettere, e che ogni Stato deve prendere in prestito dai mercati di capitali privati che lo acquisiscono all’emissione. L’Euro è moneta di nessuno, non sovrana per alcuno.

- I due punti precedenti hanno distrutto il fondamentale più importante della macroeconomia di Stato, che è “Ability to pay“, cioè la capacità di uno Stato di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. L’attuale aggressività dei mercati contro il nostro Paese (ed altri) è dovuta in larghissima parte proprio alla loro consapevolezza della nostra perdita di “Ability to pay”, la cui presenza è infatti l’unica rassicurazione che può calmare i mercati. Motivo per il quale il Giappone dello Yen sovrano, che registra il 200% di debito/PIL, non è da essi aggredito e ha inflazione vicina allo 0%. Motivo per cui l’Italia della Lira sovrana mai si trovò in condizioni simili al dramma attuale, nonostante parametri ben peggiori di quelli oggi presenti.

- L’Euro è moneta insostenibile, disegnata precisamente affinchél’assenza radicale di “Ability to pay” nei governi più deboli dell’Eurozona inneschi un circolo vizioso di crisi che alimenta la sfiducia dei mercati che alimenta crisi. Non se ne esce, qualsiasi correttivo non altera, né mai altererà, questo fondamentale negativo, e i mercati infatti non si placano.

- Le estreme misure di austerità per la riduzione del deficit di bilancio che vengono oggi imposte al Suo governo, sono distruttive per la Aggregate Demand di cui qualsiasi economia necessita per crescere. Sono cioè  il farmaco che causa la malattia, invece di curarla.

Anche questo non accade per un caso.

- Tali misure ci vengono imposte proprio perché il nostro debito pubblico non è più sovrano, a causa dell’adozione di una moneta non sovrana. Infatti, ogni spazio di manovra del Suo governo al fine di stimolare crescita e riduzione del debito attraverso scelte di spesa sovrana (fiscal policy), è stato annullato dall’adozione della moneta unica, che, ribadisco, l’Italia non può emettere come invece fanno USA o Giappone. Si tratta di una perdita di sovranità governativa senza precedenti nella storia repubblicana, e di cui le misure imposte dalla Commissione UE come il European Semester e l’Europact sono l’espressione più estreme, ma di cui noi cittadini e Lei paghiamo le estreme conseguenze.

- L’Euro e i Trattati europei che l’hanno introdotto, sbandierati a salvezza nazionale dal centrosinistra, stanno, per i motivi sopraccitati, umiliando l’Italia, nazione che ha uno dei risparmi privati migliori del mondo, 9.000 miliardi in ricchezza privata, una capacità industriale invidiata dai G20, banche assai più sane della media occidentale, e parametri di deficit che sono inferiori ad altri Stati dell’Eurozona. Lei, Presidente, sarà il capro espiatorio, noi italiani ne soffriremo conseguenze devastanti per generazioni.

Presidente, Lei deve e può denunciare pubblicamente la realtà di questa moneta disegnata per fallire. Lei può e deve smascherare le responsabilità del centrosinistra italiano e dei governi ‘tecnici’ in queste scelte sovranazionali catastrofiche.

Presidente, il team di macroeconomisti accademici del Levy Institute Bard College di New York e dell’Università del Missouri Kansas City, sono coloro che hanno strutturato il piano Jefes che ha portato l’Argentina dal default al divenire una delle economie più in crescita del mondo di oggi. Essi sono a Sua disposizione per definire sia la strategia comunicativa che quella economica per salvare l’Italia, e il Suo governo, da un destino tragico e che non meritiamo.

In ultimo una precisazione di ordine morale.

Presidente, io non sono un Suo elettore, e avrei cose dure da dire sul segno che la Sua entrata in politica ha lasciato in Italia. Ma non sono un cieco fanatico vittima della cultura dell’odio irrazionale che ha posseduto gli elettori dell’opposizione in questo Paese, guidati da falsari ideologici disprezzabili, come Eugenio Scalfari, Paolo Flores d’Arcais, Paolo Savona, e i loro scherani mediatici come Michele Santoro, Marco Travaglio e codazzo al seguito.

Perciò come prima cosa mi ripugna che Lei sia bollato come il responsabile di colpe che Lei non ha, e che sono tutte a carico del centrosinistra italiano. Incolpare un innocente, per quanto criticabile egli sia, è sempre inaccettabile. Ma soprattutto,

Presidente, se l’Italia verrà consegnata dal golpe finanziario in atto contro di noi, e da elettori sconsiderati e ignoranti, nelle mani del Partito Democratico, per noi sarà la fine.

 Sarà l’entrata trionfale a Roma dei carnefici del Neoliberismo più impietoso, sarà la calata della Shock Therapy su un popolo ignaro, cioè il saccheggio del bene comune più scientificamente organizzato di ogni tempo, quello che nell’Est europeo ha già mietuto più di 40 milioni di vite in due decadi, senza contare le sofferenze sociali inenarrabili che porta con sé.

I volti di Mario Monti, di Massimo D’Alema, di Mario Draghi, di Romano Prodi, dell’infimo Bersani, sono le maschere funebri di questa nazione, veri criminali e falsari di portata storica. Il cerimoniere complice si chiama Giorgio Napolitano.

Mi appello a Lei Presidente perché mi rendo conto che i miei connazionali non hanno la più pallida idea di ciò che il centrosinistra italiano ha già inflitto al nostro Paese, di ciò che gli infliggerebbe se salisse al governo, ma soprattutto di chi li guida dietro le quinte. Le eminenze grigie sono le elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste, gente senza nessuna pietà.

Resista Presidente, affinché Lei possa usare il tempo che Le rimane per smascherare il “colpo di Stato finanziario” che sta travolgendo, fra gli altri, la nostra Italia. I mercati finanziari della “classe predatrice”, così ben descritta nella sua abiezione dall’americano James Galbraith, la odiano a morte, ci odiano a morte. Sia, Presidente, colui che piazza la mina nei cingoli della loro macchina infernale, rivelandone l’inganno chiamato Euro e Trattato di Lisbona. Gli italiani non lo faranno. Non ne sono capaci.

PaoloBarnard.info

Un’altra vittoria del War Party

di: Manlio Dinucci

Il War Party (WP), il partito transnazionale della guerra, ha iscritto nel suo albo d’oro un altro successo: la guerra di Libia. Decisa dalla Cupola del potere – il massimo organo dirigente la cui composizione è segreta, ma di cui, si sa, fanno parte i delegati dei più influenti gruppi multinazionali e finanziari e dell’apparato militare-industriale – è stata magistralmente condotta dalla Segreteria transnazionale, fomentando e armando la dissidenza interna (attraverso agenti segreti e commandos infltrati) così da farla apparire una «rivoluzione». Il segretario generale del WP, Barack Obama, sottolineando che «la morte di Gheddafi dimostra la giustezza del nostro ruolo nel proteggere il popolo libico», annuncia che in tal modo «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo». Washington ha messo «una maschera europea sul comando dell’operazione», spiegano funzionari dell’amministrazione, ma sono stati gli Usa «la spina dorsale dell’operazione Nato», fornendo agli alleati intelligence, rifornimento dei caccia in volo e bombe a guida di precisione. In questa guerra – sottolinea il vice di Obama, Joseph Biden – «non abbiamo perso una sola vita»: quindi, più di quelle del passato, essa indica «come comportarci col mondo mentre andiamo avanti».

L’operazione in Libia, spiegano i funzionari, prova che «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», senza invio di truppe sul terreno, usando armi aeree e navali e facendo assumere agli alleati, in questo caso europei e arabi, il «peso maggiore» dell’operazione. Indubbio è il merito dei membri della Segreteria del WP, soprattutto il francese Sarkozy. Dopo la «normalizzazione» con la Libia, egli fu il primo ad accogliere Gheddafi con tutti gli onori a Parigi nel dicembre 2007 (un anno e mezzo prima che Berlusconi lo ricevesse a Roma), stipulando un accordo da 10 miliardi di euro per fornire alla Libia centrali nucleari e impegnando la Libia a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di armamenti, tra cui caccia Rafale. Poco più di tre anni dopo, sono stati invece i Rafale francesi ad attaccare la Libia, quando la Cupola del potere ha deciso che il modo migliore per sfruttare le risorse libiche non erano gli accordi ma la guerra. Lo scorso marzo, un figlio di Gheddafi dichiarò che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Sarkozy e di averne le prove. Si capisce quindi perché il presidente francese abbia definito l’uccisione di Gheddafi una «tappa importante». Meritorio anche il ruolo della sezione italiana del WP: dopo aver stracciato il trattato di non-aggressione, il governo Berlusconi ha partecipato alla guerra con basi, navi e aerei, che hanno effettuato oltre 1.100 raid.

E nello stesso giorno in cui Gheddafi veniva ucciso, la marina militare annunciava di aver ripristinato le strutture Eni per lo sfruttamento del gas libico e Finmeccanica riapriva, in Libia, lo stabilimento elicotteristico AgustaWestland. Mentre l’attivista di «sinistra» del WP Bersani spiega che «la missione in Libia rientra nella nostra Costituzione, perché l’art. 11 ripudia la guerra ma non l’uso della forza per ragioni di giustizia». E il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra».

IlManifesto.it

Servi del Sistema, un sabato romano

di: Lorenzo Borrè

Sui fatti romani del 15 ottobre nell’arco di ventiquattr’ore si e’ giá letto di tutto: anche i banchieri e i camerieri della finanza internazionale hanno voluto dire la loro; hanno ripreso fiato anche i politicanti più screditati, che per l’occasione hanno spudoratamente preteso di parlare in nome di quello stesso popolo che hanno trascinato ad un passo dalla fossa.

Quali siano gli effetti dei torbidi di sabato sul movimento di protesta è però presto per dirlo, e ogni prematura analisi rischia di essere platealmente smentita nell’arco di qualche settimana o di pochi mesi.

Non si può però non notare che il 15 ottobre si è verificata una sorta di corto circuito: la manifestazione,  sponsorizzata dai circoli Sorosiani e strumentalizzata dei partiti che contendono alla compagine berlusconiana il diritto di sfruttamento di quel che resta della Nazione italiana (i cui  tentativi egemonici hanno fatto quasi passare in secondo piano le motivazioni di fondo della protesta),  è stata infine  sabotata da un’orda organizzata, che puntualmente spunta fuori nei momenti più critici per l’Establishment.

E’ come se il Sistema, avvertendo il pericolo, avesse generato potenti anticorpi, atti in parte ad imbrigliare e snaturare la protesta e in altra parte a farla abortire.

E’ l’eterno ritorno di quel canagliume che tiene in ostaggio ogni tentativo, anche il piu’ spontaneo e ingenuo, di far saltare le categorie di destra e sinistra e di unire il popolo contro il dominio del capitale e dei suoi mezzadri.

Con un paradosso temporale si potrebbe dire che la migliore analisi di quello che e’ successo sabato l’ha fatta Dostoevskij: “nei torbidi periodi di incertezza o di passaggio, sempre e dovunque fanno la comparsa persone di ogni genere. Non intendo alludere ai cosìddetti progressisti che hanno sempre fretta di trovarsi davanti a tutti (è la loro principale preoccupazione) nel perseguire un certo loro scopo, magari anche il più sciocco e assurdo, ma pur sempre più o meno determinato. No, io parlo soltanto della Canaglia. In ogni periodo di transizione il canagliume, che si trova sempre in qualsiasi società, si ammutina non solo senza nessuno scopo, ma perfino senza il benché minimo accenno di un qualsiasi pensiero, soltanto per dare sfogo con tutte le sue forze alla propria inquietudine e insofferenza. E tutto quel canagliume, senza neppure rendersene conto, quasi sempre finisce per mettersi agli ordini di un piccolo gruppo di vessilliferi che invece agisce per uno scopo determinato e trascina quell’immondizia dove più gli piace” ( da: i Demoni).

Arianna Editrice

Occupy Wall Street e l’ “Autunno Americano”: è una “Rivoluzione Colorata”?

di: Michel Chossudovsky

C’è un movimento di protesta popolare che si sta dispiegando in tutta l’America, comprendente persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnati a invertire la marea.

La base di questo movimento rappresenta una risposta all’ “agenda di Wall Street” di frodi finanziarie e  manipolazione, servite per innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.

Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America?

Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici?

Il movimento o segmenti all’interno di esso sono stati cooptati?

Questa è una questione importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento Occupy Wall Street così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione

Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del ”finanziamento del dissenso” è quello di impedire al movimento di protesta di sfidare la legittimità dell’ elite di Wall Street:

Con amara ironia, una parte dei fraudolenti guadagni finanziari a Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati alle fondazioni esenti da tasse delle élite e a quelle di beneficenza. Questi guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati alle ONG, agli istituti di ricerca, i centri sociali,gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi, per i diritti umani,ecc..

L’obiettivo interno è  “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di un opposizione ”politicamente corretta”. A loro volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti di notizie alternative su internet è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private e associazioni di beneficenza.

L’obiettivo delle élite è stato quello di frammentare il movimento popolare in un vasto  mosaico “fai da te” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010).

Fabbricare il dissenso

Allo stesso tempo,  il” dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.

Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del World Social Forum. (Vedi Michel Chossudovsky,Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre2010)

La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post seconda guerra mondiale, compresa la “sinistra” Europea sono state, nel corso degli ultimi 30 anni,trasformate e rimodulate. Il sistema di libero mercato (neoliberismo) è il consenso della ”sinistra”. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.

Negli Stati Uniti, il bipartitismo non è il risultato dell’interazione dei partiti politici del Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controllano sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E ‘applicato dai principali gruppi lobbistici, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici.

A loro volta, i leader della American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations(AFL-CIO) sono stati cooptati dall’ establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF).Collaborano con il Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti, ha cercato di effettuare modifiche organizzative che contribuiscono a democratizzare la leadership dei sindacati.

Le élite promuoveranno un “rituale del dissenso” con alta visibilità dei media, con il supporto della rete televisiva, della stampa corporativa così come di internet.

Le élite economiche - che controllano le principali fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro lo stabilito ordine economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelli coinvolti nel movimento Occupare Wall Street) si basano parecchio sui finanziamenti da fondazioni private tra cui la Ford, Rockefeller, MacArthur, fondazioni Tides,tra gli altri.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione  emerso negli anni 1990 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas controllati da Rockefeller, et al. Eppure, le basi e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et al hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato le reti progressiste anti-capitalista  e gli ambientalisti , al fine di sorvegliare e in ultima analisi, dare forma alle loro varie attività.

Le “Rivoluzioni colorate”

Nel corso dell’ultimo decennio, le “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Si tratta di operazioni di intelligence degli Stati Uniti  consistenti nel sostenere segretamente i movimenti di protesta al fine di innescare il  “cambio di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.Le “Rivoluzioni colorate” sono finanziate dal National Endowment for Democracy, l ‘International Republican Institute e Freedom House,tra gli altri. L’obiettivo finale di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale è, quindi, quello di instaurare un  governo filo-americano (o un regime fantoccio).

Dalla Primavera Araba” a “Occupy Wall Street“: il ruolo di OTPOR

Nella “primavera araba” egiziana, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta!) e il Movimento Giovanile del 6 Aprile, non erano supportate solo da fondazioni  basate negli Stati Uniti tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy (NED), ma hanno anche avuto l’approvazione del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders, Global Research, 29 Gennaio 2011

dissidenti egiziani -Freedom House

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dissidenti egiziani -Maggio 2009-

La cooptazione dei leader dei vari gruppi dell’ opposizione in Egitto è stata attuata attraverso vari canali tra cui Freedom House e il National Endowment for Democracy, entrambi i quali hanno legami con i servizi segreti americani.

Il Movimento Giovanile del 6 Aprile, il quale per un certo numero di anni è stato in collegamento permanente con l’ambasciata americana al Cairo, è stato addestrato dal Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) della Serbia, una società di consulenza e formazione specializzata in ”Rivoluzioni”. Il  CANVAS è stato fondato nel 2003 dall’ OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA,che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic in seguito ai bombardamenti NATO della Jugoslavia nel 1999.

Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia del’99, l’ OTPOR svolgeva un ruolo centrale nell’installazione di un  governo “ad interim” in Serbia sponsorizzato da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e la  formazione dello Stato Mafioso in Kosovo.

Nell’agosto del 1999, la CIA pare abbia creato un programma di formazione per OTPOR a Sofia, capitale  della Bulgaria:

Nell’estate del 1999, il capo della CIA, George Tenet, ha messo su un reparto a Sofia, in Bulgaria” per educare “l’opposizione serba, come confermato lo scorso 28agosto[2000] dalla BBC.

Il programma della CIA è un programma per fasi successive. Nella fase iniziale, essi lusingano il patriottismo e lo ‘spirito di indipendenza” dei serbi, agendo come se essi rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e distrutto l’unità del Paese, la CIA e la NATO si spingerebbero molto b en più lontano. ”

(Gerard Mugemangano e Michel Collon,”To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much.”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC),To be partly controlled by the CIA ? 6 Ottobre 2000. Vedi anche CIA is tutoring Serbian group, Otpor“,The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes,  8 settembre 2000).

Il” Business della Rivoluzione”

Il Centre for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS) dell’OTPOR si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel ”Business Revolution”. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce consulenza e formazione di gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.

L’ OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto.

Egitto -Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Guarda il video qui sotto.

Sia il Movimento Giovanile del 6 Aprile che  Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preliminare dal CANVAS a Belgrado “nell’ambito delle strategie di rivoluzione non violenta”. ”Secondo Stratfor, le tattiche utilzzate dal Movimento e da Kifaya” provenivano direttamente dal programma di addestramento del Canvas. ”(Citato in Tina Rosenberg, Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Logo del Movimento Giovanile del 6 Aprile, Egitto

Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile del 6 Aprile in Egitto ha  usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!”) ha ripreso lo stesso nome come il movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che era stato chiamato Kmara! (“Basta!”). Entrambi i gruppi sono stati formati dal  CANVAS.

Il ruolo del CANVAS-OPTOR nel Movimento Occupy Wall Street

CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento  Occupy Wall Street.

Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte nel movimento Occupare Wall Street hanno avuto un ruolo significativo nella ”Primavera araba”. Di rilevanza, ” Anonymous “ è stato coinvolto nel condurre attacchi informatici su siti web del governo egiziano,  in piena “primavera araba”.

Lo scorso agosto, ” Anonymous ” ha condotto simili attacchi informatici  contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono state intrapresi a sostegno dell’ “opposizione” siriana in esilio, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011).

Le azioni di ” Anonymous “ in Siria sono coerenti con il quadro delle”rivoluzioni colorate”. Essi cercano di demonizzare il regime siriano e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizionidella Siria, si veda Michel Chossudovsky,  SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention” Global Research, 3 maggio 2011)

Sia CANVAS  che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento Occupy Wall Street. [http://anonops.blogspot.com]

Il ruolo preciso del CANVAS nel Movimento Occupy Wall Street resta da valutare.

Ivan Marovic, uno dei leader del CANVAS, ha recentemente tenuto un discorso dinanzi i manifestanti a New York City.

Marovic ha già riconosciuto in passato che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario”:

“Sembra come se le persone fossero appena scese in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E ‘molto noioso fino a quando non si arriva al punto dove è possibile organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificato, dal momento in cui ha inizio, si conclude tutto nel giro di settimane “. (Citato in in Tina Rosenberg,Revolution UForeign Policy,16 febbraio 2011)

Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffusi spontaneamente da un paese all’altro, come invece viene ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionali sono stati pianificati con largo anticipo e anche la cronologia e la sequenza di questi movimenti  sono state previste.

Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il Movimento Occupy Wall Street è stato oggetto di attenta pianificazione avanzata da un certo numero di organizzazioni chiave riguardo la tattica e la strategia.

Vale la pena notare che una delle tattiche dell’ OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti”, ma piuttosto di” provocarli e usarli a vantaggio del movimento.” , come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Il Pugno Chiuso del Movimento Occupy Wall Street su http://occupywallst.org

La PARTE II del presente articolo esaminerà il fulcro del movimento  Occupy Wall Street  , compreso il ruolo di organizzatori delle ONG.

LINK:  Occupy Wall Street and “The American Autumn”: Is It a “Colored Revolution”?

DI: CoriInTempesta

Italia: preparativi per un governo di austerity di “sinistra”

di:  Marc Wells

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 30 settembre 2011 e in tedesco il 5 ottobre 2011

C’è una crescente opposizione popolare in Italia alle politiche di austerità in corso di attuazione da parte del primo ministro Silvio Berlusconi.

La recente manovra da 54 miliardi di euro è parte di un programma pluriennale di tagli alla spesa sociale e aumento di tasse regressive. L’attacco contro la classe lavoratrice è stato implementato sia dall’attuale governo di centrodestra di Berlusconi, così come dal precedente governo di centro sinistra guidato da Romano Prodi.

Nemmeno approvato il provvedimento che l’elite finanziaria ed industriale ha subito iniziato a fare progetti per il prossimo attacco. Il Wall Street Journal ha subito sottolineato che la misura era insufficiente. “Gli economisti temono che la proporzione del debito pubblico resterà elevata”, ha scritto.

Il debito pubblico in Italia ha superato il 120 per cento del PIL, secondo soltanto alla Grecia nell’Eurozona.

Vladimir Pillonca, un economista della Société Générale francese, ha dichiarato: “Ci sono rischi concreti che ulteriori misure saranno necessarie”. Ciò in un contesto di crescita economica stagnante e di una serie di downgrade del credito al governo italiano, nonché di sette grandi banche e persino di Fiat.

Strati della classe dirigente italiana sono sempre più preoccupati che il governo Berlusconi, a causa dei numerosi scandali personali, delle politiche “ad personam” del primo ministro stesso e del tangibile odio popolare nei suoi confronti, si trovi sempre più in difficoltà nell’attuare ciò che è richiesto. Ci sono quindi tentativi di mettere insieme un governo più “di sinistra” per smantellare ciò che resta delle conquiste passate dei lavoratori.

La scorsa settimana Confindustria ha presentato il “Manifesto per salvare l’Italia”. Il documento delinea una strategia in 5 punti:

• Riforma delle pensioni per aumentare l’età pensionabile a 70 anni

• Riduzione dei contributi ai fondi pensionistici e sanitari

• Vendita dei beni pubblici per la riduzione del debito pubblico

• Privatizzazione e liberalizzazione di istruzione e assistenza sanitaria, tra gli altri servizi sociali fondamentali

• Piano di assegnazione dei maggiori contratti di infrastrutture sociali per gli investitori privati

Una variante di questo piano è stata presentata ai primi di agosto con il pieno appoggio della “sinistra” e i sindacati sotto il titolo di “Patto per la crescita.” (vedi: ”Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“)

Ancora una volta, la “sinistra” ha colto al volo l’opportunità di dimostrare la sua fedeltà a Confindustria. Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha dichiarato: “Le imprese hanno preso una strada di grande allarme che noi condividiamo: non si può continuare così. Tra l’altro non era mai accaduto nella storia italiana che Confindustria, il sistema delle imprese, chiedesse un cambio di governo e le dimissioni del governo in carica come sta accadendo oggi”.

Il Partito Democratico è pronto ad agire come agente e per conto di Confindustria nella implementazione di politiche che vanno anche oltre quelle attuate da Berlusconi. Lo scorso agosto, in una intervista a Il Sole 24 Ore, Letta ha dichiarato che il PD vuole perseguire “la flessibilità in uscita [pensionamento] in un range tra i 62 e i 70 anni… Certo poi si potrebbe discutere l’accelerazione del passaggio al contributivo pieno”. Una tale riforma ridurrebbe significativamente le prestazioni pensionistiche per i lavoratori.

Più significativa è la posizione del sindacato ex-stalinista CGIL che ha confermato la sua approvazione prima del patto per la crescita. Il 24 settembre, ha pubblicato un comunicato stampa dal titolo ” Confindustria-CGIL asse contro la crisi per ‘salvare l’Italia’”. Il documento afferma esplicitamente che il fondamento della coalizione è “un fronte comune tra sindacati e Confindustria”.

Il Segretario generale della CGIL Susanna Camusso ha elogiato il manifesto di Confindustria. Ha ripetutamente citato il documento, fornendo supporto completo in ogni suo punto. Tutto questo viene giustificato nella maniera più opportunista: Berlusconi è odiato.

La coalizione tra i sindacati e Confindustria prepara la strada ad enormi concessioni imposte alla classe lavoratrice. Il compito delle organizzazioni sindacali è di subordinare i lavoratori ai dettami di Confindustria e della borghesia.

Così come inquietante è l’emergere sulla scena politica di Alessandro Profumo, un rappresentante dell’oligarchia finanziaria parassitaria direttamente responsabile della crisi economica. Profumo ha annunciato la sua possibile candidatura per un governo di tecnocrati.

Profumo di carriera è radicato nel sistema finanziario. È stato l’amministratore delegato di Credito Italiano e di Unicredit fino al 2010, ed è attualmente il vice presidente della Associazione Bancaria Italiana (ABI). È anche membro del consiglio di sicurezza per Sberbank, la più grande banca in Russia. Il principale azionista di Sberbank, Suleiman Kerimov, controlla anche una quota consistente di Gazprom, compagnia energetica.

Profumo è anche una figura chiave nei settori del petrolio e del gas come membro del consiglio di amministrazione del gigante petrolifero Eni. Eni ha svolto un ruolo cruciale nell’intervento italiano in Libia. Il suo rapporto con il Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT) ha portato al primo accordo di sfruttamento del petrolio, raggiunto il 26 settembre. (Vedi in inglese “Italy moves to secure its share of the booty in Libya“).

Letta si è subito precipitato ad accogliere la candidatura di Profumo: “Lo candiderei subito, è una persona appassionata e competente. Ci sarebbe bisogno di persone come lui”.

Profumo è stato un aperto sostenitore della “sinistra”.

Ha sponsorizzato il sindaco Giuliano Pisapia alle elezioni amministrative del maggio scorso. Pisapia è stato deputato e membro del partito ex-stalinista Rifondazione Comunista. Ha vinto le primarie a Milano del Partito Democratico sulla base dell’alleanza Federazione della Sinistra (un rimpasto di ex-stalinisti compresa Rifondazione) e Sinistra Ecologia e Libertà (SEL).

Tutte le organizzazioni della pseudo-sinistra hanno celebrato come una vittoria l’elezione di un candidato sostenuto da banchieri come Profumo. Oggi Pisapia commenta con entusiasmo la possibile candidatura di Profumo stesso: “Ne penso solo bene. Sarebbe sicuramente un apporto prezioso per una buona politica”.

Profumo ha sintetizzato il suo programma in una recente intervista al Corriere della Sera: “Serve uno sforzo da 400 miliardi.

Lo può fare solo un governo tecnico”. In un recente articolo che ha scritto per Il Sole 24 Ore, Profumo sottolinea l’importanza della “qualità delle regole per la competitività… Capire come devono cambiare le norme sul lavoro, le strutture dei mercati, le infrastrutture per mantenere e favorire la competitività risulterà fondamentale, decisivo.”. Questo è il programma che la “sinistra” sta ora sponsorizzando.

Quattrocento miliardi di euro sono un quinto del PIL italiano. Tale programma porterebbe a tutti gli effetti alla distruzione del sistema pensionistico, della pubblica istruzione e dell’assistenza sanitaria.

Il supporto per un governo di tecnocrati è un chiaro segnale ai mercati finanziari che la “sinistra” è pronta ad attuare tutte le misure (anche autoritarie) necessarie per la difesa dei rapporti capitalistici e la protezione degli investimenti privati.

Word Socialist Web Site

La ex-sinistra italiana e la nuova manovra di austerità

di: Di Marc Wells - 30 agosto 2011 -

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 29 agosto 2011

A meno di un mese dal passaggio della manovra da €79 miliardi che eliminerà le conquiste storiche della classe lavoratrice del dopoguerra, il primo ministro Silvio Berlusconi, sollecitato dalla Banca Centrale Europea (BCE), ha messo a punto un’ulteriore manovra di aggiustamento che aggiunge €45,5 miliardi di tagli e tasse regressive. Queste misure colpiranno duramente la classe lavoratrice e determineranno condizioni di vita intollerabili per vasti strati della popolazione.

Secondo Il Corriere della Sera, il totale dei tagli e nuove tasse per i prossimi tre anni ammonta a €195 miliardi. Questa è una stima approssimativa e conservatrice, che non tiene in considerazione l’impatto finale della misura sul bilancio pubblico, per non parlare di un successivo provvedimento attualmente in discussione che estende ulteriormente l’età pensionabile.

Nonostante le dimensioni gigantesche del pacchetto, gli economisti di Nomura International, per esempio, affermano che “il piano non è sufficientemente ambizioso, data l’entità dei problemi strutturali italiani.” Prevedono che le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s troveranno un “ulteriore motivo di downgrade” del rating del Paese già dal mese di settembre. È lecito attendersi che manovre come questa non siano le ultime di questa portata.

La manovra di Berlusconi è principalmente un attacco frontale contro i lavoratori del settore pubblico. Oltre a tagli sul bilancio dello Stato pari a oltre €17 miliardi, 54.000 posti di lavoro statali saranno eliminati, mentre 87.000 saranno persi a livello di governo locale (regioni, province e comuni). Tutti i settori del governo vedranno un acceleramento del processo di privatizzazione dei servizi pubblici.

L’attacco ai diritti dei lavoratori più anziani continuerà. L’età pensionabile per le donne, per esempio, sarà aumentata a 65 anni a partire dal 2016, per essere pienamente attuata entro il 2027. Altri durissimi attacchi sono in discussione.

I dipendenti pubblici in molti casi perderanno la tredicesima, e potranno essere trasferiti con facilità.

I pagamenti per il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) saranno ritardati fino a due anni. Una serie di cambiamenti nei rapporti di lavoro aumenterà l’insicurezza e la vulnerabilità dei lavoratori, incrementando la piaga della precarietà.

Una pletora di imposte regressive, da quelle sulle vendite di sigarette al carburante ai giochi, penalizza la popolazione attiva, mentre altre tasse imposte alle compagnie energetiche si tradurranno in aumenti delle tariffe.

L’establishment politico, da destra a “sinistra”, accetta e insiste sul “pareggio dei conti”. In particolare vale la pena considerare la risposta dei pablisti di Sinistra Critica.

Questo gruppo di finta sinistra e senza principi è affiliato con il Segretariato Unificato che si separò dal movimento Trotskyista sotto la guida di Michel Pablo e Ernest Mandel nel 1953.

Nella loro dichiarazione, i pablisti italiani lamentano del fatto che: “La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce [Banca Centrale Europea] e ‘mercati internazionali’ svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese”. Per loro, si tratta di “un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno “.

La retorica utilizzata da Sinistra Critica ha uno scopo specifico: nascondere il loro supporto alla manovra.

Sinistra Critica nasce nel 2005 come tendenza all’interno di Rifondazione Comunista, che a sua volta è una permutazione politica dello stalinista PCI, il cui record di tradimenti nel dopoguerra è alla base del progressivo deterioramento delle condizioni della classe lavoratrice italiana.

Come il suo alleato in Francia, il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), Sinistra Critica è un partito di ordine borghese, con una prospettiva nazionalista di centro-sinistra.

I suoi leader Franco Turigliatto, Salvatore Cannavò e Luigi Malabarba hanno tutti una storia lunga e deplorevole all’interno del movimento pablista e sono stati eletti durante il governo Prodi del 2006-08, fornendo supporto cruciale e credibilità di “sinistra” alle politiche imperialiste e anti-classe lavoratrice di quella amministrazione.

Nel 2007, Sinistra Critica operava all’interno di Rifondazione, uno dei nove partiti che sostenevano il governo Prodi II, le cui politiche di destra hanno trovato forte opposizione da parte della stragrande maggioranza della popolazione italiana.

Turigliatto, senatore sotto il governo Prodi II, svolse un ruolo particolarmente perfido. Alla fine del febbraio 2007, votò contro la politica estera di Prodi, ma una settimana dopo contribuì a far ottenere la vittoria contro una mozione di sfiducia che permise quindi al governo di sopravvivere temporaneamente.

Quel voto nello specifico approvava un ultimatum di 12 punti del governo Prodi che comprendeva, tra l’altro, l’approvazione incondizionata delle sue politiche imperialiste in Afghanistan e in Libano, la “riforma” del sistema pensionistico e la costruzione della ferrovia ad alta velocità TAV, nonostante la fortissima opposizione fra i lavoratori.

Questo è il modus operandi di Sinistra Critica. Predica e diffonde una retorica di “sinistra”, comprese le critiche della sinistra ufficiale borghese, mentre lavora a tutto spiano affinché i lavoratori non intraprendano una lotta indipendente dai vari partiti ex-stalinisti, le burocrazie sindacali e socialdemocratiche.

Quando il mese scorso Berlusconi si rivolse alle “parti sociali” (sindacati, grandi imprese e banche), i sindacati hanno fornito il supporto necessario per attuare queste misure (vedi: “Il governo prepara nuovi tagli dopo il panico nei mercati azionari“). Sinistra Critica è pienamente consapevole di ciò. In egual misura al ruolo svolto all’interno del governo Prodi, il presente e consapevole impegno dei pablisti è quello di incoraggiare le illusioni nella capacità dei sindacati a opporsi alle misure di austerità e di altri attacchi.

Questo è il motivo per cui Sinistra Critica dichiara disonestamente che “segnali inquietanti giungono dal fronte sindacale”, quando si subordinano a “Confindustria in una corsa alla ‘responsabilità nazionale’”. I pablisti chiedono retoricamente: “

Ora che il governo ha deciso di andare davvero in questa direzione – tra l’altro applicando il pareggio di bilancio in Costituzione e quindi decidendo di appendere le sorti del Paese alle volontà dei “mercati”, cioè della grande finanza e della speculazione – come farà la Cgil a giustificare una sua contrarietà?”

La risposta è molto semplice: non c’è nessuna opposizione a tale “volontà dei mercati”, non dai sindacati, né da Sinistra Critica. I sindacati accettano incondizionatamente le relazioni capitaliste e funzionano come veicolo per subordinare gli interessi dei lavoratori alle esigenze del capitale. Qualsiasi organizzazione, come Sinistra Critica, che presenta i sindacati in contrasto con le politiche di libero mercato, sta esplicitamente cercando di ingannare i lavoratori.

Questo è esattamente ciò che sta facendo Sinistra Critica, sostenendo l’iniziativa “Dobbiamo fermarli”; una bravata organizzata dai sindacati, in particolare dalla CGIL, per darsi un pò di credibilità e disorientare i lavoratori.

Questa operazione fasulla, compresa l’organizzazione di una manifestazione il 15 ottobre, ha lo scopo di permettere al governo il tempo necessario per avviare la piena attuazione di tutte le sue misure e demoralizzare la popolazione.

Il partner politico di Turigliatto, Salvatore Cannavò, è uno dei principali leader del Segretariato Unificato pablista. Durante il governo Prodi, Cannavò è stato Deputato. Anch’egli ha sostenuto Prodi e poi lasciato Rifondazione—di cui era membro sin dalla sua fondazione nel 1991—con Turigliatto per creare Sinistra Critica, dopo che il precedente partito era stato completamente screditato.

Gli articoli di Cannavò rivelano una vasta gamma di opportunismo politico. Lo spontaneismo è glorificato; la classe operaia internazionale è inesistente. Ciò che esiste per questo veterano operatore politico è il presente quadro politico borghese e la possibilità di navigarlo attraverso perverse alleanze con i partiti della cosiddetta “sinistra” e di centro-sinistra.

In un recente articolo dal titolo “Elezioni comunali: la sconfitta di Berlusconi” celebra la “sconfitta per la destra” e gli avanzamenti del centro-sinistra, che caratterizza non come il nemico dei lavoratori ma come “un’alternativa alla destra” che “ha riacquisito un po’ di credibilità”.

Cannavò sta spianando la strada per una nuova coalizione con le stesse forze borghesi con le quali si alleò nel governo 2006. È disposto ad andare fino alla destra come tutti gli altri suoi colleghi di “sinistra”. Nel caso del Partito Democratico, uno dei discendenti del PCI, ciò include la possibilità di alleanze con il neo-fascista Gianfranco Fini (vedi: “Governo in crisi in Italia: il segretario dei democratici sostiene il post-fascista Fini“).

Un’altra figura di spicco di Sinistra Critica, Luigi Malabarba, merita altrettanta attenzione. Malabarba è un operaio all’Alfa Romeo. Ha una lunga storia come sindacalita dei metalmeccanici FIOM-CGIL, così come dei SinCobas (ora USB, una organizzazione sindacale nazionalista). Come Turigliatto e Cannavò, lo sviluppo politico di Malabarba è stato plasmato dal pablismo e dal suo principale esponente, l’arci-opportunista Livio Maitan.

Senatore sia durante i governi Berlusconi II e III (2001-06), così come parte del governo Prodi II, fino ad ottobre 2006, Malabarba è stato membro del Comitato Parlamentare di Controllo sui Servizi Segreti (ora COPASIR).

L’ex-stalinista ed ex primo ministro Massimo D’Alema ha perfettamente caratterizzato questa istituzione quando ha preso il posto di presidente del Comitato nel 2010: “Intendo lavorare nello spirito che ha fin qui guidato il Comitato: collaborazione istituzionale e senso dello Stato”. Il ruolo di questa istituzione è esattamente quello di coprire i crimini dello stato italiano.

Questo elemento della ex-sinistra rimane fedele alla sua eredità di collaborazione di classe e di difesa degli interessi nazionali sostenendo appieno lo stato capitalista e i sindacati. Il suo ruolo nella situazione attuale in Italia è quello di incoraggiare fallimentari scioperi giornalieri e sterili politiche di protesta, assicurando quindi sconfitte dopo sconfitte.

La lotta contro i tagli e le misure di austerità inizia proprio con una ferma rottura e lotta contro i sindacati e i partiti di ex-sinistra come Sinistra Critica, il cui unico scopo è quello di garantire la subordinazione dei lavoratori alle imposizioni delle grandi imprese e i crescenti attacchi da parte dello Stato.

FONTE: Word Socialist Web Site

Tripoli, oggi più che mai suol d’amore. Il nostro.

di: Fulvio Grimaldi

La storia è un resoconto perlopiù falso di eventi perlopiù insignificanti provocati da governanti perlopiù delinquenti e da soldati perlopiù idioti. (Ambrose Bierce, scrittore Usa, 1842-1914)

Liquidiamo per prima cosa gli sciacalli collateralisti travestiti da sinistri, oggi tutti o rintanati in un abisso di vergogna, o garruli, più impudichi, celebratori di diritti umani e democrazia ristabiliti. Come Vendola – “Israele ha fatto fiorire il deserto” – Rossanda -”Brigate internazionali a sostegno dei giovani rivoluzionari di Bengasi”, o il poco noto sedicente esperto di Latinoamerica e spocchioso tuttologo dell’intossicazione imperialista, Carotenuto – “I cecchini di Gheddafi sparano sui bambini”. Li scopriamo, sotto gli scintillanti panni arcobaleno, imbrattati di merda e grondanti di sangue del popolo libico e confinati per l’eternità nella fangazza dei caimani, peggiori del guiitto mannaro: traditori e rinnegati.

Calpesta questi vermi Hugo Chavez che, ancora una volta, ha tuonato contro le aberranti nefandezze  dei “democratici governi europei e Usa impegnati a radere al suolo Tripoli, le scuole, gli ospedali, le case, i posti di lavoro, i campi coltivati, le fabbriche, i rifornimenti idrici ed elettrici con il suo milione e mezzo di abitanti”, adducendo a scusa una “rivoluzione” che non è che un colpo di Stato “mirato a prendersi il paese e le sue ricchezze” .

Dietro a Chavez c’è quasi l’intera America Latina, quasi tutta l’Africa, gran parte dell’Asia, a dispetto degli infingardi medvedeviani e cinesi. E questi cavalieri dell’Apocalisse, rappresentanti di un mero 7% dell’umanità, in maggioranza, poi, nemmeno  omologati sui crimini dei loro “rappresentanti”, osano definirsi “comunità  internazionale”. Senza contare che ormai, nella “comunità internazionale”, questi non sono da tempo rappresentanti di nessuno, se non della manica di criminali psicopatici rintanati nei forzieri.
E veniamo a come sembra stiano le cose secondo le uniche voci oneste sopravvissute a Tripoli. Sopravvissute, perchè ne va della loro vita, visto che le spie della Cia e dell’MI6, fattesi passare per giornalisti nell’Hotel Rixos, li hanno minacciati di morte e cercano di farli fuori. Me li ricordo, quei “giornalisti” yankee e britannici, in ascolto spocchioso e irridente alle nostre conferenze stampa in cui portavamo documenti, immagini e testimonianze degli orrori compiuti dai mercenari e dalla Nato. Ricordo le loro domande di spie: “A quale formazione politica appartieni?” “Cosa guadagnate dal farvi trombettieri delle truffe e bugie di Gheddafi?” “Chi vi paga?” “Siete complici dei mercenari di Gheddafi che stuprano bambini”. “Vi rendete conto che siete operativi del terrorismo contro la democrazia e la comunità internazionale?”
Ora quell’hotel, senza più personale, si è diviso in due contrapposti fortini: da un lato i giornalisti veri, in prima linea Thierry Meyssan e Darius Nazemroaya, che gli agenti angloamericani cercano di far fuori, dall’altro i mercenari mediatici. Gli stessi che viaggiando per le strade della Libia segnalavano alla Nato i posti di blocco da disintegrare. E’ per le strade così “ripulite” che le bande del mercenariato Nato hanno potuto avanzare grazie all’intervento incessante degli elicotteri d’assalto, dei droni e dei bombardieri, che spazzavano gli spazi davanti a loro. Nulla di quanto sta avvenendo è merito di questo branco di belve subumane unicamente motivate dal bottino e dagli orgasmi da sevizie e morte. Senza le stragi Nato non sarebbero stati capaci di far altro che continuare a dare la caccia agli africani neri, alle ragazze da violentare e poi uccidere (stile narcos al soldo degli Usa in Messico), a chi non si schierava con loro. La forza d’urto principale è stata esercitata dalle montagne alle spalle di Tripoli nelle quali nelle scorse settimane erano arrivate, su piste improvvisate, valanghe di armamenti pesanti, con il beneplacito del governo dellaTunisia, da qualcuno (Giuliana Sgrena e mistificatori vari) ancora definito espressione della “primavera dei gelsomini” (qualifica tesa a sacralizzare anche le operazioni Cia delle rivoluzioni arancioni, dei garofani, delle rose e di colori e fiori vari). Governo tunisino che, rivoluzionariamente, spargendo gelsomini, è balzato sul carro da morto di passaggio e ha riconosciuto il sedicente Consiglio di Transizione, così tagliando il cordone ombelicale a tutto un popolo, E’ la democrazia, cretino!

I tumulti di Tripoli, comunque, sembra non siano tanto merito di contingenti di mercenari invasori, in ogni caso guidati e appoggiati da teste di cuoio occidentali, quanto da “cellule dormienti” infiltrate da tempo e che si sono mosse al segnale lanciato da certi muezzin dai minareti a partire da sabato scorso. Il meccanismo, ripetuto in questi giorni, è questo: la Nato lancia di notte attacchi di portata terrificante su una zona, o un centro, distruggendo tutto e facendo fuggire o uccidendo la popolazione (1.300 in 9 ore domenica scorsa, 5000 feriti). Nel vuoto si precipitano i mercenari con telecamere al seguito, sbraitano, sparacchiano e… spariscono, mentre l’area torna ad essere popolata da abitanti che rientrano sotto la protezione delle forze lealiste. Si parla addirittura di “ribelli” cacciati dalle loro posizioni 80 km a ovest di Tripoli (Zauija).

Così, pare, oggi a Tripoli, dove sarebbe in corso la controffensiva dei lealisti che avrebbe svuotato la città dai mercenari per il 90%, salvo sacche nei sobborghi. E a ennesima dimostrazione della rozzezza dei bugiardi: i figli di Gheddafi, Seif e Mohammed, sono liberi e in lotta. Il problema grande è che, come si creano distanze tra i due fronti, i killer Nato hanno agio di infierire su Resistenza e popolazione civile, ovviamente, come fatto a partire del 19 marzo, senza il minimo riguardo per la popolazione nella quale i combattenti patrioti si muovono. L’altra notte è passato su RAI Tre un grande film su Marzabotto. Sinistri e celebranti vari commemorano in lacrime quegli eventi. in Libia la nostra “comunità internazionale” di Marzabotto e S.Anna di Stazzema ne hanno perpetrato centinaia, all’ennesima potenza. E’ la democrazia, cretino! E ora stanno facendo a Tripoli quello che hanno fatto a Dresda, a Baghdad, a Falluja, a Gaza. Terminator nutriti di morte, amici, anzi padroni omaggiati, di Napolitano, Bersani, Flavio Lotti, Pannella e tutta la fangazza sinistrata d’Italia. Lordi tutti del sangue di un popolo genocidato dopo l’altro. A quando l’incendio purificatore e salvifico che li incenerirà?


Non finisce qui. Non c’è nessuna stretta finale, Gheddafi morirà in combattimento o trucidato, come Saddam e Milosevic, in qualche postribolo da tutti consacrato tribunale e dove, sullo scranno delle marchette, sono assise “madame” come Carla del Ponte, Antonio Cassese (quello del tribunale farsa prima della Jugoslavia e poi del Libano), Moreno Ocampo. Così come si omaggia Napolitano, il peggiore presidente mai avuto nella Repubblica, “difensore della Costituzione”. Colui che rischia, avvenuta la nemesi, di passare alla storia giusta con il titolo di “presidente fellone”. Accanto a gentaccia come Laval, Petain, Badoglio e, oggi, accanto a pagliacci zannuti Nato alla Karzai, Al Maliki, Micheletti, Calderon, Abu Mazen, Mesic…
Gheddafi, mille Gheddafi, continueranno a guidare la lotta dei libici, dovesse durare un’altra volta trent’anni, come sotto i macellai Graziani, Badoglio, Mussolini (avete constatato come questi massacratori dei mandanti Obama e Cameron e banchieri che li manovrano, siano addirittura peggio, molto peggio, di quegli antesignani della civiltà superiore bianca cristiana?). Alimentiamo i fuochi sacri dei libici. A partire dalle palle infuocate di verità da lanciare addosso alle prostitute nel postribolo.
MondoCane

E se non pagassimo il debito?

La decisione del governo Berlusconi di anticipare la manovra, rispondendo così ai diktat di Bce e “mercati internazionali” svela le ipocrisie e le litanie dell’ultimo mese: la crisi economica si traduce in quello che era lecito immaginarsi, l’ennesimo “massacro sociale” prodotto dalla corsa sfrenata ai profitti di un capitalismo al palo che non riesce a garantire più né benessere né un futuro degno. Si può certo puntare il dito contro il debito pubblico italiano, il terzo debito del mondo ma senza dimenticare due dati. Quel debito c’era anche un mese fa, un anno fa, tre anni fa e non ha prodotto nessun attacco speculativo, nessuna crisi emergenziale. Secondo, quel debito è la misura non solo della dissennatezza della politica italiana degli ultimi trent’anni ma anche di una gigantesca redistribuzione del reddito dai salari, stipendi e pensioni ai profitti delle grandi banche e della società finanziarie internazionali che detengono gran parte del debito italiano. E’ dunque utile cercare di guardare la sostanza dei problemi.

Negli ultimi due decenni il capitalismo, grazie alla spinta delle politiche dominanti, portate avanti da governi di centrodestra e centrosinistra, ha cercato di salvare sé stesso e la sua assenza di spinta propulsiva accumulando una valanga di debiti. Gli economisti più avvertiti spiegano bene che la lievitazione di “sub-prime” e similari è servita per compensare l’assenza di investimenti produttivi in grado di tenere alti i profitti. Solo che, a un certo punto, per evitare il collasso del sistema, i governi si sono accollati la mole di questi debiti trasferendoli sui bilanci pubblici. Oggi il conto è presentato a lavoratori e lavoratrici, a giovani precari, a donne e pensionati. Non è un caso se l’unica misura concreta presa dal governo Berlusconi sia quella di anticipare il taglio delle agevolazioni fiscali e assistenziali, cioè le misure che interessano la maggioranza della popolazione, spesso quella che paga le tasse e che vive del proprio lavoro. Allo stesso tempo neanche un euro viene prelevato dalle tasche delle fasce più ricche.

A questa decisione, “ordinata” dalla Bce e dai suoi controllori, l’opposizione parlamentare non sa cosa rispondere, balbetta frasi incomprensibili oscillanti tra il senso di responsabilità ordinato dal presidente Napolitano e la necessità di segnalare una diversità che non esiste. Il Parlamento non offrirà risposte né sorprese interessanti visto che si è messo sotto tutela della banche e della finanza.

E anche il sindacato si è voluto incatenare a questa logica, mettendosi sotto la tutela di Confindustria, facendo proprio il dogma del pareggio di bilancio e rilanciando misure come privatizzazioni e riforma del mercato del lavoro. Cosa hanno prodotto tonnellate di leggi – legge Treu, legge 30 etc. – che hanno precarizzato il lavoro oppure le grandi privatizzazioni italiane – Telecom, Autostrade, Alitalia – negli ultimi dieci-quindi anni? Nulla. Il pareggio di bilancio in Costituzione, tra l’altro, impicca l’Italia alle variabili della finanza: che succede se una volta approvato un bilancio in pareggio si verifica un rialzo dei tassi di interesse, facendo aumentare la spesa, o se arriva una recessione imprevista?

In questo clima misure come la Patrimoniale non vengono prese in considerazioni da nessuno: la stessa Cgil l’ha proposta qualche mese fa per poi dimenticarsene.

Ma anche sul debito occorre fare una riflessione più seria. Esiste ormai in Europa una corrente di pensiero (vedi il libro “Les dettes illégitimes” di François Chesnais) che arriva addirittura a proporre il non rimborso del debito a certe condizioni. “L’ingiunzione di pagare il debito – spiega Chesnais – si basa implicitamente su questa idea che il denaro, frutto del risparmio pazientemente accumulato con il duro lavoro, sia stato effettivamente prestato. Questo può essere il caso per i risparmi delle famiglie o dei fondi del sistema di pensione per capitalizzazione. Non è il caso delle banche e degli hedge funds. Quando questi “prestano” agli Stati, comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di relazioni e di transazioni interbancarie”.

Un esempio di non pagamento del debito, con ri-negoziazione con i creditori, spiega ancora l’economista francese, è quanto realizzato nel 2007 dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa che ha realizzato un audit pubblico quantificando il debito detenuto da società di speculazione internazionale o dai banchieri nordamericani i quali sono stati costretti a negoziare con il governo ecuadoregno. Cose da terzo mondo, si dirà, ma la Grecia non ha dimostrato che la situazione in Europa può essere analoga e che quindi il problema non può essere eluso? Anche perché come si può pensare davvero di rientrare da un debito del 120% per Pil senza annientare il nostro Paese?

 

Salvatore Cannavò, “Il Fatto” visto su Rivista Eurasia

Il Pendolo del bipolarismo

Un luogo comune sul sistema politico odierno, in Italia come nel resto d’occidente, è la considerazione positiva che accompagna l’idea di bipolarismo. Le direttive ideologiche diffuse tramite i soliti giornali fedeli al sistema americano-centrico parlano chiaro: il bipolarismo è una conquista della civiltà perché consente la cosiddetta “alternanza” di forze politiche al potere e , tramite questa, l’effettivo svolgimento della democrazia. In realtà, come per tutti i dogmi diffusi dai canali mediatici, le qualità del bipolarismo sono tutte da dimostrare, anzi è palese che dietro questo concetto si nasconde la solita malcelata tirannia atlantica. Il bipolarismo, che nei casi più vincenti può evolversi in bipartitismo e quindi rendere il tutto più controllabile ed efficiente sotto la guida di due gruppi politici ben affiatati, in realtà nell’uniche condizioni in cui si è manifestato e cioè in sistemi di liberismo economico e democratico, è l’ultimo stadio del cosiddetto “sviluppo”. Lo “sviluppo” è la logica politica con cui si impone l’americanismo o l’atlantismo (a seconda del senso in cui consideriamo la questione): parte dalle conquiste coloniali, passa per l’imposizione di governi amici, promuove la democrazia ed il libero mercato, infine se riesce ad imporre il bipolarismo ha raggiunto il suo scopo, si rivela vincente e riesce a consegnare nelle mani statunitensi qualsiasi territorio sottoposto a tale trattamento. Negli stadi intermedi, che possiamo riscontrare oggi per esempio in Iraq, vengono usate varie strategie, dalle più antiche tipo il divide et impera fra sciiti e sunniti, alle più moderne, ma nell’ultimo stadio di conquista e cioè lo stadio del bipolarismo, dove per esempio ci troviamo noi in Italia, la strategia è quasi infallibile anche perché supportata dall’offensiva mediatica della “multinazionale del consenso”. Il bipolarismo funziona come un pendolo: la guida dell’oscillazione è sempre la stessa, è solo il termine del pendolo che passa regolarmente da una parte all’altra (qualcuno direbbe da destra a sinistra, ma questi concetti non hanno più il minimo significato). Così anche il nostro sistema politico riceve le direttive principali, che sono coerenti e unidirezionali, dal centro atlantico e le trasmette in pratica sul nostro territorio, attraverso la farsa bipolare oscillante. Le classi dirigenti che si alternano al potere, nel fingersi del tutto ostili sono in realtà totalmente affini; il loro darsi il cambio ha quindi una logica ben precisa. I due schieramenti così come vengono dipinti dalla propaganda, dovrebbero infatti rappresentare diverse categorie di persone; allora il compito del bipolarismo risiede proprio nel consentire il porre in essere di alcune scelte-leggi quando governa un polo ed altri tipi di scelte-leggi quando governa l’altro. In realtà, ripetiamo, queste non sono davvero scelte che rispondono a diverse idee politiche, sono totalmente affini e coerenti, però vengono dipinte come se fossero inconciliabili dalla propaganda mediatica per giustificare questo sistema; queste scelte sono perfettamente coerenti, ma non possono essere prese da un solo polo perché non verrebbero accettate da diversi gruppi che questo stesso polo rappresenta. Alcune leggi può farle solo la sedicente “sinistra”, altre solo la sedicente “destra”, con il risultato di ritrovarsi tutte queste leggi (ripetiamo) coerenti, che vengono accettate in questo modo da tutta la popolazione che giustifica una legge nociva con la democraticità del bipolarismo. Così avremo leggi a favore dell’affidamento dei figli alle coppie omosessuali fatte da “sinistra”, perché è questa che si è arrogata il diritto di rappresentare determinate categorie abituate a considerare favorevolmente una scelta del genere; queste leggi però una volta varate, anche se a parole osteggiate dalla “destra” nel momento in cui toccherà a quest’ultima il compito di governare, non verranno assolutamente cancellate, perché in realtà fanno parte della coerenza liberal-democratica; il dichiararsi contrari a leggi fatte della parte alla quale si finge di opporsi, fa proprio parte del giogo bipolare, si crea spirito di appartenenza e quindi fedeltà a tale sistema litigando, ma si procede coerentemente nel binario unico della dittatura liberal-democratica. Le leggi a favore delle scuole private, degli ospedali privati, spesso fatte da “destra” non vengono mai assolutamente annullate dalla “sinistra” proprio perché fanno parte della stessa concezione politica; lo scontro è totalmente fittizio. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma il succo della questione è ormai chiaro: con il suo moto ipnotizzatore il pendolo bipolare porta acqua sempre al solito mulino, fa girare sempre le lancette del tempo liberistaUn luogo comune sul sistema politico odierno, in Italia come nel resto d’occidente, è la considerazione positiva che accompagna l’idea di bipolarismo. Le direttive ideologiche diffuse tramite i soliti giornali fedeli al sistema americano-centrico parlano chiaro: il bipolarismo è una conquista della civiltà perché consente la cosiddetta “alternanza” di forze politiche al potere e , tramite questa, l’effettivo svolgimento della democrazia. In realtà, come per tutti i dogmi diffusi dai canali mediatici, le qualità del bipolarismo sono tutte da dimostrare, anzi è palese che dietro questo concetto si nasconde la solita malcelata tirannia atlantica. Il bipolarismo, che nei casi più vincenti può evolversi in bipartitismo e quindi rendere il tutto più controllabile ed efficiente sotto la guida di due gruppi politici ben affiatati, in realtà nell’uniche condizioni in cui si è manifestato e cioè in sistemi di liberismo economico e democratico, è l’ultimo stadio del cosiddetto “sviluppo”. Lo “sviluppo” è la logica politica con cui si impone l’americanismo o l’atlantismo (a seconda del senso in cui consideriamo la questione): parte dalle conquiste coloniali, passa per l’imposizione di governi amici, promuove la democrazia ed il libero mercato, infine se riesce ad imporre il bipolarismo ha raggiunto il suo scopo, si rivela vincente e riesce a consegnare nelle mani statunitensi qualsiasi territorio sottoposto a tale trattamento. Negli stadi intermedi, che possiamo riscontrare oggi per esempio in Iraq, vengono usate varie strategie, dalle più antiche tipo il divide et impera fra sciiti e sunniti, alle più moderne, ma nell’ultimo stadio di conquista e cioè lo stadio del bipolarismo, dove per esempio ci troviamo noi in Italia, la strategia è quasi infallibile anche perché supportata dall’offensiva mediatica della “multinazionale del consenso”. Il bipolarismo funziona come un pendolo: la guida dell’oscillazione è sempre la stessa, è solo il termine del pendolo che passa regolarmente da una parte all’altra (qualcuno direbbe da destra a sinistra, ma questi concetti non hanno più il minimo significato). Così anche il nostro sistema politico riceve le direttive principali, che sono coerenti e unidirezionali, dal centro atlantico e le trasmette in pratica sul nostro territorio, attraverso la farsa bipolare oscillante. Le classi dirigenti che si alternano al potere, nel fingersi del tutto ostili sono in realtà totalmente affini; il loro darsi il cambio ha quindi una logica ben precisa. I due schieramenti così come vengono dipinti dalla propaganda, dovrebbero infatti rappresentare diverse categorie di persone; allora il compito del bipolarismo risiede proprio nel consentire il porre in essere di alcune scelte-leggi quando governa un polo ed altri tipi di scelte-leggi quando governa l’altro. In realtà, ripetiamo, queste non sono davvero scelte che rispondono a diverse idee politiche, sono totalmente affini e coerenti, però vengono dipinte come se fossero inconciliabili dalla propaganda mediatica per giustificare questo sistema; queste scelte sono perfettamente coerenti, ma non possono essere prese da un solo polo perché non verrebbero accettate da diversi gruppi che questo stesso polo rappresenta. Alcune leggi può farle solo la sedicente “sinistra”, altre solo la sedicente “destra”, con il risultato di ritrovarsi tutte queste leggi (ripetiamo) coerenti, che vengono accettate in questo modo da tutta la popolazione che giustifica una legge nociva con la democraticità del bipolarismo. Così avremo leggi a favore dell’affidamento dei figli alle coppie omosessuali fatte da “sinistra”, perché è questa che si è arrogata il diritto di rappresentare determinate categorie abituate a considerare favorevolmente una scelta del genere; queste leggi però una volta varate, anche se a parole osteggiate dalla “destra” nel momento in cui toccherà a quest’ultima il compito di governare, non verranno assolutamente cancellate, perché in realtà fanno parte della coerenza liberal-democratica; il dichiararsi contrari a leggi fatte della parte alla quale si finge di opporsi, fa proprio parte del giogo bipolare, si crea spirito di appartenenza e quindi fedeltà a tale sistema litigando, ma si procede coerentemente nel binario unico della dittatura liberal-democratica. Le leggi a favore delle scuole private, degli ospedali privati, spesso fatte da “destra” non vengono mai assolutamente annullate dalla “sinistra” proprio perché fanno parte della stessa concezione politica; lo scontro è totalmente fittizio. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma il succo della questione è ormai chiaro: con il suo moto ipnotizzatore il pendolo bipolare porta acqua sempre al solito mulino, fa girare sempre le lancette del tempo liberista.

Continente Eurasia – Anno 2 Numero 7 – settembre 2006

Matteo Pistilli

L’altra Islanda che resiste all’Europa

di: Marco Santopadre

Non è usuale, dalle nostre parti, sentir parlare di Islanda, un paese abitato da 320mila anime in tutto e relegato nelle estreme e fredde propaggini settentrionali del continente europeo. Eppure gli islandesi meriterebbero più attenzione da parte dei media, visto che sono stati i primi europei a sviluppare una risposta di massa alla gestione della crisi da parte dei governi locali e delle istituzioni economiche internazionali. Qualche giorno fa, ad Atene, durante le manifestazioni dei sindacati e degli «indignati» contro i tagli e le privatizzazioni del governo Papandreou, abbiamo incontrato Thorvaldur Thorvaldsson, un attivista della sinistra radicale islandese, e ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda.

Qual è il vostro giudizio sugli avvenimenti che hanno scosso l’Islanda negli ultimi anni?

La protesta popolare è esplosa nell’ottobre del 2008, dopo il collasso del sistema bancario che ha rivelato in maniera scioccante una crisi fino a quel momento latente del sistema economico capitalista. È emerso allora un movimento di massa che per mesi, ogni settimana, ha manifestato nelle piazze del paese, e in particolare davanti al parlamento. Agli inizi del 2009 la protesta ha imposto un significativo cambio di governo. Prima l’esecutivo era formato dai conservatori, e poi è passato nelle mani di socialdemocratici e verdi. Questa svolta, su pressione della piazza, ha generato una grande illusione e una grande speranza.

L’idillio tra partiti di centrosinistra e movimento di protesta è durato per un po’. Nelle elezioni politiche della primavera del 2009 i due partiti hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Ma presto la speranza di un cambiamento significativo di rotta, economicamente parlando, è stata frustrata. La gente si è resa conto che il nuovo governo stava proseguendo sulla stessa via di quello precedente, in ossequio ai diktat di banche e istituzioni internazionali. La disillusione è aumentata quando il governo di centrosinistra ha chiesto l’adesione dell’Islanda all’Unione europea, conducendo un’ingannevole campagna propagandistica secondo la quale se il paese fosse stato già membro dell’Ue le nostre banche non sarebbero fallite… Per un po’ i sondaggi hanno concesso un leggero vantaggio a coloro che erano d’accordo con l’ingresso dell’Islanda nell’Unione. Ma poi, man mano che le bugie venivano smontate, i contrari hanno raggiunto una quota tra il 60 e il 70%. Anche se il governo continua a tentare di imporre questa scelta al paese, grazie alla profonda contrarietà dell’opinione pubblica il processo di adesione è stato comunque già ritardato di anni, e i negoziati veri e propri sono iniziati da poco. Se mai decideranno di indire sull’argomento un referendum, lo perderanno.

Perché siete così contrari ad entrare nell’Unione europea?

Se entrassimo nell’Ue sarebbe più difficile per noi contrastare le politiche che i vari governi adottano per scaricare la crisi sui ceti sociali meno abbienti. Potremmo dire che l’Unione ha inglobato queste politiche nel suo Dna, ne ha fatto la sua vera Costituzione. Naturalmente l’Unione è interessata anche alle nostre risorse, per questo preme affinché la nostra adesione sia rapida. Vogliono il nostro patrimonio ittico e le nostre riserve di idrocarburi. Per non parlare del controllo che potrebbero stabilire su un quadrante marino così esteso e così vicino al Polo nord, strategicamente fondamentale. Inoltre pensiamo che la nostra resistenza all’ingresso nella confederazione rappresenti un sostegno a chi, all’interno dei suoi confini, oggi discute sull’opportunità o meno di rimanerci. Ormai non siamo più ai tempi delle vane promesse di un futuro migliore, ma dobbiamo tracciare un bilancio realistico e spietato di questa esperienza fallimentare. Non si può non riconoscere che l’adesione all’Ue ha comportato un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di molti paesi.

Cosa pensa della questione del debito e delle misure che il Fondo monetario internazionale sta imponendo ai vari paesi?

Dopo il fallimento delle banche l’Islanda è stato il primo paese del continente europeo ad essere sottoposto da decenni ad un piano di aggiustamento del Fmi. Il fatto che un paese europeo avesse «bisogno» dell’aiuto di questa istituzione finanziaria internazionale ha generato uno shock nell’opinione pubblica. Ma i cosiddetti aiuti dell’Fmi non sono affatto tali, anzi impediscono ai popoli e ai paesi di risollevarsi. L’Islanda è stata obbligata a chiedere un prestito di 2.1 miliardi all’Fmi. Ogni scadenza delle varie tranche del debito è servita al Fondo per obbligarci ad accettare condizioni capestro che servivano a garantire le banche britanniche che hanno speculato nel nostro paese ma poi sono fallite. Sulla questione del pagamento del debito il governo è stato sconfitto ben due volte in altrettanti referendum, e con percentuali altissime, dopo che il Presidente si era rifiutato di accettare l’imposizione di un altro prestito. I prestiti sono stati «concessi» in cambio di un ulteriore processo di privatizzazione di ogni aspetto della nostra economia. Nel 2013, data entro la quale il nostro debito dovrebbe essere estinto e il prestito restituito con enorme sacrificio per gli islandesi, cominceranno i veri problemi: perché i soldi per farlo non ci saranno, e la cifra da restituire non sarà più di 2,1 miliardi, ma sarà salita per gli interessi a 2 e mezzo, se non di più.

E noi non potremo pagare. Così, il governo islandese dovrà chiedere un altro megaprestito per pagare gli interessi nel frattempo maturati su quello precedente. L’Fmi a quel punto diventerà l’unico e incontrastato padrone dell’Islanda, e imporrà ulteriori tagli. È così che lavora il Fondo monetario.

All’inizio della crisi si era diffusa la voce che ci sarebbero stati dei cambiamenti importanti nel suo modo di procedere, che in Europa l’Fmi si sarebbe comportato diversamente rispetto ai metodi normalmente utilizzati nel cosiddetto Terzo mondo.

Una speranza infondata, basata sul pregiudizio di superiorità dell’Europa rispetto al resto del pianeta.

Perché mai l’Fmi dovrebbe essere meno aggressivo e invadente con i paesi europei? Se non ci saranno profondi cambiamenti politici ed economici, a breve lo standard di vita per le grandi masse di cittadini europei andrà drammaticamente a fondo. In questi anni «l’esercito di schiavi», se così posso chiamarlo, sta ingrossando le sue fila, mentre lo strato benestante della popolazione si sta assottigliando e i ricchi diventano sempre più ricchi. Bisogna cambiare, e subito! La nostra organizzazione politica si è formata sulla spinta della nuova situazione che si era venuta a creare nel 2008 in occasione del fallimento delle banche. Al centro della nostra piattaforma e della nostra azione politica abbiamo posto il recupero della nostra sovranità nazionale e popolare, oltre che la proprietà comune, collettiva delle risorse naturali. Le infrastrutture economiche devono essere riportate sotto il controllo pubblico, sottratte alla dittatura del mercato. Inoltre difendiamo un allargamento della democrazia e della partecipazione politica a tutti i livelli. Non ci accontentiamo della democrazia formale, pretendiamo che le persone abbiamo più strumenti a disposizione per dire la propria. L’azione dei partiti e dei governi non può prescindere dall’opinione delle persone e dalla volontà popolare, non può restare impermeabile . Stiamo lavorando per veicolare questi valori nel movimento popolare, in particolare all’interno dei sindacati e nelle organizzazioni impegnate nella mobilitazione contro l’Ue.

Cosa pensa che accadrà a breve per quanto riguarda le crisi negli altri paesi europei: la Grecia, la Spagna, l’Italia?

Penso sia solo una questione di tempo per tutti questi paesi. Le differenze sociali e di classe aumentano, e lasciano spazio a due sole opzioni. Si possono svendere tutti i beni pubblici e obbedire senza eccezioni ai mercati, cosa che stanno facendo tutti i governi finora, anche quelli cosiddetti di sinistra, accontentando tutte le richieste del capitale. Oppure i popoli si possono organizzare e unire a partire da un proprio programma indipendente, sviluppando processi realisticamente rivoluzionari.

Unirsi e organizzarsi: è l’unico modo per poter imporre dei reali cambiamenti nell’immediato futuro. È ciò di cui abbiamo estrema necessità.

FONTE: IlManifesto.it

Un complotto contro Berlusconi: i poteri forti puntano su Mario Monti

di: Paolo Bracalini

Incontro segreto a Milano con De Benedetti, Prodi e i banchieri Passera, Bazoli e Caloia. Lo sdegno di Antonio Martino: “Questa sinistra ama i colpi di Stato”. Fini “candida” Maroni: fai fuori il Cavaliere e avrai i voti di Fli, Udc e Pd. Ma la Lega gela i congiurati: fedeli al Cav

Roma - Sotto lo stile british c’è un certo attivismo italiano, ambizioni che il Professore (sorta di nuovo Prodi) coltiva con discrezione e costanza. A Roma si è dato parecchio da fare negli ultimi tempi, Mario Monti. Una presidenza del Consiglio sarebbe il coronamento meritato per una carriera eccezionale, tra accademia (è presidente della Bocconi) e istituzioni (la Ue, di cui è stato non dimenticato commissario). L’economista gode di sponsor pesanti. A cominciare dal capo dello Stato, che ha già espresso il suo gradimento circa l’ipotesi di un governo di transizione sotto la guida di Monti.

Questo basterebbe già a farne il candidato per eccellenza di un post governo Berlusconi. Ma la sfera d’influenza del bocconiano va oltre, arriva in altre stanze dei bottoni, quelle dei grandi banchieri e imprenditori (alcuni dei quali anche editori, cosa che non guasta in vista dell’operazione). Gli stessi che ha ritrovato in prima fila l’altro giorno a Milano (lo nota La Stampa) ad ascoltare l’ex premier Prodi. Cioè Giovanni Bazoli, presidente di Intesa San Paolo (grande azionista di Rcs-Corriere della sera, di cui Monti è editorialista), Corrado Passera, ad di Intesa, Angelo Caloia, banchiere cattolico, ex Ior, e poi Carlo De Benedetti, capo della Cir e gran promotore – tramite Repubblica, spesso con esiti nefasti – di candidati leader del centrosinistra.

Il Corriere è la vetrina di Monti, Paolo Mieli un suo autorevole sponsor, ma anche Repubblica sembra aver messo gli occhi sul professore, specie da quando Scalfari e De Benedetti hanno messo una lapide (lunga quanto le articolesse del fondatore) sulla carta Tremonti, come asso per far fuori Berlusconi.

Da tre a un solo Monti, uno che – per usare le parole dell’ingegnere in una recente intervista a Die Zeit – «potrebbe guidare l’opposizione con successo, tutto il centrosinistra vuole Monti. Gode di prestigio a livello mondiale, potrebbe ridare all’Italia il rispetto che merita». «Meglio un Monti di Tre-monti» ha detto la Bindi, lasciando al Colle «la decisione» su quel nome «autorevolissimo».

Una concentrazione di poteri, politici e finanziari, ha individuato chiaramente in Monti l’uomo da portare a Palazzo Chigi. Con la partenza di Mario Draghi per la Bce, siamo quasi al candidato unico. L’economista attende una «chiamata», ma nel frattempo si muove. Va ospite della Annunziata su Raitre.

Incontra Casini ed Enrico Letta, altro colonnello del Pd che insieme a D’Alema e Veltroni si augura un governo Monti, con due priorità: legge elettorale e manovrona fiscale.

Ma si vocifera di un’altra sponda, meno scontata. La Lega, in particolare Maroni, avrebbe espresso il suo assenso a Monti premier, in un incontro di un mesetto fa, come nome gradito al Colle, quindi sempre nell’ottica leghista di assecondare le preferenze di Napolitano. Una soluzione diametralmente opposta alle tesi ufficiali del Carroccio, che esclude sempre «pasticci da prima Repubblica», perché l’unico governo valido è quello «votato dalla gente». Su questo però non mancano le uscite sibilline, come quando Bossi disse che se «l’opposizione vuole il governo tecnico ne deve parlare con me», una specie di disponibilità, almeno così si può interpretare. Possibile sia un altro dei tavoli aperti dalla diplomazia leghista, con Bobo nelle vesti di ambasciatore (specie col Pd), quando non in quelle di candidato premier.

Ma un governo Monti avrebbe più simpatie in quegli ambienti finanziari internazionali che già hanno accolto il professore nel loro gotha.

Di Goldman Sachs Monti è stato advisor (e prima di lui Prodi, che ora lo acclama: «Se le cose volgono al peggio per te sarà difficile tirarti indietro»), mentre è chairman europeo della crème dei cosiddetti poteri forti internazionali, la Trilateral Commission, una sorta di sinedrio finanziario globale, fondato anni addietro da Rockfeller. Nello european group ci sono anche Enrico Letta, Carlo Pesenti (anche lui azionista di Rcs), John Elkann (idem). Tutti «europeisti tecnocratici», li ha definiti qualcuno, ma che insieme ai banchieri tirano la volata al loro uomo per il dopo (quanto prima) Berlusconi.

FONTE: Il Giornale

Strategia della distrazione per l’ultimo round

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
Noam Chomsky-Le 10 strategie della manipolazione mediatica
In Italia la strategia della distrazione  è una costante degli ultimi 17 anni,cioè dall’avvento del berlusconismo. Il magnate mediatico di Arcore quando entrò nel 1994 in politica per cercare di risolvere i suoi problemi giudiziari rivoluzionò a suo modo la politica dello Stivale,adeguandola agli standard del capitalismo mediatico di salsa atlantista.
Da allora sono passati 17 anni di teatrino politico tragicomico ,battibecchi a base di slogan  tra  ”maggioranza” e “opposizione”,governi di centrosinistra e di centrodestra apparentemente opposti ma in realtà dagli uguali obbiettivi:svendere e privatizzare le risorse pubbliche,adeguarsi ai diktat neoliberisti,distrarre le masse mentre le si depreda,alimentare la paura con il pretesto della “sicurezza” e dar man forte  alla repressione sociale.
Berlusconismo ultimo round
Ora Berlusconi e il suo movimento si trovano all’ultimo round:il Cavaliere è stato abbandonato da coloro che ne hanno sostenuto l’entrata in politica,cioè i poteri forti italiani e internazionali,l’elitè politica statunitense e la finanza internazionale,  e da essi ora è contrastato con forza.I recenti attacchi da parte del Financial Times,dell’Economist  e di altri giornali e riviste voci del capitalismo mondiale e dell’alta finanza angloamericana,insieme alle critiche di Confindustria e delle altre lobby industriali,ne sono una piccola dimostrazione.Non solo:Berlusconi   è anche attaccato da una  parte della massoneria italiana e internazionale,e  la borghesia italiana  da un pò di tempo ha imparato a detestarlo.Praticamente i poteri che hanno appoggiato il fondatore di Mediaset nella sua discesa nel campo politico,vale a dire buona parte della borghesia ,della finanza e della massoneria italiana e non,ora gli si rivolgono contro insieme ai suoi tradizionali nemici: la magistratura(o buona parte di essa),e la borghesia,la massoneria e la finanza che guardano al suo storico avversario  De Benedetti ,compagno di cappuccio,squadra e compasso ai tempi della P2.
Perchè vogliono cacciare Berlusconi?
Ci sono vari motivi per i quali le lobby politico/finanziarie e i vari poteri forti vogliono cacciare Berlusconi,ne elenco brevemente 2: 1) Dà fastidio ai loro interessi:il signor B è sceso in politica praticamente per fare i suoi interessi e non quelli della gente.Ciò andava benissimo per i poteri forti e le varie lobby,ma a lungo andare gli interessi del primo arrivavano a scontrarsi con quelli dei secondi e da lì la rottura.2 La sua politica estera:Berlusconi ha tentato anche in politica estera di seguire il suo spirito imprenditoriale/egoista e ha stretto o saldato amicizie con chi gli sembrava più conveniente per gli affari,e anche in questo caso gli interessi personali di Berlusconi si sono scontrati con i poteri forti e le elitè politico/finanziarie sopratutto anglostatunitensi:maggiormente ha dato fastidio ai poteri forti/lobby atlantiste   il consolidamento dei rapporti di Berlusconi con Gheddafi,Putin,Lukashenko,malvisti all’Occidente o con burattini degli USA(un pò come lui)lasciati al loro destino,come Mubarak e Ben Alì.
Strategia della distrazione
Come sanno tutti gli italiani più o meno informati da anni,Berlusconi è un uomo estremamente corrotto e i suoi governi sono stati caratterizzati dall’aumento del clientelismo,appunto della corruzione,del degrado morale e così via.Le recenti campagne scandalistiche(ultima ma non meno importante quella del “bunga bunga”)non hanno aggiunto niente di nuovo a quello che già si sapeva,tranne ulteriore gossip da vendere all’italiano medio.Questi scandali,creati o meno ad arte,fanno parte della strategia di distrazione,e sono vere e proprie armi di distrazione di massa.In poche parole il gioco funziona così:fare indignare il cittadino per questi scandali,mentre intanto nei palazzi si decidono questioni più importanti e scandalose che passano in secondo piano rispetto al tormentone del momento.Così invece di parlare delle guerre imperialiste e dei costi esorbitanti di esse,dei reali contenuti delle varie manovre finanziarie(ultima quella varata da Tremonti)degli attacchi speculativi e della fregatura dei tagli che le lobby e organismi internazionali del Potere(come il Fondo Monetario Internazionale)vogliono imporre,la politica italiana  si riduce  a puntate di pseudo soap-opere, e con la divisione degli schieramenti in gruppi di tifosi per questa o quella squadra:Berlusconi  e i tipi come lui contro la magistratura e i giustizialisti.Naturalmente questi due schieramenti e rispettive sette,fanno parte della stessa medaglia,poichè se  da un lato sono in disaccordo,su un punto(quello più importante)sono d’accordo:attuare politiche in linea con i diktat liberisti e con l’ordine capitalista,depredare le risorse pubbliche e la gente e così via.
Il postberlusconismo
Dopo che il periodo del berlusconismo sarà finito non è detto che ci saranno miglioramenti senza se e senza
ma,come invece affermano i fautori dell’antiberlusconismo radicale(“Meglio tutti che Berlusconi”).Anzi,per il momento la situazione è tutt’altro che rosea.Tra i  nuovi aspiranti idoli dell’antiberlusconismo troviamo gente come Gianfranco  Fini,un post(ex?) fascista che ha sostenuto da sempre Berlusconi,sino a cambiare idea e a travestirsi da moderato proprio quando le lobby e i poteri forti hanno deciso di rompere con Berlusconi,e Fini instancabile sostenitore del neoliberismo nonchè (stando a Wikileaks)”uomo degli USA” e ultrasionista qual’è ai giudizi dei padroni ci tiene non poco,lo stesso Fini che auspica un nuovo governo di centodestra che si rifaccia alle ricette di Mario Draghi(da poco guida della Banca Centrale Europea)che anche Cossiga(non certo un santo,anzi)definì come un ‘affarista senza scrupoli,quel Mario Draghi coinvolto nella stagione delle svendite e sostenitore di tagli e privatizzazioni selvagge.Ci sono rischi tutt’altro che innocui per la stagione postberlusconiana:un berlusconismo senza Berlusconi,in poche parole cambiare tutto per non cambiare niente,un governo “tecnocratico” con Draghi e company a fare da “menti”,una deriva autoritaria similfascista(che tragga linfa dalla crisi,così come il fascismo è salito al potere grazie al sostegno di una parte della popolazione e sopratutto dei poteri forti in peridi di crisi,anche cavalcando il malcontento verso il parlamentarismo corrotto di cui Giolitti,un pò come Berlusconi oggi, era stato il simbolo).Certamente sarebbe ora che finisse il periodo storico noto come berlusconismo,e tutti concordiamo nel non volere più il corrotto magnate di Arcore,ma ci sono mezzi e mezzi,e il fine non deve sempre giustificare i mezzi,come invece diceva Macchiavelli. Sarebbe ora che il popolo non si facesse più fregare sia  da un Berlusconi qualunque,sia da altri strani personaggi che cavalcano il malcontento per i loro interessi,e che finalmente facesse valere i suoi diritti che in una  democrazia (vera) gli spettano.

Referendum: quello che non viene detto

Il referendum sulla Determinazione della Tariffa del Servizio Idrico. Una panoramica sulle leggi, e gli effetti della eventuale abrogazione

di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli

Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?

Il quesito in questione chiede la abrogazione di poche parole di uno dei tanti articoli che compongono il Decreto Legislativo in materia ambientale del 2006, riguardante il modo in cui si “costruisce” la tariffa del servizio idrico, insomma, il come viene stabilito quanto si paga in bolletta.

Una piccola premessa storico-politica: il Decreto di cui si parla è stato approvato ai tempi del Governo Prodi II, quindi da una maggioranza parlamentare di sinistra. L’elemento non è di poco conto, perché dimostra quanto nel tempo e negli opposti schieramenti affondi la “privatizzazione dell’acqua”, che quindi non è cosa né recentissima, né di univoca volontà.

Comunque, si chiede di abrogare un qualcosa; questo qualcosa remunera il capitale investito. Che vuol dire? Attualmente il “metodo normalizzato” (cioè il metodo indicato nelle norme vigenti) per il calcolo della tariffa idrica prevede che l’interesse sui capitali investiti nella gestione idrica (da applicare alla tariffa) sia calcolato in modo forfettario al 7% annuo del valore del capitale investito: questa scelta, come detto anche dagli economisti Boitani e Massarutto del sito lavoce.it, è “arbitraria e discutibile”. Ora, è pur vero che quel 7 per cento non è “profitto puro”, ma ingloba in sé, ad esempio, gli interessi passivi sui finanziamenti, ma è anche vero che il valore del 7 %, fissato appunto arbitrariamente nel 1996 (ancora governo di centrosinistra!) rappresenta oggi un valore ormai privo di qualsiasi riferimento con il “vero” costo del capitale (nel 1996, ricordiamolo, c’era ancora la lira, ed i tassi relativi!). E però, attenzione: esso viene riconosciuto a tutte le gestioni, anche a quelle pubbliche, non solo a quelle private.

Una ulteriore nota storico-politica: questa parte della tariffa, con l’obiettivo dichiarato di rendere economicamente conveniente l’investimento, è stata introdotta e calcolata da un Decreto Ministeriale del 1° agosto 1996, atto che prende il nome dal ministro dei lavori pubblici dell’epoca, e che per questo viene chiamato Decreto Di Pietro. Ebbene sì, non si tratta di un atto della destra capitalista e berlusconiana, ma, guarda caso, di un decreto di quello stesso on. Antonio Di Pietro che, seppur con quesiti differenti, aveva presentato referenda per “l’acqua bene comune” e che ora partecipa a questo referendum apparentementedalla parte del Sì. Evidentemente, alla sinistra, e al Di Pietro, del 1996, pareva di andare incontro ad una modernizzazione, che oggi contestano.

Per comprendere come e quanto la eventuale vittoria del Sì possa cambiare la situazione attuale, è bene cercare di capire come si compone, dunque, e di quali e quante voci, la tariffa del servizio idrico integrato. Per farlo, andiamo a leggere l’intero comma 1 dell’ art. 154. Esso recita:

  1. La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed e’ determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio “chi inquina paga”. Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.

Come si legge chiaramente, il referendum abrogherebbe solo l’inciso in rosso,lasciando in vigore tutte le altre componenti della tariffa idrica. Per quanto la mancata remunerazione del capitale investito possa essere, in via del tutto teorica, un fattore disincentivante per i privati, ci pare piuttosto palese che i consigli di amministrazione delle privatizzate, o partecipate, o delle gestioni completamente pubbliche, possano agevolmente trasferire quella quota di tariffa ad altre flessibili voci, in particolare quelle concernenti “i costi di gestione” delle opere e delle aree di salvaguardia, ma, perché no, anche quelle su qualità del servizio o dei costi delle Autorità.

Pur venendo meno quel 7% di remunerazione, 7 % così brutale nella sua ingiustificata fissità, rimane salvo il fatto che, qualunque sia il risultato del referendum, deve essere assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio. E ci mancherebbe solo che la gestione, pubblica o privata che sia, debba, per legge e volontà popolare, andare obbligatoriamente in deficit. In poche parole, le intenzioni, le buone intenzioni dei referendari rischiano di non bastare affatto, anzi, di scatenare rincari che potrebbero anche superare nel loro sommarsi, privi come sarebbero di limiti, quel 7% .

Il comitato promotore, nella sua relazione introduttiva al quesito, afferma che “abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si eliminerebbe il “cavallo di Troia” che, introdotto dalla Legge n. 36/94 (Legge Galli), ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici, avviando l’espropriazione alle popolazioni di un bene comune e di un diritto umano universale. “

A parte la retorica, si conferma quindi che l’acqua (o meglio, la sua gestione) è già “privatizzata” da parecchio tempo, e non è una novità recente, né tantomeno un rischio incombente, ma una realtà ben attiva in quasi tutto il Paese, almeno dal 1994, e si sostiene che esso spazzerebbe via quell’esca golosa della remunerazione, presente fin dalla legge Galli (che usava un linguaggio identico alla legge del 2006);

Ora, essendo stata la legge Galli esplicitamente abrogata dal D. Leg. del 2006, che la completamente sostituita, non si capisce perchè la Galli stessa venga citata, se non in forma evocativa; si torna ancora una volta alle buone intenzioni, un po’ troppo poco per assicurare gli effetti voluti.

D’altronde, è proprio il comitato promotore, proprio nella sua relazione introduttiva, a affermare, in primo luogo, che “si  tratta in questo caso di abrogare poche parole, di grande rilevanza simbolica”. Ma i simboli non fermano gli affari, mai. Dunque, in definitiva, riteniamo che la eventuale vittoria del Sì non comporterà alcun cambiamento sulla gestione, sulla remunerazione, sul profitto e sulla tariffazione, e quindi, sulle tasche dei consumatori, rispetto ad una situazione che, immutata da almeno il 1994, ha attraversato indenne tutta la cosiddetta Seconda Repubblica, chiunque governasse.

[FONTE]

Il referendum sulle Centrali Nucleari. Una panoramica sulle leggi, e gli effetti della eventuale abrogazione

di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli

«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributaria”, limitatamente alle seguenti parti: (seguono articoli e commi che si desidera abrogare leggibili qua)

Per cominciare, sgombriamo il campo da ogni equivoco: i referenda del 1987 contro il nucleare, vinti con il 65,1 % di affluenza e l’80,6% di “Sì”  non resero affatto illegale la costruzione e l’uso delle centrali nucleari in Italia. Per la precisione, ebbero l’effetto tecnico di cancellare solo alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici che sfruttano l’atomo, ma non istituirono un divieto sul nucleare. Per essere precisi, hanno soppresso: 1) la norma che consentiva al Cipe (ossia al governo) di decidere le aree dove localizzare gli impianti nucleari; 2) le norme che prevedevano l’erogazione di contributi a comuni e regioni dove erano ubicati impianti nucleari;  3) la norma che autorizzava l’Enel a partecipare a progetti nucleari all’estero.
Comunque, l’esito è stato il progressivo abbandono del nucleare. Attenzione: progressivo. A dimostrazione di ciò, fu necessaria una legge ulteriore, una moratoria di cinque anni che bloccò qualsiasi processo decisionale in merito alla realizzazione dei nuovi impianti e fu necessario un voto del Parlamento  nel 1990 che chiese la chiusura definitiva di tutte le centrali elettronucleari. Nel 1998 venne creata la Sogin (Società gestione impianti nucleari), a cui fu commissionato lo smantellamento di tutte le centrali nucleari italiane e il trasferimento in un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi (mai individuato). L’immane costo economico per il ”decommissioning” pari a migliaia di miliardi di lire fu riversato sulle bollette elettriche dei cittadini alla voce oneri nucleari, la “componente A3
Cosa dunque votiamo oggi? Votiamo su alcune norme che hanno ripristinato la possibilità oggettiva (teoricamente era possibile farlo anche prima, seppur in modo estremamente oneroso, macchinoso, sconveniente) di ripartire con il nucleare. Gli effetti del terzo referendum dell’87, quello che impediva all’Enel di partecipare alla realizzazione di impianti nucleari all’estero sono stati i superati fin dal 1998dalla privatizzazione della stessa società di Pier Luigi Bersani. Ed è infatti proprio l’ allora Ministro per lo Sviluppo Economico Bersani a firmare nel dicembre del 2007 Segretario dell’Energia degli Stati Uniti d’America, Bodman, un accordo bilaterale, il GNEP, Partnership Globale sull’Energia Nucleare, nel quale si programma e la cooperazione nucleare tra Italia e Usa.
Secondo quanto rivelato da Wikileaks, l’allora ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, riporta come l’attuale Segretario del PD Bersani si impegni, e impegni il nostro paese, a riprendere la strada del nucleare, e arrivi a minimizzare il risultato del referendum del 1987, sostenendo che esso “non esclude l’Italia dalla generazione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, e che l’accordo GNEP “può giocare un ruolo importante nel modificare gli atteggiamenti italiani nei confronti dell’energia nucleare”. In seguito, la  legge 99/2009 praticamente cancella  gli effetti degli altri due referenda  del 1987 con la costituzione di un’Agenzia per la sicurezza nucleare (art. 29), di cui è stato fatto presidente Umberto Veronesi; e con la delega al governo per riscrivere la legge sulla localizzazione degli impianti nucleari.
Dunque, con la legge del 2009, il ritorno al nucleare è diventato sempre più concreto. Nello stesso anno il governo firma un accordo di collaborazione industriale sul nucleare civile con il governo francese e con l’amministrazione Obama (il secondo caso pare una conferma del patto Bersani). Il quesito referendario è complesso, e sostanzialmente inintelleggibile per un comune cittadino, facendo riferimenti a decine di commi, di decine di articoli di tre diverse leggi. Ma la sostanza è che si chiedono di abrogare tutti quei riferimenti normativi alle centrali e all’uso della energia nucleare prodotta in Italia, allo stoccaggio delle scorie, ai finanziamenti e rimborsi, alla possibilità di dichiarare di pubblica utilità le opere necessarie per la costruzione di impianti nucleari ed il fatto che possano essere dichiarate urgenti ed indifferibili (come stabilito da una legge del 1962 di ratifica della Comunità Europea dell’Energia Atomica, oggi assorbita nella UE).Tutta la parte riguardante invece la dislocazione, l’ubicazione geografica e la costruzione sul territorio delle centrali, è già stata eliminata da una sentenza della Corte costituzionale, la 165/2011 , su ricorso di Toscana, Puglia e Provincia Autonoma di Trento.

A nostro avviso, quindi, la vittoria del Sì comporterebbe un blocco totale di ogni previsione di costruzione e messa in opera di centrali ad energia nucleare e ad ogni impiego dell’atomo per produrre energia sul territorio nazionale, privandola anche di ogni mezzo e sostegno economico, mentre non si dovrebbero estinguere i contratti di importazione della stessa energia dall’estero né forse scomparirà la relativa Agenzia, ridotta però ad un ente di carattere meramente scientifico.

NB: Rimane il dubbio dell’effetto della moratoria post Fukushima in discussione al Parlamento, e sulla quale si dovrà pronunciare, in caso di approvazione, la Cassazione: se quest’ultima ritenesse che tale moratoria risponda positivamente e congruamente alle richieste dei referendari, e quindi inutile e sorpassato il quesito, non dovremmo più votare.
Il referendum sul Legittimo Impedimento. Una panoramica sulla legge, e gli effetti della eventuale abrogazione
di Gabriele Pazzaglia e Marco Ottanelli
«Volete voi che sia abrogata la legge 7 aprile 2010, n. 51, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 81 dell’8 aprile 2010, recante “Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza”?»
L’efficacia giuridica del referendum è secondo noi scarsa rilevando, questo atto, soprattutto sul piano politico e ben poco su quello tecnico-giuridico. Infatti, anche se la legge in questione (la 51 del 2010) era stata pensata per permettere al Presidente del Consiglio e ai ministri di rinviare i loro eventuali processi (anche se processi effettivi a carico del Presidente c’erano), dopo l’intervento della Corte costituzionale (sent 23/2011) la situazione è ben diversa da quella di partenza.
L’origine della legge è nota: dopo l’annullamento del Lodo Alfano da parte della Corte la maggioranza parlamentare tenta, ancora, di introdurre una più o meno esplicita immunità per Presidente del Consiglio: è il terzo tentativo dopo quello del Lodo Maccanico-Schifani e quello, appunto, Alfano. Chi scrive la legge prova a giocare d’astuzia: prima di tutto, invece di esplicitare che si tratta di una sospensione del processo, si utilizza l’espressione “legittimo impedimento” cioè ci si ricollega ad una disciplina già esistente per tutti i cittadini, dettando regole speciali che si applicano solo al Presidente del Consiglio e ai Ministri: in pratica si impedisce al giudice di valutare se l’impedimento indicato da quei “cittadini speciali” è veramente legittimo o se è un pretesto per non andare in Tribunale. Il risultato è che se un cittadino qualunque abusa di questa possibilità il giudice può continuare il processo dichiarandolo contumace o assente, mentre se lo stesso abuso viene da un membro del Governo il giudice deve rinviare giocoforza l’udienza. Inoltre, nella speranza di riuscire ad inserirsi in quella giurisprudenza della Corte secondo la quale alcune leggi temporanee possono essere “graziate” dall’incostituzionalità, si dice che la protezione è solo una legge-tampone, giusto il tempo di approvare una riforma costituzionale delle immunità.
La Corte costituzionale, su ricorso del Tribunale di Milano, dichiara l’incostituzionalità parziale della legge eliminando lo scudo relativo al solo Presidente del Consiglio (che era l’unico sotto processo). Di fatto però viene meno tutta la protezione perché il giudice torna nel pieno del suo potere di verificare se l’impedimento è veramente legittimo o è solo una scusa per guadagnare tempo. La protezione si riduce nel dovere del giudice di fissare un calendario d’udienza compatibile con quello del componente del Governo.  Ciò che rimane in piedi è, da un lato, la descrizione delle attività politiche che il giudice deve prendere in considerazione per calendarizzare le udienze (regola che la Corte di cassazione aveva già sviluppato a proposito dei parlamentari in una idea di equilibro dei poteri, e che continuerà quindi ad essere utilizzata anche in caso di vittoria del referendum) e, dall’altra, la protezione ai ministri (formalmente ancora applicabile ma che, essendo uguale a quella relativa al Presidente del Consiglio, che è stata annullata, appare condannata ad una inevitabile, qualora si ponesse il caso, incostituzionalità). A tutto questo va aggiunto che, visto che la norma è temporanea, e che è dal 9 aprile 2010 che stanno decorrendo i 18 mesi indicati dalla norma stessa, il 9 ottobre 2011 si estinguerà in ogni caso ciò che resta di questa ombra di legge. Per questo il significato del referendum è solo politico, e ben poco sostanziale, perché sarà soprattutto un messaggio, una appello di una parte ben precisa: “si deve credere davvero e fino in fondo all’eguaglianza di tutti davanti alla legge e per questo devono essere rifiutati i trucchetti legislativi che macchiano il potere dei propri abusi?” In effetti, è il solito plebiscito pro o contro Berlusconi. Ma dal punto di vista più concernente lo spirito della chiamata referendaria, esso avrà un effetto, lo ripetiamo, quasi neutro, con il rischio oltretutto di non essere votato (e quindi di affossare il quorum e l’istituto referendario stesso) da quella larga parte di elettorato che si riconosce nel centrodestra.

Il Libero Mercato vuole eliminare i resti dello Stato Sociale

La recessione economica che stiamo vivendo, conseguenza della crisi finanziaria scoppiata a cavallo del 2007-2008 innescata dalle speculazioni delle banche e delle finanziarie anglosassoni sul mercato dei mutui subprime, sembra non avere insegnato nulla agli operatori del settore, alle autorità di controllo e di indirizzo e a tutti coloro che hanno in mano i destini dei popoli e il futuro di tutti.
Ad iniziare dai politici. Nonostante la crisi abbia dimostrato che il Libero Mercato non è la panacea di tutti i mali, anzi in molti casi ne è la causa, e che non esiste alcuna “mano invisibile” (alla Adamo Smith) in grado di sistemare le cose per il meglio e garantire benefici per tutti. Nonostante sia stata l’assenza di controlli e di freni statali a permettere agli speculatori di fare il proprio porco comodo. Nonostante tutto questo, molti tecnocrati continuano a sostenere che l’assenza dello Stato nell’economia aiuterebbe anzi favorirebbe una ripresa economica. Il grave è che ci sono ben poche personalità politiche che si prendano la briga di rispondergli per le rime e rivendicare il ruolo centrale svolto dallo Stato attraverso le opere pubbliche e dallo Stato imprenditore attraverso le aziende pubbliche per sostenere una crescita economica reale e lo sviluppo. E soprattutto tutto quello che si può e si deve ancora fare per garantire l’interesse generale di un singolo Paese la cui difesa non può essere certamente appaltata ad organismi tecnocratici e sovranazionali come la Commissione europea, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale e il Financial stability board. I quali, essendo guidati immancabilmente da ex dirigenti e funzionari banche e di società multinazionali, sono portati, per forma mentis a lavorare ed agire per far nascere un unico grande mercato globale.
Un mercato sul quale potranno essere spostati a piacimento, da Paese a Paese, merci e prodotti finiti, capitali e forza lavoro. Un mercato globale nel quale la presenza degli Stati, e una economia di tipo misto, vengono considerati come un ostacolo da spazzare via con decisione e senza pietà. Un mercato nel quale varrà soltanto la legge del più forte e quella della maggior efficienza e dove considerazioni di tipo sociale verranno accantonate, ignorate e messe nell’angolo. Si tratta del resto di un traguardo fisiologico, già presente nelle premesse fondanti del Libero Mercato. Ed è grave anzi gravissimo che proprio le forze politiche di una Sinistra che un tempo si richiamavano al comunismo, al socialismo e alla socialdemocrazia, che volevano una trasformazione della società in senso più equo con una diversa distribuzione del reddito, siano oggi quelle che più si adoperano per scavalcare a destra le forze moderate nel chiedere più mercato e più liberalizzazioni.
Si tratta certamente degli effetti della eterna sindrome del convertito in virtù della quale si diventa più realisti del re e si cerca di lucidarsi le ali per arrivare a spiccare il volo verso il paradiso in terra che, in questo caso, è rappresentato dal Libero Mercato. Ma si tratta pur sempre di una deriva storica di fronte alla quale non si può non provare un senso di fastidio. Una posizione che per costoro è molto difficile da sostenere dal punto di vista politico ed elettorale. In particolare in Italia. Tanto che i partiti della cosiddetta Sinistra, in un Paese condizionato dalle ideologie totalitarie cattolica e marxista come il nostro, sono stati costantemente sconfitti dal punto di vista elettorale. Le loro derive politiche e culturali sono state infatti interpretate come un’anomalia tanto che il loro elettorato è stato spinto a transitare altrove, ad esempio alla Lega che ha sostituito il radicamento di classe con quello localistico. Ma non è ovviamente un caso solo italiano.
Anche in altri Paesi a grande tradizioni bipartitiche non valgono più i tradizionali concetti di Destra e di Sinistra e gli avversari o i nemici non sono più quelli interni ma gli immigrati che la globalizzazione spinge in Europa in cerca di uno straccio di lavoro e li porta inevitabilmente a scontrarsi con i locali e ad aggiungersi alla sterminata schiera dei nuovi poveri creati dalla globalizzazione dei mercati e dalla impossibilità dei Paesi avanzati del cosiddetto Occidente di fare fronte alla concorrenza dei Paesi emergenti, i quali basano la loro forza su un costo del lavoro bassissimo. Quando i mercati erano meno aperti e le frontiere era protette dai dazi, forse c’era meno concorrenza in determinati settori ma quantomeno c’era uno Stato sociale che come quello italiano della Prima Repubblica tutelava i poveri e i disoccupati con un complesso sistema di ammortizzatori sociali. Oggi nella nuova realtà che stiamo vivendo ognuno è abbandonato a se stesso in nome dell’immortale principio: “Arrangiatevi!”.
Non è un caso che continuino ad aumentare i nostalgici del “come eravamo” e che anche a livello di certi politici di governo si stia pensando a reintrodurre dazi non solo per contrastare una concorrenza estera sleale ma anche per creare un sistema di assistenza sociale che non abbandoni cittadini e lavoratori al libero gioco del Mercato.

L’esperienza italiana

Per quanto riguarda il nostro Paese, dobbiamo ricordare che la nascita dello Stato imprenditore negli anni trenta, attraverso l’IRI di Alberto Beneduce, non fu soltanto il risultato della crisi finanziaria scoppiata Wall Street nell’autunno del 1929 e poi propagatasi a tutto il mondo. Essa fu amplificata in Italia dalla debolezza del sistema industriale e finanziario nazionale e con gli intrecci azionari tra banche e grande industria. Le principali aziende industriali, Fiat e Ansaldo in testa, erano uscite a pezzi dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale.
Certo avevano guadagnato una barca di soldi con le forniture militari ma la successiva riconversione da una produzione di guerra ad una civile le aveva messe in ginocchio. Così, anticipando di 30 anni quella che fu la politica della Mediobanca di Enrico Cuccia (peraltro genero di Beneduce) cercarono di assumere il controllo delle banche verso le quali erano debitrici attraverso la “ingegneria finanziaria”. La Fiat degli Agnelli con il Credito italiano e l’Ansaldo dei Perrone con la Banca Commerciale. La strategia era ovvia: diventare padroni delle banche e utilizzarne le risorse per annullare i propri debiti. La duplice manovra fallì per l’opposizione dello stesso governo fascista. Ma la Grande Depressione in Italia fu l’occasione per impostare un sistema di economia mista che nel secondo dopoguerra favorì il decollo economico dell’Italia. Il nostro Paese non sarebbe infatti mai cresciuto se non ci fossero state le aziende pubbliche, quelle per intenderci delle tanto deprecate Partecipazioni Statali che, tanto per dirne una, realizzarono il sistema autostradale italiano. Certo fu anche una maniera di prendere atto del fenomeno della motorizzazione di massa di cui la Fiat fu la prima beneficiaria. Ma pensiamo che cosa sarebbe successo se l’incarico di realizzare le autostrade fosse stato lasciato nelle mani delle imprese private che non pensano certo all’interesse generale del Paese ma soltanto al loro profitto immediato. Saremmo ancora per le autostrade a livello di Terzo Mondo.
Pensiamo ancora a quello che rappresento l’Eni (Ente nazionale idrocarburi) creato da Enrico Mattei per garantire l’Approvvigionamento energetico al nostro Paese, a tutte le nostre aziende e ai cittadini in genere. Pensiamo a tutti gli ostacoli che il povero Mattei (assassinato nel 1962 dai concorrenti anglo-americani) dovette affrontare e superare per portare avanti il suo progetto. Pensiamo anche agli ostacoli che gli pose spudoratamente una parte del mondo politico italiota, quello della maggioranza di governo legato alle Sette Sorelle. Pensiamo a tutta l’ignobile campagna di stampa che gli scatenò contro sul Corriere della Sera una firma storica come Indro Montanelli con la considerazione che Mattei, pur non essendosi mai arricchito di suo, versava soldi ai partiti, dal Pci al Msi, perché non ostacolassero i suoi progetti e quindi rappresentava un vettore di corruzione. Come se le principali aziende private italiane non avessero fatto lo stesso. E come se le Sette Sorelle non avessero sempre unto le ruote dei politici dei Paesi dove ricercavano i giacimenti di petrolio e di gas. Oggi, gli eredi dei nemici dell’Eni di Mattei di allora, hanno alzato il tiro contro l’Eni che Scaroni ha portato a dialogare fruttuosamente con la Gazprom russa in nome di un’intesa di tipo europeo “continentale”. Un Eni che era riuscito a stabilire una più che fruttuosa presenza in quella Libia che l’attacco degli “atlantici” sta disarticolando grazie anche, e questo è un assurdo, grazie al contributo italiano. Quando si dice l’autolesionismo. Oggi l’Eni, soprattutto dal punto di vista simbolico, è quello che ci resta per testimoniare che un tempo c’era uno Stato sociale e uno Stato imprenditore. Attacchi all’Eni arrivano dai tanti utili idioti in Italia, dalla Commissione europea e dalla Bce. Ieri Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano del direttivo della Banca centrale, ha ammonito sul fatto che in Europa “non possiamo più permetterci che un 40% del Prodotto interno lordo venga dallo Stato”. Della serie: vendete l’Eni.

di: Filippo Ghira

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Si fa presto a dire “sovranità”

I poteri occulti della finanza ci tengono sotto scacco e si arricchiscono attraverso valori artificiali creati dal nulla

Dai sistemi di controllo come Echelon e Swift al signoraggio bancario

Indipendentemente dalle posizioni politiche, la maggior parte dei cittadini concorda sulla gravità di alcuni problemi che non possono essere occultati. Il debito pubblico in particolare pesa come una spada di Damocle sulla testa delle famiglie e, soprattutto su quella dei giovani. Sembra quasi che un genio maligno voglia creare continuamente problemi ad un’Italia che si è sempre distinta, da molti decenni, per la sua creatività e per alcune virtù che fanno da contrappeso ai vizi ed alle debolezze evidenti.
I cittadini di questo nostro Paese confuso hanno una grande capacità di lavoro, non solo nelle regioni settentrionali come si crede, e non esitano ad affrontare difficoltà di ogni genere quando sono convinti della reale utilità di ciò che fanno. Ne è testimonianza il fatto che sono ancora in numero molto importante quelli che, malgrado la crisi, continuano a risparmiare o che comunque si sono salvati dal disastro proprio per aver accantonato qualcosa nel timore di tempi difficili. Questo comportamento virtuoso appartiene alle famiglie ma anche a migliaia di aziende.
Da destra e da sinistra si continua a dire che la politica non si occupa di cose serie ma solo di scandali di basso profilo e pettegolezzi.
La sinistra sostiene che Berlusconi si dedica solo alla giustizia per varare leggi ad hoc e salvarsi da una condanna inevitabile. Ed ha ragione. I pidiellini sostengono che i sinistri non hanno idee e progetti e si occupano monotematicamente di Berlusconi, che sembra essere l’unico scopo del loro impegno politico.
I giornalisti italiani più famosi e ricchi sono quelli che si occupano di escort, ballerine e di vizi privati e qualche volta fanno finta di affrontare problemi seri come la crisi economica; di cui però raccontano le cifre senza neppure interrogarsi sulle cause del disastro e della genesi del debito che grava sulle famiglie. Quando lo fanno si limitano a mistificare. Il problema vero è che solo qualche raro patriota ha la stoffa ed il coraggio di affrontare temi vitali per la comunità nazionale.
Si tratta infatti di difendere l’interesse nazionale di fronte ad un sistema di asservimento che trasforma uomini liberi in servi del vero potere, quello che impartisce ordini alla politica e alla comunicazione per rafforzare una egemonia che dura da troppo tempo. Questi padroni sono i padroni della moneta.
Proprio l’esplosione nei numeri e nello spazio della nuova informazione elettronica, che non costa e non è facilmente controllabile, ha determinato una diffusione della conoscenza di alcuni meccanismi che sono la base della vera oligarchia. Ormai si parla sempre più diffusamente della creazione del debito e del signoraggio finanziario.
Abbiamo già visto in una serie di articoli pubblicati su Linea i meccanismi attraverso i quali si muove la grande speculazione finanziaria per affamare interi popoli. Ne hanno trattato anche alcuni giornalisti coraggiosi come Pino Buongiorno che, su alcuni settimanali europei, ha svelato, con nome e cognome, le strategie dei cosiddetti “padroni dell’universo”.
Di questa realtà maledettamente operativa, che si realizza sulla pelle delle famiglie e della sovranità politica e finanziaria nazionale, comincia a rendersi ben conto anche il Ministro per l’Economia, Giulio Tremonti, il quale, intorno ad alcuni temi, cerca anche di creare una rete di solidarietà europea.
Abbiamo visto come, negli anni, l’alta finanza abbia avuto a disposizione tutti gi strumenti di controllo per mantenere ben saldo il proprio potere. Prima, per decenni, il metodo Echelon, il grande orecchio planetario. Dopo l’11 settembre il micidiale sistema Swift dopo il quale e con il quale tutti i flussi finanziari sono stati monitorati ad insaputa degli interessati e con la sostanziale rinuncia dell’Europa alla propria sovranità.
Il cuore del potere è però quello che ruota intorno al signoraggio bancario e che rappresenta una espropriazione di sovranità, questa veramente antidemocratica, ai danni dello Stato e contro gli interessi del popolo. Chi emette moneta indebita gli stati e si appropria del valore creato dal nulla. Questo potere arbitrario è anche la fonte dell’enorme debito pubblica che grava su tutti, famiglie, produttori, bimbi appena nati e rappresenta il fardello che ognuno paga ai creatori del denaro dal nulla.
Si tratta di un tema di cui parleremo ancora e più diffusamente ma che, ogni giorno, dovrebbe aprire i telegiornali ed i quotidiani. Questa in verità è l’autentica guerra di liberazione dalla schiavitù. Queste sono le motivazioni reali che dovrebbero essere alla base delle rivolte del mondo meno sviluppato.
La situazione è però cambiata nel volgere di pochi anni. Fino ad un decennio fa le persone che si occupavano del signoraggio, della sua genesi e delle conseguenze erano poche e si conoscevano tutti tra loro. Amici che, spesso, operavano nello spirito delle intuizioni di Pound.
Voglio ricordare in particolare qualcuno che non c’è più: Giacinto Auriti, colui che ha dato il contributo più importante, e Giano Accame che ha inserito il tema della lotta all’usura nell’ambito di una visione sociale.
Oggi è sufficiente servirsi di un motore di ricerca per trovare, su internet, anche tanti giovani e giovanissimi, che hanno intuito l’importanza di questo tema fondamentale per la libertà dei popoli dal debito.

Vincenzo Centorame

La sinistra va alla guerra

Mentre Pdl e Pd (più Udc e Fli) portano l’Italia in guerra, anche Vendola si schiera con l’ONU e la NATO

Non sappiamo ancora che guerra sarà, ma da ieri l’Italia è in guerra con la Libia. Se la risoluzione dell’ONU ha dato il via libera all’intervento imperialista, il voto delle Camere è stato il semaforo verde alla piena partecipazione dell’Italia ad un’impresa di stampo neo-coloniale. «Basi, navi e aerei italiani contro Gheddafi», è questo il titolo del Corriere della Sera di oggi, una sintesi impeccabile del significato delle decisioni assunte dal governo e ratificate dal parlamento.

Se l’ONU è stato ancora una volta il luogo dell’ipocrisia «umanitaria»,  la decisione italiana è stata esplicitamente presa in nome degli interessi nazionali minacciati. Ma minacciati da chi? Evidentemente dall’attivismo di Francia e Gran Bretagna. E’ così che il governo Berlusconi ha deciso di lanciarsi nell’avventura: l’Italia sarà pienamente coinvolta nell’aggressione alla Libia, per potersi poi sedere al tavolo dei vincitori dove si decideranno i futuri assetti di quel paese.

Tutto ciò è chiaro anche ai ciechi, di questo si discute sulle pagine dei quotidiani, altro che «guerra umanitaria»! Ma c’è una parte del parlamento che finge di non saperlo e che motiva il suo sì alla guerra con argomenti che non stanno in piedi. Sono gli stessi che rasero al suolo la Jugoslavia nel 1999 con il pretesto della «pulizia etnica». Dopo la loro guerra, la pulizia etnica – quella vera contro i serbi – è avvenuta con la protezione dei soldati della Nato, mentre gli Usa costruivano in Kosovo la loro mega-base di Camp Bondsteel.

Oggi ci risiamo. Ma qualcuno può ancora credere alle menzogne spudorate degli imperialisti? Chi mai si preoccupa delle vittime civili dei bombardamenti in Afghanistan, di quelle dei droni in Pakistan, della repressione nello Yemen e in Bahrein, per non parlare della Palestina? Nessuno può crederci, ma qualcuno ha tutto l’interesse di far finta di crederci. Questo qualcuno alberga a «sinistra».

Se la linea interventista è passata in parlamento lo si deve soltanto all’appoggio entusiastico del Pd, visto che la Lega, non partecipando al voto, si è di fatto dissociata dalla decisione dell’esecutivo. Sfidando il comune senso del ridicolo, lasciamo perdere quello del pudore, Bersani ha perfino criticato il ritardo della decisione dell’ONU. E risorgendo come una specie di ministro degli esteri «ombra», D’Alema ha invocato il pieno coinvolgimento della NATO.

Il bipartitismo sconfitto nel paese è rinato sotto il segno della guerra. L’asse è quello tra Pdl e Pd, dietro al quale non possono che seguire pedissequamente le frattaglie centriste. E’ un asse benedetto dal pieno coinvolgimento del Quirinale. E’ un asse che rafforza lo stesso Berlusconi, che si trova davanti una «opposizione» tanto accanita sulle escort quanto accondiscendente sulla guerra.

Lo ripetiamo: non sappiamo ancora che guerra sarà. La risoluzione ONU ammette ogni genere di azione, tutto in pratica potrà essere bombardato, basterà dire che ciò è servito ad impedire nuove vittime civili. La risoluzione, però, esclude occupazioni militari, una condizione evidentemente posta dai paesi che pure hanno acconsentito a farla passare con l’inutile ed ipocrita voto di astensione. Ora i casi sono due: o tutto si risolve con un accordo tra le potenze imperialiste ed il clan Gheddafi, oppure sarà ben difficile che gli aggressori possano fare a meno di scendere sul terreno.

Nel primo caso avremmo certamente l’uscita di scena del rais, accompagnata però dal mantenimento di un ruolo preminente del suo clan; il tutto nella cornice di un nuovo equilibrio tribale, dove più che le inevitabili concessioni alla Cirenaica, conterebbero le garanzie offerte alle potenze occidentali. Potenze che poi regolerebbero al loro interno i conflitti sotterranei sullo sfruttamento petrolifero del paese.

Nel secondo caso avremmo invece un’escalation del conflitto dagli esiti tutt’altro che certi, rendendo ancora più chiara la matrice imperialista della guerra che si sta preparando in queste ore. Sta qui la ragione della relativa prudenza americana di queste settimane. Nella visione globale degli USA, la Libia non ha la stessa importanza dell’Iraq o dell’Egitto, ed i fronti aperti sono già tanti. Ecco perché, salvo sorprese dell’ultimora, gli americani sembrano voler lasciare questa volta la prima linea alle vecchie potenze coloniali europee.

E’ chiaro che sia in un caso che nell’altro la guerra ha solo motivazioni di interesse economico e geopolitico. E’ una guerra di rapina, non per aiutare il popolo libico, ma per depredarlo meglio, ancor di più di quanto è già avvento con il regime di Gheddafi. E’ alla luce di queste considerazioni che va valutata la vergognosa posizione del centrosinistra.

Scriviamo «centrosinistra» e non solo Pd, non soltanto perché l’Idv non può salvarsi la faccia con la non partecipazione al voto, ma per la posizione assunta da Nichi Vendola. Costui ha la fortuna di non essere attualmente in parlamento, ma non ha potuto esimersi dal dire la sua. Lo ha fatto col suo solito stile, del dire e non dire, dell’evitare sempre posizioni chiare e nette, ma questa volta la ciambella gli è venuta davvero male.

Citiamo dall’ANSA di ieri, 18 marzo: «”Dobbiamo lavorare per impedire il massacro dei civili in Libia ma dobbiamo anche evitare che in Libia si replichino copioni tragici, che hanno visto soluzioni militari precipitare in pericolosi e terribili pantani”.  Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, commenta così la decisione dell’Onu di prevedere la ‘no-fly zone’ in Libia.  ”Dobbiamo impedire – aggiunge – che Gheddafi completi la sua macelleria civile ma dobbiamo anche vigilare con cautela che l’opzione militare non si trasformi in qualcosa di imprevedibile. Serve davvero infinita saggezza da parte di tutti”».

Traduciamo? Vendola approva la risoluzione dell’ONU, approva dunque l’operazione militare, solo non vorrebbe perdere troppi voti. Vorrebbe una guerra senza morti, un bombardamento senza vittime, una NATO «umanitaria». In una parola, vorrebbe ciò che è impossibile. Dalla sua dichiarazione ben si comprende che se fosse stato in parlamento avrebbe aggiunto il suo sì a quello dell’alleato Pd, alla faccia del suo pacifismo un tanto al chilo.

Diciamolo con chiarezza: se l’atlantismo del Pd è vergognoso, la disonestà intellettuale del governatore pugliese è difficilmente battibile. E se l’Italia di oggi è davvero un «povero paese», ciò non dipende dal solo Berlusconi, il quale resta lì dov’è anche grazie alla pasta di cui son fatti i suoi presunti «oppositori».

[FONTE:Il centrosinistra alla guerra di Libia]

Vieni via con me a dire stronzate in TV

Qualcuno anni fa, ha giustamente detto che le cose che non hanno un contrario non esistono. Non esistono, quindi non hanno importanza, ma purtroppo bisogna lo stesso subirle, come tutti abbiamo dovuto subirci o in Tv o di conseguenza in telegiornali e quotidiani le chiacchiere della trasmissione di Fazio e Saviano “Vieni via con me”.

Parliamoci chiaro, a parte l’attacco ad una precisa parte politica che può piacere o meno, le cose  dette e ridette in quel programma non fanno una piega. La legalità, la giustizia piacciono a tutti…per questo è semplicemente aria fritta, cose inesistenti.

Soprattutto si sono toccati vertici di idiozia al momento della spiegazione dei termini “destra” e “sinistra” da parte di  Fini e Bersani. Quasi quasi bisognerebbe ringraziarli questi due parolai, perchè ci hanno confermato l’inesistenza delle differenze fra i due concetti. Prendete quello che hanno detto e fatelo dire all’altro: non farebbe una piega lo stesso; per i più deboli, per il rispetto delle istituzioni… per la Pace (mi raccomando con la P maiuscola) e anche però per il mercato (Bersani cioè la parte sinistra ci ha tenuto a metterlo in chiaro proprio all’inizio)… Insomma non erano riusciti a spiegare questa differenza quintali di carta sfornata dai vari Bobbio, con le mille spiegazioni in cui si opponeva uguaglianza (sinistra) a libertà (destra), tutte mai complete, nessuna utile a capire davvero, piene di eccezioni più che di regole (un suggerimento di lettura); e chiaramente non ci sono riusciti questi due personaggi, anzi hanno semplicemente confermato l’uguaglianza fra le due.

Ma purtroppo toccherà ancora sopportare fesserie del genere, soprattutto in una società in cui il comunismo si considera di “sinistra” e il fascismi di  ”destra”; addirittura da parte di coloro che si considerano seguaci di queste idee… Quando costoro probabilmente non hanno mai letto Marx che ci tiene a spiegare per bene che destra e sinistra sono categorie borghesi estranee totalmente al comunismo e non hanno mai letto nemmeno Mussolini che dice le stesse identiche cose riguardo il fascismo.

Ma in Tv vanno quelli che strizzano l’occhio al comunismo a definirsi di sinistra, e quelli che lo fanno col fascismo a dirsi di destra…. fin quando ci faremo prendere in giro?

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