Vogliono azzannare l’Italia

finanza

di: Ernesto Ferrantewww.rinascita.eu -

Per fortuna, in questo nostro strano paese, non tutti dormono o inseguono conigli di pezza. Oltre agli apostoli dello scontrino esatto e agli ultras del “Buono è bello ma buonismo ancor di più”, esistono anche persone che riescono a mettere a fuoco le insidie reali nonostante il polverone dei falsi pericoli fatto alzare dai soliti manovratori. Per la speculazione organizzata internazionale, non esiste niente di meglio di un paese sprovvisto di un solido governo, mancante di una classe politica degna di tale appellativo, con dei sindacati autoreferenziali ed appiattiti sullo spartito confindustriale ed un popolo per gran parte assuefatto o distratto. Accade così che l’ennesimo declassamento sull’affidabilità dell’Italia a BBB (due gradini dal livello spazzatura) per mano di Standard & Poor’s, arrivato nei giorni scorsi, guarda caso, in un momento di grande confusione e a poca distanza dalla chiusura della procedura di infrazione Continue reading

Cos’è il neoliberismo?

neolib

di: Vicenç Navarro

Danny Darling, professore di Geografia Umana dell’Università di Sheffield ha appena pubblicato un articolo sul settimanale New Stateman (“How Social Mobility got Stuck”, 16.5.2013), che illustra chiaramente quello che alcuni di noi stanno dicendo, e cioè che il neoliberismo è l’ideologia promossa dai super-ricchi per poter ottenere politiche pubbliche che li favoriscano. Il professor Darling analizza la concentrazione delle rendite e della ricchezza durante la vita della signora Thatcher (l’idolo dei neoliberisti, che ha tenuto banco sulla stampa spagnola in occasione della sua morte), dalla sua nascita alla sua morte, mostrando come le politiche promosse dal suo governo hanno enormemente contribuito a tale concentrazione.  Continue reading

Debito pubblico: l’Italia migliore d’Europa (e non è uno scherzo)

debito

di: Marcello Foa

La fonte è molto autorevole: la Neue Zürcher Zeitung (Nzz). L’autore dello studio molto competente in materia: l’economista Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie presso l’Università di Friburgo, in Germania. La conclusione è molto sorprendente: l’Italia è il Paese che ha il debito pubblico più sostenibile d’Europa.

Possibile? Sì, se si considera oltre al debito esplicito anche quello implicito ovvero gli impegni già presi dallo Stato per i decenni a venire e legati in particolare all’invecchiamento della popolazione: dunque le pensioni in maturazione nei prossimi anni, la spesa sanitaria che dovrà essere sopportata da una popolazione più anziana; il tutto considerando il saldo primario dello Stato. Continue reading

L’Impero Finanziario e il carcere globale dei debitori

finanza

di: Jerome Roos

Non ci devono essere dubbi: viviamo nell’ epoca dell’ Impero Finanziario. A differenza delle conquiste militari che hanno guidato le espansioni territoriali degli imperi del passato, il moderno Impero Finanziario non consiste nell’esercizio visibile dell’ideologia del Grande Bastone (anche se, indubbiamente, l’imperialismo militare continua anche oggi), ma piuttosto assume la forma di una mano invisibile . Mentre alla fine del 19° e all’ inizio del 20° secolo  la logica del dominio è stata guidata dal potere strumentale degli stati imperiali, l’Impero del 21 ° secolo non ha più bisogno di alcun bastone per sottomettere gli stati sovrani: attraverso i meccanismi globali di applicazione della disciplina di mercato e dalle condizioni del FMI, il potere strutturale del capitale finanziario ora garantisce che tutti si inchineranno davanti ai mercati monetari. Continue reading

La ricorrenza del 25 Aprile ed il paradosso della Storia


Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

25 aprileLa ricorrenza del 25 Aprile dell’anno in corso, celebrata dai rappresentanti delle istituzioni con il solito fiume di retorica, quale data simbolica che vorrebbe rappresentare una presunta “liberazione” dell’Italia dalla dominazione tedesca e fascista, in realtà coincide in pieno con il massimo apice di una dominazione in Europa di cui si è resa protagonista la stessa Germania, oggi principale potenza economica ed industriale nel vecchio continente che detta la sua linea e le sue regole agli altri paesi europei.  In pochi forse si sono accorti del paradosso della Storia, quasi segnando in ritorno di un ciclo che sembrava superato dagli avvenimenti di 70 anni fa, confermando quasi le teorie di Vico dei cicli storici che si alternano nella evoluzione delle vicende dei popoli e delle Nazioni. Continue reading

Le catene del debito che uccidono i Comuni

debito

di: Guido Viale

Oggi, se non si mette al centro di ogni ragionamento, discorso o iniziativa l’ampiezza, la profondità e la gravità della crisi che stiamo attraversando in Italia, in Europa e nel mondo, si rischia di essere assimilati alla «casta», al mondo della politica così come ormai viene percepita dalla grande maggioranza della popolazione: un mondo che si occupa solo di se stesso e non delle sofferenze dei governati. E’ un rischio che comincia a erodere il consenso del movimento 5 stelle, che peraltro sembra culturalmente poco attrezzato per affrontare il tema in modo radicale. Continue reading

L’euro, le risposte che non ti daranno

euro

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

I cittadini europei devono oggi iniziare a chiedersi cosa è veramente l’euro? Soltanto una moneta comune o piuttosto un sistema? Siamo compartecipi di questa unione monetaria o ne dobbiamo soltanto subire le conseguenze?

La risposta che i sostenitori del partito unico dell’euro non ti daranno mai:

Il sistema dell’euro e dell’Unione Monetaria , dietro la facciata, è in realtà un nuovo ordine sociale totalitaristico, programmato già molti anni addietro, completato poi nel corso degli anni 90 mediante l’istituzione di più importanti trattati europei (Maastricht nel 92 e Lisbona nel 2009) .

Questo nuovo ordine prevede che non vi siano più Stati sovrani, prevede che debba scomparire il concetto di Stato sovrano e di Nazione sovrana, che il potere debba essere interamente trasferito ad una elite, una classe di tecnocrati finanziari che prende ogni potere di controllo sulle questioni fondamentali come l’emissione monetaria, la regolamentazione delle banche, il bilancio di ogni stato e quindi le spese destinate alla previdenza, alle spese sociali, all’istruzione, la regolamentazione dei settori chiave come quelli del credito, della concorrenza, delle imprese, delle assicurazioni, del commercio, dell’agricoltura, della pesca, ecc..

Un sistema che diventa totalitario nel momento in cui una oligarchia non eletta da nessuno si arroga il diritto di decidere su tutte le materie fondamentali per la vita dei cittadini senza doverli consultare in alcun modo.

I parlamenti nazionali sono esautorati (con l’eccezione del Bundestag tedesco) e svuotati dei loro poteri legislativi, limitandosi alla ratifica delle norme europee che rivestono un carattere di “preminenza” sulle normative nazionali.

Questa caratteristica totalitaria ed opprimente del sistema europeo è stata rilevata anche da intellettuali di un certo spessore come Enzensberger in Germania
http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=232690:enzensberger-lintellettuale-piu-lucido-deuropa-contro-leuropa&catid=35:worldwide&Itemid=152

Anche in Francia molte voci discordi con il totalitarismo europeo come ad es. Jean Paul Fitoussi, intellettuale di molto seguito, si è espresso molto criticamente nei confronti del sistema europeo descrivendolo come assolutista che non risponde ai cittadini e che riveste tutti i caratteri della dittatura.

In Italia viene rotto il silenzio uniforme dei media (tutti asserviti al partito dell’euro) da economisti non allineati come Loretta Napoleoni, Alberto Bagnai, Claudio Moffa o dalla stessa scienziata ed antropologa Ida Magli che ha recentemente pubblicato un libro denuncia molto chiaro dal titolo “La Dittatura Europea”.
http://www.disinformazione.it/dittatura_europea.htm

Risulta facile intuire l’enorme consistenza di interessi che sussiste dietro ogni decisione dell’oligarchia di Brussels : in pratica è la gestione diretta del grande capitale finanziario attraverso dei fiduciari (presenti nella Commissione) per orientare a proprio favore ogni regolamentazione ed ogni normativa favorendo il sistema dei “mercati aperti”, sistema fondamentale per la libera circolazione dei capitali e quindi per i movimenti incontrollati della grande finanza speculativa e per il business delle grandi corporations internazionali.

Funzionali a questo sistema sono organismi interni come la Commissione Europea, la Corte di Giustizia e la BCE oltre a quelli esterni come il Fondo Monetario Internazionale, il WTO, la Banca Mondiale ed altre entità finanziarie collegate alle grandi banche come le agenzie di rating che operano le loro classificazioni ai fini del credito, dell’affidabilità dei singoli stati ed istituzioni pubbliche dei singoli paesi.

Un meccanismo diabolico che permette a queste entità finanziarie di esercitare la loro supervisione su ogni governo e ricattare i singoli stati mediante il controllo dell’emissione monetaria ,lo “spread” e le classificazioni del credito.

Il ricatto è tanto più pressante nei confronti dei paesi considerati economie deboli come i paesi mediterranei e l’Irlanda sui quali ha un gioco facile la speculazione finanziaria e l’imposizione di tassi di interesse da usura sul finanziamento del debito e sulla stessa emissione monetaria.

Allo stesso tempo ma in forme diverse vengono oggi attaccati e ricattati quei paesi che non hanno aderito al sistema ed hanno tentato di sottrarsi a questo controllo come l’Islanda e L’Ungheria, rifiutando le direttive economiche della oligarchia finanziaria e cercando un loro percorso di politica economica a salvaguardia della propria sovranità nazionale.

Questo è in sintesi il sistema dell’euro ed i cittadini di molti paesi dell’Europa, stritolati dalla crisi provocata dalla grande finanza e dalle sue manovre speculative, iniziano ad accorgersi sulla loro pelle dei grandi “vantaggi” che sono stati ottenuti da questo sistema a suo tempo esaltato e magnificato come “grande conquista” dei popoli europei che in realtà sta gettando sul lastrico in ogni paese migliaia di persone e famiglie per assenza di lavoro e prospettive ed ha prodotto il più pauroso arretramento nei diritti e nelle condizioni di vita per le popolazioni negli ultimi 70 anni di storia dell’Europa.

Basteranno a smuovere questa situazione i movimenti di protesta che stanno sorgendo massicciamente nei vari paesi come Alba dorata in Grecia, il movimento 5 Stelle di Grillo in Italia ed altri in Spagna e Portogallo?

Questo è l’interrogativo di fondo per le prospettive del futuro ma bisogna considerare che molte tematiche dei movimenti di protesta hanno come epicentro e come obiettivo primario la classe politica “la casta” che è stata al governo negli ultimi 15 anni ed alla quale si imputa buona parte della responsabilità del disastro. Questo potrebbe risultare fuorviante poiché la dimensione del disastro in termini sia economici che di perdita di sovranità è tale che non può essere stata causata soltanto dalle classi politiche al potere, per quanto corrotte ed incapaci. Risulta importante non perdere di vista che esiste una oligarchia sopranazionale che ha imposto le scelte ed a questa si sono adeguati i politici nazionali in una funzione di “camerieri” del potere.

Quando la minestra è acida non puoi prendertela soltanto con il cameriere ma devi individuare il cuoco che l’ha cucinata.

Sceneggiata all’italiana

vota antonio

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Oggi , Domenica 24 Febbraio, è iniziata la “sceneggiata elettorale” che porterà alcuni milioni di cittadini italiani a segnare una croce sul simbolo prescelto o “consigliato” .

Ingenuo pensare che la situazione italiana possa seriamente cambiare per effetto di queste elezioni che, sicuramente, modificheranno si gli equilibri politici nell’assetto parlamentare, ma avranno un effetto quasi nullo sulle questioni essenziali che riguardano il paese.

 All’indomani della consultazione elettorale sono già predisposte e puntate sull’Italia le armi e “l’artiglieria pesante” del grande capitale finanziario. Possiamo facilmente indovinare quali sono: la minaccia della risalita dello “spread”, le solerti agenzie di rating come Moody’s o Standards & Poor’s (consociate con le grandi banche USA), le azioni mirate della BCE, le direttive della Commissione Europea, l’offerta di “aiuto finanziario” del FMI (tipo corda al collo degli usurai).

Oltre a questo poi sono in agguato le manovre speculative dei grandi gruppi finanziari come Goldman Sachs (ex datore di lavoro di Mario Monti e di Mario Draghi), come Black Rock (i cui fiduciari sono in Italia in questi giorni), come JP Morgan e Morgan Stanley, tutti pronti ad acquistare o vendere titoli emessi dallo Stato italiano per determinare la risalita dei tassi.
Queste descritte sono tutte armi micidiali puntate contro un “povero paese” che non dispone di una Banca di emissione autonoma, che dipende dalle banche private per approvvigionarsi di una moneta, l’euro, (che di fatto è una valuta estera) sulla quale paga interessi già per il semplice fatto di utilizzarla e farsela stampare (signoraggio sulla moneta), un paese che dispone di un governo che, qualunque sarà, dovrà uniformarsi a quanto previsto dai trattati capestro quali il fiscal compact ed il MES (fondo di stabilità monetaria).

Questa è la reale situazione ed è sicuro che la grande finanza ed i poteri ad essa collegati non abbiano alcuna intenzione di “mollare la presa” anche perché la preda in questo momento è “in primis” il risparmio italiano depositato nelle banche (quello che rimane dopo i salassi del governo Monti) che dovrà essere prosciugato e dirottato verso le casseforti delle banche tedesche, olandesi e francesi a garanzia dei crediti, per secondo il “bottino” previsto con le privatizzazioni di aziende para-pubbliche quali ENI, Finmeccanica, Enel ed altre come già successo ne 93 (grazie a Draghi, Amato, Ciampi e Prodi), che sarà nel programma del prossimo governo (qualunque esso sia).

D’altra parte il parlamento italiano di fatto non conta più nulla poiché, in base al trattato di Lisbona, le norme europee hanno un valore preminente sulle leggi italiane e le camere hanno soltanto l’obbligo di ratificarle. Superfluo osservare che la normativa europea è vincolante in tutte le regolamentazioni essenziali quali il settore bancario, le normative sugli appalti che riguardano le grandi imprese multinazionali, le norme sull’agricoltura, la pesca, il commercio, ecc..

L’Italia fra l’altro risulta già aver subito un vero e proprio “golpe finanziario” ,un anno fa circa, con intervento di forze esterne e con l’appoggio di Napolitano come emerge anche da dichiarazioni e da relazioni riservate dei servizi dell’IRAN e della Russia che hanno attentamente studiato la situazione italiana e che dispongono di informazioni che la stampa italiana certo non trasmette.
http://italian.irib.ir//notizie/politica5/item/121585- )

Non c’è quindi via d’uscita e, se ci fosse, ovvero se si affermasse una formazione politica che volesse rivedere i trattati ed, ad es. uscire dall’euro, allora prevediamo che sarebbe questa una vera rivolta popolare che potrebbe avere poi dei risvolti cruenti con intervento delle forze di repressione (Eurogendfor) con omicidi mirati, con carcerazioni preventive su accuse costruite abilmente da qualche procura “compiacente”, con possibili atti di terrorismo per spaventare l’opinione pubblica, ecc..Il grande capitale non ha scrupoli umanitari e si affida anche ai servizi ed ai mercenari ben addestrati e preparati.

La strategia della tensione in Italia tra gli anni 70 ed 80 dovrebbe avere insegnato qualche cosa. Di conseguenza restiamo a vedere quali saranno gli sviluppi ma, in ogni caso, quella che ci attende non sarà una “passeggiata”.

“Democrazia Vendesi”. Dalla crisi (e dall’euro) si può uscire!

DEMOCRAZIA VENDESI

Il tour di Loretta Napoleoni per presentare il suo ultimo libro “Democrazia vendesi” ha fatto tappa a Roma. Assieme a lei Pierluigi Paoletti, Dario Tamburrano e Myrta Merlino hanno discusso della crisi economica (e non solo) in cui versa il nostro paese e delle possibili vie d’uscita. Tra queste ultime: l’abbandono della moneta unica, la ristrutturazione del debito e l’utilizzo di monete complementari come lo SCEC

di: Andrea Degl’Innocenti

Il debito, l’euro, la democrazia. Solo qualche anno fa un libro su argomenti del genere avrebbe attirato un piccolo gruppetto di appassionati di macro economia e poco più. Invece il 1 febbraio alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre sembra quasi di essere alla presentazione di un romanzo di Stephen King o dell’ultimo capitolo della saga di Harry Potter.

Esagerazioni a parte – ma neanche troppo – arrivo con una buona mezz’ora di anticipo sull’inizio della conferenza stampa di presentazione di“Democrazia Vendesi” di Loretta Napoleoni e già diverse persone sono presenti in sala. Alla fine l’aula sarà quasi piena, nonostante le notevoli dimensioni.

La differenza con le folle che accalcano le presentazioni dei libri di King o della Rowling è che al posto dei fan urlanti c’è una massa di persone concentrate e intraprendenti, che cercano di assorbire il più possibile dei concetti che vengono esposti. In molti riprendono la conferenza con le proprie telecamere, altri fanno foto e prendono appunti.

Loretta Napoleoni l’ho conosciuta pochi giorni prima, per via di un’intervista per il Cambiamento.

È una persona molto disponibile, schietta e preparata. Le sue posizioni riguardo all’Europa, all’euro, considerate estreme e radicali fino a poco tempo fa, sono sempre più ascoltate e prese come riferimento a livello internazionale, di pari passo con la deriva dell’economia dell’Europa unita (o perlomeno della sua periferia).

Al suo fianco al tavolo dei relatori siede Pierluigi Paoletti, presidente di Arcipelago SCEC, che ha collaborato alla stesura del libro, mentre sulla sinistra siede Dario Tamburrano, rappresentante di Transition Italia. Al centro nelle vesti di moderatrice, Myrta Merlino, giornalista di La7.

La conferenza scorre via piacevole. Alcuni attori leggono dei brani tratti dal libro, la Merlino fa le domande ai relatori, che illustrano con chiarezza la situazione che, neanche a dirlo, non è delle migliori. La moneta unica ci impedisce di essere competitivi rispetto alle economie più forti della zona euro (la Germania ed i paesi del Nord), con le quali il divario dall’avvento dell’euro ad oggi è aumentato vertiginosamente.

Il rapporto fra debito pubblico e Pil, poi, non è mai stato così alto (1,26 circa) e continua a crescere. Inoltre l’Italia ha sottoscritto ilFiscal Compact, un accordo europeo che prevede il pareggio di bilancio obbligatorio per gli stati della zona euro (il governo Monti ha già provveduto ad inserirlo in costituzione) e la riduzione del rapporto debito/pil allo 0,6 in 20 anni.

“Peccato che tutto ciò sia impossibile” commenta Paoletti, “visto che il debito cresce a ritmi sempre più alti per via dell’accumularsi degli interessi.Per ripagarlo dovremmo crescere a ritmi cinesi. È una storia vecchia quanto l’uomo: da sempre chi ha ripagato i debiti con altri debiti è finito schiavo dei propri creditori”.

Dunque sarà questa la nostra fine? Finiremo schiavi della Deutsche Bank o di qualche altro potente istituto di credito, colonizzati dalla finanza internazionale, capaci solo di fornire manodopera a basso costo e consumo assicurato per i prodotti stranieri? Per fortuna c’è ancora qualche speranza di salvezza. “Potremmo innanzitutto creare un’euro a due velocità” propone la Napoleoni, “una moneta che unisca le economia nord-europee, più produttive e competitive ed un’altra, molto più debole, che invece accomuni i paesi della periferia di Eurolandia”.

“E poi dovremmo togliere il pareggio di bilancio dalla costituzione e rinegoziare il nostro debito”, continua. “I creditori stranieri sanno già che non saremo mai ingrado di ripagare il debito, dunque non dovrebbe essere troppo difficile convincerli a ridurre le proprie pretese. Con una buona negoziazione dovremmo essere in grado di abbattere il nostro debito verso l’estero a circa il 45 per cento dell’attuale”. Discorso diverso vale invece per il debito in mano ai risparmiatori italiani. “In quel caso il governo potrebbe usare una moneta complementare per ripagare parte del debito: ad esempio lo SCEC”.

Certo è che per uscire da una crisi sistemica quale è quella attuale non è sufficiente una ricetta economica. “Ci sono temi che la presente campagna elettorale sembra aver completamente dimenticato” afferma Tamburrano, “ma che invece sono essenziali per il nostro futuro. Parlo di indipendenza energetica e sovranità alimentare: se non affronteremo questi due nodi fondamentali continueremo a dipendere dal cibo e dall’energia d’importazione e dunque saremo essere facile oggetto di ricatti e ritorsioni nel caso in cui prendessimo scelte non condivise a livello internazionale come quelle di cui abbiamo parlato”.

Gli stimoli sono molti, tanti quanti le soluzioni e gli spunti offerti dai relatori, spesso integrati dalle domande e osservazioni di un pubblico attento e partecipe. Alla fine riassume bene il sentire comune una psichiatra e politologa presente in sala, fra il pubblico: “Ultimamente, dopo anni di lotte e rivendicazioni, mi sono scoperta piuttosto pessimista sul futuro. Oggi, dopo avervi ascoltato, lo sono un po’ di meno”.

FONTE: Il Cambiamento

Alla mercè degli speculatori

speculazione

Articolo inviato al blog

di: Luciano Lago

Grazie all’euro ed ha chi lo ha fortemente voluto, oggi, allo stato attuale, noi come italiani, siamo tutti condannati ad essere indebitati a vita per effetto del meccanismo diabolico creato ad arte dalla cupola del potere bancario e finanziario che si è di fatto impadronita delle economie e dei del destino dei popoli europei spodestando gli Stati nazionali e privando i cittadini di ogni sovranità.

Questo è accaduto ed è potuto accadere grazie al tradimento ed al servilismo di un gruppo di politicanti che si sono venduti alle centrali del poter finanziario che si chiamano BCE, FMI, Golman Sachs (le più conosciute) con la regia della Commissione Europea al servizio di queste entità.

Le menzogne propagandate dai media e dai politici sul problema del debito pubblico non possono occultare la realtà, che la causa dei nostri problemi risiede nell’introduzione dell’euro e del meccanismo infernale del signoraggio bancario sulla moneta che produce interessi sugli interessi che vanno a vantaggio di una ristretta oligarchia di banchieri e finanzieri, speculatori senza scrupoli, che stanno riducendo alla miseria ed alla disperazione interi settori di popolazione. Vedi la Grecia e quanto sta accadendo in quel paese nel silenzio dei media: un intero popolo sprofondato nel medioevo con altissimo indice di bimbi denutriti e di malati deceduti per assenza di medicinali e di assistenza.

Crimini contro l’umanità, questa la denuncia che è stata presentata da alcuni giuristi tedeschi contro la troika formata da Van Rompuy, Barroso e la Merkel.

La denuncia è stata presentata da una coppia di coniugi Tedeschi e attivisti per i Diritti Umani: SARAH LUZIA HASSEL REUSING e VOLKER REUSING.

http://www.losai.eu/denunciati-van-rompuy-la-merkel-barroso-e-altri-2-esponenti-per-crimini-contro-lumanita/#.UQjXoR3QR2A.

Con la vigliacca approvazione degli ultimi trattati europei il Fiscal Compact ed il MES (meccanismo di stabilità) ci siamo autocondannati ad essere indebitati a vita noi, i nostri figli ed i nostri nipoti grazie al vile collaborazionismo dei partiti tutti centro destra e sinistra che ci hanno venduto come “polli al mercato”. Venduti ai voleri della oligarchia tecno finanziaria insediata a Brussels e Francoforte (non eletta da nessuno) e che ha il potere di decidere per noi tutti e di incidere sulla vita dei cittadini.

Inutile pensare di uscire fuori da questa situazione per vie legali e democratiche, tutto previsto dall’oligarchia: sono arrivati anche a far modificare con l’inganno la costituzione della Repubblica grazie anche alla vile acquiescenza di un personaggio che siede alla presidenza della Repubblica e che meriterebbe di essere portato a processo davanti ad una giuria popolare.

Inoltre dobbiamo essere coscienti che è in corso un vero e proprio “attacco all’Italia “ che , mai come in questo momento, è un paese che risulta oggetto di una sopraffazione delle centrali di potere internazionale che vogliono sperimentare nel nostro paese delle tecniche di sottomissione e di distruzione nuove ed estremamente efficaci (dall’avvelenamento dell’atmosfera e dei mari ai terremoti artificiali).

Vedere http://www.stampalibera.com/?p=59233

D’altre parte risulta del tutto vano aspettarsi un pronunciamento sulle varie denunce presentate da vari comitati di cittadini contro le autorità politiche ed istituzionali che hanno favorito il golpe finanziario in Italia. Anche buona parte della magistratura italiana si dimostra asservita al potere e collegata perfino ai circoli massonici che influenzano le decisioni ed i provvedimenti giudiziari di alcuni Tribunali. Vedi a tal proposito la denuncia fatta dall’ex magistrato Paolo Ferraro

http://blog.antiilluminati.org/2012/05/04/il-magistrato-paolo-ferraro-denuncia-pubblicamente-la-massoneria-e-i-poteri-forti/

Tanto meno è possibile sperare che qualche cambiamento sostanziale possa essere apportato dalla nuova contesa elettorale che si profila a breve e che appare sempre più come una indegna sceneggiata fatta appositamente per ingannare l’opinione pubblica ma, in realtà sappiamo bene che, chiunque o qualsiasi coalizione esca vincente, tutte le decisioni che contano verranno prese come prima nella sede delle centrali di potere di Brussels, Francoforte e Londra. Il Parlamento italiano è stato di fatto svuotato di qualsiasi potere legislativo in quanto deve attenersi alle normative europee che sono preminenti rispetto alla legge italiana ed il bilancio pubblico risulta già impegnato al 98% con le spese previste dai vari trattati.

Non vorremmo essere pessimisti ma realisticamente riteniamo che soltanto una massiccia rivolta popolare (ad es. uno sciopero fiscale) o un fenomeno insurrezionale potrebbero cambiare le cose ma troppo grande è la capacità delle centrali di potere di influenzare i media e manipolare le informazioni cloroformizzando l’opinione pubblica che appare confusa e rassegnata salvo qualche settore di coscienza critica che cerca approdo dai vari finti tribuni della protesta.

Nonostante tutto non bisogna essere né rassegnati né pessimisti: il vero obiettivo è restare in piedi nella tempesta. Importante sarà che alcuni gruppi, delle vere elite intellettuali in questo paese, si organizzino per diffondere quanto più possibile un’opera di controinformazione, che si raccolgano adesioni e sostegno in quella parte dei cittadini che rifiutino di farsi massacrare dal sistema e si realizzino dei comitati autonomi, non legati ai partiti ma vigili e pronti per gli avvenimenti che potranno presto manifestarsi.

 

Gli italiani sono “disonesti”? No, sono schiavizzati!

di: Enrico Galoppini

Alcuni giorni fa, Domenico Scilipoti, parlamentare già dell’IdV e noto inizialmente per aver formato il Movimento di Responsabilità Nazionale a sostegno dell’ultima fase di un Governo Berlusconi colpito da “scandali” e “tradimenti”, è stato invitato ad una trasmissione de “La7” nella quale, in studio, sono ospiti fissi giornalisti della “autorevole” stampa estera.

Scilipoti, da un po’ di tempo, s’è fatto portavoce d’istanze sovraniste monetarie, culminate in un recente convegno presso la Camera dei Deputati, assieme al prof. Claudio Moffa, dedicato alla discussione dialcune proposte mirate alla restituzione della proprietà della moneta al popolo italiano.

Ma prima di procedere, invito a seguire con attenzione lo spezzone video della trasmissione in oggetto:

Ora, se uno non è completamente plagiato dai “media” e dalla mentalità che inducono, e se la sua capacità di discernimento non s’è ottenebrata del tutto, non faticherà a scorgere in quel che ha visto e ascoltato quanto segue.

Ma per prima cosa, una questione di “metodo”. Accettare l’invito in queste trasmissioni, sia “leggere”, sia “impegnate”, per parlare di questioni molto serie è completamente tempo perso. Gli autori, i conduttori e gli ospiti fissi di questi programmi – ammesso che lavorino “in autonomia” – preparano una situazione perfetta per screditare, di fronte ad un pubblico che conoscono bene come i proverbiali “polli”, l’invitato “scomodo” diturno. Ci sono mille sistemi: s’interrompe l’ospite mentre parla (meglio se sul più bello), si sminuisce, si travisa (“ma vuole tornare alla lira?”), si ridicolizza, si spaccia per assurda una cosa ragionevole (“ma come, un condono fiscale?”), si crea un clima non consono all’argomento trattato eccetera eccetera.

Molto meglio, quindi, se si ha qualcosa d’importante da dire, andare in mezzo alla gente, parlare faccia a faccia, ovunque si renda possibile, uscendo da quella parvenza di realtà che è la televisione: Grillo, questo, l’ha capito bene, proibendo ai suoi di partecipare a questi “salotti televisivi” e prediligendo le piazze. Molto più efficace il passa parola e il contatto reale che farsi infilare nel “panino” confezionato dagli ideatori diuna trasmissione televisiva, destinata ad un pubblico per sua naturadistratto e condizionabile al massimo grado.

Che cosa sono, altrimenti, situazioni come quella che avete potuto osservare e giudicare in quel breve filmato?

Si consideri l’atteggiamento di tutti i presenti in studio. Si studino bene le espressioni, le smorfie, le mosse, le battute, i toni… Dall’inizio alla fine è come se l’ospite fosse lì per esser messo alla berlina, esposto al pubblico ludibrio, per il semplice fatto di essere “strano” perché afferma cose “strane”. Sì, perché è proprio così grazie all’indottrinamento di massa: come per magia, agli occhi della massa inebetita e più o meno “acculturata”, tutti quelli che sollevano una questione che esuladall’ordinario tergiversare mediatico appaiono come degli individui “strani”, come dei “pazzi” che vengono a sovvertire il magnifico ordine costituito.

Cosa c’è di strano, mi chiedo, nel parlare della sovranità monetaria? Nel tentare d’introdurre presso un pubblico che non sia quello degli specialisti e di coloro che sono già informati una questione di così cruciale importanza per tutti? Anche se la massa non se ne rende conto (ma dicosa mai s’è resa conto?), dalla sovranità monetaria discende, né più né meno come afferma ad un certo punto Scilipoti, la soluzione di almeno l’80% dei problemi degli italiani (e di ogni altra nazione che affrontasse una volta per tutte tale questione).

Naturalmente stiamo parlando di “problemi materiali”, ma chi l’ha detto – e qui mi rivolgo a chi pensa che o si mette mano ai massimi sistemi o niente da fare – che quelli non contano? Pensano di campare d’aria? Anzi, siccome alla fin fine non esistono nella vita compartimenti stagni, sarà bene cominciare ad entrare nell’ordine d’idee che anche le faccende cosiddette “materiali” hanno delle ripercussioni sui piani “morale” e “spirituale”, sempre che tali “piani” esistano come realtà separate edistinte. La differenza, infatti, non è data dalle cose in sé, ma dall’atteggiamento, dall’attitudine con cui le si affronta. I soldi, perciò, non sono necessariamente “lo sterco del demonio”, ma possono trasformarsi, se solo ci sforzassimo di essere uomini e non le dantesche “pecore matte”, in uno strumento di “liberazione” di tutta una serie dipotenzialità, affrancandoci, grazie ad una loro sana e naturale gestione (moneta popolare non gravata da debito), da una perenne rincorsa per procurarceli per poi ridarli indietro ai loro veri proprietari (di qualcuno pur saranno, no?) sotto forma di balzelli d’ogni tipo (come l’assurda ed inconcepibile IMU), mentre i più – poveri fessi – s’illudono che i “loro soldi” siano effettivamente di “loro proprietà”!

Invece no, non può essere così in un regime in cui la moneta, anziché essere dei cittadini, è delle banche private (che la massa ritiene “pubbliche”), le quali per di più non vengono sottoposte, grazie a “leggi”ad hoc, alla medesima tassazione asfissiante che tocca a tutte le altre imprese e ai privati cittadini, col pretesto del “debito pubblico” e del rischio che “i servizi” non possano più essere erogati (cosa del tutto falsa, perché se la moneta è di proprietà del popolo lo Stato può erogare tutti i servizi che vuole, ma adesso non può farlo perché deve indebitarsi, come fanno d’altra parte tutti gli enti pubblici, che infatti per non “fallire” s’indebitano sempre più, “tagliano” e svendono beni concreti ai privatissimi prestatori di danaro).

Intendiamoci, per affrontare con la famosa “gente” un tema così importante come quello della moneta e della relativa sovranità bisogna: 1) essere estremamente preparati, specialmente se ci si trova incalzati, in pubblico, da personaggi incaricati di ridicolizzare, spargere illazioni, intorbidire le acque, sviare il discorso ecc.; 2) parlare il più chiaro possibile e puntare dritti al cuore del problema, evitando di atteggiarsi a “professore”, ovviamente senza banalizzare fino al punto di stravolgere le cose. La famosa “gente” non aspetta altro che qualcuno parli un linguaggio comprensibile, ma i cosiddetti “esperti” ufficiali complicano appositamente ogni cosa per rivestire d’una nebbia ciò che è molto più semplice di quanto lo fanno sembrare.

Quindi, le fonti primarie per comprendere come funziona la “truffa monetaria” sono: quelle di autori che 1) sono fuori dalla “accademia”, poiché essa è incaricata di riprodurre il consenso verso l’attuale sistema finanziario, sia presso gli addetti ai lavori, sia presso chi crede di sapere tutto perché ascolta gli “esperti” delle “pagine economiche”; 2) non ricercano una visibilità, una celebrità a tutti i costi, e nemmeno una “cattedra”, ma sono mossi da un’insopprimibile tensione morale, che non può che derivare da un afflato religioso, più o meno cosciente.

Non a caso, Giacinto Auriti, che in Italia è stato il pioniere della lotta contro l’usurocrazia e il potere assoluto dei “signori del denaro”, era un cattolico, non di quelli “modernisti” tutto fumo e poco arrosto o “riformati” che, nella migliore tradizione americana, elevano preghiere affinché il loro conto in banca si rimpinzi sempre più. E, soprattutto, lui che era un “professore”, non disdegnava di parlare con nessuno, fino al più umile lavoratore; non come fanno gli “intellettuali” e la quasi totalità dei suoi colleghi, ben rinserrati nei loro fortilizi e schifati alla sola idea d’incontrare un “plebeo”. Inoltre Auriti aveva capito che l’unico modo per comparire in televisione e non farsi infinocchiare era quello di tenere dei veri e propri monologhi, come quelli andati in onda su un canale locale abruzzese, alla faccia dei benpensanti che ritengono indispensabile sempre un “confronto”: ma tra chi, tra un uomo preparato, cristallino e disinteressato, e un prezzolato, disonesto preoccupato solo di farsi una “posizione” e di compiacere il suo padrone? Ma di quale “confronto” parlano questi ipocriti? Un uomo può confrontarsi solo con un suo pari e non con una marionetta o un servo del potere. Se poi si seguono queste pionieristiche trasmissioni del compianto Auriti, si noterà che da casa giungevano telefonate in studio: quale trasmissione di qualsiasi canale nazionale in cui si trattano argomenti politici ed economici ammette l’intervento, senza filtri, del pubblico a casa? Un’altra dimostrazione che quest’uomo non temeva “l’imprevisto”, l’eventuale reazione ostile, perché alla fine il “nemico”, se davvero non è mosso da perfidia inguaribile o perché ha un qualche tornaconto nel tenere in piedi un sistema iniquo, è solo uno che non sa, e la cui avversità è dettata perciò da una pura e semplice ignoranza.

Ad un certo punto, però, uno potrebbe obiettare che se Scilipoti – così come l’avv. Marra, ospite di un’altra trasmissione in cui gli viene riservato analogo ‘trattamento di riguardo - viene chiamato in tv a parlare di faccende così “scomode”, ciò è la dimostrazione che in “democrazia” esiste un vero “pluralismo” delle opinioni ammesse e portate a conoscenza del pubblico. Ragioniamo un attimo, però. Quante volte, in proporzione a quelle in cui si discute di “casta”, cronaca nera, politica politicante (tipo le “primarie”) ed altre mille stupidaggini di nessun interesse collettivo (anche quando sembrano “importanti”), i telespettatori possono venire anche solo lambiti da temi d’importanza così cruciale per le loro vite come quello della proprietà della moneta? Si contano sulla punta delle dita. Quindi, il sospetto è che siccome Lorsignori (le tv sono di proprietà degli stessi “signori del denaro”) sanno benissimo che sempre più persone stanno accorgendosi della loro truffa, giochino d’anticipo (come stanno facendo con le “scie chimiche”), imbastendo queste finte occasioni di “confronto” e di “informazione” per cercare ditamponare la falla che s’è aperta nella loro barca.

Ma non ce la possono fare, anche se cantano vittoria. Ormai la loro barca fa acqua da tutte le parti. Per un semplice motivo: disconoscono lanatura umana, che intendono piegare tramite i loro giochi di prestigio, ma che alla fine riemerge e pretende i suoi diritti. L’uomo, infatti, può raccontarsi tutte le favole che vuole, ma queste possono inebriarlo fintanto che le cose gli vanno bene, fornendogli una “giustificazione ideologica” e una “descrizione razionale” della realtà concreta che si trova a vivere. Detto in altri termini, gli uomini finché hanno la pancia piena e stanno al caldo non si lamentano, e sono pertanto disposti ad adottare qualsiasi “favola” per dire a se stessi di aver “compreso” il mondo in cui vivono. L’uomo è fatto così: ha anche bisogno di una “narrazione coerente” della realtà in cui vive. Da cui, il “bisogno” delle “ideologie”. Ma quando si rende conto che non c’è più trippa per gatti, che l’inverno lo passerà all’addiaccio e che, insomma, anziché la chimerica “luce alla fine del tunnel della crisi” vista per certa dai soliti camerieri dell’usura, là in fondo c’è solo un enorme buco nero che inghiottirà i suoi beni e anche lasua vita, ebbene, a quel punto non è più disposto ad ascoltare le “favole”. Vuole la trippa e tanti saluti ai bei discorsi e alle “teorie”.

Lorsignori e i loro lustrascarpe hanno ben poco da ridere. Si stanno incartocciando in una logica inesorabile che li condurrà alla disfatta, anche se si presentano sicuri di sé, imbattibili e con la verità in tasca. Èla tipica sbruffoneria di chi si considera superiore per ‘diritto divino’, di chi, a forza di disprezzare lo schiavo non si rende conto che quello non ha più l’anello al naso.

Quando si sentono troppo sicuri, commettono poi degli errori imperdonabili. Cosa può pensare in effetti un italiano che si sente dare del “disonesto” da uno straniero che per giunta viene qua a fare la bella vita impartendoci la “moralina”? Lo sappiamo bene come funziona tra italiani: è tutto un lamentarsi, ci diamo continuamente le martellate sui… ma se qualcun altro ci viene ad insultare, allora facciamo quadrato e mostriamo i pugni. È così, punto e basta, ed è un istinto sano, checché ne dicano pedagoghi, sociologi ed antropologi da strapazzo imbevuti d’una ideologia fallimentare destinata al pattume assieme alla teoria e alla pratica monetaria vigente.

Se siamo dei “ladri” lo stabiliamo noi, e soprattutto saremo noi italiani a chiarire chi è il vero ladro e chi, invece, schiacciato dai camerieri dell’usura, che “italiani” non sono più perché per loro l’idea di“patria” è solo un “patetico residuo del passato”, tenta solo di stare a galla e di dare da mangiare alla propria famiglia, mentre voi vi rimpinzate alla faccia nostra.

Da che pulpito proviene poi quest’ironia da quattro soldi, quest’abitudine a trattare da “pazzo” ogni italiano che dimostra un minimo di coraggio e diamor proprio! Sarà bene ricordare che le “oneste” Inghilterra, Francia, Olanda e Spagna, mettendo assieme le loro rapine ai danni del mondo intero, orchestrate dai grandi finanzieri che oggi rapinano anche noi, non sono nemmeno lontanamente paragonabili all’Italia e ai suoi “crimini”, che al confronto fanno la figura delle marachelle d’un mariuolo rispetto allasistematica attività delinquenziale d’una banda di tagliagole.

L’Italia, però, stante la sua sudditanza politica, militare, economica e, in specie, culturale, è costretta a fare continua ammenda e solenne promessa dinon provare mai più ad essere “grande”. Figuriamoci riprendersi lasovranità monetaria per il bene di tutti!

Ma a loro, alle “grandi democrazie” di lungo corso, tutto è permesso: continuare a sfruttare intere popolazioni africane, asiatiche e latino-americane, ed anche i loro stessi “sudditi” (si pensi a che carne da macello è un “americano medio”), e poi venire qua a ridacchiare sul nostro conto, a sbeffeggiarci in casa nostra, come se non sapessero di trovarsi in una terra sotto occupazione e servaggio dal 1945. Condizione che, piuttosto che alimentare comportamenti virtuosi, “civili” ed educare ad un “carattere”, incoraggia tutte le viltà e gli istinti più bassi. Lo possiamo affermare con cognizione di causa, perché finché l’Italia è stata una nazione libera e sovrana i lavori pubblici, tanto per fare solo un esempio d’attualità, finivano in tempo (talvolta in anticipo), e alla fine è pure capitato che risultasse un avanzo di cassa rispetto alla previsione dispesa!

Perciò, se gli italiani sono “disonesti” (il che, allo stato attuale, non è solo un’illazione), lo sono a causa del malcostume e del menefreghismo indotti dalla mancanza di libertà, perché solo la condizione di uomini liberi a casa propria è di sprone ad impegnarsi per traguardi che travalicano il mero tornaconto personale. Come fa un italiano, in questa situazione di “morte della Patria”, ad agire disinteressatamente? Non è possibile, anzi, è una corsa al magna magna più esasperato, perché da un lato il “Badrone” manda avanti i più scaltri e servili (e, diciamocelo, i più scemi), dall’altro la“liberal-democrazia” – la forma politico-istituzionale impostaci – esprime solo individualità interessate al proprio orticello, che raccontano a pappagallo la favoletta dell’interesse generale risultante dalla sommatoria dei singoli interessi individuali soddisfatti.

In uno stato di servitù, qual è quello che a tutta vista non dev’esser chiaro a questi “autorevoli” commentatori della stampa estera, ci si riduce esattamente come quelle popolazioni delle “Repubbliche delle banane” del Centro America, o come quelle del cosiddetto “Terzo mondo” in cui lacorruzione e il malaffare sembrano una malattia congenita, quando è risaputo che tutto dipende dall’esempio e dalla guida che ricevono dall’alto (infatti appena va al potere un personaggio imprevisto con le idee a posto, come Thomas Sankara in Burkina Faso, lo fanno subito fuori).

Che ridano, che sbeffeggino, che scatenino a ruota libera la loro funambolica parlantina e diano libero sfogo alle loro arti incantatorie (c’è chi, ad un certo punto del filmato, dice che l’aver cambiato gruppo parlamentare “non è democratico”: ma che significa???). Vogliono farci credere di essere dei “ladri” per convincerci che siamo dei falliti, ieri, oggi e domani, congenitamente incapaci di combinare qualcosa di buono, ma in realtà hanno paura di noi e di quello che può rappresentare un’Italia libera, sovrana e indipendente.

Altrimenti non si prodigherebbero a tal punto  nell’inondarci di propaganda e spazzatura mentale, trattenendoci nella morsa di oltre cento basi militari e nella camicia di forza dellamoneta-debito.

Sanno bene che la “crisi” non è una situazione passeggera, ma una condizione permanente preparataci appositamente, per ridurci in schiavitù. Cosa ci sia da ridere, lo sanno solo loro, quando si accorgeranno di aver passato la vita a tenere bordone ad un sistema iniquo e, più che altro, realizzeranno che pure loro sono delle pedine di un gioco che nemmeno immaginano, tanto sono felici, adesso, di sedere allamensa del “Badrone”.

Credono di poter giochicchiare e cincischiare all’infinito confidando nelle loro capacità di “illusionisti”, ma non si accorgono che stanno facendo dei passi falsi. In giro, con la pancia vuota, monta rabbia ed insofferenza verso le “chiacchiere”, e, soprattutto, aumenta la voglia di capire e disapere davvero chi, come e perché ci sta strangolando.

Ridete ancora per un po’… Ci sarà ben poco da ridere quando gli italiani esploderanno e si libereranno dalle vostre catene.

FONTE: EuropeanPhoenix

La teoria dei cicli di Nikolai Kondratiev

di: Alexander Aivazov e Andrej Kobyakov

La crisi finanziaria che è scoppiata negli Stati Uniti e che dopo ha coinvolto tutto il mondo, richiede adeguate misure da parte della comunità globale. Ma quali azioni dovrebbero essere considerate adeguate in questo caso?

 Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima identificare le vere ragioni sottostanti che hanno creato la crisi, e stimare la sua lunghezza e profondità. Gli economisti liberali dogmatici continuano a convincerci che in diversi mesi, o almeno in uno o due anni, tutto si “calmerà”, il mondo tornerà ad un progressivo sviluppo, mentre la Russia si sposterà verso un modello economico dell’innovazione.

È veramente così?

Più di 80 anni fa l’importante economista russo Prof. Nikolai D. Kondratiev descrisse e dimostrò teoricamente l’esistenza di grandi cicli di sviluppo economico (45-60 anni), all’interno dei quali le “riserve dei maggiori valori materiali” globali vengono nuovamente riempite, cioè in cui le forze produttive mondiali messe assieme a ogni ciclo trascendono verso un livello più alto.

Secondo Kondratiev, ogni ciclo ha una fase ascendente e una declinante. La dinamica interna di cicli (denominati cicli K in base al suo nome) e il principio della loro fluttuazione si basano sul meccanismo di accumulazione, concentrazione, dispersione e svalutazione del capitale come fattori chiave dello sviluppo dell’economia (capitalista) di mercato.

Inoltre Kondratiev indicò che questa regolarità ciclica esisterà finché persiste la modalità capitalista di produzione. “Ogni nuova fase del ciclo è predeterminata dall’accumulazione di fattori della fase precedente, ogni nuovo ciclo segue il ciclo precedente in modo tanto naturale quanto una fase di ciascun ciclo segue l’altra fase. Però bisogna capire che ogni nuovo ciclo emerge in nuove particolari condizioni storiche, su un nuovo livello di sviluppo delle forze produttive, e perciò non è una semplice reiterazione del ciclo precedente”. [Non una semplice reiterazione, ma di fatto una reiterazione, in base allo schema oggettivo di Kondratiev. Vero solo in un particolare sistema economico-finanziario].

Nikolai Kondratiev riuscì a studiare solo due grandi cicli e mezzo, terminando la sua ricerca sulla fase crescente del terzo ciclo. Egli pubblicò il suo rapporto quando si era già nella fase discendente del terzo ciclo, nel 1926, e quando la grandezza e lunghezza della fase discendente non poteva ancora essere stabilita (così egli predisse la grande depressione).

Purtroppo per la scienza economica internazionale Nikolai Kondratiev cadde in disgrazia: nel 1928 egli perse la sua posizione di direttore del suo istituto di ricerca; nel 1930 fu arrestato per “attività antisovietiche” infine condannato a morte. I marxisti ortodossi, comprendendo la stoNikolai ria come un processo lineare unidirezionale e prevedendo il crollo del capitalismo il “ giorno dopo”, percepirono la sua teoria del graduale miglioramento dell’ordine capitalista come un’eresia pericolosa. Altri critici videro nel regolare declino dell’economia che egli aveva descritto un sabotaggio dei piani economici quinquennali (sebbene Kondratiev avesse preso parte alla elaborazione del primo piano quinquennale). Come risultato l’eredità scientifica di Kondratiev fu occultata per quasi sessant’anni. Solo nel 1984 l’economista Stanislav Menshikov, uno scienziato di fama mondiale coinvolto nelle previsioni economiche per conto delle Nazioni Unite, amico e coautore di John Kenneth Galbraith, riabilitò il nome di Kondratiev in un articolo sulla rivista “Communist”.

Nel 1989 Menshikov e sua moglie pubblicarono col titolo “Long Waves in Economy: When the Society Changes its Skin” [“Le onde lunghe in economia: quando la società cambia la sua pelle”] la più profonda analisi della teoria di Kondratiev. Un altro prominente autore russo, Sergey Glazyev, contribuì alla teoria di Kondratiev, fornendo un’analisi strutturale dei sottostanti cambiamenti negli “schemi (modi) tecnologici”.

Il nome di Kondratiev era ben noto agli economisti occidentali. Però Stanislav Menshikov notò un fenomeno curioso: l’interesse alla teoria dei grandi cicli solitamente ringiovaniva durante le fasi declinanti, negli anni 20-30 e negli anni 70 e 80, mentre nelle fasi crescenti, quando l’economia globale si sviluppa progressivamente e le fluttuazioni, concordemente alla teoria di Kondratiev, non sono molto profonde, l’interesse scompare.

Una Depressione prevista

Le previsioni di Nikolai Kondratiev furono pienamente confermate nel periodo della grande depressione che coincise con il punto più basso della fase declinante del terzo periodo. Una periodizzazione ulteriore è argomento di polemica. I ricercatori si dividono principalmente in due gruppi, applicando differenti approcci alla determinazione di cicli.

Il primo gruppo che basa le sue analisi principalmente sugli indici dell’economia reale—quantità della produzione, dinamica dell’impiego, attività di investimento e varie proporzioni strutturali—ritengono che la fase declinante del terzo ciclo terminò all’inizio della seconda guerra mondiale.

La fase crescente del quarto ciclo iniziò durante la guerra e continuò sino a metà degli anni 60. La crisi del dollaro Usa e il crollo sistema di Bretton Woods nel 1968-71 divenne il punto critico per la transizione alla fase declinante, che corrispose con la crisi petrolifera e la stagflazione degli anni 70. La “Reaganomics” negli Stati Uniti e la politica di Margaret Thatcher in Gran Bretagna segnarono la transizione al successivo quinto ciclo K, con la sua fase crescente che ha coperto la seconda metà degli anni 80 e gli anni 90.

Come al solito, alla fine della fase crescente, nella cosiddetta zona di saturazione, ci troviamo di fronte a fenomeni quali la diminuzione della percentuale di guadagno nel settore dell’economia reale e un imponente fuoriuscita di capitali verso la sfera della speculazione finanziaria che generò prima un surriscaldamento del mercato azionario (fine anni 90) e poi del mercato dei mutui (inizio anni 2000).

Il secondo gruppo di ricercatori, che si basa piuttosto sugli indici finanziari, cioè sulla dinamica del mercato azionario e sulla dinamica del tasso di guadagno sulle obbligazioni, estende la fase declinante del terzo ciclo per l’intero periodo della seconda guerra mondiale e la ricostruzione postbellica sino al 1949. In modo simile al primo gruppo, essi collocano il punto estremo della fase crescente a inizio anni 70, ma interpretano il declino di quel periodo come una “recessione primaria” seguita da un plateau che dura sino all’inizio del ventunesimo secolo. Essi indicano che un simile plateau è corrisposto agli andamenti crescenti del mercato azionario nei cicli precedenti, rispettivamente nel 1816-1835, 1864-1874, e 1921-1929. Il secondo gruppo di ricercatori stima la durata media di un ciclo in cinquant’anni, ma l’ultimo ciclo nella loro descrizione viene stranamente protratto oltre i sessant’anni.

Perciò, nonostante le significative differenze metodologiche degli approcci, entrambi i gruppi di analisti identificano negli anni 2000 l’inizio di un declino, cioè di una fase di depressione.

L’attuale crisi è all’inizio

Di fronte al declino ci aspettiamo un nuovo scoppio di interesse verso la teoria di Kondratiev. Nel frattempo i monetaristi liberali le cui idee hanno dominato la scienza economica negli ultimi 25 anni vengono screditate, i loro sforzi di interpretare l’attuale crisi come una fluttuazione temporanea nell’economia globale, rivela solo la loro ignoranza economica. L’esperienza dei precedenti cicli K indica che le misure tradizionali contro la crisi sono efficienti solo nella fase crescente del ciclo, nel periodo di fiorente crescita quando le recessioni sono leggere e transitorie sullo sfondo di uno sviluppo progressivo dell’economia globale.
Gerhard Mensch, uno scienziato che ha studiato simili processi durante la fase declinante degli anni 70, ha sottolineato che sotto le condizioni di deterioramento della congiuntura economica i metodi monetaristi per risolvere il problema sono inefficienti, dato che politiche restrittive del credito inevitabilmente colpiscono i prezzi al consumo, mentre politiche liberali pro-attive favoriscono operazioni di speculazione. E’ piuttosto naturale che l’approccio fortemente restrittivo scelto dalla Banca centrale europea risulti in una crescita dell’inflazione, sebbene cinque anni fa gli effetti della stessa politica risultarono opposti.

All’inizio della crisi l’inflazione in Europa non superava il 2%, ma ad oggi il potere d’acquisto è crollato, nonostante gli elevati livelli dei tassi di rifinanziamento introdotti dalla BCE. Nel frattempo la politica liberale, condotta sino a un periodo recente negli Stati Uniti, ha alimentato la speculazione sul mercato azionario e l’espansione di capitali fittizi (gonfiati), stimolando un incremento speculativo dei prezzi nei settori dei beni più commerciabili: mercato immobiliare, oro, petrolio e cibo. L’incremento dei prezzi non ha alcuna relazione con la quantità di produzione e con la saturazione della domanda.

Nonostante tutti gli sforzi intrapresi dal (l’ex) presidente della BCE Jean-Claude Trichet e dal presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, cambiamenti positivi non vengono raggiunti. L’economia globale deve passare attraverso un periodo di “ ricarica” sbarazzandosi del capitale sovraccumulato tramite una sua massiccia svalutazione nel processo di una inevitabile e lunga recessione. La svalutazione del capitale monetario probabilmente procederà attraverso una catena di crack finanziari, che daranno inizio al terzo default del dollaro Usa (come già avvenne negli anni 20-30 e negli anni 70). Perciò, l’economia globale verrà scossa molte volte, l’attuale crisi è solo un colpettino alla cravatta segno di eventi più grandi che arriveranno nei prossimi anni. L’economia globale probabilmente raggiungerà il suo punto più basso alla fine della fase declinante del quinto ciclo K, tra il 2012 e il 2015.

Il crollo del sistema finanziario Usa può avvenire uno o due anni in anticipo nel caso che il nuovo presidente Usa scelga un approccio dogmatico agli attuali problemi.

Titolo originale: “Nikolai Kondratiev’s “Long Wave”: The Mirror of the Global Economic Crisis
Alexander Aivazov e Andrei Kobyakov
rpmonitor.ru/ – mlnews

Box

I TRE CICLI ANALIZZATI

I. Fase crescente: dalla fine degli anni 80 del 1700, inizio anni 90, sino al 1810-1817.

Fase declinante: dal 1810-1817 al 1844-1851.

II. Fase crescente: dal 1844-1851 al 1870-1875.

Fase declinante: dal 1870-1875 al 1890-1896.

III. Fase crescente: dal 1890-1896 al 1914-1920.

La nuova ricerca (primo gruppo)

I ricercatori del primo gruppo sono convinti che i cicli si comprimono con l’intensificazione del progresso scientifico-tecnologico: dagli anni 40 la lunghezza di un ciclo si è ridotta da 50-55 a 40-45 anni. La continuazione della regolarità di Kondratiev risulta in questo modo:

Fase declinante del terzo ciclo: dal 1914-1920 (negli Stati Uniti dalla fine degli anni 20) al 1936-1940.

IV. Fase crescente: dal 1936-1940 al 1966-1971.

Fase declinante: dal 1966-1971 al 1980-1985.

V. Fase crescente: dal 1980-1985 al 2000-2007.

Fase declinante: dal 2000-2007 sino approssimativamente al 2015-2025 (previsione).

VI. Fase crescente: dal 2015-2025 al 2035-2045 (previsione).

In base al secondo gruppo di analisti, la regolarità di Kondratiev prosegue in questo modo:

Fase declinante del terzo ciclo: dal 1914-1920 al 1949.

IV. Fase crescente: dagli anni 50-70, con una “recessione primaria” sino al 1982, seguita da un plateau sino agli anni 2000.

Fase declinante a partire da inizio, metà degli anni 2000.

LE ONDE DI KONDRATIEV

Quando si parla di onde, in natura si pensa a quelle marine o a quelle elettromagnetiche, mentre in Borsa si pensa a quelle di Elliot.

Oggi però voglio parlarvi delle onde di Kondratiev, una teoria risalente agli anni ’20. L’argomento è in realtà d’estrema attualità, visto che è strettamente legato all’andamento dell’economia e dei mercati finanziari in generale, e a quello delle materie prime (o commodities) in particolare.

Nel 1925 l’economista russo Nikolai Kondratiev (1892-1938) osservò che lo sviluppo delle economie di mercato è caratterizzato da onde o supercicli, lunghi 50-60 anni, ognuna delle quali suddivisibile di quattro fasi: espansione, recessione, depressione e ripresa.

Negli anni Trenta del ‘900 l’austriaco Joseph Schumpeter (1883-1950) riconsiderò la teoria e scoprì che queste onde K corrispondono agli sviluppi dei cicli di innovazione. Sono le nuove tecnologie, quindi, che caratterizzano questi supercicli e che permettono la creazione di nuove industrie e attività, spesso in nuove localizzazioni divenute più vantaggiose. Il primo ciclo di Kondratiev (1770-1825; Rivoluzione industriale) corrisponde ai primi sviluppi in Gran Bretagna della siderurgia basata sul carbon fossile e dell’industria tessile basata sul vapore. Queste nuove tecnologie causarono la concentrazione dell’attività industriali, fino a quel momento frammentate e disseminate in un numero sterminato di piccole officine e laboratori, in grandi fabbriche localizzate sul carbone.

L’applicazione del vapore ai trasporti ferroviari e marittimi sostenne il secondo ciclo (1825-1880; Era del vapore e delle ferrovie) creando, sempre in Inghilterra, nuovi impianti industriali non solo sui bacini carboniferi, ma anche in centri come Crewe, Derby o Swindon.

Il terzo ciclo (1880-1930; Era dell’acciaio, dell’elettricità e dell’ingegneria pesante)sostenuto dall’invenzione dell’elettricità, del telegrafo, del telefono e del motore a scoppio, nonché dallo sviluppo dell’industria petrolchimica, interessò soprattutto gli Stati Uniti, la Germania e la Francia, con conseguente passaggio del primato industriale dalla Gran Bretagna all’Europa continentale ed agli Stati Uniti.

Il quarto ciclo (1930-1980; Era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa) sostenuto, oltre che dall’ulteriore sviluppo della petrolchimica, da industrie ad alta tecnologia come quella televisiva e hi-fi, aerospaziale, delle fibre sintetiche e dell’elettronica, ha interessato soprattutto gli Stati Uniti, la Germania e ancora il Regno Unito.

Oggi viviamo in un quinto ciclo innovativo (Era dell’informatica e delle telecomunicazioni) che sta dando vita ad un’economia dell’informazione, che sfrutta l’energia immateriale del cervello umano per la ricerca e lo sviluppo (R&S) in campi come servizi per l’industria, creazione di software, biotecnologia e robotica, ecc, e che in modo sempre più diretto tende a legare la costosa R&S all’industria finale e ai servizi. In queste nuove attività gli Stati Uniti hanno un temibile rivale nelGiappone.

La recessione degli anni Settanta fu il risultato congiunto dell’aumento dei prezzi del greggio e della transizione dal quarto al quinto ciclo, che qualcuno ha individuato anche nel concetto di società post-industriale. Infatti, nei Paesi più sviluppati l’industria ha progressivamente ceduto il passo ai servizi, anche a causa della forte concorrenza dei nuovi paesi industrilizzati (o NIC) e dei produttori emergenti del Terzo Mondo.

Veniamo ai nostri giorni. Si legge ovunque dell’interesse per le commodities, prima fra tutte il petrolio, ma si teme, al contempo, che la lunga ascesa delle quotazioni, che dura ormai da circa un quinquennio, possa riservare brutte sorprese. Ci sono però economisti e investitori, (come Marc Faber, Shane Oliver ed altri – fra i quali mi annovero, nel mio piccolo), che ritengono che l’attuale fase storica rialzista delle commodities sia solo all’inizio.

Se si condivide la teoria delle onde K, infatti, il superciclo attuale è ancora in una fase di espansione, caratterizzata da un incremento degli investimenti capitali, da nuove tecnologie e da nuovi mercati. In questo contesto la domanda di materie prime soprattutto da parte di NIC quali Cina e India è, non solo forte, ma ancora in costante aumento, a fronte di un’offerta contenuta, sia nello stock che nella dinamica di crescita.
Kondratiev non beneficiò mai delle sue analisi: nel 1930 venne arrestato con l’accusa di appartenere ad un partito politico illegale nella Russia staliniana e dopo 8 anni di carcere, fu giustiziato. Le sue idee, però, sopravvissero e potrebbero trovare ulteriore conferma fra 15-20 anni.

FONTE: Rinascita.eu

La spirale del debito pubblico

di: Beppe Grillo

Il debito pubblico italiano sfiora i 2.000 miliardi.Marcia al ritmo di 100 miliardi in più all’anno. Il 94% del debito è dello Stato, il 6% degli Enti locali. La leggenda che il debito sia dovuto all’aver vissuto sopra le nostre possibilità è falsa. Il debito pubblico non è cresciuto in questi anni per le troppe spese. Nel solo 2011 lo Stato ha avuto un avanzo primario di 16 miliardi, ma gli interessi, pari a 72 miliardi (nel 2012 saranno almeno 90 miliardi), hanno causato un deficit di 62 miliardi. E’ una macchina infernale.

Dal 1980 al 2011 le spese sono state inferiori al gettito fiscale per 484 miliardi (siamo stati quindi più che virtuosi), ma gli interessi sul debito di 2.141 miliardi, che abbiamo dovuto pagare nello stesso periodo, ci hanno impoverito. Negli ultimi vent’anni il PIL è cresciuto lentamente, mentre il debito è esploso. Il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato dal 98,5% del 1991 al 120% del 2011.

Chi sono i possessori del nostro debito? A chi paghiamo gli interessi che distruggono il bilancio dello Stato? Soltanto il 15% sono famiglie, il 40% sono soggetti esteri (di cui più del 50% in Francia e in Germania), il 19% fondi e assicurazioni, il 20% banche italiane e il 6% la Banca d’Italia (*). Il debito pubblico è trasformato regolarmente in oggetto di speculazione dai mercati. Quando gli Stati vendono nuovi titoli per restituire quelli in scadenza, i mercati usano la speculazione al ribasso per imporre tassi di interesse più alti. La tecnica dell’usuraio. Il debito diventa quindi una opportunità per massimizzare i guadagni dei mercati a spese delle comunità nazionali. Come conseguenza si aggravano le disparità sociali. L’11% delle famiglie italiane vive in povertà e il 7,6% è a rischio (**), dal 2008 al giugno del 2012 le famiglie italiane hanno subito un salasso di 330 miliardi di euro (***).

Se i poteri finanziari usano la speculazione per aumentare i loro guadagni e obbligano i governi al pagamento degli interessi al più alto tasso possibile, il risultato è la recessione degli Stati indebitati e la loro cessione di sovranità. La Grecia dopo tre anni di austerità è scesa da 180 miliardi a 150 di spesa per i consumi e la disoccupazione è salita da 200.000 a quasi un milione di persone (****). Nel lungo termine la recessione distrugge il Paese, ma il debito non diminuisce. Il mito della crescita che dovrebbe nel tempo ridurre il peso del debito si è dimostrata falsa. Nel 2012 In Italia ci sarà una diminuzione del PIL intorno al 3% e per il 2013 non è atteso nessun miglioramento. La globalizzazione sposta inesorabilmente la produzione nei Paesi dove il costo del lavoro è più basso. L’ambiente e un modello di crescita infinito non sono compatibili. Ogni europeo consuma in media 16 tonnellate di materiali all’anno che corrispondono a 51 se si aggiungono detriti e rifiuti dovuti alle catene produttive.

La spirale di debito crescente e gli interessi speculativi stanno disintegrando l’Italia insieme ad altri Stati europei. Ci sono alternative. Le stanno applicando alcuni Paesi del Sud America e l’Islanda. Il peso della crisi va distribuito tra creditori (in massima parte banche e istituti finanziari) e cittadini, va avviata una durissima lotta alla speculazione, valutato il congelamento degli interessi per alcuni anni, e analizzate le voci del debito per valutarne la legittimità di ognuna. Stiamo correndo contro un muro e ci dicono che non c’è alternativa. Il rischio è che si arrivi comunque al default con la svalutazione del debito e la Nazione impoverita e in ginocchio.

(*) dato marzo 2012

(**) Istat luglio 2012

(***) Il sole 24 ore luglio 2012

(****) elaborazione dati Ameco 2012

> L’articolo è tratto dal documento: “Debito pubblico – kit per la partecipazione di base” del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

Fonte: Blog di Beppe Grillo

Vola l’economia della morte

di: Manlio Dinucci

Oltre 50 milioni di persone, tra cui 17 milioni di bambini, in condizione di «insicurezza alimentare», ossia senza abbastanza cibo «per mancanza di denaro e altre risorse». I dati si riferiscono non a un paese povero dell’Africa subsahariana, ma al paese con la maggiore economia del mondo: gli Stati Uniti d’America. Lo documenta il Dipartimento Usa dell’agricoltura nel settembre 2012. Durante l’amministrazione Bush (2001-2008), i cittadini statunitensi senza cibo adeguato, costretti per sopravvivere a ricorrere ai food stamps (buoni cibo) e alle organizzazioni caritatevoli, sono aumentati da 33 a 49 milioni.

Durante l’amministrazione Obama sono saliti a oltre 50 milioni, equivalenti al 16,4% della popolazione, rispetto al 12,2% nel 2001. Tra questi, circa 17 milioni sono in condizione di «bassissima sicurezza alimentare», in altre parole alla fame.

Hanno però la soddisfazione di vivere in un paese la cui «sicurezza» è garantita da una spesa militare che – documenta il Sipri – è raddoppiata durante l’amministrazione Bush e, durante quella Obama, è salita dai 621 miliardi di dollari del 2008 a oltre 711 nel 2011. Al netto dell’inflazione (al valore costante del dollaro 2010), è cresciuta dell’80% dal 2001 al 2011. La spesa militare Usa, equivalente al 41% di quella mondiale, è in realtà più alta: comprese altre voci di carattere militare (tra cui 125 miliardi annui per i militari a riposo), ammonta a circa la metà di quella mondiale. In tal modo – si sottolinea nel Budget 2012 – il Pentagono può mantenere «forze militari pronte a concentrarsi sia nelle guerre attuali, sia nei potenziali futuri conflitti».

E, allo stesso tempo, può «investire in innovazione scientifica e tecnologica a lungo termine per assicurare che la Nazione abbia accesso ai migliori sistemi di difesa disponibili al mondo». A tal fine 100 miliardi di previsti risparmi vengono «reinvestiti in settori ad alta priorità», a partire dai droni: i velivoli senza pilota che, telecomandati a oltre 10mila km di distanza, colpiscono gli obiettivi con i loro missili. Qui la realtà supera la fantascienza hollywoodiana.

La Lockheed Martin sta sviluppando un nuovo drone per le forze speciali: per accrescerne l’autonomia, da terra viene usato un raggio laser che lo alimenta mentre è in volo. La Northrop Grumman è impegnata in un progetto ancora più avanzato: quello di droni che, alimentati da energia nucleare, restano in volo ininterrottamente non per giorni ma per mesi. Sempre la Northrop Grumman sta sviluppando un velivolo robotico per portaerei, lo X-47B, in grado, grazie alla memoria programmata, di decollare, effettuare la missione e atterrare autonomamente. Dati gli enormi costi di questi programmi, il Pentagono ha già redatto una lista di affidabili paesi alleati a cui vendere i nuovi droni per la guerra robotizzata. Sicuramente ai primi posti c’è l’Italia, che ha già acquistato dalla statunitense General Atomics l’ultimo modello di drone, il velivolo MQ-9A Predator B.

In futuro acquisterà anche il drone nucleare che, decollando sulla testa dei 50 milioni di cittadini Usa in condizione di «insicurezza alimentare», volteggerà su quella dei disoccupati italiani che occupano le fabbriche in via di chiusura.

IlManifesto.it

Gli squali dell’Emporio Ambrosetti

di: Alessandro Robecchi

I banchieri, gli imprenditori, i finanzieri, i geni dell’economia di mercato e gli altri guru del disastro riuniti al famoso Workshop Ambrosetti vorrebbero un governo Monti-bis. E’ come se la vasca dei pescecani dell’acquario di Genova votasse «Lo squalo» per la nomination all’Oscar. Ora, io non so cosa vende esattamente l’Emporio Ambrosetti elegantemente allestito a Cernobbio. Probabilmente vende previsioni macroeconomiche sul futuro del mondo. Una merce piuttosto deperibile, a giudicare dalle previsioni passate. Basta scorrere la rassegna stampa delle ultime edizioni per farsi quattro risate: «Imprenditori e banchieri: torna l’ottimismo», titolava il Corriere nel 2010. E Il Sole 24 Ore nel 2009: «Ritorno alla crescita tra due anni». E Tremonti nel 2008: «Lo sviluppo è anche il nucleare». E Il Messaggero nel 2010:

«Meno tasse per il rilancio». E Mario Monti nel 2008: «L’UE allargata è più sicura».

Insomma, ne avessero azzeccata una che è una, anche per sbaglio, anche per caso, per culo, per avventura o per la legge dei grandi numeri. Invece: niente. I giornali che seguono l’evento come se fosse una riunione di infallibili sciamani ebbri di peyote, continuano a registrare quelle previsioni come oro colato e a usare frasi come «Gotha dell’economia» e «Salotto buono della finanza». I nomi, più o meno, sono sempre quelli: i grandi banchieri sono sempre loro, gli illuminati imprenditori pure, gli astuti finanzieri sono sempre gli stessi, i geniali economisti anche, e al massimo può succedere che qualche banchiere si ripresenti in veste di ministro, o qualche professore coi i galloni di premier. Chissà, forse è all’Emporio Ambrosetti che si avvera il famoso miracolo italiano. Perché anche chi vive dando i numeri del Lotto ogni tanto è tenuto ad azzeccarne uno. Persino nelle tribù del Borneo lo sciamano viene cacciato dopo aver sbagliato troppi vaticinii. A Cernobbio no: tutti aspettano con ansia, annuendo, le nuove mirabolanti previsioni del «Gotha dell’economia». Fossimo sani di mente, dovremmo annuire anche noi. E poi fare esattamente il contrario.

IlManifesto.it

Clinton missionaria in Africa

di: Manlio Dinucci

Ha visitato nove paesi africani – Senegal, Uganda, Sud Sudan, Kenya, Malawi, Sudafrica, Nigeria, Ghana, Benin – benedicendo le platee con i suoi «God bless you», giurando che Washington ha quale unico scopo in Africa «rafforzare le istituzioni democratiche, promuovere la crescita economica, far avanzare la pace e la sicurezza». La segretaria di stato Hillary Clinton è dunque andata in Africa, in pieno agosto, per fare opere di bene. L’hanno accompagnata, nella nobile missione, gli executive delle maggiori multinazionali Usa. Affari sì, ma guidati da un principio etico che la Clinton ha così enunciato a Dakar: «Nel 21° secolo, deve finire il tempo in cui degli estranei vengono ad estrarre la ricchezza dell’Africa per se stessi, lasciando dietro di sé niente o molto poco».

La Clinton, si sa, è convinta sostenitrice del commercio equo e solidale. Come quello praticato in Nigeria, la cui industria petrolifera è dominata dalle compagnie Usa, che si portano a casa metà del greggio estratto per oltre 30 miliardi di dollari annui. Una colossale fonte di ricchezza per le multinazionali e per l’élite nigeriana al potere, di cui poco o niente resta alla popolazione. Secondo la Banca mondiale, oltre la metà dei nigeriani si trova sotto la soglia di povertà e la durata media della vita è di appena 51 anni. L’inquinamento petrolifero, provocato dalla Shell, ha devastato il delta del Niger: per decontaminarlo, valuta un rapporto Onu, ci vorrebbero almeno 25 anni e miliardi di dollari. Lo stesso si prepara per il Sud Sudan, dove, dopo la scissione dal resto del paese sostenuta dagli Usa, si concentra il 75% delle riserve petrolifere sudanesi, cui si aggiungono preziose materie prime e vaste terre coltivabili. La compagnia texana Nile Trading and Development, presieduta dall’ex ambasciatore E. Douglas, si è accaparrata, con una elemosina di 25mila dollari, 400mila ettari della migliore terra con diritto di sfruttarne le risorse (anche forestali) per 49 anni. L’accaparramento di terre fertili in Africa, espropriate alle popolazioni, è divenuto un lucroso business finanziario, gestito dalla Goldman Sachs e la JP Morgan, su cui speculano con i loro fondi anche la Harvard e altre prestigiose università statunitensi. La strategia economica Usa incontra però in Africa un formidabile ostacolo: la Cina, che a condizioni vantaggiose costruisce per i paesi africani porti e aeroporti, strade e ferrovie. Per superarlo, Washington getta sul tavolo l’asso pigliatutto: il Comando Africa, che «protegge e difende gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati uniti, rafforzando le capacità di difesa degli stati africani». In altre parole, facendo leva sulle élite militari (che il Pentagono cerca di reclutare offrendo loro formazione, armi e dollari) per portare più paesi possibili nell’orbita di Washington. Quando non riesce, l’Africom «conduce operazioni militari per fornire un ambiente di sicurezza adatto al buon governo». Come l’operazione Odyssey Dawn, lanciata dall’Africom nel marzo 2011: l’inizio della guerra per rovesciare il governo della Libia (il paese africano con le maggiori riserve petrolifere) e soffocare gli organismi finanziari dell’Unione africana, nati soprattutto grazie agli investimenti libici. Così ora, in Libia, c’è un «buon governo» agli ordini di Washington.

IlManifesto.it

I have a dream: il crollo Usa

di: Manlio Dinucci

Finalmente – dopo essere stati per oltre due secoli vittime di guerre, invasioni e colpi di stato da parte degli Stati uniti – i popoli di Asia, Africa e America latina hanno deciso che è ora di farla finita. L’idea geniale è stata quella di adottare gli stessi metodi di Washington, finalizzati però a una giusta causa. È stato costituito un Gruppo di azione per gli Stati uniti che, attraverso riunioni di esperti, ha elaborato il piano, denominato «strategia del Grande Occidente». L’intervento è stato così motivato: negli Usa, è al potere da oltre due secoli lo stesso Presidente che, impersonificandosi di volta in volta in un uomo politico repubblicano o democratico, rappresenta gli stessi interessi dell’élite dominante. La Comunità internazionale deve quindi agire per porre fine a questo regime dittatoriale. Preparandosi a deporre il presidente Obama, una commissione di dissidenti ha scritto una nuova Costituzione degli Stati uniti d’America, che garantisce una reale democrazia all’interno e una politica estera rispettosa dei diritti degli altri popoli. Contemporaneamente (con la consulenza di esperti cubani, iracheni e libici) il Gruppo di azione ha imposto un ferreo embargo agli Stati uniti, congelando tutti i capitali statunitensi e chiudendo tutte le attività delle multinazionali Usa all’estero, compresi i fast food McDonald’s e i distributori di Coca-Cola. In seguito al blocco delle speculazioni finanziarie e dello sfruttamento della manodopera e delle materie prime di Asia, Africa e America latina, Wall Street è crollata e l’economia statunitense è sprofondata nella crisi. Il Messico è stato costretto a erigere una barriera metallica lungo il confine, sorvegliata da veicoli ed elicotteri armati, per impedire che clandestini statunitensi entrino nel suo territorio alla ricerca di lavoro.

A tali misure si sono unite quelle militari, per colpire all’interno secondo la strategia della «guerra non-convenzionale». In America latina sono stati costituiti campi militari, in cui vengono addestrati e armati ribelli statunitensi: soprattutto nativi americani, discendenti delle popolazioni sterminate dai colonizzatori, e afroamericani, discendenti degli schiavi sul cui sfruttamento (anche dopo l’abolizione della schiavitù) le élite dominanti hanno costruito colossali fortune. Sotto la bandiera del «Libero esercito americano», i ribelli rientrano negli Stati uniti. Vengono allo stesso tempo infiltrate forze speciali africane, latino-americane e asiatiche, i cui commandos (scelti tra quelli che hanno padronanza della lingua) possono essere scambiati per ribelli statunitensi. Sono dotati di sofisticati armamenti e sistemi di comunicazione, che permettono loro di effettuare micidiali attacchi e sabotaggi. Dispongono inoltre di grosse quantità di dollari per corrompere funzionari e militari. Poiché lo zoccolo duro del Presidente, formato dai capi del Pentagono e dell’apparato militare-industriale, continua a combattere, il Gruppo di azione ha redatto una «kill list» degli elementi più pericolosi, che vengono eliminati da agenti segreti o da droni killer. Già infuria la battaglia nelle strade di Washington e si dice che il presidente Obama stia per fuggire. Sempre più preoccupate Londra e Parigi, che sanno di essere i prossimi obiettivi della strategia del Grande Occidente.

IlManifesto.it

Il vertice di Bruxelles

di Rodolfo Ricci

Dentro e fuori dall’ortodossia neoliberista, ma sempre rigorosamente contro il lavoro e per lo smantellamento dello stato sociale

Secondo la ricostruzione de l’Unità, gli esiti del compromesso raggiunto ieri al vertice decisivo di Bruxelles sarebbero riassumibili come segue: ” L’accordo prevede che i paesi ‘virtuosi’ sotto la pressione di spread ‘eccessivì possano usufruire dell’acquisto di una parte dei loro titoli di Stato da parte dei fondi di salvataggio dell’Eurozona (l’Efsf e il suo successore permanente, l’Esm), senza per questo doversi sottoporre a condizioni aggiuntive rispetto agli impegni già presi con la Commissione e l’Eurogruppo nell’ambito delle cosiddette raccomandazioni ‘country specific’, che applicano il ‘Semestre europeo’, il Patto di stabilità e la ‘procedura sugli squilibri macroeconomici. In sostanza, il paese interessato dovrà comunque fare una richiesta formale di attivazione dell’intervento del Fondo di salvataggio, e sottoscrivere un ‘Memorandum of understanding’ (‘Protocollo d’intesa’) con la Commissione europea. Su questo punto Monti non ha ottenuto quello che voleva (l’attivazione automatica dell’intervento quando gli spread superassero una determinata soglia).

I vari mezzi di comunicazione mainstream stanno accoppiando il risultato raggiunto (attribuito in gran parte a Mario Monti e sostenuto da Spagna e Francia), ad una sorta di semi ritirata dell’area tedesca dal fronte del rigore e dell’austerità e soprattutto di rifiuto di solidarietà nella condivisione dei debiti dei Piigs.

Questo serve a convincere l’opinione pubblica nazionale della validità dell’impostazione montiana e di conseguenza tende a rafforzare l’attuale quadro politico, nelle ultime settimane piuttosto vacillante.

Ma qual è in effetti, il nucleo del contendere, o del conteso ?

Il meccanismo ideato da Monti per ridurre la forbice dello spread sui titoli del debito pubblico tra paesi del nord e del sud Europa è così impostato: I paesi virtuosi, cioè quelli che adottano, come l’Italia montiana, politiche di rigore, di contenimento del deficit, di riduzione del debito, di tagli alla spesa ritenuta improduttiva (leggi spesa sociale, pubblica e welfare), insomma dell’armamentario delle politiche di riaggiustamento strutturale, non possono essere lasciati soli di fronte ai movimenti di attacco speculativo lanciati dai mercati. Di fronte a tali attacchi, è necessario che essi siano protetti da un meccanismo semi automatico (su cui ci sarà la prossima complessa negoziazione, perché Merkel chiede una verifica esterna da parte della Troika, mentre Italiani, Spagnoli e Francesi, ritengono che sia sufficiente l’approntamento delle misure indicate da BCE, FMI e Commissione).

Sembra di assistere ad una tenzone tutta ideologica, giocata all’interno della dogmatica del pensiero neoliberista: come la Germania si fa forte dell’aver applicato prima e meglio degli anglosassoni, i principi del pensiero unico neoliberista inventato dagli anglosassoni, così Monti, si fa forte dell’aver fatto bene i compiti a casa (controriforma delle pensioni, del mercato del lavoro, spending review, lancio del mega programma di privatizzazioni). Di qui la richiesta pressante di andare a Bruxelles con in tasca la fiducia parlamentare sulla legge Fornero, ministro che ritiene che il lavoro non sia un diritto, ma una cosa da conquistare a prezzo di sacrifici; opinione anticostituzionale che può ben essere abbinata alla valutazione di Marchionne secondo il quale, la sentenza di riassunzione degli operai di Pomigliano iscritti alla Fiom sia niente di più che una manifestazione folkloristica della giustizia italiana.

Di fronte a misure che la stessa Merkel ed Obama avevano aggettivato come “impressionanti”, (misure adottate dall’Italia e analogamente da Spagna e Grecia), non è possibile che questi paesi vengano poi lasciati alla cinica sorte dei mercati, dal momento che stanno eseguendo –  si ritiene – proprio ciò che i mercati richiedono.

Allo stesso tempo, le ragioni addotte da Monti e la loro accettazione a livello comunitario, pone una duratura ipoteca sulle future politiche che l’Italia e gli altri paesi, dovranno continuare ad applicare nel futuro prossimo e a medio-lungo termine, poiché, se il gioco funziona, a prescindere dall’orientamento dei governi che si succederanno al vertice dei singoli paesi, se essi non vogliono perire di spread, dovranno adottare con continuità le disposizioni dei centri del neoliberismo globale.

Ciò che in molti cercano di far passare come una sorta di parziale liberazione dalle rigidità tedesche, si traduce, come si vede, in una ulteriore, sottile e duratura camicia di forza, in grado di determinare senza via d’uscita alternativa, il futuro politico dei singoli paesi. E’ anche per questo che la Merkel ha avuto difficoltà a contestarne la validità dogmatica e ha abbozzato.

Il problema di Merkel è che in questo modo viene introdotto un meccanismo seppure parziale di trasferimento delle difficoltà dei singoli paesi anche a quelli dell’area tedesca, nel caso in cui i paesi viziosi applicando le ricette che proprio i tedeschi e la Merkel ritengono valide, quindi diventando virtuosi, non riscontrino gradimento sufficiente nella valutazione dei mercati (i quali in realtà sembrano valutare in questi ultimi mesi le mancate condizioni di crescita piuttosto che la situazione debitoria in sé).

Allo stesso tempo, stiamo assistendo ad una prima importante crepa nella valutazione, pressoché unanime, che i mercati siano i decisori e i giudici finali della solidità finanziaria dei singoli paesi: l’intervento dell’Efsf e a regime dell’ESM sugli spread ritenuti eccessivi (ma ancora non si sa quale sarà la percentuale di soglia che farà scattare l’intervento) tende a ridurre la potenza giudicante dei mercati, quindi può essere intesa come una irruzione della politica dentro i “liberi”meccanismi di mercato, ritenuti, con la scelta fatta, non adeguati a decidere da soli se i singoli paesi siano o meno sulla retta via.

Si assiste in un certo senso ad una battaglia giocata tutta dentro la scolastica neoliberista, che utilizza, ma allo stesso tempo contraddice, i principi dell’ideologia del pensiero unico, trasferendo gli elementi di debolezza che gli sono insiti, su un piano di potere normativo e coercitivo: una nuova dittatura.

Ciò che se ne può dedurre è che sono certamente in atto dinamiche più di natura geopolitica tra i singoli paesi e tra aree continentali, piuttosto che i miraggi di inversioni di tendenza che qualcuno si arrischia a intravvedere: resta infatti ferma e intoccabile la politica di aggressione al welfare e al sociale come strumento di finanziamento del rientro dei deficit e del debito come previsto dall’Euro Plus, dal Six Pact e dal Fiscal Compact, coi suoi corollari di pareggio di bilancio in costituzione e di ratifiche dei vari parlamenti in oltraggio alle rispettive costituzioni, che si traduce in un trasferimento definitivo di sovranità e di annullamento dei processi democratici, dovunque queste misure saranno assunte; le determinazioni prese ieri a Bruxelles rafforzano quindi l’attacco concentrico alle rispettive classi medie e subalterne dell’intero continente; allo stesso tempo, la lettura geopolitica, serve a comprendere che è in atto il tentativo di ricostruire un equilibrio tra le varie borghesie nazionali (finanziarie e multinazionali) che, per sostenere il processo descritto ed in cambio di ciò, non possono né intendono correre il rischio di vedersi ridotte ai minimi termini rispetto a quelle del paese guida (la Germania) , anche perché, se ciò accadesse, verrebbe meno il loro potere di controllo sui rispettivi paesi, già considerevolmente intaccato.

E’ dunque questa l’operazione tutta politica realizzata in concomitanza con la semifinale Italia-Germania del 28 giugno 2012, vinta da Mario Balotelli-Monti, secondo la vulgata massmediatica odierna, a spese delle rispettive classi lavoratrici e produttive che, ovviamente, hanno già e dovranno in futuro continuare a finanziare il servizio sul debito consolidato, oltre a Efsf ed Esm, con successivi salassi sui redditi reali.

Ciò che non viene minimamente intaccato resta infatti il principio fondamentale che i paesi dell’Eurozona debbano approvvigionarsi esclusivamente sui mercati internazionali ai quali, o direttamente o indirettamente, continueranno ad affluire fiumi di interessi, con una banca non sovrana (la BCE), che fa da garante sistemica. Difficile dire se il gioco reggerà, anche se un altro solido paletto costituente sembra essere stato poggiato.

Per quanto ci riguarda, le prossime mosse che la politica nostrana sarà chiamata a ratificare per restare tra i virtuosi, riguarderanno la spesa sanitaria e la generale riduzione della funzione pubblica, a cui farà seguito, prima che la legislatura si interrompa, il superpiano di dismissioni che cancellerà ogni residua ambizione di sovranità nazionale.

Alla luce di queste imminenti ulteriori catastrofi, l’unità di un fronte antiliberista nei diversi paesi dovrebbe essere l’unico obiettivo sensato su cui impegnarsi.

Fonte: SinistraInRete

False democrazie a confronto: Il caso greco e quello francese

di: Sebastiano Caputo & Lorenzo Vitelli

Il caso greco: 

17 giugno. La vittoria delle elezioni legislative in Grecia è assegnata al partito Nea Dimokratia (29,66%), partito liberalconservatore. Il suo leader Antonis Samaras, raggiunto l’accordo con il Pasok e il centro sinistra del Dimar, ha allestito il nuovo governo. Ma la sfida che si prospetta è difficile: risanare l’economia per ridare fiducia ai mercati, trovare un compromesso – non troppo scomodo per l’Ue – con le misure di austerity europee.

Ma questo non era quello che volevano i greci. Se guardiamo a queste elezioni lucidamente, con un sguardo che si proietti dall’alto, non possiamo che trarne una conclusione negativa. Il Pasok, movimento socialista pan ellenico, partito in vita dal 1981, è stato, sotto la presidenza di Papandreou, al centro della crisi del 2008 e del disastro della falsificazione dei bilanci di governo. Pur deludendo, finalmente, a queste elezioni, è riuscito ad attingere il 12,28% dei consensi, anche se parlare di consensi sembra difficile. Questo partito rimane nell’ottica europea, credendo ancora, assieme a Nea Dimokratia, in un possibile salvataggio in extremis della Grecia all’interno dell’Ue. Entrambi questi due partiti appoggiano le misure della Troika, credendo fermamente alle manovre della Commissione, e sommati, hanno raggiunto il 41,94% dei voti.

Come spiegarsi che, dopo mesi di misure di austerità, dopo il rigore merkeliano addossato sulle spalle di un popolo tradito dalla propria classe dirigente, dopo i bambini svenuti sui banchi di scuola per la malnutrizione, dopo gli accordi tra Stato ed imprese di distribuzione energetica per tagliare luce e gas a chi non pagava le tasse, i cittadini cadessero ancora nella trappola? Molti hanno pensato che in Grecia non si doveva stare poi così male da tirarsi indietro, altri dicono che la paura di rimettere in causa un sistema come l’Ue sarebbe stato un azzardo. E adesso l’Unione Europea e la Merkel – che finalmente è lei ad aver vinto le elezioni greche – danno per guarita la carcassa europea, una carcassa che il voto ellenico ha risanato, sia al suo interno, sia esternamente, grazie al vento di fiducia che respireranno i mercati.

Ma la situazione è diversa, e, dall’altro lato Syriza (26,89%), Alba Dorata (6,92%), i Greci Indipendenti (7,51%) e il Partito Comunista (4,50%), formano un’ala del parlamento che raggiunge il 45,82% dei consensi. Poco più del 45% dei votanti ha espresso la sua opposizione, attraverso questi partiti, nei confronti della Troika, del sistema euro, delle politiche di austerità, della dittatura economica della Germania, ma ancora una volta la legge elettorale ha assegnato un bonus di 50 parlamentari al primo partito, Nea Dimokratia, tradendo così, nuovamente, le speranze di un popolo martoriato. Senza contare l’astensionismo, superiore al 30% dei possibili votanti, disillusi dal potere che il voto “democratico” può assegnare loro, il popolo greco ha così espresso il suo sdegno. L’Europa e le sue democrazie, dunque, ancora una volta e più di prima, vengono rimesse in causa dai loro popoli.

Il caso francese: 

Un mese esatto dopo le elezioni presidenziali francesi, si concludono anche quelle legislative. Stessi risultati, stesse sorprese, ma rimangono tanti dubbi sulla legittimità della nuova Assemblea Nazionale. Perché come vuole la ripartizione dei seggi su base maggioritaria, per l’ennesima volta in quarant’anni di Quinta Repubblica, saranno la sinistra – il partito socialista – e la destra – l’Unione per un Movimento Popolare – a spartirsi i 577 seggi in palio al Palais Bourbon. Con qualche differenza però, poiché rispetto agli altri anni, di voci fuori dal coro ce ne sarà più di una. La notizia principalmente sbandierata dai media omologati è che stando ai dati ufficiali pubblicati ieri dal ministero dell’Interno per la Francia metropolitana e territori d’Oltremare, dopo 17 anni di governatorato di centro-destra, François Hollande, eletto con il 52 per cento dei consensi alle presidenziali contro Nicolas Sarkozy, si è imposto erede indiscusso del mitterandismo portando il Partito Socialista e i suoi alleati (il Front de Gauche, i Verdi e indipendenti) al Parlamento con una maggioranza assoluta, vale a dire 343 seggi. Mentre il raggruppamento di destra – composto dall’Unione per un Movimento Popolare e i partiti satelliti di centro – si è affermato seconda forza del Paese, conquistando 229 poltrone.

La contro-notizia è che nonostante l’ostracismo – mediatico e istituzionale -, gli uomini e i partiti fuori dallo status quo politico che vige in Francia – da quando Charles De Gaulle lasciò il potere -, sono riusciti, per la prima volta, a raccogliere almeno le briciole di un sistema maggioritario che ha lasciato fuori dall’Assemblea Nazionale milioni di francesi. Un sistema maggioritario lontano dall’equità e dalla rappresentatività reale, perché oltre al fatto di far incrementare il numero di astenuti (durante queste elezioni legislative è stato pari al 43,7 per cento!), imponendo all’elettore di scegliere tra i due grandi partiti del Paese (“tra la peste e il colera”), non ha permesso al Fronte Nazionale di Marine Le Pen – il quale aveva ottenuto il 18 per cento dei consensi un mese fa alle presidenziali – e ad altri partiti minori di avere una rappresentanza parlamentate proporzionale al numero di elettori.

Nonostante alle presidenziali un francese su cinque abbia votato Front National, le elezioni di ieri hanno sancito il ritorno del partito al Parlamento, ma con soli 3 deputati (per 6,5 milioni di frontisti!). La leader del Fn è stata sconfitta nella circoscrizione di Hénin-Beaumont con il 49,89 per cento dei voti – risultato per il quale è già stato presentato un ricorso perché la Le Pen sarebbe stata distaccata dalla socialista di soli 116 voti -, mentre la nipote di Jean-Marie Le Pen, la 22enne Marion Maréchal-Le Pen (figlia della sorella di Marine e da oggi la più giovane paramentare di tutti i tempi in Francia) è stata eletta e come lei anche l’ex socialista Gilbert Collard e il presidente della Ligue du Sud, Jacques Bompard. Queste voci sono in estrema minoranza, tuttavia potrebbero proporre una riforma elettorale che instauri un sistema proporzionale invece dell’attuale maggioritario. Una legge che, finalmente, ridia al popolo il mezzo più forte per esercitare il potere: il voto. Ma il bilancio di queste elezioni rimane catastrofico, perché a perdere è la democrazia stessa: ci sono troppi astenuti come ci sono troppi elettori tenuti fuori dalle mura del Palais Bourbon, in un Paese, la Francia, che i benpensanti amano chiamare “la terre de la liberté, de l’égalité et de la fraternité”.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

Rothschild-Rockefeller matrimonio d’interesse

di: Maurizio Molinari - CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Alleanza transatlantica fra le più potenti dinastie di banchieri

I banchieri d’Europa, finanziatori di Papi e imperatori, si alleano con la dinastia più ricca e rispettata di Wall Street con un patto di entità segreta il cui intento è rigenerare la vitalità della finanza transatlantica aggredita dalle crisi e sfidata dai nuovi rivali emergenti sui mercati di Asia e Russia.

L’intesa fra Lord Jacob Rothschild, 76 anni, e David Rockefeller, che ne ha venti di più, segna un momento di fine e al tempo stesso di inizio della finanza occidentale come oggi noi la conosciamo. Ciò che termina è la parabola parallela di due imperi riusciti a crescere e fiorire nei rispettivi mondi senza mai scontrarsi. La casata degli «Scudi Rossi» (Rothschild) di Francoforte sul Meno si origina nel 1744 da Mayer Amschel, cambiavalute ebreo del principe d’Assia, per diventare durante le guerre napoleoniche indispensabile allo sforzo bellico che consente al Duca di Wellington di vincere a Waterloo per poi conquistare titoli nobiliari e fortune nell’Impero d’Austria come nel Regno Unito, arrivando a finanziare imprese dall’apertura del Canale di Suez alla creazione della Rhodesia.

Mentre il ramo francese della famiglia inaugura ferrovie e miniere destinate a trasformare l’Esagono in una moderna potenza industriale, con la ramificazione italiana che all’inizio del XIX secolo passa per Napoli da dove i Rothschild costruiscono un solido rapporto con il Vaticano fino al punto da essere definiti dall’Enciclopedia Judaica come i «guardiani dei tesori del Pontefice» Gregorio XVI.

Sopravvissuti alle tempeste del Novecento grazie ad un profilo meno vistoso, i Rothschild dal 1980 sono guidati da Lord Jacob, il IV barone, il cui trust nel 2008 vantava proprietà per 3,4 miliardi di dollari riuscite a sopravvivere alla tempesta finanziaria degli ultimi anni grazie «a scelte manageriali molto conservatrici» come lui stesso ha spesso ripetuto a partire dal 2010. La cassaforte di Lord Jacob è la RIT Capital Partner, di base a Londra, che ora acquista il 37 per cento dei Rockefeller Financial Services ovvero la nave ammiraglia della corazzata di Wall Street guidata da David Rockefeller, dotata di un portafoglio stimato in almeno 34 miliardi di dollari.

Sin dalla fondazione nel 1882 da parte di John D.Rockefeller, capo della dinastia, la Financial Services ha accompagnato genesi e trasformazioni della potenza economica americana, dagli iniziali investimenti industriali in petrolio, acciaio e carbone allo sviluppo delle ferrovie fino al debutto della moderna finanza, simboleggiata dal complesso di 16 edifici del Rockefeller Center costruiti nel bel mezzo di Manhattan. Al momento della morte il patriarca John era considerato l’uomo più ricco d’America. Fra i suoi cinque figli è stato David a esserne l’erede nella gestione di un immenso patrimonio che lo ha portato, fra l’altro, a diventare presidente e quindi principale azionista della banca JP Morgan Chase. È stato proprio David Rockefeller nel 2011 a introdurre Lord Rothschild, che conosce da oltre 50 anni e con cui condivide la passione per la filantropia, al proprio Ceo americano, Reuben Jeffrey.

Da questo colloquio hanno avuto inizio i contatti prima esplorativi, poi divenuti sempre più concreti, che hanno portato ad un acquisto di quote dei Financial Services per un valore destinato a rimanere coperto dal più assoluto segreto, nel rispetto di una tradizione di riservatezza che la vecchia finanza europea condivide con gli «Old Money» di Wall Street.

Ci possono essere tuttavia ben pochi dubbi sul fatto che l’investimento guidato dalla banca franco-svizzera Edmond de Rothschild Group, di cui il Financial Times per primo ha dato notizia, miri a consolidare le fondamenta industriali di un gigante finanziario euro-americano che si presenta come la più importante roccaforte transatlantica su un mercato globale dove i protagonisti più aggressivi sono i banchieri delle economie emergenti, dalla Russia a Cina e India, intenzionati a sfruttare il momento favorevole per insediarsi a Parigi, Francoforte, Londra e New York. Ovvero, le piazze finanziarie dell’Occidente che Lord Jacob e David Rockefeller hanno contribuito a creare.

LaStampa.it

La formula Krugman per uscire dalla crisi. “Insegnanti e welfare contro la depressione”

di: Federico Rampini

Intervista al premio Nobel diventato un “guru” per la nuova sinistra americana. “I governi devono spendere di più”, come nel New Deal. C’è chi lo vede già prossimo segretario al Tesoro Usa, se Obama sarà rieletto. Ma lui dice: “Mi basta fare il castigatore delle idee sbagliate”

NEW YORK - “Calma, calma, sono solo un economista”. Paul Krugman è divertito, un po’ imbarazzato, ma anche abituato: una sua apparizione in pubblico a New York suscita le ovazioni e urla di approvazione degne di una rockstar.

La scena si ripete quando sale sul placoscenico del centro culturale 92Y sulla Lexington Avenue per discutere il suo nuovo libro. Ressa da stadio, folla in delirio.

In fondo il tifo popolare se l’è meritato, questo premio Nobel dell’economia trasformatosi in opinionista del New York Times (e Repubblica), censore dei tecnocrati dell’eurozona, keynesiano a oltranza, guru della nuova sinistra americana. Si è conquistato questa “base di massa” perché osa spingersi dove altri non vanno.

Il suo blog è uno strumento di battaglia politica contro l’egemonia culturale della destra. Il suo nuovo libro, nell’edizione americana promette o intima “Fuori da questa depressione, subito!”. Depressione?

Addirittura? L’editore italiano Garzanti, che lo pubblica a fine mese, non se l’è sentita di usare un termine che evoca gli anni Trenta, le code dei disoccupati alle mense dei poveri, il nazifascismo. E così il titolo italiano suona un po’ più tradizionale: “Fuori da questa crisi, adesso”.

Perché Krugman non esita invece a usare un termine ben più drammatico? “Quella che attraversiamo  -  risponde  -  la chiamo la Depressione Minore, per distinguerla dagli anni Trenta. La differenza è meno sostanziale di quanto si creda. Anche allora ci fu una prima recessione, poi una ripresa inadeguata, poi la ricaduta. I tassi di disoccupazione reali di cui soffriamo non sono tanto inferiori a quelli di allora. E se guardiamo al numero di disoccupati a lungo termine, che qui in America restano oltre i 4 milioni, siamo proprio a livelli da anni Trenta”.

Il messaggio che questo libro martella con insistenza è che il male va combattuto, oggi come allora, con un deciso intervento statale. “Abbiamo bisogno che i nostri governi spendano di più, non di meno  -  sintetizza il 59enne docente alla Princeton University  -  perché quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione. Assumere insegnanti. Costruire infrastrutture. Fare quello che fu fatto con la seconda guerra mondiale, possibilmente scegliendo spese utili”.

Quell’avverbio “subito” che tuona nel titolo del suo libro, Krugman lo esplicita senza esitazioni: se l’Occidente applicasse la ricetta giusta, potremmo essere fuori da questa crisi in 18 mesi. Un anno e mezzo! Attenzione: questa non è una promessa da comizio elettorale. Il bello di Krugman, quello che ti affascina nel personaggio, è l’impegno con cui tiene insieme il suo “ruolo pubblico”, di opinionista schierato e aggressivo, con il rigore scientifico del teorico che macina grafici e statistiche come un computer. Capace di passare dall’uno all’altro in pochi istanti, per rispondere all’obiezione politica principale: la sua ricetta oggi appare inascoltata, inapplicabile, impraticabile, perché siamo terrorizzati dal livello del debito pubblico.

Non è solo un problema europeo. Anche qui negli Stati Uniti 15.300 miliardi di dollari di debiti, quasi il 100% del Pil, sembrano un ostacolo insormontabile per la sua terapia keynesiana. “Falso, falso  -  risponde secco  -  anzitutto dal punto di vista storico. In passato gli Stati Uniti ebbero un debito ancora superiore, durante le seconda guerra mondiale; la Gran Bretagna per quasi un secolo. Il Giappone ha tuttora un debito statale molto più elevato in percentuale del suo Pil eppure paga interessi dello 0,9% sui suoi buoni del Tesoro.

Quindi non esistono soglie di insostenibilità come quelle che ci vengono propagandate. Inoltre è dimostrato, e lo vediamo accadere sotto i nostri occhi, che in tempi di depressione le politiche di austerity aggravano il problema: accentuano la recessione, di conseguenza cade il gettito fiscale, così in seguito ai tagli il debito aumenta anziché diminuire”.

Resta però il problema politico, e non solo in Europa dove c’è un ostacolo che si chiama Angela Merkel. Anche qui, Barack Obama non ha osato sfidare i repubblicani con una seconda manovra di spesa pubblica anti-crisi. “Anzitutto perché all’inizio Obama sottovalutò la gravità di questa crisi  -  risponde Krugman  -  mentre adesso sta cambiando posizione. Il fatto è che a lui conviene battersi fino in fondo per le sue idee, tenere duro, non cercare compromessi. Se Obama vince a novembre, io credo che governerà meglio nel suo secondo mandato”.

Un’altra obiezione frequente alla sua ricetta keynesiana, riguarda la qualità, l’efficacia, la rapidità della spesa pubblica.

La macchina burocratica è spesso inefficiente, non solo nell’Europa mediterranea ma anche qui negli Stati Uniti. Krugman ha una risposta anche a questo. “La prima cosa da fare  -  spiega  -  è cancellare l’effetto distruttivo dei tagli di spesa. Per esempio, qui negli Stati Uniti, bisogna cominciare col ri-assumere le migliaia di insegnanti licenziati a livello locale. Queste sono manovre di spesa dagli effetti istantanei. In Europa, la manovra equivalente è restituire le prestazioni del Welfare State che sono state ingiustamente tagliate”.

Veniamo dunque al malato più grave del momento: l’eurozona. A questo paziente in coma, Krugman sta dedicando un’attenzione smisurata. Spesso i suoi editoriali sul New York Times sono duri attacchi all’austerity d’impronta germanica, appelli ai dirigenti europei perché rinsaviscano prima che sia troppo tardi. “Guardate cos’è accaduto all’Irlanda  -  dice  -  cioè a un paese che si può considerare l’allievo modello, il più virtuoso nell’applicare le ricette dell’austerity volute dal governo tedesco. L’Irlanda ha avuto una finta ripresa e poi è ricaduta nella recessione. All’estremo opposto ci sono quei paesi asiatici, dalla Cina alla Corea del Sud, che hanno manovrato con energia le leve della spesa pubblica, e così hanno evitato la crisi”.

Krugman considera probabile l’uscita della Grecia dall’euro, ma lo preoccupa di più il “dopo”. Denuncia il rischio di un “effetto-domino, se la Germania non cambia strada”. Avverte che le conseguenze di una disintegrazione dell’Unione “sarebbero perfino più gravi sul piano politico che su quello economico”. I suoi modelli, oltre ai paesi asiatici, sono la Svezia e perfino la piccola Islanda: “Perché dopo la bancarotta ha avuto il coraggio di cancellare tutti i propri debiti con le banche, negare i rimborsi, ed è ripartita dopo una svalutazione massiccia”.

Uno schiaffo nei confronti della finanza globale, che il premio Nobel considera legittimo e benefico (per l’Islanda). E su questo conclude toccando una questione scottante: perché anche la sinistra quando va al potere diventa succube dei banchieri? Perché Obama all’inizio del suo primo mandato nominò così tanti consiglieri legati a Wall Street? La risposta di Krugman è fulminante: “Perché danno la sensazione di sapere. Sono davvero impressionanti, quelli di Wall Street: danno a intendere di capirne qualcosa, anche dopo avere distrutto il mondo, o quasi”.

Qualcuno già punta su Krugman come prossimo segretario al Tesoro, se Obama viene rieletto a novembre. “Si vede che non hanno mai visto il caos che regna sulla mia scrivania e nel mio ufficio”, scherza l’economista più influente e controverso d’America. Poi chiude: “A me piace il mio ruolo attuale, che definirei così: il castigatore delle idee sbagliate”.

LaRepubblica.it

Stracciamo i Trattati Ue,riprendiamoci la libertà

di: Luciano Del Vecchio

E’ l’unica soluzione. Il governo deve tornare sovrano e rappresentare il popolo. Via dal cappio dell’usura

Il Trattato di Maastricht (1992), sottraendo agli Stati nazionali i poteri e l’indipendenza in politica estera e nella sicurezza comune (cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale), istituisce l’Unione Europea.

Il Trattato di Amsterdam (1997) espropria la giustizia e gli affari interni. Il Trattato di Nizza (2001) definisce l’Unione una “Comunità di diritto”. Il Trattato di Lisbona (2007) viene imposto a tradimento come “Costituzione dell’Europa”, quella che francesi e olandesi avevano bocciato con i referendum del 2005.

Il Trattato di Lisbona, all’art. 50, inventa un complicato congegno di “recesso dall’Unione”: lo Stato che decide di uscire dall’Unione, prima “notifica” la propria intenzione al Consiglio Europeo, poi negozia con l’Unione un accordo “volto a definire le modalità del recesso”; infine recede.

Ma un Popolo Sovrano non ha bisogno di negoziare, di revisionare, di accordarsi: straccia i trattati e notifica lo stralcio.

Una commissione non eletta e una banca di privati ha strappato la sovranità ai popoli, ha disintegrato gli Stati, li ha incaprettati al debito, ha depredato le loro economie imponendo la moneta di nessuno. Se l’Europa dei banchieri e dell’euro, appendice degli Usa, è in agonia, diamole il colpo di grazia e liberiamoci da questa caricatura di Europa unita.

Restituiamo la sovranità alla Repubblica e al Popolo Italiano.

Rinascita.eu

I disoccupati nel 2012 saranno 200 milioni

di: Patrick Martin

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto annuale sulla situazione del mercato del lavoro nel mondo,  rilasciato lunedi, prevede che saranno oltre 200 milioni i  disoccupati nel 2012. L’agenzia delle Nazioni Unite ha stimato che sono stati 50 milioni i posti di lavoro spazzati via dalla crisi finanziaria del 2008, prevedendo poi nessun tipo di ripresa, per almeno altri cinque anni in tutto il mondo, per quanto riguarda l’occupazione e i redditi.

Il World of Work Report 2012 prevede un tasso globale di disoccupazione del 6,1 per cento nel 2012, con un aumento della disoccupazione totale nel mondo da 196 milioni nel 2011 a 202 milioni nel 2012.

La disoccupazione totale è destinata ad aumentare di altri cinque milioni nel 2013, a un tasso del 6,2 per cento. (Le percentuali sono artificialmente basse perché l’OIL utilizza i dati ufficiali riguardanti la disoccupazione in ogni paese, quando invece le percentuali reali sono molto più elevate. Negli Stati Uniti, ad esempio, il tasso ufficiale è dell’ 8,3 per cento ma, considerando quelli che sono costretti a lavorare part-time o hanno smesso di cercare lavoro, la percentuale reale si avvicina  al 14 per cento).

Si prevede che la disoccupazione continui ad aumentare fino a raggiungere i 210 milioni di persone entro la fine del 2016, dice il rapporto, aggiungendo che : “E ‘improbabile che l’economia mondiale crescerà a un ritmo sufficiente nei prossimi due anni sia per chiudere il deficit esistente dei posti di lavoro sia per fornire occupazione agli oltre 80 milioni di persone che dovrebbero entrare nel mercato del lavoro. “

Il rapporto condanna le politiche di austerità adottate nella maggior parte dei paesi industrializzati, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, affermando che i tagli alla spesa per i programmi sociali hanno prodotto “conseguenze devastanti” per l’occupazione, mentre i disavanzi di bilancio sono effettivamente cresciuti in quanto le misure di austerità hanno esacerbato la crisi economica .

La relazione osserva che decine di paesi, particolarmente in Europa, hanno introdotto misure volte a “riformare” i loro mercati del lavoro, rendendo più facile per i datori di lavoro licenziare i lavoratori o tagliare i loro salari e benefici. In quasi tutti i casi, il risultato è stato quello di “ridurre la stabilità del lavoro ed esacerbare le disuguaglianze senza riuscire ad aumentare i livelli occupazionali.” Quello che si è ottenuto è stata la crescita di un massiccio esercito di disoccupati di lunga durata: il 40 per cento delle persone in cerca di lavoro nei paesi sviluppati, di età compresa tra i 25 e i 49 anni, sono persone cronicamente disoccupate che non lavorano da più di un anno.

Alcuni principali risultati del rapporto dell’ILO meritano di essere citati:

 L’ inedita e prolungata natura della crisi:

“Questo non è un normale rallentamento dell’ occupazione. Dopo quattro anni dall’inizio della crisi globale, gli squilibri del mercato del lavoro stanno diventando sempre più strutturali e quindi più difficili da sradicare. Alcuni gruppi, come i disoccupati di lunga durata, sono a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Ciò significa che essi non sarebbero in grado di ottenere un nuovo impiego anche se ci fosse una forte ripresa. “

Il fallimento delle politiche di austerità:

“In quei paesi che, in misura maggiore, hanno perseguito l’austerità e la deregolamentazione, soprattutto i paesi dell’Europa meridionale, la crescita economica e occupazionale ha continuato a deteriorarsi. Inoltre, in molti casi, le misure  non sono riuscite a stabilizzare le posizioni fiscali. “

 La crescita del posti di lavoro part-time, temporaneo e “precario”:

“Inoltre, per una percentuale crescente di coloro che hanno un lavoro, l’occupazione è diventata più instabile o precaria. Nelle economie avanzate, i lavoratori part-time  e a tempo determinato involontari sono aumentati rispettivamente di due terzi e più della metà. “

L’impatto catastrofico sui giovani:

“La disoccupazione giovanile è aumentata di circa l’80 per cento nelle economie avanzate e di due terzi nelle economie in via di sviluppo. In media, oltre il 36 per cento dei disoccupati in cerca di lavoro nelle economie avanzate sono stati senza lavoro per più di un anno “.

In aumento la povertà e la disuguaglianza:

“La crisi ha portato ad un aumento dei tassi di povertà nella metà delle economie avanzate e in un terzo nelle economie in via di sviluppo. Allo stesso modo, le disuguaglianze sono cresciute  nella metà delle economie avanzate e in un quarto delle economie emergenti e in via di sviluppo. Le disuguaglianze sono anche aumentate riguardo l’accesso all’istruzione, alla disponibilità di cibo, terra e credito. “

La crescita del malcontento popolare e le agitazioni sociali:

“Su 106 paesi con dati disponibili, il 54 per cento ha riferito, nel 2011, un aumento nel punteggio dell’indice di disagio sociale (Social Unrest Index)  rispetto al 2010 (più alto è il punteggio, maggiore è il rischio stimato). Le due regioni del mondo che mostrano il rischio più elevato di disordini sono l’Africa Sub-Sahariana e Medio Oriente – Nord Africa, ma ci sono anche importanti aumenti nelle economie avanzate e in Europa centrale e orientale “.

Mentre gli economisti e gli analisti dell’OIL sono liberali sostenitori del capitalismo,  aderendo generalmente alla visione del riformismo keynesiano piuttosto che alle panacee del libero mercato di ultra-destra, i dati che hanno fornito rappresentano uno sconcertante atto d’accusa  al sistema del profitto. Essi hanno fornito i dati ma solo una prospettiva marxista è in grado di fornire l’alternativa politica per la classe operaia.

La massiccia crescita della mancanza di lavoro, in mezzo al crescente bisogno sociale, è un atto d’accusa devastante al sistema capitalista. Milioni di persone hanno bisogno di lavoro, ma questo vasto potenziale umano non può essere mobilitato a causa del profitto e della dittatura del capitale finanziario.

Per rispondere al fallimento del sistema capitalista, la classe operaia deve avanzare un esauriente e globale programma socialista, portando un assalto rivoluzionario diretto alle cause fondamentali della crisi: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione del mondo in stati-nazione antagonisti, ciascuno dominato da una élite capitalista che cerca di massimizzare i propri profitti e il proprio potere.

La classe operaia deve portare la ricchezza della società, prodotta dal suo lavoro, nelle proprie mani, cogliendo i beni delle giganti corporazioni multinazionali e rendendoli pubblicamente disponibili e sotto il controllo democratico. Lo sviluppo dell’economia mondiale deve quindi procedere sulla base di un piano internazionale, elaborato per produrre sia la rapida crescita economica che l’abolizione della povertà e della miseria sociale, elevando gli standard di vita delle persone che lavorano in tutto il mondo a un livello decente.

Questo programma non è né utopico né inverosimile. Al contrario, è la prospettiva di una costante depressione del capitalismo, la polarizzazione sociale e la guerra imperialista a risultare irrealistica, anche assurda, dal punto di vista degli interessi della stragrande maggioranza del genere umano.

 LINK: ILO report: Worldwide unemployment over 200 million

DI: Coriintempesta

L’importanza della sovranità monetaria

di: PierGiorgio Gawronski

Nei mesi scorsi la Bce ha “stampato moneta”, ben 214 mld., per sostenere sui mercati finanziari i prezzi – limitare gli spread – dei titoli del debito pubblico di Italia, Spagna, e altri paesi europei. Non riuscendovi, ha immesso altri 1000 mld (Ltro) per salvare il sistema bancario e gli Stati europei dal fallimento. In Gennaio Scalfari – in alcuni editoriali ispirati dai suoi contatti in Banca d’Italia – annunciava trionfalmente: “la fiducia nel nostro debito sta tornando”!

Ma il calo degli spread è stato parziale ed effimero. Oggi possiamo dire: come previsto, il tentativo è fallito.

Costi alti, pochi benefici (anche al confronto con altre banche centrali): un sicuro segnale d’inefficienza.

Che fare?

La Bce potrebbe risolvere la situazione, azzerare gli spread (non solo ridurli) spendendo 50 cent. È il costo dell’inchiostro di un comunicato stampa che annuncia la garanzia della Bce sui titoli pubblici.

La Bce è l’unica al mondo in grado di offrire tale garanzia, eliminando alla radice il “rischio di default” e gli spread che ne derivano.

Alcuni dettagli tecnici (saltate pure). Ad essere garantiti sarebbero solo i titoli di nuova emissione; quelli già sul mercato determinano una spesa pubblica per interessi ormai fissa fino a scadenza, quindi non ci interessano

- emessi fra oggi e il 2015

- di durata limitata (5 anni)

- emessi da paesi con spread superiori ai 200 bp sui titoli decennali

- emessi da paesi con i bilanci pubblici strutturali in buone condizioni, solventi, come Italia e Spagna; e/o disposti ad entrare in un programma speciale di disciplina fiscale, con temporanee cessioni di sovranità fiscale.

- Per i paesi non solventi (a causa del debito eccessivo), la Bce offrirebbe la garanzia solo dopo una ristrutturazione (riduzione) del debito a livelli sostenibili.

- La garanzia può limitarsi al 20% della somma dovuta: difficile infatti che Italia o Spagna restituiscano ai creditori meno dell’80% del dovuto.

La disciplina fiscale si applicherebbe ai bilanci strutturali; lasciando margini per le politiche anticicliche (Romer).

Le cessioni di sovranità scatterebbero solo quando non fossero rispettati i patti.

I titoli garantiti dalla Bce resterebbero tali fino a scadenza (altrimenti che garanzia è?): ma la Bce potrebbe sempre rifiutarsi di garantire i titoli successivi, se il paese in questione non rispettasse i patti.

Per maggiore sua tutela, la Bce potrebbe annunciare che: solo fra sei mesi offrirà la sua garanzia ai titoli emessi oggi, solo se il paese realizzerà nel frattempo le manovre concordate. Se i risparmiatori vedranno che le manovre si fanno, anticiperanno l’arrivo della garanzia, e gli spread crolleranno subito.

Nel caso peggiore, ed inverosimile, in cui la Bce garantisse i titoli emessi da tutti i Piigs nel 2012-2015, e poi fosse costretta a onorare tutte le garanzie offerte (i Piigs facessero default su tutti i titoli garantiti per almeno il 20% delle somme dovute), il costo per la Bce sarebbe di circa 250 mld. Molto meno dei costi attuali, in cambio di benefici enormemente superiori: risolutivi.

Grazie a questa manovra di quasi azzeramento degli spread, il rapporto debito/Pil, ad es. in Italia, comincerebbe a scendere senza altre manovre. L’economia si rinfrancherebbe, generando maggiori entrate fiscali, rinforzando il circolo virtuoso. Inoltre la Bce (e le banche: tedesche, francesi, ecc.) farebbe profitti stellari con la rivalutazione dei titoli Piigs in portafoglio. A tutto beneficio dei suoi azionisti: Germania in testa. La crisi – finanziaria – sarebbe risolta.

Le altre banche centrali non hanno bisogno di fare comunicati stampa. Nei paesi che conservano la sovranità monetaria è scontato che le banche centrali non tollereranno mai un default dello Stato. Per questo lì la crisi degli spread non è mai nata, anche in condizioni fiscali peggiori delle nostre (Fig.2). La Bce invece ha detto e ripetuto che in caso di default non sarebbe intervenuta. Ha minato la fiducia: deve recuperare il terreno perduto. Perché non lo fanno? Perché non vogliono farlo. Quest’analisi sarà oggetto del mio prossimo post.

I neo Hooveriani vi diranno che – per una sequela di astrusi pretesti teorici, politici, legali – tutto ciò non si può fare: i soldi alle banche bisogna continuare a darli. Ma allo stesso tempo, dicono di voler limitare la quantità di moneta: intendono quella in mano alla gente; quella che potrebbe rilanciare l’economia.

Analizzano la moneta M dal solo lato dell’offerta (la quantità di M immessa). Dietro alle loro analisi c’è un’ipotesi nascosta: la stabilità della domanda di moneta (la quantità di M necessaria all’economia per funzionare bene). Se la quantità di moneta “giusta” non varia, un aumento dell’offerta di M non può che causare un eccesso di domanda di beni e servizi, oltre le capacità produttive, provocando inflazione, iper-inflazione. Citeranno Weimar, lo Zimbabwe! Attribuiranno ai loro interlocutori l’intenzione di stampare moneta all’infinito.

Ma se invece la domanda di liquidità (M) fosse fortemente aumentata, dall’esplosione della crisi del 2008 in poi? In tal caso, laddove l’offerta di M non si fosse adeguata, questa sarebbe una politica destabilizzante nel senso contrario: provocherebbe crisi finanziarie, depressione della domanda (consumi) e recessione. Qual è la verità sulla moneta?

Domandatevi: i problemi delle famiglie, delle imprese, dello Stato, sono causati dall’inflazione o dalla recessione?

IlFattoQuotidiano.it

Voglio uscire dall’euro

di: Enzo Di Frenna

La Bce ci sta strozzando. Questa banca centrale anomala è l’unica autorizzata a stampare l’euro, ma regala miliardi alle banche – anche italiane – per farle diventare vacche grasse. Gli istituti di credito incassano fiumi di denaro che non prestano alle imprese e alle famiglie,  ma li spendono per comprare titoli di Stato e lucrare sui tassi di interesse. A me pare una truffa. Abbiamo un cappio al collo che si stringe e i banchieri ne possiedono la corda. Volete farvi strozzare?

Quando un’azienda fallisce, chi ha investito accetta il rischio di perdere i propri soldi.

Il debito italiano è principalmente nelle mani delle banche e ogni anno paghiamo 100 miliardi di interessi. Il blogger Claudio Messora in questo post descrive bene l’attività degli “speciali del debito“. E dunque: perché dobbiamo pagare noi? Perché rinunciare al nostro futuro?

Perché dobbiamo assistere ai suicidi di imprenditori e lavoratori ridotti alla fame?

L’Italia deve riappropriarsi della propria moneta. Non voglio nessuna Bce che manovra i flussi finanziari a favore delle banche e non dei popoli. Bisogna organizzare una raccolta di firme e indire un referendum popolareLa proposta di Beppe Grillo di uscire dall’euro e tornare alla lira ha un fondamento. Bisogna dire basta con la dittatura delle banche. Basta con Draghi & Monti, per anni consulenti della peggiore banca d’investimento mondiale – la Goldman Sachs, tra i principali responsabili del crollo finanziario del 2008 – che fanno gli interessi dei poteri forti. Cioè i banchieri.

Voglio che l’Italia riprenda a stampare moneta. Voglio difendere la mia terra e riportare la sovranità nelle mani del popolo.

Sono stufo del predominio delle banche che dominano la mia vita. Sono stufo dell’euro manovrato dalla finanza. Voglio uscire da questa trappola. E voi?

IlFattoQuotidiano.it

Cos’è realmente il M.E.S., il Meccanismo Europeo di Stabilità

di: Andrea Mantellini*

Le democrazie europee non dovrebbero permettere di farsi comandare da dittature finanziarie e, a capo dei Paesi, ci dovrebbero essere politici eletti dal popolo

Il M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità, acronimo inglese E.S.M.) è un trattato approvato nel dicembre 2011 dal Parlamento Europeo con l’obiettivo di affrontare la crisi dei debiti dei paesi dell’area euro. E’ stata creata una nuova istituzione che ha pieni poteri per accordare prestiti o cercare di risolvere il problema delle insolvenze. Il M.E.S. altro non è, se non un fondo di garanzia tra i 17 paesi membri dell’euro – zona con lo scopo di soccorrere i paesi in difficoltà. Sembrerebbe una cosa buona, MA in realtà questo trattato contiene dei punti molto controversi.

E’ un’organizzazione governata da un rappresentante per ogni paese membro del Trattato di Stabilità e all’art. 5 del M.E.S. questo rappresentante viene definito “governatore”, inoltre lo stesso è “il ministro delle Finanze del paese membro”.

Per cui il rappresentante dell’Italia potrebbe essere Mario Monti e quello della Grecia Papademos. Il Meccanismo di Stabilità avrà una dotazione iniziale di 700 miliardi di euro. La somma sarà divisa in 7 milioni di quote da 100.000 euro l’una. Questi soldi saranno pagati al M.E.S. dai singoli paesi aderenti secondo alcune quote o soglie di contribuzione. L’Italia per soglia di contribuzione è terza, contribuendo col 18% della somma totale, la Francia è seconda col 20,03%, la Germania prima col 27,1%. Fatti i debiti calcoli, l’Italia (cioè lo Stato, quindi noi!) deve dare circa 126 miliardi di euro. Quindi l’entrata in vigore di questo trattato ci renderà più poveri di 126 miliardi di euro! L’art. 9 stabilisce che il gruppo dei 17 governatori può imporre in qualsiasi momento ad ogni paese membro quanto stabilito, insieme ai tempi del pagamento (che saranno di una settimana!), basta che a deciderlo sia la maggioranza dei governatori.

L’art. 10 dice addirittura che il gruppo dei governatori può cambiare QUANDO VUOLE la somma da versare e che DEVE comunque cambiarla ogni 5 anni. Se, dunque, domani il gruppo decide che 126 miliardi non bastano, dovremo pagarne di più! La somma verrà decisa a LORO INSINDACABILE GIUDIZIO! Il problema che, una volta costituito un fondo, non si può più recedere, perché viene costruita una gabbia, una blindatura del gruppo dei 17 governatori che li mette in grado di decidere qualsiasi cosa senza poter essere perseguibili dalla magistratura! Infatti l’art. 27 dice che “Il M.E.S., le sue proprietà, i suoi fondi, i suoi beni sono IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario! Gli archivi e i documenti del M.E.S. sono INVIOLABILI, così come le sedi del M.E.S.! Il M.E.S. non avrà restrizioni, obblighi alcuni, controlli, regolamenti o moratorie di nessun tipo e non avrà l’obbligo di essere accreditato come istituto di credito o altri tipi di entità che necessitano autorizzazioni o licenze.” Non soltanto questo fondo potrà chiedere ai paesi membri a suo insindacabile giudizio qualsiasi somma, ma sarà anche non controllabile, come non controllabili ed inviolabili saranno i suoi 17 governatori! Infatti l’art. 30 dice che “il presidente del gruppo dei 17 governatori – ministri delle Finanze e dei loro subalterni (perché ogni ministro delle Finanze ha diritto di nominare anche dei subalterni che lo sostituiscano quando lui non sarà disponibile) – saranno IMMUNI da qualsiasi procedimento giudiziario, rispettivamente agli atti perpetrati nelle loro vesti ufficiali e i loro documenti saranno INVIOLABILI”. Un bel privilegio, dunque, che si può estendere anche ad ambiti o sfere che non hanno nulla a che fare col M.E.S.. Se ci fosse ad esempio un’indagine in corso, ci si potrebbe sempre richiamare al fatto che si è membri del M.E.S., e quindi intoccabili! Inoltre si potrebbero conservare nelle sede del M.E.S. anche documenti non riguardanti il Meccanismo di Stabilità, tanto le sedi non possono essere perquisite. In tal modo i 17 governatori potrebbero evitare indagini e processi anche per fatti e vicende non inerenti al M.E.S.!

Credo che in una vera democrazia tutta questa segretezza non ci debba essere e che il potere giudiziario debba avere libero accesso agli atti e giurisdizione su chiunque! Inoltre credo che le democrazie europee non debbano permettere di farsi comandare da DITTATURE FINANZIARIE e che a capo dei paesi ci debbano essere politici eletti dal popolo. Il mercato deve essere fatto per l’uomo, non l’uomo per il mercato, per cui ai mercati medesimi NON DEVE ESSERE CONCESSO di destabilizzare un intero paese, mandando sul lastrico milioni di famiglie ed inducendo alcuni al suicidio!

Andrea Mantellini* - cons. Circoscrizione 1 Comune di Forlì -

Rinascita.eu

La Spectre che comanda l’economia e il Nuovo Ordine Mondiale

di: Alfonso Tuor

Poche decine di persone decidono la politica economica, monetaria, fiscale, i destini e gli stili di vita di centinaia di milioni di cittadini. E’ una rete «invisibile» formata da una cinquantina di gruppi che controlla il 40% del valore economico e finanziario di 43.060 società multinazionali. L’economia del mondo in mano a un pugno di illuminati.

In questi tempi di crisi si parla spesso del giudizio dei mercati finanziari, che sembrano essersi sostituiti ai parlamenti e soprattutto all’elettorato nel decretare la fine di un governo e nell’imporre importanti scelte politiche.

Ci si può dunque interrogare su chi siano effettivamente questi mercati e soprattutto ci si può chiedere: chi comanda veramente?

Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che i mercati sono efficienti e in grado di autoregolarsi.

In pratica le decisioni di milioni di investitori determinerebbero i prezzi di azioni, obbligazioni, materie prime e tassi di cambio delle valute in base alle informazioni disponibili. Questi milioni di scelte individuerebbero correttamente i prezzi che varierebbero in seguito solo in base ad informazioni nuove.

Inoltre, queste scelte determinerebbero anche quella che gli economisti chiamano la migliore allocazione delle risorse, ossia premierebbero gli investimenti e le attività che hanno le migliori prospettive e non incorrerebbero in clamorosi sprechi, come invece accadrebbe alle scelte di investimento effettuate dai governi e quindi dalla politica.

Video di Luca Ciarrocca e Lidia Undiemi sulla censura dei media su ESM e Fiscal Compact e il salvataggio delle banche Ue da parte della Bce:

 

Queste teorie sono assurte a paradigma indiscusso ed indiscutibile. Il crollo della bolla dei titoli tecnologici nel 2000, la crisi dei mutui americani subprime nel 2007/2008, la crisi del sistema bancario del 2008 e l’attuale crisi dei debiti sovrani hanno rimesso in discussione queste convinzioni che di fatto giustificavano l’operato della grande speculazione finanziaria.

Restano dunque aperte le domande fondamentali: come funzionano i mercati finanziari? Chi sono gli attori principali di questi mercati? La risposta non è assolutamente facile e scontata. Effettivamente ogni giorno sui mercati finanziari operano milioni di persone e, quindi, questa indiscutibile realtà serve da tuta mimetica che nasconde i veri e determinanti attori (oppure manipolatori) dei mercati. I mercati finanziari si comportano in realtà come greggi. Si tratta dunque di individuare i caproni che guidano il gregge.

Questa teoria del gregge è addirittura formalizzata dalla scuola della cosiddetta finanza comportamentale che cerca di individuare i meccanismi psicologici che inducono milioni di attori a reagire e a comportarsi in modo uniforme. Questa uniformità di comportamenti è ulteriormente esaltata dai meccanismi di valutazione dei risultati della gestione degli investitori istituzionali, ossia dei gestori dei capitali delle casse pensioni, dei grandi fondi di investimento, ecc. Questi ultimi non vengono tanto valutati annualmente in base ai guadagni conseguiti, ma rispetto a parametri di confronto.

Ad esempio, la gestione di un fondo azionario svizzero viene confrontata con l’andamento della Borsa svizzera. Quindi è importante non perdere molto più dell’indice della Borsa svizzera, quando quest’ultima chiude l’anno in ribasso, e non guadagnare molto meno dell’indice, quando chiude in rialzo.

Ma chi determina il loro andamento? In realtà un pugno di uomini o meglio di grandi banche di investimento e di grandi società multinazionali. Questi istituti sono in realtà più organi di propaganda che vere e proprie banche. Infatti attraverso analisi, ricerche, studi e raccomandazioni di investimento riescono a determinare l’andamento dei mercati.

Negli anni Novanta, ad esempio, hanno esaltato il fenomeno delle nuove tecnologie informatiche, creando una mania che ha spinto milioni di persone ad investire nelle azioni delle società di telecomunicazione e nelle cosiddette dot.com, creando una bolla che è poi scoppiata nel 2000. Queste analisi, che si fondano sempre su dati reali e soprattutto facilmente comprensibili, vengono diffuse in tutto il mondo e vengono sostenute da queste stesse banche con massicci acquisti da parte dei fondi che gestiscono direttamente e da parte delle loro sale di trading (sale di compravendita delle più diverse attività finanziarie). Infatti negli ultimi decenni il grosso degli utili delle grandi banche di investimento è generato dalla speculazione effettuata con il capitale proprio.

La speculazione ha dunque un nome e un volto. Sono le grandi banche di investimento che si indebitano per moltiplicare le loro scommesse sui mercati (la cosiddetta leva), affiancate dai grandi Hedge Fund (che dipendono dalle banche per le linee di credito e per l’operatività) e dalle grandi società multinazionali, la cui attività sui mercati finanziari è spesso più redditizia e più importante di quella industriale.

Molto probabilmente chi ha avuto l’ardire di giungere fino a questo punto nella lettura di questo articolo, potrebbe dire che queste affermazioni non sono suffragate da prove. Ebbene un recente studio dell’Università di Zurigo (leggi: La scienza scopre la rete capitalista che controlla l’economia globale *) mette in luce la concentrazione delle strutture proprietarie e delle strutture di controllo dell’attuale sistema economico.

In pratica, esiste una rete, che si potrebbe definire «invisibile», formata da una cinquantina di società multinazionali (prevalentemente istituti finanziari), che attraverso un complicato meccanismo di relazioni di proprietà, controlla il 40% del valore economico e finanziario di 43.060 società multinazionali. Possiamo sostenere, senza timore di poter essere smentiti, che questo è il cuore dell’economia occidentale.

Oggi è in crisi questo cuore del sistema: il giocattolo si è rotto e gli uomini della plancia di comando non sanno come uscire dall’attuale crisi. Sanno però che bisogna a tutti i costi tenere in piedi il castello di carte e di debiti costruito negli anni. Quindi, spingono i governi a salvare le banche, le banche centrali a rifornirle di liquidità a costo pressoché zero e la politica ad estrarre dall’economia reale le risorse ancora esistenti per tentare di rinviare il momento della verità.

In conclusione, i mercati finanziari dove milioni di persone operano quotidianamente possono essere considerati una tuta mimetica, che serve a far credere a tutti di essere coinvolti e corresponsabili di quanto succede e che serve soprattutto a celare la plancia di comando, dalla quale uomini e società gestiscono il nostro mondo.

Copyright © Corriere del Ticino. All rights reserved

********************

Gli Illuminati: chi sono?

“Sono illuminati tutti coloro che appartengono alle societa’ esoteriche che si ispirano alla luce. Gli illuminati rappresentano tutte le concezioni dell’uomo e della vita, da quelle religiose a quelle laiche. Massoni, preti, ebrei, e altri insigni uomini potranno coesistere e concepire insieme un progetto ideale capace di garantire la sopravvivenza e il benessere dell’uomo”.

Cosi’ parla Giuliano Di Bernardo, fondatore nel 2002 degli Illuminati in Italia, in una lunga intervista pubblicata nel libro di Ferruccio Pinotti Fratelli d’Italia, edizioni Bur. Gli Illuminati italiani si ispirano agli illuminati di Baviera e agli illuminati statunitensi. Negli Stati Uniti all’ordine degli illuminati appartengono le famiglie piu’ potenti al mondo, le famiglie che decidono i destini dell’economia mondiale come i Rockefeller e i Rothschild.

Di Bernardo racconta a Pinotti:

“I referenti sono negli Stati Uniti; sono le piu’ importanti famiglie, quelle che hanno sempre dettato la storia, la cultura e la politica negli Usa, che hanno sviluppato al loro interno una societa’ riservata che nasceva da una comunanza di intenti e di valori che poi si e’ manifestata anche nella finanza. Questo perche’ gli illuminati americani hanno sempre svolto un ruolo importante nella finanza internazionale”

Di Bernardo nel corso degli anni si e’ prodigato in Italia a riunire un’elite di persone di ogni credo e di ogni ideologia per guidare il popolo, per far uscire il popolo dalle tenebre e ritrovare la luce. C’e’ un forte consenso a questo progetto degli illuminati, ne fanno parte filosofi, scienziati, politici, dirigenti, ne fanno parte persone che possono influenzare l’economia, la politica e ogni campo della vita sociale.

Ai vertici della piramide non esiste discordia, non esiste destra o sinistra o rivalita’ religiosa; queste differenze avvengono ai livelli bassi ma ai vertici tutti sono concordi nel raggiungere un’unico obbiettivo. Il popolo e’ in continua discordia per ogni cosa mentre chi tira i fili e’ unito. Questa e’ la differenza.

All’Accademia degli illuminati farebbero parte dirigenti della Rai, dirigenti di Banca Intesa-San Paolo (il rumor e’ che il ministro dello Sviluppo Passera sia uno dei massimo gradi della gerarchia), di Deutsche Bank Italia, ex direttori del Sismi, membri dell’Opus Dei; sempre Di Bernardo spiega che il progetto e’ al di sopra dei partiti e dei governi e non c’e’ niente di eversivo. Gli illuminati sono raggruppabili in dodici categorie o aree disciplinari; ogni area ha un coordinatore che forma il consiglio supremo ed e’ presieduta dal Sovrano Grande Illuminato.

Insomma una stretta cerchia di persone super-selezionata si e’ assunta il compito, senza averlo chiesto, di guidarci verso la felicita’ e il benessere, quindi verso un Nuovo Ordine Mondiale.

“L’uomo si sente sempre più estraneo e preoccupato nel mondo in cui vive. I valori tradizionali diventano sempre più deboli ed egli perde a poco a poco le certezze che da secoli lo hanno sorretto. Si apre così una profonda contraddizione: da una parte, il dubbio nei confronti dei valori tradizionali e, dall’altra, l’anelito verso nuove certezze. La ricerca delle certezze lo porta a vedere, sotto una luce nuova non più negativa, i poteri forti che, in modo più o meno occulto, hanno guidato le sorti dell’umanità” (Fratelli d’Italia, pag. 465)

“Questi poteri secolari, presi singolarmente, non sono in grado di fronteggiare le sfide che vengono rivolte all’umanità.

Potrebbero vincere se si unissero realizzando un potere veramente mondiale” (pag. 466)

“Quando le istituzioni nazionali ed internazionali sono in crisi, quando la società è conflittuale e a tale conflittualità non esiste soluzione, allora è necessario ritornare all’uomo, al singolo uomo, all’uomo di qualità, all’uomo illuminato e porlo al centro dell’universo. Uomini illuminati, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione e cultura, si incontrano per creare una comunione universale il cui compito principale è quello di difendere i princìpi e i valori che possono dare all’uomo benessere e felicità. Saranno questi Illuminati – filosofi, scienziati, medici, matematici, artisti, giuristi, economisti, imprenditori, comunicatori, sportivi, musicisti – a costruire il faro che respingerà le tenebre che avvolgono l’umanità” (pag. 466)

“I referenti sono negli Stati Uniti, sono le più importanti famiglie, quelle che hanno da sempre dettato la storia, la cultura e la politica degli USA, che hanno sviluppato al loro interno una società riservata che nasceva da una comunanza di intenti e di valori, che poi si è manifestata anche nella finanza. Questo perchè gli Illuminati americani hanno sempre svolto un ruolo importante nella finanza internazionale. Quindi io mi sono ricollegato storicamente agli Illuminati di Baviera, di cui ho messo in evidenza i limiti e le differenze. Ma, nel presente, ho fatto riferimento agli Illuminati Americani” (pag. 475)

“La maggior parte delle grandi famiglie del potere americano ha sempre sviluppato questa modalità di essere, oltre a quella statuale (attraverso il Congresso). Accanto alla vita politica e sociale si è sempre sviluppato questo filone riservato agli Illuminati. In quella sede si analizzavano i problemi: c’è un filo sotterraneo che ha sempre caratterizzato la storia dell’uomo. Non dimentichiamo che a livello mondiale il Rito Scozzese – su cui si fondano gli Illuminati – ha epicentro a Washington. Il potere massonico negli ultimi tre secoli si è articolato su due pilastri: la Massoneria inglese e il Rito Scozzese di Washington. Con zone di influenza e metodologie diverse, ma sempre nel mondo anglosassone” (pag. 475)

da: WallStreetItalia

*Il link non fa parte dell’articolo originale

E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche’: privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

Democrazia o bluff pilotato da bande internazionali?

di: Antonio Serena

[email protected]

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.

L’articolo, reperibile in vari siti internet, si rifà ad uno studio condotto a suo tempo dall’Istituto Canadese di Statistica in collaborazione con l’ OCSE ed è stato illustrato dal pedagogista Tullio De Mauro. I suoi contenuti sono stati rielaborati di recente da Piero Angela nel suo libro: A cosa serve la politica, Mondadori, Milano 2011.

Scrive Angela: “L’indagine, compiuta su un campione rappresentativo di cittadini, consisteva in 6 questionari concernenti la lettura, la scrittura, e il calcolo.

Le risposte venivano classificate in 5 livelli: il 4° e il 5° livello comprendevano coloro che  avevano conseguito un risultato buono, o ottimo, il 3° livello un risultato mediocre, il 1° e il 2° erano coloro invece a rischio di analfabetismo. Il quadro, in dettaglio,  è il seguente: il 5 per cento della popolazione non arriva neppure al 1° livello, cioè è letteralmente analfabeta. Ciò vuol dire che il numero degli analfabeti in Italia supererebbe nettamente i 2 milioni! In precedenti indagini risultava un numero inferiore (700 mila) ma derivava da un’autodichiarazione, non da un test reale.

Al 1° livello (rischio di analfabetismo) si trova il 33 per cento degli italiani. E un altro 33 per cento si ferma al 2° livello.

Ciò significa che complessivamente oltre il 70 per cento degli italiani (il 71 per cento) non arriva neppure al 3° livello, cioè alla mediocrità!…Solo il 20 per cento si situa nella fascia sopra la mediocrità, e pochissimi raggiungono il 4° e 5° livello”.

L’analisi si presterebbe a mille ed una considerazioni, ma preferiamo soffermarci sulla più elementare. E’ evidente che dei livelli culturali simili non permettono alla stragrande maggioranza delle persone di “orientarsi nella vita” (era questo l’obiettivo dell’indagine), costringendoli a subire l’oppressione di potenti mezzi di informazione che condizionano ogni loro scelta.

Non è forse un caso che, ad esempio in  politica, poche parole d’ordine, ripetute con martellante insistenza abbiano condizionato le masse nell’esprimere un voto che, proprio per queste caratteristiche, non poteva assolutamente definirsi “libero e democratico” come si è cercato di far credere.

Negli anni di piombo (per non allontanarci troppo dal momento attuale) la Democrazia cristiana ha potuto tranquillamente governare, oltre che con i mezzi che deteneva, unicamente barcamenandosi tra gli “opposti estremismi”.

Una volta caduta in disgrazia per una serie di coincidenze la prima repubblica, la Lega e PDL sono  subentrati al vecchio regime promettendo un cambiamento che si fondava su alcune parole d’ordine ampiamente condivise dalla gente (difesa delle identità, liberismo economico, lotta all’immigrazione selvaggia) urlate ai quattro venti da una pletora di media asserviti. Non è cambiato molto con Monti,  portato al potere dai potentati economici internazionali, in un momento in cui la partitocrazia  aveva raggiunto i livelli minimi di gradimento popolare, con la promessa di  “salvare l’Italia dalla bancarotta”; in realtà foraggiando con i soldi dei cittadini i maggiori  responsabili dello sfascio economico e produttivo capitalista.

Le potenti iniezioni di evidenti menzogne non scuotono minimamente una popolazione che, specie di questi tempi, ha altro cui pensare. Inebetito da crisi economica e ignoranza, il popolo crede a tutti i ciarlatani che si profilano volta a volta all’orizzonte. Solo per fare qualche esempio, come può un partito che parla di sovranità e indipendenza della nazione o di parti di essa (Padania),  e come possono partiti di sinistra nati all’ ombra di parole d’ordine come tutela del proletariato o antimperialismo, condividere e foraggiare in ogni parte del mondo  “aggressioni militari” a fine di lucro gabellandole per “missioni di pace”?

Possono. Perché la democrazia non c’è ed il popolo non ha gli strumenti culturali adeguati per opporsi a queste nefandezze.

La soluzione del problema consiste nel riuscire a togliere a questa casta di  usurai, unico e vero nemico dopo la caduta delle ideologie,  il controllo pressoché assoluto dell’informazione, aprendo la strada ad una  crescita culturale ed al ritorno ad un programma di vera socialità. Altrimenti assisteremo ad una ribellione violenta ed inarrestabile di masse sempre più numerose di schiavi in un mondo globalizzato che – forse qualcuno non se n’è ancora accorto – non è più quello degli archi, delle frecce e delle riserve indiane.

Rinascita

Il «dimagrimento» del militare

di: Manlio Dinucci

Anche le forze armate devono subire un «sostanziale dimagrimento»: lo ha annunciato alle commissioni difesa di Senato e Camera il ministro Giampaolo Di Paola. Il governo Monti dimostra così che, di fronte alla crisi, tutti devono fare sacrifici. Dalla relazione del ministro emerge però che essi sono resi necessari non tanto dai tagli di bilancio, quanto dal fatto che le forze armate sono nella condizione di un pugile in soprappeso e poco allenato e devono quindi essere sottoposte a una cura di dimagrimento. Essa prevede la riduzione del personale militare da 183mila a 150mila e di quello civile da 30mila a 20mila, così da ottenere un calo del 30% in 5-6 anni.

Ciò farà diminuire la spesa per il personale dal 70% al 50% rispetto a quella totale, permettendo di accrescere le spese per l’operatività e l’investimento. Le forze terrestri, marittime e aeree saranno sottoposte a snellimenti, soprattutto riguardo alle unità pesanti e le difese costiere e aeree. Al termine della cura, le forze armate saranno più piccole ma più efficienti, con meno mezzi ma tecnologicamente più avanzati, «realmente proiettabili e impiegabili», e avranno a disposizione «più risorse per l’operatività». Ciò conferma che è illusoria la promessa del governo Monti di ridurre la spesa militare. Le forze armate, annuncia il ministro, disporranno inoltre di un più efficiente sistema C4I (Comando, Controllo, Comunicazioni & Intelligence), che permetterà loro di integrarsi più strettamente nelle operazioni Usa/Nato, e di più forze speciali e unità di intelligence. In tale quadro, è «irrinunciabile» disporre della più avanzata componente aerotattica, basata sul caccia F-35 Joint Strike Fighter, che, garantisce Di Paola, è il migliore. L’Italia, che ha finora investito nel programma 2,5 miliardi di euro, ne acquisterà 90 invece che 131. Il ministro non quantifica però il costo complessivo. Non può farlo perché il prezzo dell’aereo non è ancora definito: si può comunque stimare in circa 10 miliardi di euro per 90 velivoli, cui si aggiungerà una cifra analoga per l’acquisto di un centinaio di Eurofighter Typhoon. L’F-35, il cui costo operativo sarà superiore a quello degli attuali caccia, comporterà inoltre più alte spese, dovute agli ammodernamenti che subirà non appena entrato in uso. In compenso però, spiega un comunicato ufficiale, l’aeronautica disporrà di «un velivolo multi-ruolo con uno spiccato orientamento per l’attacco aria-suolo, stealth, cioè a bassa osservabilità radar e quindi ad elevata sopravvivenza, in grado di utilizzare un’ampia gamma di armamento e capace di operare da piste semi-preparate o deteriorate». Un velivolo che permetterà «operazioni di proiezione in profondità del potere aereo», offrendo inoltre «un ottimo supporto ravvicinato alle forze di superficie». In questa descrizione tecnica c’è la rappresentazione delle future guerre di aggressione cui l’Italia parteciperà. Oggi, spiega il ministro Di Paola, «la difesa dell’Italia e degli italiani si fa non solo e non tanto sulle frontiere, ma piuttosto a distanza, là dove le minacce nascono e si alimentano». Occorre, a questo punto, un aggiornamento dell’art. 52 della Costituzione, precisando che è sacro dovere del cittadino la difesa della Patria «a distanza».

IlManifesto.it