Bufale, complottismo, notizie pilotate e realtà: alcuni esempi

complottismo

di: Informazione Scorretta

Ogni tanto è utile fare degli esperimenti riguardo il mondo dell’informazione e dei mass media: prendiamo le notizie più diffuse ed emozionanti di questo periodo e riflettiamoci sopra.

Possiamo partire dalla tematica del femminicidio: questo è definito come aggressione (anche se non mortale fra l’altro) verso una donna, compiuta avendo come unico movente la questione che la vittima sia appunto donna. Da più parti questo concetto viene spinto al massimo, ma… Come facciamo a capire se davvero il movente sia il genere sessuale? Per quanto riguarda le ultime notizie di cronaca: due delinquenti a Roma sparano su macchine in corsa, prendono di mira una macchina con due donne. Il giorno dopo i giornali fanno paginoni dicendo che l’aggressione è dovuta alla violenza contro le donne, ma possiamo leggere oltre… Questi due infami hanno sparato anche a macchine vuote e parcheggiate: che lo abbiano fatto perché l’automobile è femmina? Qualcosa nella costruzione dell’emergenza Continua a leggere

Bolivia, “cacciata” agenzia Usa per lo sviluppo. Morales: “Cospiratori”

bolivia

Usaid dovrà lasciare il Paese. “Così noi intendiamo farci rispettare da chi ha ancora una mentalità di dominio e di sopraffazione”, ha spiegato il presidente. Stesso destino nel 2008 anche per l’ambasciatore degli Stati Uniti e la Dea (Drug Enforcement Administration)

di: Angela Nocioni

Evo Morales ha deciso che l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale Usaid deve lasciare la Bolivia. L’accusa è di “cospirare contro il governo”. Per le stesse ragioni fu espulso nel settembre del 2008 l’ambasciatore americano Philip Goldberg. “Confabula con l’opposizione”, fu allora la spiegazione del governo. Cacciata in quel periodo, per lo stesso motivo, anche l’agenzia statunitense antidroga Dea che operava soprattutto nel Chapare, zona di produzione di foglie di coca. Morales, nell’annunciare la decisione, ha detto: “Così noi intendiamo farci rispettare da chi ha ancora una mentalità di dominio e di sopraffazione”. E ancora: “E’ una protesta nei confronti del ministro degli esteri (il segretario di Stato, John Kerry n.d.r.), che dice che l’America latina è il cortile di casa degli Stati uniti”. Continua a leggere

E l’Italia “stato canaglia” rinnova le armi nucleari

armi nucleari

di: Toni De Marchi

Nuovi aerei (gli F-35 sono ormai certi, visto l’inciucione governativo che si profila) e bombe nucleari ultimo grido: è radioso il futuro dell’Italia, grande potenza stracciona capace di strikenucleari ma non di pagare la cassa integrazione ai lavoratori. Continua a leggere

Stati Uniti, le lobby educano i bambini: milioni spesi per ‘avvicinarli’ alle armi

armi

Uno studio della “Confcommercio” dei produttori di pistole e fucili: “Azionisti e manager dovrebbero pensare a programmi rivolti ai bambini under 12″. La legge proibisce la vendita ai minorenni, ma alle industrie non interessa: non serve che ne comprino una, ma che ne abbiano una tra le mani. Così i ragazzini possono diventare “testimonial” con i propri amichetti

“Chi lo sa? Potreste trovarne uno sotto l’albero la mattina di Natale!”. Nella fotografia una ragazzina di 15 anni sorride imbracciando un Bushmaster AR-15. L’articolo è ammiccante, intrigante: invita i ragazzi a andare al più vicino poligono di tiro con mamma o papà e provare il fucile d’assalto usato nel massacro della scuola Sandy Hook di Newtown. E’ uno dei tanti pubblicati da “Junior shooters” (in italiano ”Piccoli tiratori”), una delle riviste specializzate finanziate dalle lobby, il cui scopo è quello di avvicinare i più giovani al mondo delle armi da fuoco. Non ci sono solo le battaglie al Congresso, ora l’obiettivo sono i bambini: negli Usa i produttori stanno investendo milioni di dollari per avvicinarli e fidelizzarli fin da piccoli all’uso delle armi – scrive il New York Times– con il pretesto di responsabilizzarli e insegnare loro come si usano.

Al confronto l’applicazione creata dalla National rifle association che insegna a sparare sullo smartphone, e considerata da iTunes adatta ai bambini di età superiore ai 4 anni, è uno scherzo. L’offensiva va avanti da circa 5 anni e punta “al reclutamento e alla conservazione” di giovani tiratori e appassionati di caccia, cui far sperimentare anche le armi semiautomatiche.

Con i cacciatori autorizzati che, secondo i dati ufficiali, sono passati dal 7% della popolazione nel 1975 al 5% del 2005, le industrie sono passate alla controffensiva: “Azionisti, manager e produttori – si legge in uno studio pubblicato nel 2012 dalla National Shooting Sport Foundation, la “Confcommercio” dei produttori di armi con oltre 7mila industrie affiliate – dovrebbero pensare a programmi rivolti ai bambini dai 12 anni in giù”.

I ragazzini vengono usati come testimonial per fare proseliti tra gli amichetti. Uno studio condotto nel 2012 dalla Nssf e dallo Hunting Heritage Trust, afferma che “è necessario individuare un target di ragazzi tra gli 8 e i 17 anni che sanno già sparare” e usarli come “ambasciatori” tra i loro coetanei che praticano discipline simili (tiro con l’arco, paintball…) in modo da affascinare questi ultimi al mondo delle armi. “La ricerca dimostra come oltre 23 milioni di ragazzi tra gli 8 e i 17 anni – si legge nel documento – cominceranno a praticare la caccia se verranno invitati da coetanei nei prossimi 12 mesi, e oltre 27 milioni si avvicineranno al tiro al bersaglio se invitati nello stesso periodo”.

La guerra condotta dalla National Rifle Association e dalla National Shooting Sport Foundation, che ha sede a Newtown, a 3 miglia dalla scuola Sandy Hook, è sottocutanea, silenziosa e capillare. Se la legge federale proibisce la vendita di armi agli under 18, a loro poco importa: non serve che ne comprino una – è il ragionamento – ma che ne abbiano una tra le mani. Così da decenni la Nra elargisce donazioni a organizzazioni giovanili come i Boy Scouts of America (oltre 4,6 milioni di membri) o la 4-H Organization, oltre 6,5 milioni di affiliati tra i 5 e i 19 anni. La strategia è subdola perché si basa sul dono: solo la Youth Shooting Sport Alliance, associazione no profit creata nel 2007 per promuovere il tiro al bersaglio tra i giovani, ha ricevuto donazioni per un milione di dollari tra denaro, armi e materiale tecnico dalla Nssf. Che soltanto nel 2011 – ricorda il New York Times – ha effettuato 58 donazioni. Un’elargizione tipica sono i 23 fucili, le 4 pistole di precisione e le 16 scatole di munizioni finito in uno youth camp nel Michigan.

Proliferano in ogni angolo d’America i campionati giovanili di tiro. Nel 2009 è nata la Scholastic Steel Challenge, versione per i bambini della Steel Challenge, la più importante gara di tiro al bersaglio che si tiene ogni anno negli Usa, a Piru, in California: in palio ci sono 60 pistole semiautomatiche calibro 9 gentilmente offerte dalla Nssf, Smith&Wesson e Glock. “La Ssc dà ai giovani adulti tra i 12 e i 20 anni – si legge sul sito – la possibilità di cimentarsi nel familiare sport dello speed steel (…) focalizzando l’attenzione sull’uso sicuro delle armi da fuoco”. L’altro fronte è quello della legge: ogni anno milioni di dollari vengono investiti in attività di lobbying per abbassare l’età minima cui si può cominciare a sparare nei poligoni. In molti Stati i risultati sono arrivati, come in Michigan dove l’età è scesa da 12 a 10 anni e in Wisconsin, dove non c’è più limite d’età quando il ragazzino è accompagnato da un genitore. Attivissimi sono, ovviamente, anche i costruttori: sul proprio sito Bushmaster offre uno scontro di 350 dollari sull’AR-15, il fucile usato a Newtown, per “supportare e incoraggiare i giovani shooter”. Poco male se poi questi ultimi entrano in una scuola e cominciano a sparare all’impazzata.

Fonte: IlFattoQuotidiano.it

I have a dream: il crollo Usa

di: Manlio Dinucci

Finalmente – dopo essere stati per oltre due secoli vittime di guerre, invasioni e colpi di stato da parte degli Stati uniti – i popoli di Asia, Africa e America latina hanno deciso che è ora di farla finita. L’idea geniale è stata quella di adottare gli stessi metodi di Washington, finalizzati però a una giusta causa. È stato costituito un Gruppo di azione per gli Stati uniti che, attraverso riunioni di esperti, ha elaborato il piano, denominato «strategia del Grande Occidente». L’intervento è stato così motivato: negli Usa, è al potere da oltre due secoli lo stesso Presidente che, impersonificandosi di volta in volta in un uomo politico repubblicano o democratico, rappresenta gli stessi interessi dell’élite dominante. La Comunità internazionale deve quindi agire per porre fine a questo regime dittatoriale. Preparandosi a deporre il presidente Obama, una commissione di dissidenti ha scritto una nuova Costituzione degli Stati uniti d’America, che garantisce una reale democrazia all’interno e una politica estera rispettosa dei diritti degli altri popoli. Contemporaneamente (con la consulenza di esperti cubani, iracheni e libici) il Gruppo di azione ha imposto un ferreo embargo agli Stati uniti, congelando tutti i capitali statunitensi e chiudendo tutte le attività delle multinazionali Usa all’estero, compresi i fast food McDonald’s e i distributori di Coca-Cola. In seguito al blocco delle speculazioni finanziarie e dello sfruttamento della manodopera e delle materie prime di Asia, Africa e America latina, Wall Street è crollata e l’economia statunitense è sprofondata nella crisi. Il Messico è stato costretto a erigere una barriera metallica lungo il confine, sorvegliata da veicoli ed elicotteri armati, per impedire che clandestini statunitensi entrino nel suo territorio alla ricerca di lavoro.

A tali misure si sono unite quelle militari, per colpire all’interno secondo la strategia della «guerra non-convenzionale». In America latina sono stati costituiti campi militari, in cui vengono addestrati e armati ribelli statunitensi: soprattutto nativi americani, discendenti delle popolazioni sterminate dai colonizzatori, e afroamericani, discendenti degli schiavi sul cui sfruttamento (anche dopo l’abolizione della schiavitù) le élite dominanti hanno costruito colossali fortune. Sotto la bandiera del «Libero esercito americano», i ribelli rientrano negli Stati uniti. Vengono allo stesso tempo infiltrate forze speciali africane, latino-americane e asiatiche, i cui commandos (scelti tra quelli che hanno padronanza della lingua) possono essere scambiati per ribelli statunitensi. Sono dotati di sofisticati armamenti e sistemi di comunicazione, che permettono loro di effettuare micidiali attacchi e sabotaggi. Dispongono inoltre di grosse quantità di dollari per corrompere funzionari e militari. Poiché lo zoccolo duro del Presidente, formato dai capi del Pentagono e dell’apparato militare-industriale, continua a combattere, il Gruppo di azione ha redatto una «kill list» degli elementi più pericolosi, che vengono eliminati da agenti segreti o da droni killer. Già infuria la battaglia nelle strade di Washington e si dice che il presidente Obama stia per fuggire. Sempre più preoccupate Londra e Parigi, che sanno di essere i prossimi obiettivi della strategia del Grande Occidente.

IlManifesto.it

Quello che Obama conosce

di: Fidel Castro Ruz

L’articolo più demolitore che ho letto in questo momento sull’America Latina, è stato scritto da Renán Vega Cantor, professore titolare dell’ Università Pedagogica Nazionale di Bogotà e pubblicato 3 giorni fa nel sito web Rebelión, con il titolo “Echi del Vertice delle  Americhe”.

È  breve e non devo fare versioni; gli studiosi del tema lo possono cercare nel sito indicato.

In più di un’occasione ho citato l’infame accordo che gli USA imposero ai paesi dell’America Latina e dei Caraibi nel creare la OEA, in quella riunione dei ministri degli Esteri che si svolse a Bogotà, nel mese d’aprile del 1948.

In quella data, per puro caso, io ero là promuovendo un congresso latinoamericano di studenti, i cui obiettivi fondamentali erano la lotta contro le colonie europee e le sanguinose tirannie  imposte dagli Stati Uniti in questo emisfero.

Uno dei più brillanti leaders della  Colombia, Jorge Eliécer Gaitán, che con crescente forza aveva unito i settori più progressisti della Colombia che si opponevano alla creazione yankee e della cui vicina vittoria elettorale nessuno dubitava, offerse il proprio appoggio al congresso studentesco. Fu vilmente assassinato e la sua morte provocò la ribellione che è seguita per più di mezzo secolo.

Le lotte sociali si sono prolungate per i millenni, quando gli esseri umani con la guerra disposero di un eccedente di produzione per soddisfare le necessità essenziali della vita.

Come si sa, gli anni di schiavitù fisica, la forma più brutale di sfruttamento, si estesero in alcuni dei nostri paesi sino a poco più di un secolo fa, com’è avvenuto nella nostra stessa Patria nella tappa finale del potere coloniale spagnolo.

Negli stessi Stati Uniti, la schiavitù dei discendenti africani si è prolungata sino alla presidenza di  Abraham Lincoln. L’abolizione di questa brutale forma di sfruttamento è avvenuta solo 30 anni prima che a Cuba.

Martin Luther King sognava l’uguaglianza dei negri negli Stati Uniti appena 44 anni fa, quando fu vigliaccamente assassinato, nell’aprile del 1968.

La nostra epoca si caratterizza per l’avanzare accelerato della scienza e la tecnologia. Ne siamo coscienti o meno, questo è quel che determina il futuro dell’umanità e si tratta di una tappa interamente nuova.

La lotta reale della nostra specie per la propria sopravvivenza è quello che prevale in tutti gli angoli del mondo globalizzato.

Nell’immediato, tutti i latinoamericani e soprattutto il nostro paese, saranno danneggiati dal processo che si sta svolgendo in Venezuela, culla del Liberatore dell’America.

Necessito appena ripetere quello che conoscete: i vincoli stretti del nostro popolo con il popolo venezuelano, con Hugo Chávez, promotore della  Rivoluzione Bolivariana, e con il Partito Socialista Unito creato da lui.

Una delle prime attività promosse dalla Rivoluzione bolivariana è stata la cooperazione medica di Cuba, un campo nel quale il nostro paese ha ottenuto un prestigio speciale, riconosciuto oggi dall’opinione pubblica internazionale. Migliaia di centri dotati con attrezzature d’alta tecnologia che l’industria mondiale  specializzata somministra, sono stati creati dal Governo bolivariano per assistere il suo popolo.

Chávez non ha selezionato costose cliniche private per curare la propria salute: l’ha messa nelle mani del servizio sanitario che ha offerto al suo popolo.

I nostri medici inoltre hanno dedicato una parte del loro tempo alla formazione di medici venezuelani, in aule debitamente equipaggiate dal Governo per questo compito.

Il popolo venezuelano, indipendentemente dalle sue entrate personali, ha cominciato a ricevere i servizi specializzati dei nostri medici, ponendosi tra i meglio assistiti del mondo, ed i suoi indici di salute hanno cominciato a migliorare visibilmente.

Il Presidente Obama conosce tutto questo molto bene e lo ha commentato con alcuni dei suoi visitatori. A uno di loro ha detto con franchezza che il problema è che gli Stati Uniti inviano soldati e Cuba in cambio invia medici.

Chávez, un leader, che in dodici anni non ha conosciuto un minuto di riposo, e con una salute di ferro, senza dubbio si è visto colpito da un’inattesa malattia, scoperta e trattata dallo stesso personale specializzato che lo assisteva, e non è stato facile persuaderlo della necessità di prestare la massima attenzione alla sua stessa salute.

Da allora, con esemplare condotta, segue strettamente le misure pertinenti, senza smettere di svolgere i suoi doveri come capo di Stato e leader del paese.

Oso definire il suo atteggiamento eroico e disciplinato. Dalla sua mente non si allontanano nemmeno per un solo minuto i suoi obblighi, in occasioni sino allo sfinimento.

Posso testimoniare questo, perchè non ho mai smesso di stare in contatto e intercambiare con lui. La sua feconda intelligenza non ha mai smesso di dedicarsi allo studio e all’analisi dei problemi del paese.

Lo divertono la bassezza e le calunnie dei portavoce dell’oligarchia e dell’impero. Non gli ho mai sentito insulti nè volgarità, parlando dei suoi nemici.

Non è il suo linguaggio.

Il nemico conosce bene il suo carattere e moltiplica gli sforzi destinati a calunniare e colpire il Presidente Chávez.

Da parte mia non dubbi ad affermare che, nella mia modesta opinione, espressa in più di mezzo secolo di lotta, che l’oligarchia non potrà mai più governare in questo paese  e per questo è preoccupante che il governo degli Stati Uniti abbia deciso in tali circostanze di promuovere la caduta del governo bolivariano.

D’altra parte insistere nella calunniosa campagna che nell’alta direzione del governo bolivariano esiste una disperata lotta per la presa del comando del governo rivoluzionario se il presidente non riesce a superare la malattia, è una volgare menzogna.

Al contrario, ho potuto osservare la più stretta unità della direzione della Rivoluzione bolivariana.

Un errore di Obama in queste circostanze può provocare un fiume di sangue in Venezuela. Il sangue venezuelano è sangue ecuadoriano, brasiliano, argentino, boliviano, cileno, uruguaiano, centroamericano, dominicano e cubano.

Si deve partire da questa realtà, analizzando la situazione politica del Venezuela.

Si comprende perchè l’Inno dei Lavoratori esorta a cambiare il mondo affondando l’impero borghese?

LINK: What Obama Knows

DI: http://www.granma.cu

I disoccupati nel 2012 saranno 200 milioni

di: Patrick Martin

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto annuale sulla situazione del mercato del lavoro nel mondo,  rilasciato lunedi, prevede che saranno oltre 200 milioni i  disoccupati nel 2012. L’agenzia delle Nazioni Unite ha stimato che sono stati 50 milioni i posti di lavoro spazzati via dalla crisi finanziaria del 2008, prevedendo poi nessun tipo di ripresa, per almeno altri cinque anni in tutto il mondo, per quanto riguarda l’occupazione e i redditi.

Il World of Work Report 2012 prevede un tasso globale di disoccupazione del 6,1 per cento nel 2012, con un aumento della disoccupazione totale nel mondo da 196 milioni nel 2011 a 202 milioni nel 2012.

La disoccupazione totale è destinata ad aumentare di altri cinque milioni nel 2013, a un tasso del 6,2 per cento. (Le percentuali sono artificialmente basse perché l’OIL utilizza i dati ufficiali riguardanti la disoccupazione in ogni paese, quando invece le percentuali reali sono molto più elevate. Negli Stati Uniti, ad esempio, il tasso ufficiale è dell’ 8,3 per cento ma, considerando quelli che sono costretti a lavorare part-time o hanno smesso di cercare lavoro, la percentuale reale si avvicina  al 14 per cento).

Si prevede che la disoccupazione continui ad aumentare fino a raggiungere i 210 milioni di persone entro la fine del 2016, dice il rapporto, aggiungendo che : “E ‘improbabile che l’economia mondiale crescerà a un ritmo sufficiente nei prossimi due anni sia per chiudere il deficit esistente dei posti di lavoro sia per fornire occupazione agli oltre 80 milioni di persone che dovrebbero entrare nel mercato del lavoro. “

Il rapporto condanna le politiche di austerità adottate nella maggior parte dei paesi industrializzati, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, affermando che i tagli alla spesa per i programmi sociali hanno prodotto “conseguenze devastanti” per l’occupazione, mentre i disavanzi di bilancio sono effettivamente cresciuti in quanto le misure di austerità hanno esacerbato la crisi economica .

La relazione osserva che decine di paesi, particolarmente in Europa, hanno introdotto misure volte a “riformare” i loro mercati del lavoro, rendendo più facile per i datori di lavoro licenziare i lavoratori o tagliare i loro salari e benefici. In quasi tutti i casi, il risultato è stato quello di “ridurre la stabilità del lavoro ed esacerbare le disuguaglianze senza riuscire ad aumentare i livelli occupazionali.” Quello che si è ottenuto è stata la crescita di un massiccio esercito di disoccupati di lunga durata: il 40 per cento delle persone in cerca di lavoro nei paesi sviluppati, di età compresa tra i 25 e i 49 anni, sono persone cronicamente disoccupate che non lavorano da più di un anno.

Alcuni principali risultati del rapporto dell’ILO meritano di essere citati:

 L’ inedita e prolungata natura della crisi:

“Questo non è un normale rallentamento dell’ occupazione. Dopo quattro anni dall’inizio della crisi globale, gli squilibri del mercato del lavoro stanno diventando sempre più strutturali e quindi più difficili da sradicare. Alcuni gruppi, come i disoccupati di lunga durata, sono a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Ciò significa che essi non sarebbero in grado di ottenere un nuovo impiego anche se ci fosse una forte ripresa. “

Il fallimento delle politiche di austerità:

“In quei paesi che, in misura maggiore, hanno perseguito l’austerità e la deregolamentazione, soprattutto i paesi dell’Europa meridionale, la crescita economica e occupazionale ha continuato a deteriorarsi. Inoltre, in molti casi, le misure  non sono riuscite a stabilizzare le posizioni fiscali. “

 La crescita del posti di lavoro part-time, temporaneo e “precario”:

“Inoltre, per una percentuale crescente di coloro che hanno un lavoro, l’occupazione è diventata più instabile o precaria. Nelle economie avanzate, i lavoratori part-time  e a tempo determinato involontari sono aumentati rispettivamente di due terzi e più della metà. “

L’impatto catastrofico sui giovani:

“La disoccupazione giovanile è aumentata di circa l’80 per cento nelle economie avanzate e di due terzi nelle economie in via di sviluppo. In media, oltre il 36 per cento dei disoccupati in cerca di lavoro nelle economie avanzate sono stati senza lavoro per più di un anno “.

In aumento la povertà e la disuguaglianza:

“La crisi ha portato ad un aumento dei tassi di povertà nella metà delle economie avanzate e in un terzo nelle economie in via di sviluppo. Allo stesso modo, le disuguaglianze sono cresciute  nella metà delle economie avanzate e in un quarto delle economie emergenti e in via di sviluppo. Le disuguaglianze sono anche aumentate riguardo l’accesso all’istruzione, alla disponibilità di cibo, terra e credito. “

La crescita del malcontento popolare e le agitazioni sociali:

“Su 106 paesi con dati disponibili, il 54 per cento ha riferito, nel 2011, un aumento nel punteggio dell’indice di disagio sociale (Social Unrest Index)  rispetto al 2010 (più alto è il punteggio, maggiore è il rischio stimato). Le due regioni del mondo che mostrano il rischio più elevato di disordini sono l’Africa Sub-Sahariana e Medio Oriente – Nord Africa, ma ci sono anche importanti aumenti nelle economie avanzate e in Europa centrale e orientale “.

Mentre gli economisti e gli analisti dell’OIL sono liberali sostenitori del capitalismo,  aderendo generalmente alla visione del riformismo keynesiano piuttosto che alle panacee del libero mercato di ultra-destra, i dati che hanno fornito rappresentano uno sconcertante atto d’accusa  al sistema del profitto. Essi hanno fornito i dati ma solo una prospettiva marxista è in grado di fornire l’alternativa politica per la classe operaia.

La massiccia crescita della mancanza di lavoro, in mezzo al crescente bisogno sociale, è un atto d’accusa devastante al sistema capitalista. Milioni di persone hanno bisogno di lavoro, ma questo vasto potenziale umano non può essere mobilitato a causa del profitto e della dittatura del capitale finanziario.

Per rispondere al fallimento del sistema capitalista, la classe operaia deve avanzare un esauriente e globale programma socialista, portando un assalto rivoluzionario diretto alle cause fondamentali della crisi: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione del mondo in stati-nazione antagonisti, ciascuno dominato da una élite capitalista che cerca di massimizzare i propri profitti e il proprio potere.

La classe operaia deve portare la ricchezza della società, prodotta dal suo lavoro, nelle proprie mani, cogliendo i beni delle giganti corporazioni multinazionali e rendendoli pubblicamente disponibili e sotto il controllo democratico. Lo sviluppo dell’economia mondiale deve quindi procedere sulla base di un piano internazionale, elaborato per produrre sia la rapida crescita economica che l’abolizione della povertà e della miseria sociale, elevando gli standard di vita delle persone che lavorano in tutto il mondo a un livello decente.

Questo programma non è né utopico né inverosimile. Al contrario, è la prospettiva di una costante depressione del capitalismo, la polarizzazione sociale e la guerra imperialista a risultare irrealistica, anche assurda, dal punto di vista degli interessi della stragrande maggioranza del genere umano.

 LINK: ILO report: Worldwide unemployment over 200 million

DI: Coriintempesta

Il mito dell’ universalità dei diritti umani

Articolo inviato al blog

di: Gaspare Serra – PANTA REI -

QUAL’E’ IL FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

 

“Confessiamo una buona volta a noi stessi che da quando l’umanità ha introdotto i diritti dell’uomo, si fa una vita da cani…”

(Karl Kraus)

 

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (cd. Dudu) del 1948 enuncia una lunga serie di diritti.

Ciò dandone per scontata l’esistenza, ovvero senza indicarne esplicitamente il fondamento ultimo.

Perché mai, allora, riconoscere i cd. diritti umani come diritti “universali” (ovvero rivolti all’intera Umanità e imponenti agli Stati la “non ingerenza” nell’esercizio individuale degli stessi)?

Dove traggono fondamento i “presunti” caratteri distintivi dei diritti dell’uomo (la loro “fondamentalità”, “universalità”, “inviolabilità” e “indivisibilità”)?

 

PUO’ ESSERE “DIO” IL FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

 Alison Renteln, nell’opera “International Human Rights”, distingue tre possibili fondamenti dei diritti dell’uomo:

1-  l’Autorità divina

2-  la legge di natura

3-  o la ratifica internazionale dei trattati (ovvero il “consenso” degli Stati).

Molti autori (tra cui Michael Perry), così, individuano il fondamento dei diritti umani nell’Autorità divina: solo pensando agli uomini come opera di Dio (per ciò stesso “sacri”) vi sarebbero ragioni per credere nell’“universalità” e nell’“inderogabilità” dei diritti dell’uomo (miranti a proteggerne la “dignità”).

Non stupisce, così, leggere nella “Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America” (del 4 luglio 1776) quanto segue: “Reputiamo di per sé evidentissime le seguenti verità:

1- che tutti gli uomini sono stati creati uguali

2- che il Creatore li ha investiti di certi diritti inalienabili

3-  e che, tra questi, vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Del resto anche nel Preambolo della “Carta araba dei diritti dell’uomo” (adottata -sia pur non ancora vigente- dal Consiglio della Lega degli Stati Arabi il 15 settembre 1994) si legge: “Premessa la fede della Nazione Araba nella Dignità dell’uomo, sin da quando Allah l’ha onorata…”.

 I limiti di questa impostazione teorica, però, sono duplici:

1-  da un lato, spingere ad unaidolatria dei diritti umani” (per lo più fatti coincidere con i principali valori condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste);

2-  dall’altro, far perdere di validità universale gli stessi diritti (risulta difficile, infatti, credere che diritti strettamente legati ad una specifica visione religiosa possano essere universalmente condivisi).

I pericoli che discendono da questa lettura, pertanto, sono anch’essi duplici:

1- considerare i diritti umani alla stregua di unanuova religione dell’umanità”;

2-  e trasformare la loro difesa in una sorta di “neo-crociata” (possibile foriera di contrapposizioni ideologiche, manifestazioni d’intolleranza e conflitti di civiltà).

 

 PUO’ ESSERE LA “LEGGE DI NATURA” FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

Le principali teorie sui diritti umani si basanosull’idea dell’esistenza di una “legge naturale”, di cui tali diritti sarebbero solo diretta espressione.

Tali teorie (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”) propugnano l’esistenza di un “nucleo essenziale” di diritti e libertà che apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prescindendo sia dall’Autorità divina che dal diritto positivo.

In quest’ottica i diritti umani sarebbero considerati alla stregua di “diritti naturali”.

Già i filosofi greci (Aristotele e gli stoici per primi) affermarono l’esistenza di un diritto naturale come un insieme di norme di comportamento la cui essenza l’uomo ricaverebbe dallo studio delle leggi naturali  (cd. giusnaturalismo).

Immanuel Kant, nelle opere “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785) e “Metafisica dei costumi” (1797), in un’ottica più razionale e moderna, individuò nella dignità della persona (o “dignitas”) il fondamento ultimo del riconoscimento universale dei diritti umani.

La dignità dell’uomo consisterebbe in un “valore intrinseco assoluto” che imporrebbe a tutti gli altri esseri umani il rispetto sia della propria persona che di quella altrui (“il rispetto che ho per gli altri” -scrive Kant- “è il riconoscimento della dignità che è negli altri”).

Anche le tesi giusnaturaliste, però, presentano un limite:la necessità di un’“assoluta incontrovertibilità” di ogni assunzione metafisica sottostante, ovvero di una “definizione univoca” dei concetti di legge di natura, di natura umana e di dignità della persona (ancor oggi di problematica definizione…).

Il rischio conseguente, così, sarebbe quello di trasformare i diritti umani in una sorta di comandamenti di una “nuova religione laica”!

 

PUO’ ESSERVI UN “FONDAMENTO ASSOLUTO” DEI DIRITTI UMANI?

Partendo da queste criticità, molti autori giungono a negare alcun fondamento metafisico (o assoluto)dei diritti dell’uomo.

Nell’opera “Una ragionevole apologia dei diritti umani”, Michael Ignatieff sostiene che i diritti umani non possono essere considerati come un’espressione normativa della natura umana (in un certo senso, piuttosto, sarebbero “contro natura”!).

La moralità umana e i diritti umani rappresenterebbero solo un tentativo di correggere e contrastare le tendenze naturali proprie degli esseri umani: “non c’è niente di sacro negli esseri umani” -sostiene Ignatief- “niente a cui spetti di diritto venerazione o rispetto incondizionato”.

Secondo Norberto Bobbio i diritti dell’uomo nascono gradualmente in un contesto storico ben determinato, attraverso “lotte per la difesa di nuove libertà contro vecchi poteri”.

Definire certi diritti naturali, fondamentali, inalienabili o inviolabili significherebbe, così, usare “formule del linguaggio persuasivo” che possono avere la funzione pratica di dare maggior forza retorica a un documento politico ma che “non hanno alcun valore teorico”.

Ogni ricerca di un qualsiasi fondamento assoluto dei diritti, in conclusione, sarebbe vana!

Com’è possibile, del resto, trovare un fondamento assoluto in diritti di cui non si ha nemmeno una nozione ben precisa?

La stessa espressione “diritti dell’uomo” è molto vaga…

I diritti umani rappresentano una “classe variabile” in quanto diritti storicamente relativi (mutano nel tempo assieme alle condizioni storiche).

Ciò, del resto, spiega come:

a-  da un lato, diritti considerati assoluti nel passato non siano più considerati tali oggi (si veda la proprietà, come considerata dalla Dichiarazione francese del 1789 e come rivalutata dalle Costituzioni contemporanee);

b-  dall’altro, nel futuro potrebbero essere ritenuti fondamentali diritti che tali oggi non sono affatto (come la protezione dell’ambiente o la protezione della vita animale).

Com’è immaginabile rintracciare un fondamento assoluto, poi, in diritti così eterogenei e in conflitto tra loro?

Molti diritti umani sono “in concorrenza” tra di loro (si pensi al diritto della persona di non essere torturati e al diritto dei cittadini alla pubblica sicurezza).

Diritti “antinomici” non possano avere alcun fondamento assoluto (un diritto e il suo opposto non possono essere entrambi “inconfutabili”!).

Deve far riflettere, del resto, come nemmeno il primo dei diritti dell’uomo che generalmente viene in mente a noi Europei, ossia il “diritto alla vita”, può considerarsi ad oggi un diritto assoluto: ciò, infatti, mal si concilierebbe con la realtà di un Mondo ancora costellato da Stati che ammettono impunemente la pena di morte, tra cui i democratici e liberali Stati Uniti!

 

 IL “CONSENSO DEGLI STATI” COME UNICO FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI

 Basandosi su queste argomentazioni, studiosi come Michael Ignitieff e Norberto Bobbio hanno concluso che l’unico fondamento possibile per i diritti umani è quello storico-politico, ovvero il “consenso” tra gli Stati (principali attori della Comunità internazionale) manifestato nella forma dei trattati.

Occorre “smettere di pensare che i diritti umani siano delle specie di briscole” al di sopra della politica oppure “il credo universale di una società globalizzata, o una religione secolare”, sostiene Ignitieff.

I diritti umani vanno ridotti a mere “norme giuridiche”: non devono essere considerati una religione bensì il tentativo di indicare i valori e i disvalori che tutti gli Stati dovrebbero assumere come criteri guida nella loro azione.

Riconoscere un fondamento “consensualistico” ai diritti umani, tuttavia, comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni “pretesa universalistica”: e proprio questo è l’aspetto più “rivoluzionario” di questa nuova prospettiva.

 

 COME SI E’ COSTRUITO “IL MITO” DELL’UNIVERSALITA’ DEI DIRITTI UMANI?

 Il diritto internazionale (dalla cd. Dudu in poi) ha sempre ribadito il carattere “universale” dei diritti umani.

Ma ha davvero senso parlare di “universalità” di tali diritti?

Stando alle discrepanze interpretative e difformità attuative degli “stessi diritti” da parte dei “diversi soggetti” della Comunità internazionale (gli Stati) ciò appare per lo meno “problematico”… per non dire “pretestuoso”!

 Ecco qualche esempio che può aiutarci a comprendere:

I- da un punto di vista filosofico, mentre l’Occidente è legato ad una concezione “giusnaturalista” dei diritti umani (ritenuti connaturati alla persona umana e indipendenti dalle leggi statuali: ogni Stato che li violerebbe potrebbe essere legittimamente contestato dai propri cittadini), i paesi di tradizione socialista, Cina in testa, sono legati ad una concezione più “statalista” dei diritti dell’uomo, riconosciuti solo nella misura in cui affermati da leggi dello Stato (ogni Stato sarebbe sovrano sia nel definirli sia nel limitarli o circoscriverli in ragione di prevalenti interessi superindividuali)

II- da un punto di vista politico, mentre in Occidente si tende a privilegiare i diritti civili e politici (originariamente rivendicati come risposta allo strapotere dello Stato assoluto), nei paesi in via di sviluppo si presta maggiore attenzione ai diritti economici, sociali e culturali (il diritto a nutrirsi, al lavoro ed alla casa sono considerati prioritari rispetto al diritto al voto ed alle libertà personali)

III- da un punto di vista religioso, infine, mentre nei paesi cristiani il rispetto della persona è un principio cardine dello Stato di diritto, in molti paesi islamici (tendenzialmente teocratici) precondizione per cui una persona possa vantare tali diritti è il simultaneo rispetto dei principi religiosi della “shari’a”.

Ciò ben spiega perché nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri) si afferma come il fondamento dei diritti umani (definiti “comandamenti divini vincolanti, ex art. 2 e 10) si trova nella religione islamica e i diritti umani possono essere esercitati solo in conformità alla “shari’a” (ex art. 2, 7, 12, 16, 19 e 22).

Tali inconciliabili visioni dei diritti dell’uomo spingono a considerare un “mito” la loro supposta universalità (che, tra l’altro, non si è ancora affatto realizzata e, tutt’al più, si può indicare come un traguardo auspicabile).

La pretesa di uniformare universalmente “le culture” dei diritti umani, piuttosto, nasconde in sé seri pericoli, quali il rischio di trasformare la difesa di tali diritti (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”):

a- in una forma di “imperialismo culturale” o “tirannia di una maggioranza etica” (con cui ambire ad imporre nel mondo una sola morale, sia pur prevalente)

b- e in un pretesto per giustificare finanche il ricorso alla guerra come strumento di difesa di tali diritti qualora e ovunque violati (sorvolando sul fatto che è la guerra in sé la più grande violazione dei diritti dell’uomo!).

Il vizio originario della dottrina occidentale dei diritti umaniè che essa poggiasu una Carta (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) tutt’altro che espressione di valori “universali”bensì messaggera di una ben precisa visione etica e culturale, d’indiscussa matrice cristiano-illuministica.

La Dichiarazione del ’48 in primis è un testo d’ispirazione “intrinsecamente occidentale”: non a caso alla stesura della Carta lavorò un Comitato di redazione composto prevalentemente da rappresentanti di paesi occidentali (molti stati dell’attuale Comunità internazionale, nell’immediato dopoguerra ancora non indipendenti o nemmeno sorti, non hanno potuto influire sui lavori del Comitato o nemmeno parteciparvi).

La Dudu, in ultima analisi, non indica valori universalmente condivisi bensì costituisce “una dichiarazione monista che si auto-eleva a legge universale, sebbene sia espressione di una limitata parte dell’Umanità” (Rigon).

Come può, del resto, rappresentare un “ethos globale” una Carta sorta dal compromesso politico raggiunto tra poche potenze mondiali (fondamentalmente Stati Uniti, Europa ed Urss)?

 

 L’“UNIVERSALISMO MINIMALISTA” DEI DIRITTI UMANI

 Accogliendo le critiche all’“universalismo assoluto” dei diritti umani e, al contempo, rifiutando l’opposta tesi del “relativismo etico” globale, Michael Ignatieff (direttore del “Carr Center of Human Rights Policy” di Harvard) ha indicato una teoria alternativa sul fondamento ultimo dei diritti dell’uomo, definita “universalismo minimalista”.

 Di fronte ad una Comunità internazionale irrimediabilmente divisa sul terreno dei diritti umani, Ignatieff proponela rinuncia ad ogni pretesa universalistica in nome della ricerca diun “consenso politico minimo” intorno ad alcuni diritti essenziali.

Lo Studioso suggerisce di ricercare alcuni minimi, essenziali punti di convergenza della Comunità internazionale sul campo dei diritti umani nel rispetto delle specificità storico-culturali dei vari Paesi.

Ridotti “all’essenza”, così, i diritti dell’uomo cesserebbero di rappresentare presso le culture più diverse dalla nostra una sorta di intrusione “neoimperialista” (un tentativo di imporre stili di vita, valori e visioni del mondo tipicamente occidentali).

I diritti umani andrebbero presentati, in conclusione, piuttosto che come un linguaggio di parte utilizzato per proclamare “verità assolute”, come uno strumento per la soluzione dei conflitti e la tutela degli individui dagli abusi del potere.

 Questo “nucleo ristretto” di principi e precetti individuati dagli Stati potrebbe risultare universalmente condiviso solo se compatibile con un’ampia varietà di modi di vivere e pensare (col “pluralismo” dei popoli e delle loro culture), pur senza rinunciare ad apprestare unatutela minima” alla persona umana ovunque nel mondo.

Risponderebbero bene a questi requisiti solo quei diritti che si limiterebbero a definire “libertà da” (ovvero “libertà negative”, a protezione della capacità d’azione dell’individuo) senza indicare “libertà di” (ovvero “libertà positive”).

In quest’ottica, filtrare la “quintessenza occidentale” della teoria dei diritti dell’uomo rappresenterebbe l’unico compromesso possibile per superare le divisioni tra le diverse Civiltà.

 Quali sarebbero questi “valori universalmente condivisi”?

Tale nucleo essenziale potrebbe pacificamente ricondursi alle più gravi violazioni dei diritti dell’uomo, su cui ampia e unanime è la condanna da parte della generalità degli Stati:

1- il genocidio;

2- la discriminazione razziale (in specie l’apartheid);

3- la tortura

4- i trattamenti inumani o degradanti;

5- e la violazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Nulla impedirebbeuna progressiva convergenza degli Stati sul riconoscimento di un nucleo sempre più ampio di diritti (quali quello all’alimentazione, all’accesso all’acqua, alla protezione sanitaria, alla sicurezza, alla libertà di manifestazione del pensiero, alla partecipazione dei cittadini alle scelte dei propri governi tramite libere elezioni…).

A favorire ciò, poi, potrebbero contribuire processi sia di “regionalizzazione” (si veda la Cedu) che di “settorializzazione” dei diritti umani (si vedano i numerosi trattati internazionali siglati negli anni).

 Il filosofo Alessandro Ferrara, addirittura, ha proposto la stesura di una Seconda Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per rispondere all’esigenza di identificare quei pochissimi diritti che si possono davvero riconoscere come “universali”.

Un obiettivo probabilmente ancora troppo ambizioso ma con il quale la Comunità internazionale prima o poi dovrà pur fare i conti…

 

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 RIFERIMENTI FACEBOOK:

 “AL SALAM – LA PACE” (Contro ogni guerra!)

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E se abolissimo il Fmi?

di: Fabio Chiusi

Non è stato capace di prevedere la grande crisi. Né di risolverla. Anzi, forse le sue scelte l’aggravano. Eppure condiziona in modo antidemocratico i Paesi che tiene per il collo. A iniziare dalla Grecia, ma non solo. Allora, perché tenerci il Fondo Monetario Internazionale? Lo abbiamo chiesto a esperti e studiosi di tendenze diverse

Tra le sue principali funzioni c’è quella di formulare previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, ma non è stato in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani. Elargisce prestiti miliardari, ma è accusato di imporre condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano, stritolarne l’economia reale e le popolazioni che ne traggono sostentamento.

Dovrebbe «incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria, facilitare gli scambi internazionali, promuovere l’occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà nel mondo» ma – argomentano i critici – in realtà è una istituzione disperatamente in cerca di identità e missione.

Se il Fondo Monetario Internazionale finisse dalla parte dell’imputato in un ipotetico processo, la requisitoria del pubblico ministero inizierebbe all’incirca a questo modo. E, a giudizio degli economisti dei più diversi orientamenti interpellati da ‘l’Espresso’, ci sarebbero buone probabilità di giungere a una sentenza di condanna.

Perché a detta dei critici il Fondo, nelle cui mani – insieme alla Commissione dell’Unione europea e alla Bce – riposa il futuro della Grecia e dell’intera Eurozona, è una istituzione antidemocratica, opaca, preda degli interessi di pochi e che, in definitiva, così com’è non si capisce nemmeno bene a che serva.

Nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’organizzazione che raccoglie 187 Paesie gestisce centinaia di miliardi di euro dovrebbe essere urgentemente riformata. A partire dalla sua funzione, come spiega Franco Bruni, docente di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi: «Da quando, all’inizio degli anni ’70, è caduto il sistema di Bretton Woods», argomenta, «il Fmi è una istituzione in cerca di lavoro. Perché è finita quella che costituiva la sua funzione principale: la regia di un mondo di cambi fissi».

Da allora, dice Bruni, «ne ha fatte di tutti i colori»: dal riciclo dei petroldollari all’espansione delle sue attività nei paesi in via di sviluppo», finendo per «pestarsi i piedi con la Banca Mondiale» a causa dell’estensione dei suoi finanziamenti ad ambiti che nulla hanno a che vedere con il sistema dei cambi.

Non solo: «Con il passare degli anni ha iniziato a giudicare, tramite visite regolari, i sistemi di vigilanza, regolazione e stabilità finanziaria dei Paesi bisognosi del suo intervento», aggiunge Bruni. Un ruolo intensificatosi a partire dalle prime crisi degli anni ’90, conclude, ma che ha generato la confusione nell’attribuzione di compiti e responsabilità, e le relative accuse di ‘commissariare’ la politica, che appare evidente in questi mesi sull’orlo del baratro.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non vanno oltre l’1,7 e il 2,4 per cento, rispettivamente.

«Questo è assolutamente un problema», sostiene il responsabile economico del Pd,Stefano Fassina, già economista per il Fondo dal 2000 al 2005, «perché pesa negativamente sulla legittimità del Fmi: è evidente che la distribuzione delle quote riflette un mondo che non c’è più, e la credibilità delle sue politiche ne risente».

Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico. In ogni caso, aggiunge l’economista Tito Boeri, anche lui in passato consulente del Fondo, «c’è ancora molto una impostazione Occidentale, che ignora il peso crescente dei paesi emergenti. Se c’è da ricalibrare il Fondo dev’essere sicuramente in quella direzione». Con una precisazione: «Chi solleva questo problema, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che la naturale implicazione è dare più peso a loro. L’Italia conterebbe ancora meno». Per quanto le quote siano state parzialmente ridefinite nel 2010, lo squilibrio resta.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla complessità della governance del Fondo, oggi distribuita all’interno di un intreccio incredibile di organi. Un Board dei governatori, uno per Paese (di norma il ministro delle finanze o il capo della banca centrale), cui spetta ridefinire il peso delle quote e l’ammissione di nuovi membri. Due comitati ministeriali che consigliano i governatori. Un Board esecutivo, i cui 24 membri dovrebbero rappresentare gli interessi di 187 Paesi, anche 24 alla volta, e controllarne lo stato di salute finanziaria.

Le decisioni sono prese per consenso o voto formale sotto la direzione di un ‘direttore operativo’ e del suo staff. Attualmente a capo del Fondo c’è Christine Lagarde, uno stipendio da circa 31.700 euro al mese, 551.700 dollari l’anno: 130 mila in più del predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Nonostante il Fondo sia dotato al suo interno di un Ufficio di Valutazione Indipendente, di un Ufficio per l’Etica e addirittura di una hotline attiva 24 ore su 24 per chi volesse spifferarne i difetti, più di qualcuno argomenta inoltre che l’intera macchina sia tutt’altro che efficiente e trasparente. E non solo gli ‘indignati’ accampati nelle piazze di tutto il mondo: «Serve una governance interna snella», argomenta Bruni, «perché in questo momento il governo del Fondo è estremamente complicato. C’è una gerarchia di due organi che si pestano i piedi, sono pieni di carte. Io ho visto come lavorano, è impossibile. Serve un consiglio direttivo professionale, scelto non in base a criteri politici, non Christine Lagarde, ma veri banchieri internazionali con grandi capacità».

Ma non è un problema solo di burocrazia. Il sociologo Luciano Gallino, autore di un recente volume intitolato ‘Finanzcapitalismo’, non ha dubbi: «L’Fmi è un organismo intrinsecamente non democratico, quindi il suo funzionamento è opaco per definizione. Probabilmente è trasparente a chi ne sta dentro e chi ne influenza le decisioni.» Perché non democratico? «Perché il Fondo rappresenta nel modo più chiaro e netto la struttura della finanza internazionale con le sue esigenze. Quindi non soltanto di democratico non ha nulla: ha ostacolato in vario modo i sistemi democratici in molti paesi», attacca Gallino, «perché la sua ricetta è sempre stata ‘ti presto dei soldi a condizione che attui riforme – le chiamano così – intrinsecamente non democratiche’: privatizzare tutto il privatizzabile, tagliare le pensioni, la sanità, la scuola pubblica, ridurre il ruolo dello Stato».

Il problema è che il Fondo «nei suoi fondamenti incorpora la mitologia economica neoliberista, e mi sembra molto difficile riformarla: la mitologia neoliberista non si riforma. Bisogna pensare a riformare l’architettura del sistema finanziario internazionale e in questa riforma si potrebbe trovare anche una collocazione diversa del FMI», argomenta Gallino. Che ricorda come fu lo stesso Ufficio di Valutazione del Fondo, nel 2008 e con «mezza dozzina di banche già fallite negli Stati Uniti e in Europa», a criticare l’orientamento dell’istituto. In cui per il sociologo vige «un pensiero totalitario, non molto diverso da quello totalitario dell’estrema sinistra di stampo sovietico.»

Critiche che si aggiungono a quelle formulate dall’ex capo economista, Kenneth Rogoff, a settembre dello scorso anno: «Soltanto un anno fa, al meeting annuale dell’Fmi a Washington», ha scritto in un intervento sul ‘Sole 24 Ore’, «i funzionari più esperti sostenevano che il panico per la crisi del debito sovrano in Europa era una tempesta in un bicchier d’acqua. L’Fmi sosteneva che perfino le dinamiche del debito della Grecia non fossero un problema serio».

Segnali insomma di una perdita di credibilità, e di una capacità previsionale non eccelsa. Anche se, precisa Fassina, più che di mancata comprensione in alcuni casi potrebbe trattarsi di una precisa strategia comunicativa. Perché «bisogna tener conto che se il Fondo dice che la Grecia fallisce, la Grecia fallisce un minuto dopo».

Qualche segnale positivo, aggiunge l’esponente Pd, viene dal fatto che negli ultimi anni il Fondo abbia fatto «delle correzioni di linea significative», anche grazie al nuovo capo economico Olivier Blanchard, allontanandosi dall’ortodossia. E a uno studio, prodotto dagli economisti del Fondo, che smentisce le teorie di chi «come Alesina e Giavazzi parla di politiche di austerità espansive. E dimostra che, al contrario, sono recessive», dice Fassina.

Ma molto resta da fare. E se c’è chi, come il professor Bruni, afferma che «bisogna portare via il Fmi da Washington» perché «non è bello che i funzionari del Fondo che esaminano la politica monetaria del Gabon o dell’Indonesia arrivino a un posto che è a poche centinaia di metri dal Tesoro americano», l’economista e senatore Fli Mario Baldassarri ricorda che il problema è sistemico: «Io farei un processo all’Occidente e all’Europa, non solo al Fondo. Nel senso che l’Occidente si sta suicidando e l’Europa non esiste. Non è mai esistita».

Per Baldassarri, «occorre una nuova governance, un nuovo G8 che proceda a fare la nuova Bretton Woods, il nuovo Fmi, la nuova Banca Mondiale». A quel tavolo dovrebbero sedere con pari dignità le potenze emergenti, e un rappresentante degli ‘Stati Uniti d’Europa’. «Altrimenti continueremo ad alimentare la ricchezza cinese, che tra l’altro non serve ancora a migliorare il tenore di vita dei cinesi», argomenta il senatore. Ma perché ciò avvenga servono risposte politiche, «non tecnicalità del Fondo».

Espresso- Repubblica.it

Quando la creazione di moneta diventa un crimine contro i popoli

New York – Il diritto di battere moneta e’ un “regalo reale”. Le banche centrali di Stati Uniti e Inghilterra mettono denaro a disposizione dei loro stati a tassi convenienti e quando ne hanno bisogno. L’Europa invece non ha ancora ben chiara la differenza tra liberalismo e perdita di sovranita’.

Per evitare che la politica demagogica defraudasse il cittadino formica in nome del cittadino cicala, l’Europa con l’articolo 123 del trattato europeo ha confiscato questo diritto (di battere moneta per aiutare lo stato), come denuncia un docente di Finanza ed Etica sul quotidiano Les Temps.

Il prestito a uno stato dipende dalla buona volonta’ del prestatore e il tasso di interesse cambia in funzione del rischio di default dello stato.

Il regalo messo a disposizione ha un costo che non rappresenta il rischio di credito e puo’ essere fatto alle banche, alle imprese o agli Stati. La questione etica risiede nella scelta congiunturale del beneficiario del regalo.

A dicembre 2011, per esempio, la Bce ha prestato 489 miliardi di euro alle banche a tre anni, che secondo il Financial Times saliranno presto a 1.000 miliardi. Sono le cifre del regalo. In termini numerici, su un totale debitorio di oltre 270 miliardi di euro, gli aiuti alla Grecia ammontano a 145 miliardi di euro e prevedono l’intervento del braccio operativo della Bce, il fondo salva stati.

Se non fossero sostenute dalle acrobazie della Bce e accompagnate sotto braccio da Francoforte, le banche versebbero in questo momento nello stesso stato dell’Italia, o forse peggio, della Grecia, scrive il professore dell’Universita’ di Grenoble Denis Dupre’. Mille e 500 miliardi al tasso dell’1% invece del 7%, corrisponde a un regalo da 90 miliardi su tre anni.

Il vero problema e’ che questo meccanismo non e’ nemmeno produttivo. Le banche non prestano piu’ alle societa’, acuendo la crisi. Cinicamente possono persino pensare a riacquistare azioni proprie per far salire i livelli di capitale e attirare nuovi azionisti, quando vogliono e quando ne hanno bisogno. E dopo l’entrata in vigore delle norme di Basilea III succede sempre piu’ spesso.

L’ossessione della Bce per la salute delle banche, a cui va riservato il regalo, domina anche la questione della liberta’ democratica dei cittadini. L’Europa reagi’ mollemente alle violazioni della liberta’ di stampa in Ungheria nel 2010, ma ora che il governo vuole ristabilire una certa indipendenza dall’Unione economica e monetaria, aumentando i poteri della banca nazionale, Bruxelles ha condannato senza appello l’esecutivo di Budapest.

Il miliardario Soros ha chiesto che la Bce presti denaro all’1% a Italia e Spagna, non alle banche. Ma non e’ all’ordine del giorno. Senza questi aiuti, gli Stati in difficolta’ sono condannati di fatto al rimborso massimo cosi’ come calibrato e deciso dalla troika composta da Ue, Fmi e Bce.

Dopo la lettera della Bce inviata nell’agosto dell’anno scorso al governo Berlusconi per chiedere misure di austerita’, in Grecia i salari pubblici sono stati fatti scendere del 40%, il 25% delle piccole imprese e’ fallito e vengono chiesti ulteriori sforzi.

A gennaio 2012 la Germania ha persino proposto di mettere la Grecia sotto tutela, inviando un commissario europeo che disponga del diritto di veto sulle decisioni riguardanti il budget.

Le banche greche hanno 48 miliardi di dollari di bond ellenici in pancia e in caso di ristrutturazione andrebbero in crisi nera, visto che un’ipotetica perdita del 30% del capitale vorrebbe dire perdite per 15 miliardi rispetto a riserve di appena 28,8 miliardi di dollari. Altri 22 miliardi di bond sono in mano a Fondi pensione greci che andrebbero in rosso. Dei restanti 270 miliardi di debito del Partenone, 130 sono in mano a investitori pubblici (official creditors come Bce, Fmi, Ue e Banca Mondiale) mentre i restanti 140 miliardi sono in mano a privati, dove spiccano le banche francesi con 63 miliardi, le tedesche con 40 miliardi, le britanniche con 15,1, le portoghesi con 10,8 mentre le italiane hanno solo 4,7 miliardi di dollari, secondo i dati di fine 2010.

I cittadini e i manager d’impresa devono battersi perche’ questi 270 miliardi non siano versati nelle casse delle banche. O e’ forse meglio aspettare un ritorno dei colonnelli in Grecia per chiedere la modifica dell’articolo 123 del trattato europeo che vieta la creazione monetaria per gli stati?

Nel 2007, all’inizio della crisi, poteva essere letta come una sorta di sottomissione a una condizione di servitu’ volontaria, con l’obiettivo di non schiacciare gli interessi privati o non dover rinegoziare un trattato che di per se’ e’ molto complesso. Cinque anni piu’ tardi, si puo’ considerare a tutti gli effetti un crimine contro i popoli.

Denis Dupré e’ professore di finanza e etica, titolare della poltrona di manager responsabile dell’Universita’ di Grenoble

Fonte: Wall Street Italia

La diplomazia armata di Monti

di: Manlio Dinucci

Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri del governo Monti, ha illustrato al Senato la partecipazione dell’Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». Di pace se ne intende, per essere stato consigliere politico alla Nato, ambasciatore in Israele e quindi negli Stati uniti, dove ha contribuito alla «straordinaria collaborazione bilaterale nei principali scenari di crisi».

Mentre la crisi finanziaria alimenta a livello globale gravi tensioni politiche e sociali, afferma il ministro, è ancor più «interesse dell’Italia» partecipare alle «operazioni in scenari di crisi», dove si gioca la «credibilità internazionale» del Paese. Anche perché la nuova strategia Usa prevede la riduzione delle «forze di manovra» in Europa a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. L’Italia deve quindi impegnarsi ancora di più in «missioni internazionali di pace e stabilizzazione», che siano «realmente integrate», ossia «uniscano le componenti militari e civili». Per affrontare «le sfide della stabilizzazione che provengono dalla Libia, le criticità in Afghanistan e in Libano, le crisi in Corno d’Africa». In Libia, dopo il «successo dell’operazione condotta dalla Nato», l’Italia «continuerà a sostenere molto attivamente la nuova dirigenza», soprattutto formando le sue «forze di sicurezza». E, il 20 febbraio, ospiterà a Napoli il vertice ministeriale del Dialogo 5+5 e il Foromed per «il rilancio del dialogo e della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo». Dialogo che l’Italia ha condotto in modo esemplare, sganciando sulla Libia un migliaio di bombe. Ma già si preparano altre «operazioni»: in Siria, avverte Terzi, «la situazione non è più sostenibile». Questa è la «diplomazia della sicurezza», con cui il governo Monti intende «tutelare all’estero i nostri interessi politici, economici e finanziari». Nonostante le minori risorse disponibili, chiarisce al Senato il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, «non può essere sacrificata la capacità operativa del nostro strumento militare a tutela della sicurezza e dell’ordine internazionale». Sono quindi necessarie «forze armate sì ridotte, ma più moderne, meglio addestrate e meglio equipaggiate». Compresa la «difesa missilistica», importante perché «la minaccia (l’Iran e quant’altro), che ci piaccia o no, c’è». Su tali scelte, sottolinea Di Paola, esiste «una continuità che attraversa i confini virtuali dell’alternanza di governo e che accomuna gli schieramenti politici di maggioranza e opposizione». Immediata la conferma: PdL e Pd si schierano compatti col governo, mentre l’IdV assume qualche posizione critica e la Lega fa alcuni distinguo. Il sen. Tempestini (Pd) chiede il «rafforzamento della credibilità internazionale del Paese», e preannuncia un decreto-legge per rendere permanente il finanziamento delle «missioni». Già lo aveva chiesto invano il sen. Scanu (Pd) al governo Berlusconi, perché «ci preme costruire la credibilità dell’Italia» e perché «le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese». «Che tristezza – aveva esclamato – sentir dire che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi». Ora non sarà più triste: li troverà il governo Monti tagliando ancora di più le spese sociali.

IlManifesto.it

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Il comunismo sbiadito e i forconi siciliani

di: Andrea Fais

Ricordiamo tutti il Popolo Viola: questa creatura politicamente informe, che per oltre un anno ha riempito le piazze italiane, gridando alle dimissioni di Berlusconi. Una creatura colorata, di cui ho in passato trattato personalmente all’interno del sito “Conflitti e Strategie”, individuando attendibili collegamenti tra la macchina dell’antiberlusconismo di piazza e quella dell’antiberlusconismo dei poteri forti.

Del resto, i meeting viola organizzati dalla London School of Economics, prestigioso tempio “liberal” del capitalismo anglosassone, lasciavano poco spazio alla fantasia. Travaglio ebbe, proprio a ricordare come in Italia ci trovassimo in un condizione di totale anomalia rispetto al resto dell’Occidente, confortandosi con gli autorevolissimi dati forniti da Freedom House, struttura di ingerenza e soft-power legata a doppio filo con il governo degli Stati Uniti: una garanzia insomma. In quel caso, il numero fece la forza: tutto questo gruppuscolo di sigle e di associazioni no-profit cominciò a smuovere milioni di persone, con adesioni all’interno di quella “minoranza rumorosa” che vedeva in Berlusconi il solo ed unico male dell’Italia. Le forze della sinistra radicale, che ancora presumono di richiamarsi al comunismo storico, cercarono così di cavalcare – fallendo per evidente sproporzione di forze in campo – l’ondata, dialogando con quelle realtà e prestandosi alla linea del “Berlusconi first”. Molti esponenti politici parlarono, difatti, proprio della necessità di costituire una sorta di nuovo CLN esclusivamente pensato per cacciare Berlusconi, attraverso azioni dimostrative di strada o pressioni pubbliche.

Abbiamo visto cosa è accaduto: le immagini del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 hanno fatto il giro del mondo, regalando al pianeta un’immagine dell’Italia assolutamente devastata e manipolata, grazie alla distorsione mediatica operata da qualche migliaio di esagitati. Pareva che il governo Berlusconi fosse in uno stato del tipo “centoventi giornate di Sodoma”, perso tra festini orgiastici e vizi borghesi, mentre l’Italia stesse affondando, preda di uno spread senza freni. Non si sapeva cosa significasse precisamente questo oscuro vocabolo finanziaro, ma fu abbastanza per allineare le richieste di Di Pietro o di Vendola a quelle del Sole24Ore: “Fate presto!”. Il resto lo sappiamo.

Il governo tecnico si impone con un colpo di coda gestito dal Quirinale, senza alcuna interpellanza elettorale, si stabilisce in pianta stabile con l’intenzione solida di restare sino alla fine del mandato naturale della legislatura (2013) e di apportare pesantissime manovre economiche e fiscali, per giustificare provvedimenti da macelleria sociale. I bicchieri di champagne stappati dalle sinistre diventano improvvisamente indigesti, restano sullo stomaco: le facce terrorizzate e sbiancate di chi fino al giorno prima aveva fatto di tutto perché si creassero le condizioni per le dimissioni di Berlusconi, erano già allora evidenti. Cosa raccontare al proprio elettorato? Di aver appoggiato un golpe bianco e poi di essersi accorti della gran debacle? Un po’ strano come meccanismo. Dunque, meglio inventarsi una fantomatica continuità tra Berlusconi e Monti, prolungando per inerzia la farsa del teatrino antiberlusconista degli ultimi dieci anni: “Berlusconi è andato via, ma il berlusconismo è rimasto e rivive in Monti, dunque contestiamolo”.

La bufala è andata.

Qualcuno – quasi tutti – ci ha creduto. D’altronde se hanno creduto per dieci o quindici anni ad uno come Bertinotti, ormai potrebbero bersi anche l’acqua del mare pensando che sia oligominerale. Chiaramente, la maggioranza più silenziosa e più produttiva del Paese, quella dei piccoli commercianti, degli operai non sindacalizzati (cioè, non disposti a farsi prendere per i fondelli dai sindacati gialli italiani), dei piccoli agricoltori, delle piccole imprese, dei piccoli esercenti e così via, non può stare a guardare lo spettacolino mediatico di una situazione al tracollo, malgrado l’abitudine di queste persone all’umiltà e al lavoro senza tante pretese, la loro dignità e la loro (virtuosa) incapacità a scadere nella ridicola boutade circense cgiellina del pubblico impiegato con un campanaccio al collo e un fischietto in bocca.

Così, in silenzio, e fuori dai profeti del dissenso e dai sindacati di potere, è sorto in Sicilia uno sciopero spontaneo ed autonomo degli autotrasportatori che si è esteso a macchia d’olio anche al mondo dell’agricoltura.

Ufficialmente non vi sono collegamenti con alcuna forza politica, anche se a Catania pare sia stata avvistata qualche bandiera di estrema destra durante un comizio. In generale, insomma, il cosiddetto Movimento dei Forconi, pare essere al di fuori di qualunque sospetto: senz’altro ci sarà del qualunquismo e non mancherà la demagogia tipica del contesto di piazza e di contestazione pubblica, tuttavia la piattaforma sociale di lotta di persone che lavorano ogni giorno come muli è senz’altro trecento spanne superiore a quella di beceri indignados fuffaroli (apprezzati pure da Soros e Draghi… che è tutto dire…) o popoli “viola”, composti da ultrà del no-globalismo negriano o da esaltati lettori dei libelli pubblicati dal gruppo editoriale di De Benedetti.

Eppure la sinistra radicale italiana non ha perso tempo a lanciare strali e sospetti, boicottando in modo anche verbalmente violento lo sciopero. Siamo al colmo. Che abbiano ricevuto l’appoggio di qualche insignificante sigla di estrema destra o meno, queste persone lavorano ogni santo giorno e vivono sopra un camion per paghe non certo soddisfacenti, così come non certo bene se la passano i tanti braccianti e piccoli produttori della filiera agricola regionale. Pensare che movimenti politici minoritari ed assolutamente irrilevanti, come quelli di estrema destra, possano organizzare di colpo un movimento di protesta che blocca un’intera regione dello Stato, tra le più popolate, è letteralmente ridicolo. Dopo aver partecipato al coro alzato da Washington e dai suoi alleati contro la repubblica socialista di Gheddafi, schierandosi – con una silenziosa complicità – dalla parte dell’imperialismo, questi personaggi politici sembrano ancora non sufficientemente paghi di dare sfoggio della loro intima natura reazionaria e anti-sociale.

C’era un tempo in cui il Partito Comunista Italiano faceva il giro delle campagne e delle fabbriche, per conoscere le condizioni sociali in modo dettagliato e capillare cascina per cascina, stabile per stabile, raccogliendo pareri e consensi dal mondo del lavoro, spiegando poi loro, alla sera o durante i comizi alla domenica, i collegamenti tra quei loro problemi quotidiani di operai e contadini della provincia italiana, ed un sistema internazionale denso di contraddizioni e strategie di conflitto ardue e complicate. Parliamo di anni in cui era ancora l’emblema di Lenin a campeggiare nelle pareti delle sedi del partito, anni in cui era la Russia bolscevica il riferimento politico principale, anni in cui personaggi come Vendola, De Magistris o Bertinotti non avrebbero mai messo piede in un circolo politico comunista: roba in bianco e nero, confinata ormai alle sole figure del neo-realismo, come quella di Giuseppe Bottazzi. Son passati cinquanta anni, eppure sembra passata un’intera era geologica.

StatoPotenza.eu

Le smart bombs di Wall Street

di: Manlio Dinucci

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo. Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato. Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti.

IlManifesto.it

Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche

di: James Petras

Introduzione

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.

Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.

Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.

La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.

Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.

Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.

La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana.

Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale.

La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.

Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).

Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.

Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive.

Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.

La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire.

Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.

Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.

Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico.

L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.

L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.

I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.

A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.

La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”.

L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.

Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva.

I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo.

Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”.

Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza.

Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura.

Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.

L’“oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori.

A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.

A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso.

L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.

Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati ​​da tecnocrati.

La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”            

Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati ​​e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario.

Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs.

Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia.

I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani.

I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno.

In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico.

In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.

In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.

Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.

Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche).

I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.

Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.

Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.

Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.

Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica

Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.

La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti.

Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale.

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”

Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale.

Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza.

L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione.

Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare.

La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il ​ ​potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro.

Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.

Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)        Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite
2)      Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)      Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4)      Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5)      Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato.

Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6)      Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ​ ​rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7)      L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8 ) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9)      La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10)  Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.

Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento.

L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro.

Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.

Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status.

I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.

I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati ​​erode ogni richiamo all’“unità nazionale” e all’“equo sacrificio”.

Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli.

Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.

La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.

Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive.

Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.

All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”.

Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa.

I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista.

In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.

L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”.

Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.

L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.

La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.

I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.

Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti.

Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.

Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.

A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.

Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitoria.

Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo.

La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.

L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.

I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.

Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura.

La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.

Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.

Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.

Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.

La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

LINK: The New Authoritarianism: From Decaying Democracies to Technocratic Dictatorships and Beyond 

TRADUZIONE: Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

Sinistrainrete.info

Karol Wojtila: da Hitler a Bush

Articolo inviato al blog
di: Stefano Zecchinelli
Pubblicato anche su BentornataBandieraRossa

1. La beatificazione di Karol Wojtila, meglio conosciuto come Giovanni Paolo II, avvenuta questo primo maggio, è un attacco frontale della borghesia verso tutto il mondo del lavoro, quindi è bene cercare di prendere, una volta per tutte, di petto la questione. Wojtila è stato uno dei migliori uomini della borghesia,un burocrate cinico e senza scrupoli; il primo maggio 1886, a Chicago il movimento operaio rivendicava le otto ore di lavoro, stabilite dalla legge, ora che questa rivendicazione sta per essere smantellata, il nemico di classe mette sull’altare uno dei suoi tecnici più capaci. In questo breve saggio, cercherò di spiegare il posto che Karol Wojtila,ha avuto nell’articolazione del conflitto di classe,durante il suo lungo pontificato;questo studio non può prescindere da un metodo marxista e scientifico.

2. Dirò subito, che il pontificato di Giovanni Paolo II coincide con la massima egemonia dell’imperialismo yankee nel mondo,quindi chi vuole criticare questa figura, deve, a mio avviso, tenere presente questa coordinata fondamentale. Mettendo da parte la retorica, a dir poco demenziale, del Papa buono che distrugge un improbabile regime comunista, quando, a dispetto di Wojtila, le vecchie burocrazie si sono riciclate in borghesie private (quindi quali sconfitti?), facendo danni enormi per ciò che riguarda i diritti sociali,mi concentrerei,sul cuore del problema. Gli Stati Uniti vincono il conflitto strategico con l’Urss, stabiliscono la loro egemonia nel mondo, ma l’azione politica, e in questo Gramsci ci ha dato una grande lezione,necessita di una ideologia,o se vogliamo (in linguaggio gramsciano), necessita di una visione del mondo dominante. Bene, partirò proprio da lì, e in particolare, dal rapporto che intercorre fra la Teologia dell’Opus Dei,e il cinismo filosofico dei neoconservatori americani.

3. Non mi metto a parlare della nascita dell’Opus Dei, fondata il 28 ottobre 1928 a Madrid da Josemaria Escrivà, figura vicina al fascismo spagnolo. Inutile soffermarsi su questi argomenti, come non mi interessa in questa sede parlare degli scandali finanziari dell’Opus Dei, vera e propria organizzazione para-mafiosa; io non amo fare in modo scolastico quello che altri hanno fatto scendendo nell’analitico.Tornerò, rispettando gli spazi, invece sulla teologia, cosa che a me preme un po’ di più. Molti studiosi hanno comparato la produzione ideologica dell’Opus Dei con l’ideologia calvinista, studiata da Weber in ‘’L’etica protestante e lo spirito del capitalismo’’. In entrambe le ideologie c’è il culto del lavoro,che santifica e porta ricchezza,quindi una forte difesa dei principi del capitalismo,come la proprietà (capitalistica). Inoltre sia il calvinismo che la Teologia dell’Opus Dei si fondano sul dogma della depravazione totale dell’uomo; la natura umana è corrotta in virtù del peccato originale, e l’uomo per salvarsi ha bisogno di affidarsi totalmente alla grazia di Dio. Il problema della libertà si risolve con la benevolenza divina,che indica agli uomini la via della salvezza; ovviamente,’’il sommo’’ fa leva su uomini illuminati,pochi eletti capaci di diffondere il suo verbo.

Vediamo adesso, per grandi linee, cosa dice Leo Strauss, il principale esponente dei neoconservatori americani.

4. Leo Strauss, allievo di Carl Schmitt ,attribuisce alla religione un ruolo di conservazione sociale, in una funzione antimoderna, per schiacciare sia la democrazia e sia il socialismo, in quanto prodotti della Rivoluzione Francese. In filosofia però Strauss restava,forte della lezione di Nietzsche ed Heidegger, un nichilista radicale, quindi il suo è un ateismo devoto, da dare in pasto al popolaccio ignorante; i valori assoluti, come la religione, i valori morali e le categorie politiche (in questo,in parte,differisce da Schmitt), devono essere fatti ingoiare alle masse, mentre i prescelti (vedete l’analogia con la Teologia dell’Opus Dei), dispongono della verità. ‘’Il nostro’’ (riferito a Strauss) deforma,chiaramente il pensiero di Platone, e per la precisione, quella che il grande filosofo greco,chiamava la ‘’nobile menzogna’’.

Solo i migliori, e quindi i tecnici, hanno il compito di esercitate il potere, tutti gli altri devono solo mettersi da parte, ed attendere;tutte cose molto interessanti, dato che saranno riprese da Alexandre Kojève nella sua ‘’Introduzione alla lettura di Hegel’’, e dal pupazzetto nippo-americano Fukuyama, il teorico della fine della storia. Strauss riprende il personaggio di Callicle, del ‘’Il Gorgia’’ sempre di Platone, sinistra figura che ispirerà anche il prenazista Nietzsche. (1)Insomma,un messaggio anticristiano, che conquisterà le burocrazie clericali, impegnate in quel momento a combattere, l’avanzata in America Latina della Teologia della Liberazione. E’ interessante accennare a come si presta attenzione, sia nella Teologia dell’Opus Dei che nel cinismo filosofico, alla formazione di questi ‘’migliori’’; le ideologie si concretizzano sempre in apparati burocratici, e la selezione al loro interno deve riflettere la divisione sociale del lavoro capitalistica,non è un caso che le università si siano ridotte a delle corporazioni mafiosissime,e producano solo spazzatura,in tutti i campi del sapere. I compagni hanno sottovalutato tutto ciò, non rilevando nemmeno come a ridosso dall’inizio del pontificato di Wojtila, nasce la Commissione Trilaterale, che nel suo bollettino politico ‘’La crisi della democrazia’’afferma la necessità di svuotare quest’ultima di contenuto,lasciando solo l’involucro politico,una sorta di etichetta di garanzia. Allora rifissiamo i punti cardini della discussione :la Teologia segue la filosofia politica (e sociologia) borghese,quindi Leone XIII sta a Max Weber,come Karol Wojtila a Leo Strauss. La Teologia dell’Opus Dei ha la punta di diamante nell’Enciclica Centesimus Annus,dove il ‘’Papa buono’’ attacca le economie dei paesi dell’est,e soprattutto la Teologia della Liberazione. Prima di vedere un po’ cosa dice ‘’il nostro’’, premettiamo che questa Enciclica è stata scritta per i cento anni,dalla Rerum Novarum di Leone XIII, bella coincidenza; come osserva Gramsci, Leone XIII scrisse questa Enciclica per arginare il movimento operaio che era passato ‘’dal primitivismo a una fase realistica e concreta’’ (2), la storia si ripete.

Citiamo un po’ l’amico di Pinochet:

‘’ Proponendosi di far luce sul conflitto che si era venuto a creare tra capitale e lavoro, Leone XIII affermava i diritti fondamentali dei lavoratori. Per questo, la chiave di lettura del testo leoniano è la dignità del lavoratore in quanto tale e, per ciò stesso, la dignità del lavoro, che viene definito come «l’attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione».Il Pontefice qualifica il lavoro come «personale», perché «la forza attiva è inerente alla persona e del tutto propria di chi la esercita ed al cui vantaggio fu data». Il lavoro appartiene così alla vocazione di ogni persona; l’uomo, anzi, si esprime e si realizza nella sua attività di lavoro. Nello stesso tempo, il lavoro ha una dimensione «sociale» per la sua intima relazione sia con la famiglia, sia anche col bene comune, «poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che produce la ricchezza degli Stati». È quanto ho ripreso e sviluppato nellEnciclicaLaborem exercens’’. (3)

Ed ancora:

 ‘’ Un altro principio rilevante è senza dubbio quello del diritto alla «proprietà privata». Lo spazio stesso, che l’Enciclica gli dedica, rivela l’importanza che gli si attribuisce. Il Papa è ben cosciente del fatto che la proprietà privata non è un valore assoluto, né tralascia di proclamare i principi di necessaria complementarità, come quello della destinazione universale dei beni della terra. D’altra parte, è senz’altro vero che il tipo di proprietà privata, che egli precipuamente considera, è quello della proprietà della terra. Ciò, tuttavia, non impedisce che le ragioni addotte per tutelare la proprietà privata, ossia per affermare il diritto di possedere le cose necessarie per lo sviluppo personale e della propria famiglia — quale che sia la forma concreta che questo diritto può assumere —, conservino oggi il loro valore. Ciò deve essere nuovamente affermato sia di fronte ai cambiamenti, di cui siamo testimoni, avvenuti nei sistemi dove imperava la proprietà collettiva dei mezzi di produzione; sia anche di fronte ai crescenti fenomeni di povertà o, più esattamente, agli impedimenti della proprietà privata, che si presentano in tante parti del mondo, comprese quelle in cui predominano i sistemi che dell’affermazione del diritto di proprietà privata fanno il loro fulcro. A seguito di detti cambiamenti e della persistenza della povertà, si rivela necessaria una più profonda analisi del problema, come sarà sviluppata più avanti’’. (4)

Mi sembra che qui Wojtila riprenda il Rotarismo delle origini, per cui in funzione antimarxista, è necessario fare leva sui servizi sociali; ingegnoso espediente con cui le borghesie congelano il conflitto di classe. Quindi richiamando ai valori morali, e all’etica sociale (ancora Strauss e Wojtila vanno a braccetto), si cerca di arginare il capitalismo di rapina. Il nostro scrive questa Enciclica, in contemporanea con lo sgretolamento delle Repubbliche Popolari dell’Est (che poi di popolare non avevano proprio nulla!), e quindi era necessario attenuare l’attrito Gran Capitale/Lavoro salariato prima del macello neoliberista. Il Pontefice,in quanto maschera di facciata del capitalismo, non poteva non cercare di tappare quel vuoto sociale,che nell’immaginario comune si sarebbe creato con la caduta, del ‘’socialismo reale’’.

Poco più sotto abbiamo un vero gioiello:

‘’ In tal modo il principio, che oggi chiamiamo di solidarietà, e la cui validità, sia nell’ordine interno a ciascuna Nazione, sia nell’ordine internazionale, ho richiamato nella Sollicitudo rei socialis,si dimostra come uno dei principi basilari della concezione cristiana dell’organizzazione sociale e politica. Esso è più volte enunciato da Leone XIII col nome di «amicizia», che troviamo già nella filosofia greca; da Pio XI è designato col nome non meno significativo di «carità sociale», mentre Paolo VI, ampliando il concetto secondo le moderne e molteplici dimensioni della questione sociale, parlava di «civiltà dell’amore»’’. (5)

E’ chiaro a chi procede con il ”Grande Metodo” (Brecht) che Leone XIII ha camminato di pari passo con l’avvento degli Stati Uniti, la potenza emergente di fine ‘800, e quindi con l’introduzione dell’economia fordista; mentre Woytila, richiamandosi al corporativismo, ha cercato di armonizzare il passaggio dal fordismo stesso, al managerialismo. In questo la Teologia papale è andata a braccetto,prima con la teoria politica dell’hitlerismo (applicazione del fordismo nell’Europa centrale), e poi con la teoria politica dell’imperialismo yankee. Insomma, il quadro che ne esce è abbastanza chiaro: Karol Wojtila è stato l’uomo immagine (o almeno poco ci manca) della massima espansione dell’imperialismo americano nel globo terrestre; ha benedetto il passaggio dal mondo bipolare a quello unipolare, dedicando i suoi ‘’padre nostro’’ alla strategia (del contenimento) della potenza egemone. I poveri? Il buon Karol, come ha dimostrato in Nicaragua,Cile,e Argentina (giusto per fare qualche piccolissimo esempio!),a dir poco ‘’se ne fotteva’’.In Teologia,’’il nostro’’ ha rielaborato tutto ciò che i neoconservatori hanno detto in filosofia; quindi abbiamo avuto inizialmente una sorta di hitlerismo morbido, per poi arrivare, cercando anche di ottenere dei consensi sociali,ad un riutilizzo del rotarismo delle origini; dalla massoneria nera a quella bianca,e la borghesia esce con l’anima in pace dalla sua Chiesa. Dulcis in fundo (chiaroveggenza divina?), negli ultimissimi anni del suo pontificato,ha ‘’quasi’’ anticipato, il passaggio dalla strategia della tigre di Bush, e quindi dell’attacco frontale,a quello della diplomazia strisciante di Obama; insomma, un burocrate di tutto rispetto e con grandi capacità. Sono arrivato alla conclusione, ma ripercorrendo,e qui il mio essere ripetitivo è semplicemente per il congedo,la produzione ideologia dell’amico di Pinochet,non posso che sintetizzare in questo modo la sua vera funzione politica:Karol Wojtila da Hitler a Bush.

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NOTE:

1) da Maschera e volto di Leo Strauss ‘’Le radici culturali del neocon.Da Weimar alla nobile menzogna’’ di Matteo D’Amico.Pubblicato su Alfa e Omega marzo-aprile 2005.

Fonte: http://www.kelebekler.com/occ/strauss01.htm

2) Antonio Gramsci ‘’Il Vaticano e l’Italia’’ Ed. Riuniti 1974

 3) Giovanni Paolo II ‘’Centesimus annus’’

Fonte:http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus_it.html

 4) Ibidem

5) Ibidem

Il Grande Gioco africano

di: Manlio Dinucci

Dopo che il «Protettore Unificato» ha demolito lo stato libico, con almeno 40mila bombe sganciate in oltre 10mila missioni di attacco, e fornito armi anche a gruppi islamici fino a ieri classificati come pericolosi terroristi, a Washington si dicono preoccupati che le armi dei depositi governativi finiscano «in mani sbagliate». Il Dipartimento di stato è quindi corso ai ripari, inviando in Libia squadre di contractor militari che, finanziati finora con 30 milioni di dollari, dovrebbero mettere «in stato di sicurezza» l’arsenale libico. Ma, dietro la missione ufficiale, vi è certo quella di assumere tacitamente il controllo delle basi militari libiche.

Nonostante il declamato impegno di non inviare «boots on the ground», operano da tempo sul terreno in Libia agenti segreti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Qatar e altri, che hanno guidato gli attacchi aerei e diretto le operazioni terrestri. Loro compito, ora, è assicurare che la Libia «pacificata» resti sotto il controllo delle potenze che sono andate a «liberarla». Il 14 ottobre, lo stesso giorno in cui il Dipartimento di stato rendeva noto l’invio di contractor in Libia, il presidente Obama annunciava l’invio di forze speciali in Africa centrale, all’inizio un centinaio di militari. Loro compito ufficiale è quello di «consiglieri» delle forze armate locali, impegnate contro l’«Esercito di resistenza del Signore». Operazione finanziata dal Dipartimento di stato, finora, con 40 milioni di dollari. Il compito reale di questi corpi d’élite, inviati da Washigton, è creare una rete di controllo militare dell’area comprendente Uganda, Sud Sudan, Burundi, Repubblica centrafricana e Repubblica democratica del Congo.

E mentre gli Stati uniti inviano proprie forze in Uganda e Burundi, ufficialmente per proteggerli dalle atrocità dell’«Esercito del Signore» che si dice ispirato al misticismo cristiano, Uganda e Burundi combattono in Somalia per conto degli Stati uniti, con migliaia di soldati, il gruppo islamico al-Shabab. Sostenuti dal Pentagono che, lo scorso giugno, ha fornito loro armi per 45 milioni di dollari, compresi piccoli droni e visori notturni.

Il 16 ottobre, due giorni dopo l’annuncio dell’operazione Usa in Africa centrale, il Kenya ha inviato truppe in Somalia. Iniziativa ufficialmente motivata con la necessità di proteggersi dai banditi e pirati somali, in realtà promossa dagli Stati uniti per propri fini strategici, dopo il fallimento dell’intervento militare etiopico, anch’esso promosso dagli Stati uniti. E in Somalia, dove il «governo» sostenuto da Washington controlla appena un quartiere di Mogadiscio, opera da tempo la Cia, con commandos locali appositamente addestrati e armati e con contractor di compagnie miltari private. Gli Stati uniti mirano, dunque, al controllo militare delle aree strategiche del continente: la Libia, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente; l’Africa orientale e centrale, a cavallo tra Oceano Indiano e Atlantico. Il gioco, apparentemente complicato, diventa chiaro guardando una carta geografica. Meglio su un atlante storico, per vedere come il neocolonialismo somigli in modo impressionante al vecchio colonialismo.

IlManifesto.it

Palestina. Il riconoscimento inutile

di: Ferdinando Calda

“Il popolo palestinese e la loro leadership affronteranno un momento molto difficile dopo la richiesta al Consiglio di sicurezza dell’Onu per il pieno riconoscimento dello Stato palestinese in base ai confini del 1967 con Gerusalemme est come sua capitale”. Le dichiarazioni rilasciate ieri dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas, descrivono in pieno una dura verità: una volta passato l’entusiasmo per il largo assenso che lo Stato palestinese ha riscosso tra i Paesi dell’Onu (su 193 membri, circa 140 hanno già espresso il loro appoggio all’iniziativa palestinese), bisognerà fare i conti con la quotidiana occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi e con l’isolamento che di fatto questo comporta. Una situazione destinata ad aggravarsi in seguito alla prevedibile reazione di Tel Aviv a quello che considerano un affronto dei palestinesi a Israele.

Nei giorni scorsi il governo israeliano, per bocca del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ha già promesso “conseguenza gravi e dure” se l’Anp dovesse portare a termine il proposito di chiedere il riconoscimento all’Onu senza passare per i negoziati con Israele. Un concetto ribadito dal viceministro Danny Ayalon, che ha avvertito che la “decisione unilaterale” dei palestinesi comporterà “l’annullamento di tutti gli accordi passati” e “scioglierà Israele da tutti i suoi impegni”.

Gli stessi Stati Uniti e diversi Paesi europei, stando a quanto riportato dal quotidiano Ha’aretz, avrebbero espresso la loro preoccupazione al primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, per eventuali misure di rappresaglia contro l’Anp. Sulla questione il premier non avrebbe ancora preso una decisione, tuttavia sembra chiara l’intenzione di “far pagare” in qualche modo ai palestinesi il tentativo “unilaterale” di indipendenza da Israele.

“Quando il polverone sulle attività all’Onu si sarà disperso – ha dichiarato Netanyahu aprendo l’ultima seduta del Consiglio dei ministri – i palestinesi si riavranno ed abbandoneranno i loro tentativi di aggirare trattative dirette con Israele”.

Dietro la richiesta di tornare ai negoziati diretti, c’è la pretesa di israeliana che ogni mossa palestinese venga prima approvata da Tel Aviv, a partire dalle persone e dalle merci che possono passare attraverso i check point dell’esercito, fino allo stesso riconoscimento di uno Stato indipendente.

I palestinesi, divisi tra Anp e Hamas, al momento, non sembrano intenzionati a tornare al tavolo dei negoziati, giunti da tempo a un punto morto, a causa soprattutto del rifiuto israeliano di accettare le condizioni minime poste dall’Anp: il congelamento delle colonie nei Territori occupati e la disponibilità a negoziare accettando almeno come punto di riferimento le linee del ’67.

Inoltre, anche volendo, Mahmud Abbas non potrebbe certo tornare indietro adesso, dopo che la sua iniziativa ha risvegliato grandi aspettative in tutto il mondo arabo e non solo. Nonostante le dure conseguenze che questo gesto rischia di avere sulla vita della Palestina.

Bisogna tenere presente che gli Stati Uniti non daranno mai il loro assenso nel Consiglio di sicurezza. I palestinesi dovranno quindi accontentarsi del voto dell’Assemblea generale (dove la maggioranza è assicurata), che darà alla Palestina lo status di “Stato non membro”, come lo è adesso il Vaticano. Anche se questo garantirà un maggiore accesso alle istituzioni internazionali, come la Corte penale internazionale (Cpi), di fatto non impedirà ad Israele di portare avanti la propria occupazione militare (considerando anche la scarsa considerazione di Tel Aviv per questo genere di istituzioni).

A questo proposito bisogna ricordare che, attualmente, l’economia e l’esistenza stessa del governo della Cisgiordania è legata a doppio filo a Israele. La stessa Banca Mondiale, nei suoi ultimi rapporti, pur riconoscendo una certa crescita economica in Cisgiordania, sottolinea che senza la fine dell’occupazione militare, la rimozione dei posti di blocco e l’apertura dei valichi di frontiera, lo sviluppo economico palestinese resterà contenuto, senza prospettive a lungo termine. Senza dimenticare che, in ogni caso, l’Anp non può intervenire nel 60% della Cisgiordania che resta sotto il pieno controllo delle autorità militari israeliane. Il caso di Gaza è diverso: è un’enclave isolata dal resto del mondo a causa delle restrizioni imposte da Tel Aviv.

A questo si aggiunge che l’iniziativa dell’Anp all’Onu, scontentando Israele, rischia di far allontanare anche gli aiuti internazionali su cui si basa gran parte della sopravvivenza del governo palestinese. Ad esempio, secondo quanto riportato da Fox News, gli Usa avrebbero minacciato di tagliare 500 milioni di dollari di aiuti, se Abbas persisterà nel suo proposito. Mentre nella riunione biennale del Comitato dei principali donatori dell’Anp, i Paesi membri avrebbero espresso preoccupazione per l’interruzione dei negoziati.

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Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche - le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

Stati Uniti d’Europa

di: Enrico Piovesana

La crisi sta funzionando come volano per accelerare la creazione di un’unione federale europea che sottragga sovranità economica ai governi nazionali per centralizzarla nelle mani di un apparato sovranazionale

Più la crisi economica si aggrava, più il rafforzamento dell’Unione europea viene presentato come unica soluzione in grado di scongiurare il collasso dell’euro. Lo scenario auspicato ormai in maniera esplicita da più parti è quello di un’unione federale sul modello di quello nordamericano, che sottragga sovranità economica ai governi nazionali per centralizzarla nelle mani di unapparato sovranazionale.

Oltre ai sempre più insistenti appelli per la creazione di “un’autorità centrale europea capace di gestire la crisi” (l’ultimo in ordine di tempo, George Soros, sul New York Times di martedì), un’autorità con potere di emettere titoli di Stato e imporre sanzioni economiche ai Paesi che sgarrano, si sente sempre più spesso parlare di ’Stati Uniti d’Europa’: negli ultimi giorni lo hanno fatto il premier britannico David Cameron, auspicando questo sbocco per l’Ue, e il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, candidandosi addirittura a diventarne futuro presidente.

L’idea che all’autorità degli Stati nazionali, già in piena crisi di rappresentatività della volontà popolare, si sostituisca quella di un Superstato centrale europeo, ancor più distante dai cittadini e vicino ai poteri forti (banche, multinazionali, ecc.), evoca in molti euroscettici lo spettro di un modello tecnocratico e autocratico che cancellerà ogni traccia di democrazia, intesa non come processo elettorale, ma come reale potere dei cittadini di influenzare le decisioni dei governanti.

Paure che si sono andate rafforzando negli ultimi anni, in seguito al modo assai poco democratico in cui i burocrati europei sono riusciti a imporre a tutti gli Stati membri la ratifica del Trattato di Lisbona del 2007, che in pratica è la carta costitutiva dei futuri ‘Stati Uniti d’Europa’. Il documento, già bocciato con referendum da francesi e olandesi nel 2005, venne ripresentato tale e quale direttamente ai parlamenti per la ratifica finale.

Lo ammise candidamente uno dei suoi estensori, Giuliano Amato, in un’intervista all’EuObserver. “Hanno deciso che il documento dovesse essere illeggibile, per nascondere la valenza costituzionale. Insomma il tipo di documento burocratico di Bruxelles che non cambia nulla e che quindi viene ratificato dai parlamenti senza bisogno di referendum. Capendo che esso conteneva qualcosa di nuovo, il referendum sarebbe stato necessario“.

Gli irlandesi però hanno capito e nel 2008 hanno bocciato il Trattato con un referendum popolare. Mostrando un inquietante noncuranza per la volontà di un intero popolo, l’Unione europea ha ignorato l’esito del referendum, che in teoria avrebbe dovuto bloccare il processo di ratifica, e nel 2009 ha costretto Dublino a indire un nuovo referendum, facendo di tutto per rovesciare il verdetto popolare dell’anno prima.

E infine riuscendoci.

A soffiare sul fuoco delle paure degli euroscettici democratici è stata poi la scoperta, nel 2009, del ‘Rapporto della Casa Rossa’: un’informativa dei servizi segreti Usa del novembre 1944 (codice EW-Pa 128) che dava conto di come i vertici del regime nazista stessero pianificando per il dopoguerra, assieme ai principali banchieri e industriali tedeschi, la risurrezione di un ‘Quarto Reich’ sotto forma di un mercato comune europeo con una singola valuta comune basata sul marco tedesco.

Al di là di queste suggestioni storiche, a legittimare i dubbi sul carattere democratico del disegno europeista ci pensano le parole degli stessi suoi fautori. Di nuovo Giuliano Amato, in un’intervista a La Stampa di diversi anni fa.

Sbriciolare a poco a poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri federali. Non credo a un dèmos europeo e al sovrano federale.

(…) Perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? (…)

Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. (…) Anche oggi abbiamo poteri, senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani”.

FONTE: PeaceReporter

LEGGI ANCHE: Il Trattato di Lisbona: una truffa coperta dalla disinformazione

Il futuro della Libia secondo i piani della Nato

di: Manlio Dinucci

Nella rappresentazione mediatica della guerra di Libia, dominano la scena i «ribelli», mentre la Nato è defilata dietro le quinte. Eppure è nella sua cabina di regia che è stata preparata e diretta la guerra e si decide il futuro assetto del paese.

La missione della Nato è efficace e ancora necessaria, ha dichiarato la portavoce Oana Lungescu. Nessuno ne dubita: in cinque mesi di «Protezione unificata» sono state effettuati 21mila raid aerei, di cui oltre 8mila di attacco con bombe e missili, mentre decine di navi da guerra hanno attaccato con missili ed elicotteri e controllato le acque territoriali libiche per assicurare l’embargo alle forze governative e le forniture a quelle del Cnt di Bengasi. Allo stesso tempo agenti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno svolto un ruolo chiave sul terreno, segnalando agli aerei gli obiettivi da colpire, preparando e dirigendo l’attacco a Tripoli. La Nato ha svolto un ruolo decisivo senza il quale i ribelli non avrebbero mai potuto entrare a Tripoli, conferma il generale tedesco Egon Ramms.

La nostra missione, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen, continuerà fino a che continueranno gli attacchi e le minacce (sic). Significa che, compiuta la «missione», la Nato lascerà ai libici la possibilità di decidere il futuro del paese? Per niente. Significa che essa passerà alla fase 2 della «missione». Non esiste semplicemente una soluzione militare a questa crisi, sottolinea un comunicato dell’Alleanza, ma abbiamo bisogno di un processo politico per una pacifica transizione alla democrazia in Libia. E la Nato, assicura Rasmussen, è pronta a svolgere un ruolo di sostegno.

Non si specifica in qual modo, ma un piano generale – deciso fondamentalmente a Washington, Londra e Parigi – è già pronto. Ne sono filtrati alcuni particolari attraverso dichiarazioni di singoli funzionari. Formalmente su richiesta del futuro governo (diretto da politici garanti degli interessi delle maggiori potenze occidentali), la Nato continuerà a controllare lo spazio aereo e le acque territoriali della Libia. Ufficialmente per assicurare gli aiuti umanitari e proteggere il personale civile sotto bandiera Onu. Ciò richiederà il libero accesso ai porti e agli aeroporti libici, che saranno di fatto trasformati in basi militari Nato, anche se vi sventolerà la bandiera rosso, nero e verde – la stessa del regime di re Idris, che negli anni ’50 concesse a Gran Bretagna e Stati uniti l’uso del territorio per impiantarvi basi militari, come quella aerea statunitense di Wheelus Field alle porte di Tripoli. Una collocazione ideale, oggi, per il quartier generale del Comando Africa degli Stati uniti.

La Nato continua a ripetere che non intende inviare truppe in Libia, non esclude però che lo facciano singoli alleati o la Ue, che ha già pronti gruppi di battaglia a dispiegamento rapido.

Allo stesso tempo, la Nato addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» libiche. Concetto relativo. Responsabile della sicurezza di Tripoli è stato nominato (con il placet Nato) Abdel Hakim Belhaj che, ritornato dalla jihad anti-sovietica in Afghanistan, formò in Libia il Gruppo combattente islamico. Fu catturato come terrorista dalla Cia in Malaysia nel 2004 ma, dopo la normalizzazione con Tripoli, rinviato in Libia, dove (in base a un accordo tra i due servizi segreti) fu rimesso in libertà nel 2010. Sarà lui a garantire, in veste di presidente del consiglio militare di Tripoli, la pacifica transizione alla democrazia in Libia.

FONTE: IlManifesto.it – 4 settembre 2011

I costi umani delle guerre USA contro il terrore

La guerra globale contro il terrorismo scatenata dall’amministrazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 ha causato sino ad oggi la morte di circa 258.000 persone.

La stima – “estremamente prudente” – è stata fatta dalla Brown University di Rhode Island, una delle più antiche università USA (è stata fondata nel 1764) che ha valutato i costi umani e finanziari dei conflitti in Afghanistan ed Iraq e delle cosiddette “campagne contro il terrorismo” del Pentagono e della Cia in Pakistan e Yemen.

“Alle vittime dirette dei conflitti vanno aggiunte le morti causate indirettamente dalla perdita delle fonti di acqua potabile e delle cure mediche e dalla malnutrizione”, spiegano i ricercatori della Brown University. Come avviene ormai in tutti gli scenari di guerra sono sempre i civili a subire le perdite maggiori in vite umane: 172.000 tra donne, bambini, anziani e uomini non combattenti assassinati, 125.000 in Iraq, 12.000 in Afghanistan e 35.000 in Pakistan, a riprova che è proprio quest’ultimo paese asiatico al centro di un’escalation militare volutamente tenuta segreta dall’amministrazione Obama e dai principali media internazionali.

“Ancora più difficile è conoscere il numero dei morti tra gli insorti”, aggiunge lo studio della Brown University, “anche se le stime si attestano tra le 20.000 e le 51.000 persone. Il numero dei militari uccisi è invece di 31.741 e include circa 6.000 soldati statunitensi, 1.200 militari delle truppe alleate, 9.900 iracheni, 8.800 afgani, 3.500 pakistani e 2.300 contractor privati”. Il rapporto denuncia che dallo scoppio della guerra “globale e permanente contro il terrorismo” sono scomparsi 168 giornalisti e 266 tra volontari, cooperanti e operatori umanitari. “Le guerre hanno inoltre prodotto un flusso massiccio di rifugiati e sfollati, più di 7,8 milioni di persone, la maggior parte dei quali in Iraq ed Afghanistan”, scrivono i ricercatori. “Si tratta di un numero corrispondente all’intera popolazione del Connecticut e del Kentucky”.

Sconvolgente pure l’entità delle risorse finanziarie dilapidate dalle forze amate degli Stati Uniti d’America nella loro “caccia” ai presunti strateghi dell’attacco dell’11 settembre. “I costi delle guerre possono essere stimati tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di dollari, pari ad un quarto del debito pubblico odierno e molto di più di quanto speso nel corso della Seconda guerra mondiale”, spiega il rapporto della Brown University. “Si tratta di cifre notevolmente più alte di quelle fornite dal Pentagono e dall’amministrazione USA (1.300 miliardi di dollari), in quanto si sono considerate nello studio anche altre spese generate dalle guere, come ad esempio quelle previste sino al 2051 per i veterani feriti, quelle effettuate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna contro le minacce terroristiche e i fondi direttamente relazionati con i conflitti del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale Usaid”. Secondo i ricercatori del prestigioso centro universitario di Rhode Island, “il governo statunitense sta affrontando la guerra sottostimandone la potenziale durata e gli insostenibili costi mentre sopravvaluta gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l’uso della forza bruta”. I circa 4.400 miliardi di dollari spesi sino ad oggi sono certamente del tutto sproporzionati ai costi dell’attentato dell’11 settembre e ai suoi danni economici. “I diciannove attentatori più gli altri sostenitori di al Qaeda hanno speso tra i 400.000 e i 500.000 dollari per gli attacchi aerei che hanno causato la morte di 2.995 persone e tra i 50 e i 100 miliardi di dollari di danni. Per ogni persona uccisa l’11 settembre ne sono state assassinate da allora 73”.

Nel terribile bilancio sulle vite umane sacrificate e sulle risorse finanziarie sperperate con le guerre USA del XXI secolo non sono ovviamente contemplati i costi del conflitto scatenato in questi mesi contro la Libia. Tra bombe, missili Tomahawk all’uranio impoverito e carburante, solo il primo giorno dell’operazione Alba dell’odissea sarebbe costato agli Stati Uniti d’America qualcosa come 68 milioni di euro. Stando al Pentagono, le prime due settimane d’intervento militare contro Gheddafi sono costate 608 milioni di dollari, senza includere i salari dei militari e i costi operativi delle unità aeree e navali distaccate nell’area mediterranea precedentemente allo scoppio delle operazioni belliche. Per il segretario all’aeronautica militare, Michael Donley, le attività di volo dei 50 cacciabombardieri e dei 40 velivoli di supporto impegnati e le munizioni utilizzate contro la Libia comportano una spesa di circa 4 milioni di dollari al giorno. Venticinque milioni di dollari è invece il valore dell’“assistenza non letale” concessa dall’amministrazione Obama il 20 aprile scorso ai ribelli del Transitional National Council di Bengasi. Si tratta in buona parte di “apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, equipaggiamento per la protezione personale, radio e cibo in polvere”, ma Washington non ha escluso l’invio di armi e munizioni in buona parte stoccate nei depositi e magazzini della grande base di Camp Darby in Toscana.

di: Antonio Mazzeo

MegaChip.info

Quando Gheddafi parlava alle Nazioni Unite

Nota del Redattore

In mezzo alla marea di disinformazione dei media, sarebbe utile analizzare “Chi è Muammar Gheddafi”.

Qualunque sia la propria opinione su Gheddafi, ciò che è evidente è che Gheddafi come una marionetta politica viene utilizzato per giustificare una guerra totale contro la Libia. Questa è una guerra di conquista. Non ha nulla a che fare con Gheddafi .

Portiamo all’attenzione dei nostri lettori la trascrizione del discorso alle Nazioni Unite di Muaammar Gheddafi del settembre 2009

Assemblea Generale
Sessione sessantaquattresima
Terza riunione plenaria
Mercoledì 23 Settembre 2009, 09:00 a.m.
New York

Per la trascrizione Ufficiale delle Nazioni Unite clicca qui (scorrere fino alla pagina. 15)

Intervento del colonnello Muammar Al-Gheddafi, Leader della Rivoluzione Socialista del popolo libico della Jamahiriya Araba

Il Presidente (ha parlato in arabo): L’Assemblea ascolterà ora un discorso del Leader della Rivoluzione Socialista del Popolo Libico della Jamahiriya Araba.

Il colonnello Muammar Al-Gheddafi, Leader della Rivoluzione Socialista del popolo libico della Jamahiriya Araba, è stato scortato in sala dell’Assemblea Generale.

Il colonnello Gheddafi (ha parlato in arabo): Nel nome dell’Unione africana, vorrei salutare i membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e mi auguro che questo incontro possa essere tra i più storici della storia del mondo.

Nel nome dell’Assemblea Generale alla sua sessantaquattresima sessione, presieduta dalla Libia, dell’Unione Africana, dei mille tradizionali regni africani [trans.] e nel mio nome, vorrei cogliere questa occasione, come Presidente dell’Unione Africana, per congratularmi con il nostro figlio Obama perché sta partecipando all’Assemblea Generale, e noi lo accogliamo mentre il suo paese ospita questo incontro.

Questa sessione si svolge in mezzo a tante sfide che dobbiamo affrontare e il mondo intero deve unirsi e unire gli sforzi per sconfiggere le sfide che sono il nostro principale nemico comune – quelle dei cambiamenti climatici e delle crisi internazionali, come il declino economico capitalista , le crisi alimentari e dell’acqua, la desertificazione, il terrorismo, l’immigrazione, la pirateria, epidemie artificiali e naturali e la proliferazione nucleare. Forse l’influenza H1N1 è stato un virus creato in un laboratorio che è sfuggito di mano, essendo originariamente inteso come arma militare. Queste sfide comprendono anche l’ipocrisia, la povertà, la paura, il materialismo e l’immoralità.

Come è noto, le Nazioni Unite sono state fondate da tre o quattro paesi contro la Germania. Le Nazioni Unite sono state costituite dalle nazioni che hanno aderito insieme contro la Germania nella seconda guerra mondiale. Tali paesi hanno formato un organismo denominato Consiglio di sicurezza,hanno fatto i propri paesi membri permanenti e hanno concesso loro il potere di veto.

Noi non eravamo presenti in quel momento.Le Nazioni Unite sono state modellate in linea con questi tre paesi e volevano che noi entrassimo nei panni originariamente concepiti contro la Germania. Questa è la vera sostanza delle Nazioni Unite, quando sono state fondata oltre 60 anni fa.

Questo è successo in assenza di circa 165 paesi, con un rapporto di uno a otto, cioè, uno era presente e otto erano assenti. Hanno creato la Carta, di cui ho una copia.Se si legge la Carta delle Nazioni Unite, si trova che il Preambolo della Carta si differenzia dai suoi articoli. Come è venuto all’esistenza? Tutti coloro che hanno assistito alla conferenza di San Francisco nel 1945 hanno partecipato alla creazione del Preambolo,ma hanno lasciato gli articoli e le regole interne delle procedure del cosiddetto Consiglio di Sicurezza agli esperti, agli specialisti e ai paesi interessati, che erano i paesi che avevano stabilito il Consiglio di Sicurezza e si erano uniti contro la Germania.

Il preambolo è molto attraente, e nessuno lo contesta, ma tutte le disposizioni che seguono si contraddicono completamente.Noi rifiutiamo tali disposizioni e non le sosteniamo, si sono concluse con la seconda guerra mondiale. Il preambolo afferma che tutte le nazioni, grandi o piccole, sono uguali. Siamo uguali quando si tratta di seggi permanenti?No, non siamo uguali.

Il preambolo afferma per iscritto che tutte le nazioni sono uguali sia che si tratti di piccole o grandi nazioni.Abbiamo il diritto di veto? Siamo uguali? Il preambolo afferma che abbiamo la parità dei diritti, sia che siamo grandi o piccole.

Questo è ciò che si afferma e ciò che abbiamo concordato nel preambolo. Così il veto contraddice la Carta. I seggi permanenti contraddicono la Carta.Non accettiamo e non riconosciamo il diritto di veto.

Il preambolo della Carta stabilisce che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune. Questo è il preambolo che abbiamo concordato e sottoscritto, e abbiamo aderito alle Nazioni Unite perché volevamo che la Carta riflettesse ciò. Si dice che la forza armata deve essere utilizzata solo nel comune interesse di tutte le nazioni, ma cosa è successo da allora?

Sessantacinque guerre sono scoppiate dopo l’istituzione delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza – 65 fin dalla loro creazione, con milioni di vittime in più rispetto alla seconda guerra mondiale. Sono quelle guerre,e l’aggressione e la forza utilizzata in quelle 65 guerre, nel comune interesse di tutti noi? No, erano nell’interesse di uno o di tre o quattro paesi, ma non di tutte le nazioni.

Ne parleremo se queste guerre erano nell’interesse di un paese o di tutte le nazioni.Questo contraddice in modo flagrante la Carta delle Nazioni Unite, che abbiamo firmato, e se non agiamo in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, con cui siamo d’accordo, noi la rifiutiamo e non avremo paura di non parlare diplomaticamente con nessuno. Ora stiamo parlando del futuro delle Nazioni Unite. Non ci dovrebbero essere ipocrisia o diplomazia, perché riguarda l’importante e vitale questione per il futuro del mondo.E ‘stata l’ipocrisia che ha portato 65 guerre dopo l’istituzione delle Nazioni Unite.

Il preambolo afferma anche che, se la forza armata è usata, deve essere una forza delle Nazioni Unite – quindi, un intervento militare da parte delle Nazioni Unite, con l’accordo congiunto delle Nazioni Unite, non di uno o due paesi o tre con la forza armata. Tutte le Nazioni Unite decideranno di andare in guerra per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Dalla creazione delle Nazioni Unite nel 1945, se vi è un atto di aggressione da parte di un paese contro un altro, tutte le  Nazioni Unite dovrebbero scoraggiare e arrestare tale atto.

Se un paese, la Libia ad esempio, dovesse esibire aggressione contro la Francia, l’intera organizzazione avrebbe risposto che la Francia è uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite e noi tutti condividiamo la responsabilità collettiva di proteggere la sovranità di tutte le nazioni. Tuttavia, il 65 delle guerre aggressive si sono svolte senza alcun intervento delle Nazioni Unite per prevenirle. Altre otto massicce, feroci guerre , di cui si contano circa 2 milioni di vittime, sono state intraprese dagli Stati membri che godono di poteri di veto. I paesi che vorrebbe farci credere che cercano di mantenere la sovranità e l’indipendenza dei popoli effettivamente usano la forza aggressivo contro i popoli. Anche se ci piacerebbe credere che questi Paesi vogliono lavorare per la pace e la sicurezza nel mondo e di proteggere i popoli, loro hanno invece fatto ricorso a guerre di aggressione e comportamento ostile. Godendo del diritto di veto che si sono concessei  loro stessi come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, hanno iniziato le guerre che hanno causato milioni di vittime.

Il principio di non interferenza negli affari interni degli Stati è sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Nessun paese, quindi, ha il diritto di interferire negli affari di un governo, sia esso democratico o dittatoriale, socialista o capitalista, reazionario o progressivo. Questa è la responsabilità di ogni società, è una questione interna per la gente del paese interessato. I senatori di Roma, nominarono una volta il loro leader, Giulio Cesare, come dittatore perché questo era un bene per Roma in quel momento. Nessuno può dire che Roma ha dato il potere di veto a Cesare.

Il veto non è menzionato nella Carta.

Abbiamo aderito alle Nazioni Unite perché abbiamo pensato che eravamo uguali, solo per scoprire poi che un paese può opporsi a tutte le decisioni che prendiamo. Chi ha dato ai membri permanenti il ​​loro stato nel Consiglio di Sicurezza? Quattro di loro hanno riconosciuto tale qualifica a se stessi. L’unico paese che noi in questa Assemblea abbiamo eletto a status di membro permanente nel Consiglio di sicurezza è la Cina. Ciò è stato fatto democraticamente, ma gli altri seggi sono stati imposti su di noi in modo non democratico attraverso una procedura dittatoriale effettuata contro la nostra volontà, e non dobbiamo accettarlo.

LINK:Who is Muammar Al-Qadhafi: Read his Speech to the UN General Assembly

TRADUZIONE:Cori In Tempesta

Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, e per il 150° anniversario dallo sbarco a Marsala e dalla proclamazione della cosiddetta ‘Unità d’Italia’, pur con tutto lo stantio corteo di corifei e laudatori, non hanno suscitato dibattiti né analisi sul processo di ‘unificazione’ dell’Italia. Questi eventi non sono diventati occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente.
Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi. Anzi, il ‘General intellect’ italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di ‘memorie’ dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro storico e di analisi storica. Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l’Italia è la patria delle ‘memorie’ scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, ‘voler costruire’ la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria… appunto ‘parziale’, ha più il sapore dell’opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica.
Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica, e dell’italianità quale sentimento ‘patriottico’, alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto ‘risorgimento’ sentano il bisogno di ravvivare un ‘patriottismo nazionale’ che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana.

Una caricatura di Garibaldi

Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell’Italia.
La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più  mondi. Ma in quanto strumento di ‘forze superiori’, ma non sto parlando della Storia con la ‘S maiuscola’, ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l’equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini melensi sull”eroe dei due mondi’ e sul ‘Cincinnato di Caprera’.
Partiamo, quindi, dall’analizzare il ruolo e la posizione dell’obiettivo principe della più notoria spedizione dell’avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e gli Stati Uniti d’America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana ‘arretratezza feudale’. Ma il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo.
Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti, insettici; oltre che per produrre beni di uso quotidiano, come i fiammiferi. Era insomma il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo, ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Perciò, i processi produttivi connessi richiedono sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l’economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo quella dell’Impero Britannico.
La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell’800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l’Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all’epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.
Come poteva, l’Isola, essere ignorata dai centri strategici dell”Impero di Sua Maestà‘? Come potevano l’Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’Impero Britannico. Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d’Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all’epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano?
Il ‘General Intellect’ dell’imperialismo inglese, il maggiore dell’epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei laudatori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi ‘trascurabili’ elementi.
La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici accademici; o di certe ‘storiche’ contemporanee venete che, invece delle vicende dell’assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.
Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria ‘False Flag Operation’ detta ‘Spedizione dei Mille’, giova ricordare che Garibaldi, dopo la riuscita missione (covert operation), venne accolto presso la Loggia ‘Alma Mater’ di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. ‘La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito’ scrisse un testimone diretto dell’evento. Un tal Karl Marx.
Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso utile alla causa dell’impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi, tramite l’Uruguay, favorirono la secessione della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, alimentando la guerra civile in Brasile, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di ‘raider’, ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Durante quelle azioni, Garibaldi ebbe la guida delle forze navali riogradensi. “Il 14 luglio 1838, al comando della sua nave, la Farroupilha, affrontò la navigazione sull’Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell’eccessivo carico a bordo, la Farroupilha si rovesciò. Annegarono sedici dei trenta componenti dell’equipaggio, tra cui gli amici Mutru e Carniglia; il nizzardo fu l’unico italiano superstite.” Dimostrando, così, il suo vero valore sia come comandante militare, che come comandante di nave. Per la sua inettitudine e crudeltà, tanti di coloro che lo circondavano morirono per causa sua.
Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita della repubblica-fantoccio del Rio Grande do Sul, rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente più interessante per la City. Escludere l’impero brasiliano dalla regione era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, al soldo dell’Uruguay, provocò la guerra civile brasiliana. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli con l’impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un ‘bravo’ comandante militare, sia grazie ai consigli di un carbonaro suo sodale, tale Anzaldo(1), e sia perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.(2) Ma alla fine la guerra fu persa, e nel 1842 Garibaldi si rifuggiò in Uruguay, dove ottenne il comando della insignificante flotta locale. “Il diplomatico inglese William Gore Ouseley lo assolda assieme ad altri marinai per fare razzie e impedire i traffici marini degli stati latinoamericani. Erano tutti vestiti con camicie rosse.” Tentò di pubblicare il ‘Legionario Italiano’, ma la sua distribuzione venne vietata in Uruguay: si era attirato l’odio della popolazione locale; per i continui massacri di inermi cittadini ‘veniva visto come il demonio’. E’ grazie agli articoli di quel giornale, da lui stesso pubblicato, che nacque la leggenda dell’Eroe dei due mondi. Tra l’altro, l’‘anticlericale’ Garibaldi, nel 1847 scrisse al cardinal Gaetano Bedini, nunzio in Brasile,  per “offrire a Sua Santità (Pio IX) la sua spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa cattolica” ricordando “i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali” pur sapendo che “il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli“. La sua proposta di mettersi al soldo del cupolone venne respinta.
Qualche anno dopo, l’eroe dei due mondi venne richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l’‘emancipazione’ semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankees.(3)
Coloro che richiesero l’intervento di Garibaldi, in Sicilia, effettivamente furono due siciliani, Francesco Crispi e Giuseppe La Farina. Crispi venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l’allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in  parte, le miniere e la produzione dello zolfo.
Il progettato processo di  modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l’alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l’interventismo economico della ‘arretrata amministrazione borbonica’, potesse sottrarre loro il controllo dell’oro rosso, decisero di chiedere l’intervento britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperiale inglese.
Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro ‘eroe dei due mondi’. E i ‘carusi’ delle miniere solfifere devono ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si è protratta fino agli anni ’50 del secolo scorso.
Le due navi della Rubattino, della ‘Spedizione dei Mille’, arrivarono a Marsala l’11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d’armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Landi. No. In compenso era presente una squadra della Royal Navy, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, in realtà, erano solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione, una armata anglo-piemontese di 20000 soldati, per lo più mercenari, che attuarono, già allora, la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Infatti il corpo era costituito, in maggioranza, da ex zuavi francesi che avevano appena ‘esportato la civiltà‘ nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya. Inoltre, erano presenti alcune migliaia di soldati e carabinieri piemontesi, momentaneamente posti in ‘congedo’, e riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione. Eppoi c’erano i veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi.
Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e guarnigione borbonica, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest’ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell’esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di caduti, i garibaldini vengono letteralmente sbaragliati, subendo circa 100 tra morti e feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l’avventuriero Garibaldi dovettero abbandonare il campo, poiché il comando di Palermo aveva loro negato l’invio di rifornimenti, soprattutto di munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l’impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l’avanzata su Palermo.
A Palermo, dopo la scaramuccia presso ‘Ponte Ammiraglio’, nell’allora periferia della capitale siciliana, il comandante della guarnigione borbonica decise di consegnare la città. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d’oro turche. La moneta franca del Mediterraneo.
L’avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d’invasione che li seguiva, incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 150 morti tra i napoletani, le ‘camicie rosse’ subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l’onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all’orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo d’invasione mercenario. Corpo che fu fatto sbarcare alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.
Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell’esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo. Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati ‘soldati’ (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio di sbarcare sulla penisola italiana. Da lì fu una corsa fino all’entrata ‘trionfale’ a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: i suoi ufficiali fecero sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opponevano allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall”arretrata’ amministrazione borbonica.
Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell’ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre.
In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l’esercito piemontese a nord. E quindi l’assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come ‘Guerra al Brigantaggio’. Una guerra che costò, forse, 100000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d’Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.
La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa(4); poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta ‘Rivolta del Sette e mezzo’, che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o innocenti si ‘riscattò’ dalla sconfitta di Lissa(5), subìta qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Poco dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d’America. Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.
Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni(6); la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l’emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall’ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle oscure trame della vicenda del bandito Giuliano; per arrivare alla vicenda del cosiddetto ‘Milazzismo’ e a una certa professionalizzazione dell”antimafia‘ (che va a braccetto con quella di certo ‘antifascismo’) dei giorni nostri.
Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.

Garibaldi e Saint Simon
Rendiamoci conto di una cosa; Garibaldi non agiva in quanto massone, ma in quanto agente dell’impero inglese. Tra l’altro come afferma Lucy Riall, Garibaldi era una aderente alla setta cristologica di Saint Simon. Ora, come spiega benissimo lo Storico dell’Economia Paul Bairoch, la setta cristologica (nemica del papato) guidata dal guru Saint Simon, aveva come scopo occulto il favoreggiamento dell’imperialismo londinese. Nel saggio di Bairoch, ‘Economia e Storia Mondiale’ Garzanti, a pag. 38 si può leggere:
Quel che i protezionisti francesi (…) chiamarono ‘Coup d’état’ fu rivelato da una lettera di Napoleone III al suo ministro di stato. Ciò rese pubblici i negoziati segreti, che erano cominciati nel 1846, con l’incontro a Parigi tra Richard Cobden (apostolo inglese del libero scambio, legato all’industria inglese) e Michel Chevalier, seguace di Saint Simon e professore di economia politica. Il trattato commerciale tra Inghilterra e Francia venne firmato nel 1860 (notare la data), e doveva durare 10 anni. Fu trovato il modo di eludere la discussione al parlamento (francese), che probabilmente sarebbe stata fatale per il progetto di legge. Perciò un gruppo di teorici riuscì a introdurre il libero scambio in Francia e, di conseguenza, nel resto del continente, contro la volontà della maggior parte di coloro che guidavano i diversi settori dell’economia. La minoranza a favore del liberoscambismo, che era energicamente sostenuta da Napoleone III (un vero utile idiota, NdR) , il quale era stato convertito a questa dottrina durante le sue lunghe permanenze in Inghilterra e che vedeva le implicazioni politiche del trattato. Il trattato anglo-francese, che fu rapidamente seguito da nuovi trattati tra la Francia e molti altri paesi, condusse a  un ‘disarmo’ tariffario dell’Europa continentale… Tra  il 1861 e il 1866, praticamente tutti i paesi europei entrarono in quella che fu definita ‘la rete dei trattati di Cobden’.”
Garibaldi, seguace della setta di SaintSimon, a sua volta legata ai circoli dominanti inglesi, effettuò l’azione contro il Regno delle Due Sicilie, con il preciso scopo sia di possedere un’Isola (la Sicilia) strategica sia sul piano geo-economico che geo-strategico, ma anche di eliminare un concorrente, Napoli, che aveva le carte in regola per non cadere nella rete di Cobden. Il resto, sulle gesta di Garibaldi, dell’assassino schiavista Nino Bixio, ecc. è solo fuffa patriottarda italidiota.

Alessandro Lattanzio, 26/7/2010 -AuroraSito-

Note
1) Anzaldo morirà in circostanze oscure, durante il viaggio di ritorno in Italia. L’accompagnava il solo Garibaldi.
2) Giova ricordare che l’impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l’industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l’applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell’influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L’impero britannico reagì, a tali comportamenti, creando operazioni tipo ‘Falsa Bandiera’. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua ‘spedizione’. Negli USA reclutando gli ‘abolizionisti’ estremisti di John Brown, i quali, nel 1858, prima di iniziare una loro propria ‘spedizione’ su Harper’s Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare ‘spedizione’, scomparve nel nulla. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione, fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
3) C’è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln, presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l’Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell’affrontare la ben più smilza ‘Armata della Virginia’ guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s’insegna la storia nelle nostre università!
4) Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l’altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un’altra urna. Potete capire come venisse ‘tutelata’, in quel modo, il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c’è bisogno di dire che, subito dopo la ‘consultazione’, tutti costoro dovettero abbandonare la loro terra.
5) Dove al comando di una delle squadre italiane vi era l’ammiraglio Giovanni Vacca, ex comandante della marina napoletana, che aveva tradito consegnando la sua nave, il pirovascello ‘Monarca’, ai soliti inglesi.
6) Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!

Il leone libico e i polli italiani

I nostri politicastri non sanno fare molto di più che disprezzarsi tra loro e una volta tanto credo abbiano tutti quanti ragione. Da destra a sinistra, passando per il centro. Sono le tristi traiettorie dell’irrefrenabile decadenza italiana di una II Repubblica mai nata, di questa entità spettrale e cadaverica che non rifrange la sua immagine nella Storia e che vive divorando i suoi stessi figli. Per un attimo abbiamo sperato che qualche buon Dio avesse insufflato una specie di spirito vitale in questo corpo esangue ed esanime grazie a scelte oculate in campo internazionale.

Pensavamo di aver riportato il nostro Paese al centro di trame epocali che potevano accelerare la svolta multipolare del Pianeta, ponendoci in una posizione privilegiata nei nuovi equilibri geopolitici che sarebbero emersi strada facendo, ma la vicenda libica ci ha costretti tutti quanti a ritornare con i piedi per terra e la testa sotto la sabbia. Siamo il popolo struzzo del XXI secolo, la solita Italietta di sempre che si nasconde “dietro un libico” finchè qualcuno non gli taglia le unghie. Facciamo qualche buon affaruccio all’estero che però non muta la sostanza della nostra politica estera, ancora scadente ed inconseguente. Nell’era terribile del serpente obamiano, il rettile che cambia pelle continuando a spargere il suo veleno per affermare la sua superiorità sul resto dello zoo, il nostro approccio è del tutto perdente se non persino deleterio. L’Italia ha dato tutto il peggio di sé nella crisi libica dimostrando quanto estemporanea e raffazzonata fosse la sua strategia in Nord Africa, l’unica area dove avremmo potuto dirigere i giochi ed accrescere la nostra potenza. Non appena il vento di protesta e di malcontento popolare ha attraversato i confini egiziani e tunisini entrando in Cirenaica ci siamo bevuti la versione ribellistica e democraticistica narrata dai mezzi di informazione che sono nelle mani della Centrale Ideologica Americana. Siamo andati oltre mettendoci a disposizione per un eventuale intervento umanitario, offrendo appoggio logistico e forse anche militare alle forze coalizzate del bene che portano la pace dove non c’è guerra e insinuano l’odio dove non c’è belligeranza. Eppure avevamo degli interessi da tutelare in quelle zone ma ciò non ha impedito ai nostri stolti gruppi decisori di lasciare incustodita la cassaforte fornendo ai ladri pure la combinazione per aprirla. Ma più sconvolgente ancora è il nostro imprimatur al tentativo di portare Gheddafi di fronte al Tribunale penale internazionale per rispondere di crimini contro l’umanità che forse ma non ha mai commesso. Anche in questo frangente gli italiani non hanno avuto nulla da ridire nonostante fino a qualche tempo fa non si vergognavano affatto di baciare le presunte mani insanguinate del dittatore della Sirte né di fargli piazzare il suo circo itinerante, con tanto di cavalli berberi e donne cannone, nella Capitale. Quasi nessuno in patria si è scandalizzato per tanta doppiezza e la stampa, la cui sola libertà che si prende è quella di non fare il suo mestiere, non ha avuto nulla da ridere sulle accuse lanciate contro il Colonnello. E sapete da quanto tempo Sua Beduinità viene considerato un efferato criminale? Dal 15 febbraio scorso, cioè da quando quattro saltimbanchi monarchici, sostenuti ed addestrati da statunitensi ed inglesi, si sono messi in testa di liberare il Paese dal pericoloso tiranno. L’unico giornalista che ha avuto il coraggio di dire come stanno le cose si chiama Riccardo Pelliccetti che dalle colonne de Il Giornale ha scritto: “E qual è il presente incriminato? Avere usato la forza per tentare d i sedare una rivolta armata. Ma da quando in qua un governo, seppur impresentabile, seppur impopolare, seppur inviso nel mondo, non è legittimato a reagire contro gli attacchi armati a commissariati e caserme, a municipi e attività economiche? In qualsiasi altro Paese l’uso della forza sarebbe stato non solo tollerato, ma addirittura esortato. Be’, molti diranno che Gheddafi non ha questa legittimazione: è stato un golpista, un tiranno, un sanguinario eccetera. Vero, pochi lo mettono in dubbio. Eppure, nessuno ha mai pensato di incriminarlo (fino ad ora). Perché lui quella legittimazione l’ha sempre avuta. La Libia fa affari con tutti, ha rappresentanze diplomatiche in tutto il mondo, è membro di organismi internazionali. Qualcuno ha scordato che fino a pochi giorni fa era addirittura uno dei componenti della Commissione Onu per i diritti umani? E allora? Allora, per il diritto internazionale, era un capo di Stato legittimato. Legittimato proprio da chi, ora e con ipocrita ritardo, vuole metterlo alla sbarra. E che dire del Tribunale penale internazionale? Un ottimo strumento di giustizia. Veicolata. Proprio così. Questa Norimberga del XXI secolo non vale per tutti, nossignori. Stati Uniti, Russia e Cina non vi hanno aderito e quindi gli eventuali crimini di guerra, o di altro genere, commessi dai rispettivi leader o comandanti militari non sono perseguibili. Ma guarda un po’. E sapete quali sono i paesi che hanno spinto il Consiglio di sicurezza dell’Onu a chiedere l’intervento del Tribunale internazionale? Ebbene sì, avete indovinato. Il diritto trionfa”. A nessuno viene dunque il sospetto di cosa ci sia veramente dietro il complotto libico? Ovvero che siano gli Usa a sollecitare – proprio loro che pur condizionando i processi si tengono fuori dal Tribunale Penale Internazionale – la messa alla sbarra del Leone del deserto per avere maggiore influenza negli assetti che si formeranno nel mutato contesto “Degheddafizzato” della Libia? Stiamo facendo la figura dei coglioni mondiali mentre i nostri sedicenti grandi amici europei, come inglesi e i francesi, stanno già tentando di espandersi lì dove fino a qualche settimana fa mai avrebbero potuto. L’episodio degli otto membri delle Sas, le forze speciali di sua maestà, che sono stati arrestati dai ribelli e poi rilasciati sono l’ennesima dimostrazione che qualcuno ha organizzato questo pandemonio per farci le scarpe e capovolgere i rapporti di forza in un luogo prima off limits per loro. Eravamo i gestori dei lidi delle sponde opposte del mare nostrum, adesso ci toccherà fare i turisti che vengono spennati come polli.

di Giovanni Petrosillo

Dateci Chavez,vi diamo Obama

Lunedi ‘, mentre Barack Obama stava chiacchierando amichevolmente con la Camera di Commercio statunitense, Hugo Chavez era impegnato a distribuire computer portatili in una scuola di Caracas.. Dopo di che, il presidente venezuelano si è precipitato fuori ad una riunione in un impianto di distribuzione di cibo che fornisce 110 milioni di dollari in pasti preparati per i poveri del Venezuela.Infine, ha concluso il suo pomeriggio facendo un’apparizione in uno dei cantieri dove si stanno  costruendo molte case nuove  per le vittime delle massicce inondazioni di gennaio.

Mentre Obama si è rivelato essere il presidente più deludente  del secolo scorso, Chavez continua a stupire con la sua volontà di migliorare la vita lavorativa della gente comune. Per esempio, in soli 12 anni, Chavez ha creato un fiorente servizio pubblico nazionale di sanità con 533 centri diagnostici e strutture sanitarie diffuse in tutta la capitale. L’assistenza sanitaria è gratuita e ci sono state oltre oltre 55 milioni di visite da quando Chavez ha lanciato il programma Misión Barrio Adentro .Paragona questo al misero omaggio che Obama ha fatto al gigante americano HMO, col quale ha cercato di promuovere l’assistenza sanitaria universale.Che scherzo.

Chavez ha anche aperto la strada ad un maggiore impegno politico e all’attivismo mediante l’istituzione di più di 30.000 consigli comunali e 236 comuni, tutti incentrati sul maggior numero di persone che entrano nel processo politico, permettendo loro di portare avanti il cambiamento. Negli Stati Uniti, le organizzazioni di base vengono lasciate fuori dai loro leader di partito che prendono ordini  dalle élite che controllano entrambe le parti. E, per quanto riguarda Obama, se ne potrebbe  fregare di quello che pensano i suoi sostenitori, che è il perché è andato a strisciare alla Camera di Commercio.

E che cosa ha fatto Chavez per allentare la morsa che le imprese hanno sui media? Ecco cosa Gregorio Wilpert dice nel suo articolo “An Assessment of Venezuela’s Bolivarian Revolution at Twelve Years”:

“Per quanto riguarda i media, i venezuelani comuni orano partecipano alla creazione di nuove ed indipendenti emittenti radiofoniche e televisive in tutto il paese .I precedente governi hanno perseguitato i media ma le istituzioni statali stanno ora sostenendo attivamente queste comunità- non con i finanziamenti  ma con la formazione e l’avviamento degli impianti.

La combinazione di una maggiore coesione e una maggiore partecipazione ha portato a una maggiore accettazione del sistema politico democratico del Venezuela, secondo i sondaggi annuali di Latinobarometro ,che consentono di fare un confronto con le altre democrazie in America Latina. Ovvero sempre più venezuelani credono nella democrazia che i cittadini di qualsiasi altro paese dell’America Latina.L’ottanta per cento dei venezuelani dicono che “la democrazia è preferibile a qualsiasi altro sistema di governo.” (An Assessment of Venezuela’s Bolivarian Revolution at Twelve Years”, Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)

La settimana scorsa Chavez si è unito alla lotta contro la Coca-Cola, partecipando ad una manifestazione di operai in sciopero nella città di Valencia, sede del principale impianto di imbottigliamento della Coca in Venezuela,dicendo che se l’industria non vuole seguire “la Costituzione e le leggi”, poi il Venezuela potrebbe “vivere senza Coca-Cola”.
Giusto Hugo!Digli di imbottigliare la sabbia!

I 1,3000 lavoratori in sciopero stavano solo chiedendo un piccolo aumento per soddisfare le loro spese in aumento, ma, naturalmente ciò taglia i profitti aziendali e per questo la Coca-Cola sta combattendo contro le loro richieste.

Provate ad immaginare far questo all’”amico-degli affari” Obama verso una grande società?

La settimana scorsa, Chavez ha annunciato che il suo governo avrebbe speso altri 700 milioni di dollari  per combattere il problema dei senza-tetto e costruire altre 40.000 abitazioni. Il presidente ha intensificato i suoi sforzi da quando le inondazioni hanno devastato il paese all’inizio dell’anno lasciando decine di migliaia di persone senza riparo. Chavez è deciso a non fare gli stessi errori di George Bush dopo Katrina, quando le vittime del disastro sono state lasciate a se stesse forzando un terzo della popolazione di New Orleans a fuggire in altre parti del paese.

E quale effetto ha avuto Chavez su l’economia venezuelana?: Ecco ancora Wilpert:

“Così come il governo di Chavez ha democratizzato il sistema politico di Venezuela nel corso degli ultimi 12 anni, ha fatto lo stesso con il suo sistema economico, sia a livello macro-economico che al livello micro-economico.

A  livello macro-economico questo è stato ottenuto aumentando il controllo statale sull’economia e smantellando il neo-liberismo in Venezuela. Il governo di Chavez ha riconquistato il controllo statale sulla precedente semi-indipendente industria nazionale petrolifera.Il governo ha nazionalizzato i sub-appaltatori privati dell’industria petrolifera e li ha integrati nella società petrolifera di Stato, dando ai lavoratori maggiori vantaggi e una migliore retribuzione.Inoltre ha anche parzialmente nazionalizzato le operazioni transnazionali dell’industria petrolifera in modo che  controllassero non più del 40% della produzione in ogni impianto. Poi, il governo ha eliminato la pratica degli “accordi di servizio”, coi quali le compagnie petrolifere transnazionali hanno goduto di  lucrative concessioni per la produzione di petrolio. E,forse la cosa più importante, il governo ha aumentato i propri diritti provenienti dalla produzione del petrolio da un basso 1% ad un minimo del 33%.

Nel settore non-petrolifero il governo ha nazionalizzato le (precedentemente privatizzate) industrie chiave, quali: produzione di acciaio (Sidor), telecomunicazioni (CANTV), distribuzione di energia elettrica (la produzione era già nelle mani dello Stato), produzione di cemento (Cemex), banche (Banco de Venezuela) e la distribuzione di cibo (Exito). (“An Assessment of Venezuela’s Bolivarian Revolution at Twelve Years”, Gregory Wilpert, Venezuelanalysis.com)
Quindi, caro lettore, i popoli stanno meglio con le industrie di telecomunicazioni e le aziende elettriche di proprietà privata da tagliagole come la Enron (e gli altri pirati di Wall Street) o dovrebbero essere trasformate in servizi di pubblica utilità?

Per il petrolio? Sono più adatte per il compito la BP e l’ Exxon che il settore pubblico?

E per quanto riguarda il sistema bancario: Vi sentireste più sicuri con lo zio Sam o con la Goldman Sachs?

Chavez ha ridotto drasticamente della metà il tasso di povertà, ha abbassato la disoccupazione dal 15% nel 1999 al 7% di oggi e ridotto le disuguaglianze al livello più basso in America Latina. In Venezuela le persone sono sempre più sane e vivono più a lungo.. Sono retribuite meglio e più politicamente impegnate. “”L’84% dei venezuelani dichiara di essere soddisfatto della vita, il secondo più alto in America Latina”. E, indovinate un po ‘, Chavez sta rafforzando la sicurezza sociale e i programmi per il pensionameto, non sta cercando di distruggerli consegnandoli a Wall Street, sotto forma di conti privati.

E la generosità di Chavez non si è limitata solo al Venezuela.In realtà, egli è stato il primo capo di Stato ad offrire cibo e aiuti medici alle vittime di Katrina (anche se  non leggerai mai questo  su un giornale americano!).Ed è sempre lui che fornisce gratis il combustibile per il riscaldamento per i poveri nel nord-est degli Stati Uniti. La Citgo,di proprietà del Venezuela, si è unita con Citiziens Energy per “fornire ,gratis e sottocosto,centinaia di migliaia di barili di combustibile usato per il  riscaldamento delle famiglie bisognose americane e per i rifugi dei senzatetto attraverso gli Stati Uniti” .”Ogni anno, chiediamo alle maggiori compagnie petrolifere e alle nazioni produttrici di petrolio di aiutare i nostri cittadini anziani ed i poveri durante l’inverno, e solo una società, la CITGO, e un solo paese, il Venezuela, ha risposto ai nostri appelli “.

Proprio così, nessun altra compagnia petrolifera ha dato anche un solo centesimo puzzolente in beneficenza..Chavez ha fornito oltre 170 milioni di litri di petrolio per il riscaldamento dal 2005.

Al contrario, Barack Obama non ha fatto nulla per i poveri, i senzatetto, i lavoratori comuni, o la classe media. Zilch. E ‘stato una perdita assoluta per tutti, tranne che per i più ricchi dei ricchi. Forse dovremmo scambiarlo con Chavez?

Vale la pena di provare.

di Mike Whitney

LEGGI ANCHE :Perchè Washington odia Chavez

LINK: Can we swap Obama for Chavez?

TRADUZIONE: Cori In Tempesta

L’anniversario

Russia Today
17 gennaio 2011

Il centro di detenzione di Guantanamo Bay è entrato nel decimo anno della sua controversa esistenza. .E non ci sono segnali che il presidente degli Stati Uniti Obama lo chiuderà in tempi brevi.  La presenza americana segue un accordo raggiunto oltre cento anni fa, ma le chiamate da L’Avana sono sempre più forti riguardo al fatto che gli Stati Uniti stanno violando la sovranità di Cuba.