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A Tripoli Di Paola e 20 Puma

puma

di: Manlio Dinucci

Mentre promette nel suo spot elettorale «riforme radicali contro gli sprechi e la corruzione», Mario Monti invia a Tripoli il ministro della difesa Di Paola con un pacco dono da circa 100 milioni di euro: 20 veicoli blindati da combattimento Puma, consegnati «a titolo gratuito» (ossia pagati con denaro pubblico dai contribuenti italiani) ai governanti libici, il cui impegno anti-corruzione è ben noto. Un gruppo di potere, al cui interno sono in corso feroci faide, chiamato in causa dallo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie».

Tutto perfettamente legale, però.

La legge sullemissioni internazionali delle Forze armate per «il consolidamento dei processi di pace e stabilizzazione», approvata tre settimane fa dal senato con voto bipartisan quasi unanime, autorizza la spesa per prorogare l’impiego di personale militare italiano in attività di «assistenza, supporto e formazione in Libia» allo scopo di «ripristinare la sicurezza pubblica». L’Italia si accoda così agli Stati uniti, che stanno formando una forza d’élite libica con il compito ufficiale di «contrastare e sconfiggere le organizzazioni terroriste ed estremiste violente».

Le stesse usate nel 2011 dalle potenze occidentali per seminare il caos in Libia, mentre la Nato la attaccava con i suoi cacciabombardieri e forze speciali (comprese quelle qatariane) infiltrate. Le stesse organizzazioni terroriste che vengono oggi armate e addestrate dalla Nato, anche in campi militari in Libia, per seminare il caos in Siria.

Il segretario alla difesa Leon Panetta ha dichiarato al Congresso che, sin dall’anno scorso, il Pentagono arma i «ribelli» in Siria. La maggior parte non è costituita da siriani, ma da gruppi e militanti di altre nazionalità, tra cui turchi e ceceni. Da fonti attendibili risulta che vi siano anche criminali sauditi, reclutati nelle carceri, cui viene promessa l’impunità se vanno a combattere in Siria.

Compito di questa raccogliticcia armata  è quello di seminare il terrore all’interno del paese: con autobombe cariche di esplosivi ad alto potenziale, con rapimenti, violenze di ogni tipo soprattutto sulle donne,  assassini in massa di civili. Chi non è debole di stomaco può trovare su Internet video girati dagli stessi «ribelli»: come quello di un ragazzino che viene spinto a tagliare la testa, con una spada, a un civile con le mani legate dietro la schiena.

Sempre più, in Siria come altrove, la strategia Usa/Nato punta sulla «guerra segreta». Non a caso Obama ha scelto quale futuro capo della Cia John Brennan, consigliere «antiterrorismo» alla Casa bianca, specialista degli assassini a distanza con i droni armati, responsabile della «kill list» autorizzata dal presidente. Dove non è escluso che ci fosse anche il nome di Chokri Belaid, il dirigente tunisino ucciso da killer professionisti con tecnica tipicamente terrorista.

FONTE: IlManifesto.it

Dopo la strage degli innocenti

di: Manlio Dinucci

Una delle capacità dell’Arte della guerra del XXI secolo è quella di cancellare dalla memoria la guerra stessa, dopo che è stata effettuata, occultando le sue conseguenze. I responsabili di aggressioni, invasioni e stragi possono così indossare la veste dei buoni samaritani, che tendono la mano caritatevole soprattutto ai bambini e ai giovani, prime vittime della guerra. L’Italia – dopo aver messo a disposizione della Nato sette basi aeree per le 10mila missioni di attacco alla Libia, e avervi partecipato sganciando un migliaio di bombe e missili – ha varato un «progetto a favore dei minori colpiti da traumi psicologici derivanti dal recente conflitto». Il progetto, del costo di 1,5 milioni di euro, prevede l’invio di una task force di esperti che opererà a Bengasi, Tripoli e Misurata, collaborando con le «autorità libiche».

Le stesse che perfino il Consiglio di sicurezza dell’Onu chiama in causa per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In Afghanistan, dove ogni anno muoiono migliaia di bambini per gli effetti diretti e indiretti della guerra, gli aerei italiani non lanciano solo bombe e missili, ma viveri, indumenti, quaderni e penne per i bambini, così da «integrare l’azione operativa con l’attività di supporto umanitario». Un centinaio di fortunati bambini ha ricevuto, in una base militare italiana, un pacco dono, frutto di «una raccolta spontanea durante le celebrazioni delle Sante Messe». «Con l’occasione», alcuni sono stati perfino visitati da un ufficiale medico pediatra. E quando la piccola Fatima ha avuto un braccio maciullato da un ingranaggio, c’è stata la «corsa generosa e disperata» verso l’ospedale, effettuata con un Lince, il blindato usato dagli italiani nella guerra in Afghanistan. In Iraq, l’Italia è impegnata in un «progetto comune contro la tratta di esseri umani», di cui sono vittime soprattutto ragazze e ragazzi, costretti alla prostituzione e al lavoro forzato nelle monarchie del Golfo. Nascondendo il fatto che tale fenomeno è uno degli effetti della guerra, cui ha partecipato anche l’Italia. Le vittime dirette sono state, nel 2003-11, almeno un milione e mezzo, di cui circa il 40% bambini, documenta il Tribunale di Kuala Lumpur sui crimini di guerra. Molti altri bambini sono morti per le armi a uranio impovertito, che hanno contaminato il terreno e le acque. A Fallujah, le malfomazioni cardiache dei neonati risultano 13 volte superiori alla media europea, e quelle del sistema nervoso superiori di 33 volte. A mietere un maggior numero di vittime è il collasso della società irachena, provocato dalla guerra. Circa 5 milioni di bambini sono orfani e circa 500mila vivono abbandonati nelle strade, 3,5 milioni sono in povertà assoluta, 1,5 milioni di età inferiore ai cinque anni sono denutriti e in media ne muoiono 100 al giorno. Sono queste le prime vittime della tratta di esseri umani: bambine di 11-12 anni sono vendute per 30mila dollari ai trafficanti. A provocare questo immenso dramma contribuisce l’Italia, partecipando alle guerre camuffate da missioni internazionali di pace. Anche se il presidente Napolitano, rivolgendosi ai militari in missione, assicura: «Voi oggi, e altri prima di voi, avete dato un grandissimo contributo a un rinnovato prestigio e alla credibilità dell’Italia».

IlManifesto.it

Libia Anno Uno: chi balla e chi spara

Articolo inviato al blog

di: mcc43

Il governo libico non ha lanciato un suo programma ufficiale di festeggiamenti. Solo iniziative delle autorità locali per il primo compleanno della “nuova” Libia. L’immagine è macchiata  dalla pubblicazione del rapporto di Amnesty. Un rapporto colpevolmente tardivo, per questo  significativa sconfessione della “democraticità” attribuita a scatola chiusa al composito clan del Consiglio Nazionale di Transizione, nonostante molti dei suoi membri restino tuttora ignoti.

 Navi Pillay, Commissario dell’ONU per i diritti umani, 26 gennaio 2012

L’illegalità ancora pervade la Libia un anno dopo lo scoppio dell’insurrezione che si è conclusa 42 anno del regime repressivo del colonnello Mu’ammar al-Gaddafi. Centinaia di armati milizie, ampiamente salutate in Libia come eroi per il loro ruolo nel rovesciare il regime precedente, sono in gran parte fuori della controllo.  […] Dopo che i combattenti, sostenuti dai bombardamenti  della NATO hanno preso controllo della maggior parte del paese alla fine di agosto,  in CNT non è riuscito a ottenere obbedienza. Nonostante l’impegno di assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani su entrambi i lati, le autorità hanno finora fallito nell’azione .

Le milizie hanno preso prigionieri migliaia di sospetti lealisti Gheddafi, soldati e presunti stranieri “mercenari”, molti dei quali sono stati torturati o maltrattati in custodia, in alcuni casi causandone la  morte. Molti dei lealisti furono uccisi dopo la cattura, tra questi il leader stesso e uno dei suoi figli. Le milizie hanno anche saccheggiato e bruciato case e condotto attacchi per vendetta e altre rappresaglie contro i presunti supporter di Gheddafi, deportando forzatamente decine di migliaia di persone.

Chi è là per motivi di business a questo non bada. Vede altro.  Dal Blog di WD in Tripoli, fornitore di legname austriaco: Libia in avanzamento o in attesa? 

Quasi cinque mesi sono passati da quando Tripoli è  nelle mani del CNT e a molti si rizzano i capelli perché non vedono le cose in movimento.

Dal punto di vista economico alcune cose si sono fatte, la crisi di liquidità di novembre e dicembre è stata risolta, il Dinaro libico ha tenuto e sul mercato circola denaro. Le infrastrutture di base non stanno funzionando bene, ma l’approvvigionamento idrico è stabile, internet va meglio, la benzina è ampiamente disponibile a prezzi ancora più bassi rispetto a prima (amici in Europa  siate invidiosi: 0,08 Euro / litro). Tuttavia, la fornitura di energia elettrica è un problema, le interruzioni  sono frequenti di giorno, e la notte ci lasciano molto al freddo.

Chi aspettava i progetti di grandi infrastrutture dopo la liberazione (23.November 2011) ha avuto informazioni sbagliate. Ci vorrà sicuramente ancora qualche tempo prima di iniziare, e non sappiamo cosa comincerà. È ovvio che ripristinare la sicurezza e preparare le elezioni al momento è più importante al momento di costruzione di un’autostrada.

L’occhio esperto e disincantato del reporter vede molto altro, collega, raggiunge in profondità il significato degli eventi. Dal blog di Amedeo Ricucci, giornalista Rai , ora tornato in Libia.

 Da Bengasi,  Appunti libici da insonnia

Sbornia Continua. […] le celebrazioni si protraggono ormai da quattro mesi e ogni scusa è buona:  il 17 ad esempio ricorre l’inizio della rivolta e ci sono già lunghi e chiassosi cortei di miliziani che percorrono le strade del centro, almeno qui a Bengasi, esibendo per l’ennesima volta le loro armi e la loro felicità. Come il 21 ottobre, dopo la morte di Gheddafi, e poi qualche giorno dopo, per la fine della guerra, e ancora il 24 dicembre, per l’anniversario dell’indipendenza. Il Paese invece è bloccato: la ricostruzione non è ancora partita, […]Ma è vero anche che se la sbornia continua c’è il rischio di risvegliarsi con un gran mal di testa. Come è già capitato nei Paesi dell’Est dell’ex blocco comunista.

Soldi in fuga.La nuova Libia sarà pure libera ma i soldi dei libici volano all’estero, alla faccia del patriottismo. E gli unici a fare affari di questi tempi sono i trafficanti di valuta. Ieri nel bugigattolo dove ho cambiato al nero hanno portato nel giro di 10 minuti non sono quanti sacchi di dinari, freschi di stampa. E il via vai di questi portavalori sacchi in spalla è continuo. La gente infatti vuole dollari oppure euro e davanti alle banche c’è la fila di chi ritira il massimo consentito – 2000 dinari al mese, quasi 1400 euro – per poter investire in valuta, da esportare.[…]. E poi, se i libici non scommettono un dinaro sul futuro del loro Paese, chi mai dovrà farlo? E’ un paradosso che si può forse spiegare con il fatto che l’economia libica è stata per quarantadue anni un’economia assistita: grazie ai proventi del petrolio Gheddafi aveva infatti garantito a tutti un minimo di benessere, in cambio della sudditanza. Alimentando la pigrizia. Oggi che invece i libici devono riappropriarsi del loro destino denotano uno scarso senso dello stato e fanno fatica ad assumersi le loro responsabilità. Vedremo come andrà a finire.

 Ricucci vede anche uno dei molti episodi di barbarie che hanno contraddistinto “questa” rivolta araba: I bambini di Tawargha

Sorridono, i bambini di Tawargha, mentre cantano in gruppo, per i pochi visitatori che vengono a trovarli in questo campo profughi alla periferia di Tripoli, la ballata della loro disperazione. Hanno riadattato una vecchia canzone libica, mettendo in versi la loro spaventosa odissea: i miliziani di Misurata che attaccano le loro case, la città data alle fiamme, la lunga marcia a piedi 80 di km, e poi la nuova vita in queste baracche di lamiera, la paura costante di nuovi attacchi, lo stupore di chi scopre da un giorno all’altro che è il colore della propria pelle a scatenare l’odio. ” La Libia era un Paese solo – dice la canzone -da nord a sud, da est a ovest. E allora perchè quelli di Misurata ci attaccano con gli RPG?“.

Quella di Tawarga è stata la pagina più nera (e meglio occultata) della cosiddetta rivoluzione libica contro Muammar Gheddafi. E’ stata scritta il 13 agosto, ma a distanza di sei mesi continua a produrre strascichi ed a sanguinare. Un caso da manuale di epurazione etnica…

E ci sono i bambini scomparsi, i 105 di Misurata sono quelli di cui ho già parlato e di cui non si è saputo più nulla, ma bambini ne scompaiono ogni giorno 

Sulla costa si festeggia, nell’entroterra si combatte

Libia: scontri tra tribu’ locali a sud-est, 6 morti (ANSA) –

TRIPOLI, 15 FEB – Continuano i combattimenti nel sud-est della Libia tra opposte tribu’ rivali. Almeno sei persone sono morte oggi in nuovi scontri a Kufra, vicino al Ciad, tra gli Zwai e i Tibu, portando cosi’ a trenta il numero dei morti da domenica scorsa. Lo rendono noto fonti locali. Mohammed al-Harizi, portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribu’ per chiarire gli episodi di violenza.

HALA MISRATI

Questa notizia, se sarà confermata, riassume tutto:

Hala Misrati, la presentatrice  più famosa della tv dell’era Gheddafi, rapita mesi fa e stuprata dai ribelli, è deceduta OGGI nel carcere dove era detenuta, in circostanze misteriose.

Una delle molte, centinaia i casi accertati, donne che hanno subito violenza nell’era CNT.

Come possono andare a festeggiare OGGI le donne?

La “rivoluzione” libica è stata guidata con la stessa abilità al volante, per la quale i libici sono famosi:

Foto di WD in Tripoli

Dalle molte fazioni e frazioni che occupano oggi il territorio tra Tunisia ed Egitto dovrà nascere un paese.

Innegabilmente, è sotto gli occhi anche di chi se ne rallegra nei  festeggiamenti su scala locale , a tenere unite sei milioni di persone era solamente Muhammar Gheddafi.

Luglio 2009

Le due mani di Obama su quella di Gheddafi.

Il body language di Obama esprimeva un sentimento cordiale, amichevole…perfino protettivo!

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LE RIVOLUZIONI SPONTANEE SONO UN’ALTRA COSA  E FINISCONO DIVERSAMENTE 

LIBERA TUNISIA: Anno Uno

I «liberatori» venuti dal Qatar

di: Manlio Dinucci

I miraggi sono frequenti, specie nel deserto libico. Ne è affetto Farid Adly che, convinto della «genuinità della rivoluzione», continua a vedere un Cnt che «ha sì chiesto, accortamente, l’aiuto delle forze internazionali, ma si è anche opposto a qualsiasi intervento di terra» (Progetto Lavoro, ottobre). Eppure molti dei «ribelli libici», che la televisione ci mostra, non sono libici. Sono commandos del Qatar, addestrati e diretti dal Pentagono, camuffabili grazie alla lingua e all’aspetto. Lo abbiamo già detto, ma ora c’è la conferma ufficiale: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», ha dichiarato il capo di stato maggiore Hamad bin Ali al-Atiya, precisando che «abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze Nato» (The Guardian, 26 ottobre). Il Qatar, scrive Le Figaro (6 novembre), ha inviato in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali, che «sono arrivati con le valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù». E non è escluso che sia stato un agente segreto qatariano ad assassinare Gheddafi, «per ordine di una entità straniera, o un paese o un leader, perché non voleva che i suoi segreti fossero rivelati», come ha dichiarato alla Cnn Mahmoud Jibril, già primo ministro del Cnt. Lo stesso Jibril e Abdurrahman Shalgham, ambasciatore del Cnt alle Nazioni Unite, accusano ora il Qatar di «voler dominare la Libia». In realtà, questa monarchia del Golfo ha il compito di dare un volto arabo e islamico all’occupazione neocoloniale della Libia da parte delle potenze occidentali. Mentre la Qatar Airways inaugura la linea aerea Doha-Bengasi, viene potenziata la Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia» che trasmette dal Qatar. E mentre il fondo sovrano qatariano si accaparra quote dei fondi sovrani libici «congelati», tra cui quello in mano alla Unicredit, Doha firma un accordo col Cnt per aiutarlo a organizzare un nuovo sistema giudiziario. La competenza della monarchia ereditaria qatariana è indubbia: come documenta Amnesty International, frequenti sono le condanne soprattutto di immigrati per «blasfemia», fino a 7 anni di carcere, e per «rapporti sessuali illeciti», 30-100 colpi di frusta, mentre per gli oppositori (sono illegali i partiti politici) c’è la condanna a morte senza processo. Con questa «monarchia illuminata» l’Italia ha rapporti privilegiati. Frequenti le visite bipartisan a Doha, effettuate da Boniver, Frattini, Moratti, Craxi, Scajola, Bonino, D’Alema, Parisi, Dini e altri. Storica quella del presidente Napolitano due anni fa, mentre Bersani (allora ministro) accoglieva a Roma una delegazione qatariana. E quest’anno, durante la guerra di Libia, il parlamento ha approvato con voto bipartisan l’accordo di cooperazione militare col Qatar. Di cui l’on. Franco Narducci (Pd), il 27 luglio alla Camera, ha elencato i meriti: «E’ uno dei maggiori alleati dell’Occidente, collabora con la Nato ed è intervenuto anche nel Bahrein», schiacciando nel sangue la richiesta popolare di democrazia. L’emiro del Qatar può essere sicuro: il nuovo governo italiano onorerà l’accordo, votato dal Pd che ne esalta «il profilo politico e strategico.»

IlManifesto.it

In Libia il business armato

di: Manlio Dinucci

Terminata l’Operazione Protettore Unificato, mentre la Nato «continua a monitorare la situazione, pronta ad aiutare se necessario», si è aperta in Libia la corsa all’oro anche per le imprese occidentali minori. Esse si affiancano alle potenti compagnie petrolifere e banche d’investimento statunitensi ed europee, che hanno già occupato le posizioni chiave. La Farnesina si è impegnata a «facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese italiane alla costruzione della Libia liberata». Ma, già prima, era giunta a Tripoli una delegazione di 80 imprese francesi e il ministro della difesa Philip Hammond aveva sollecitato quelle britanniche a «fare le valige» e a correre in Libia. Vi sono grossi affari in vista, dopo che la Nato ha demolito lo stato libico. E c’è il forziere aperto su cui mettere le mani: almeno 170 miliardi di dollari di fondi sovrani «congelati», cui si aggiungono gli introiti dell’export petrolifero, che possono risalire a 30 miliardi annui. C’è però un problema: il clima di tensione che rende pericoloso per gli imprenditori muoversi nel paese. La prima preziosa merce da vendere in Libia è quindi la «sicurezza». Se ne occupa tra le altre la compagnia militare britannica Sne Special Projects Ltd: la dirige un ex parà che ha lavorato come contractor in Israele, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan e Nigeria, assistito da ex ufficiali dell’intelligence militare, delle forze speciali e delle forze anti-sommossa e anti-terrorismo. La compagnia, che precisa di essere presente a Bengasi, Misurata e Tripoli fin dal maggio 2011, ha aperto, in una lussuosa villa della capitale a 15 minuti dall’aeroporto, un residence per Vip presidiato da contractor britannici e libici superarmati, cui si aggiunge un centro degli affari sempre nella capitale. La tariffa del «taxi» con cui li trasporta dall’aeroporto è un po’ cara, 800 dollari invece degli usuali 5. La macchina è però un pesante blindato, collegato via satellite a un centro operativo a Tripoli e uno in Gran Bretagna, a loro volta collegati al sistema di sorveglianza Nato. In partnership con la Trango Limited, compagnia britannica specializzata nell’assistenza a imprese in aree ad alto rischio, la Special Projects fornisce, in particolare alle piccole e medie imprese del settore energetico, una gamma completa di servizi: informazioni di ogni tipo (corredate da foto e video), libero transito di persone e materiali sotto scorta ai confini con l’Egitto e la Tunisia, contatti interpersonali nel Cnt per concludere vantaggiosi affari. Servizi analoghi forniscono le compagnie statunitensi Scn Resources Group e Security Contracting Network, e varie altre installatesi in Libia. Ad usufruirne sono non solo le imprese occidentali, in corsa per accaparrarsi i contratti più lucrosi prima che arrivino di nuovo i cinesi, ma anche il Dipartimento di stato Usa e altri ministeri occidentali, per le operazioni in Libia sia dirette che tramite organizzazioni «non profit» da loro pagate. Il vuoto lasciato dal crollo dello stato libico, sotto i colpi della Nato, viene così colmato da una rete sotterranea di interessi e poteri. E, in caso di pericolose reazioni popolari, c’è sempre il blindato della Special Projects che permette di raggiungere velocemente l’aeroporto.

IlManifesto.it

Libia: un video-linciaggio per distrarre dalla pista Clinton-Goldman Sachs

Si può anche prescindere dalla questione della autenticità o meno dei video del linciaggio di Gheddafi, per constatare che la scelta della NATO di spettacolarizzare la morte di Gheddafi, rivela decisamente il carattere di una PSYOP (Psychological Operation), cioè di un atto di guerra psicologica. Al Jazeera, l’emittente dell’emiro del Qatar, ha assunto decisamente il ruolo di organo della guerra psicologica della NATO e della CIA, e questa sua ultima PSYOP del video-linciaggio è volta a confondere le acque e distrarre l’attenzione rispetto a dati ancora più inconfessabili.

Il 23 ottobre i festeggiamenti per la “liberazione” della Libia si sono svolti a Bengasi, non a Tripoli. Bengasi è sempre in festa, e festeggia soprattutto in nome e per conto di altre città della Libia.

A Bengasi infatti, e non a Tripoli, si sono svolti il 21 agosto scorso i festeggiamenti per la “liberazione” di Tripoli; un doppione dei festeggiamenti svoltisi il 18 marzo scorso per la proclamazione da parte del consiglio di Sicurezza dell’ONU della “no fly zone” (con il senno di poi questa locuzione inglese risulta particolarmente ridicola). La terna delle feste di Bengasi si è conclusa domenica, con l’ormai consueto spettacolo pirotecnico.[1]

Nella Libia “liberata” il governo provvisorio risiede ancora a Bengasi, ad indicare che l’effettivo controllo del territorio libico da parte della NATO e dei sedicenti ribelli è ancora al livello di sette mesi fa.

Da ciò si comprende che i video dovevano servire a creare l’illusione di una conclusione definitiva della vicenda, una “vittoria” da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale, da tenere però impegnata in estenuanti dibattiti morali sulla liceità della vendetta, in modo da evitare che si possa seguire la pista dei soldi.

Il linciaggio di Gheddafi dovrebbe anche dimostrare, secondo la Nato, che i “ribelli” dopotutto sono dei barbari immaturi per la democrazia e incapaci di gestire uno Stato di Diritto; risulta perciò assolutamente necessaria la tutela internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’eventuale ministero del Tesoro del nascente Stato libero della Libia. Come sorprendersi quindi che il primo atto del nuovo governo della Libia “libera” sia stato quello di chiedere alla NATO di rimanere in Libia?[2]

Si può prescindere per un momento anche dal business del petrolio libico, attualmente ritornato in mano soprattutto alla multinazionale British Petroleum, che deteneva quasi il monopolio del petrolio libico prima del colpo di Stato di Gheddafi nel 1969.[3]

Si possono infatti ricavare notizie interessanti soffermandosi anche solo sul denaro contante. Secondo notizie della BBC, i beni libici attualmente congelati in banche straniere ammontano ad almeno cinquantatre miliardi di dollari. Una delle principali banche in cui questi soldi libici sono investiti è la Goldman Sachs, la quale si è rifiutata di dare ulteriori informazioni, rifugiandosi dietro la riservatezza per “proteggere” il cliente (un’altro esempio di comicità involontaria in questa vicenda). [4]

Altra questione ancora aperta è quella dell’oro della banca centrale libica, le cui riserve auree ammontano a centoquarantaquattro tonnellate, secondo le stime per difetto operate dal Fondo Monetario Internazionale il marzo scorso.[5]

A detta dell’ex banchiere centrale libico, passato ai “ribelli”, le riserve valutarie ed auree della Libia ammontano complessivamente a centosessantotto miliardi di dollari, ma è tutto congelato, e ci vorrà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per sbloccarlo, cioè tutto dipende dagli Stati Uniti. Secondo l’ex banchiere centrale mancherebbe all’appello circa un 20% dell’oro libico, ma la colpa sarebbe tutta di Gheddafi, che l’avrebbe sottratto per comprarsi i consensi delle tribù. La morte di Gheddafi consente perciò a chi ha sottratto effettivamente quell’oro di goderselo senza rischiare di subire indagini.[6]

Si registrano poi strane coincidenze. Hillary Clinton ed il suo clan da quale banca dipendono? Ritorna un nome familiare: Goldman Sachs. La superbanca multinazionale aveva già finanziato nel 1992 la vittoriosa campagna elettorale presidenziale di Bill Clinton; ed in effetti Robert Rubin, dirigente di Goldman Sachs, era poi diventato ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton.[7]

Il legame tra il clan dei Clinton e Goldman Sachs è stato consacrato anche da un matrimonio dinastico. Una figlia dei Clinton, Chelsea, ha infatti sposato un altro dirigente di Goldman Sachs, il pregiudicato per frode bancaria Marc Mezvinsky. [8]

Si potrebbe pensare che Bill Clinton, per farsi bello e darsi le arie di politico incorruttibile, abbia preso le distanze da Goldman Sachs, magari additandone pretestuosamente le magagne. Invece no. Retto ed integerrimo com’è, Bill Clinton, ha preso pubblicamente le difese di Goldman Sachs a proposito delle inchieste che l’hanno coinvolta, dichiarandosi scettico circa le accuse che hanno colpito la superbanca.[9]

Anche Hillary Clinton non ha voluto far torto al genero soltanto per darsi delle arie di essere immune dal nepotismo; ed infatti il Dipartimento di Stato, diretto da Hillary, ha coinvolto Goldman Sachs in un super-progetto internazionale, sotto l’egida della NATO, per far scuola di business a donne imprenditrici in Afghanistan e Pakistan. Insomma, una pioggia di denaro pubblico per Goldman Sachs, su iniziativa della Clinton. La notizia si trova sul sito di Goldman Sachs.[10]

Si può essere certi che i Clinton hanno la coscienza così pulita, che il timore di incappare in un sospetto di conflitto di interessi non li dissuaderà affatto dall’andare incontro alle legittime aspettative di Goldman Sachs, anche per ciò che riguarda la questione dell’ulteriore spartizione delle risorse finanziarie ed auree della Libia.

NOTE

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/21/foto/bengasi_in_festa_per_la_sollevazione_di_tripoli-20683527/1/

http://it.euronews.net/2011/03/18/a-bengasi-festa-per-la-decisione-dell-onu/

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/10/23/visualizza_new.html_668694965.html

[2] http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo1025774.shtml

[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thestreet.com/story/11228497/1/bps-outlook-in-libya-improves.html&ei=KOVsToWHLvTb4QTN36XZBA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3DBP%2Blibya%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Divns

[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-13552364&ei=fIalTu76Ksjxsgb7mO2SAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAThk&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Bgoldman%2Bsachs%26start%3D100%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bbc.co.uk/news/business-12824137&ei=uY6lTsKpOY_RsgbOsaWVAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDUQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dlibyan%2Bgold%2Breserves%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2011/08/25/us-libya-gaddafi-gold-idUSTRE77O1XO20110825&ei=9kCoTu-LKs74sgbVsezFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dlybia%2Bgold%2Bcentral%2Bbanker%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

[7] http://archiviostorico.corriere.it/1992/ottobre/06/GOLDMAN_SACHS_punta_Clinton_co_0_9210063639.shtml

[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/8386968.stm

[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/04/29/bill-clinton-im-skeptical_n_557085.html&ei=zEKkTsbiAseBOoL2ma0C&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCUQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbill%2Bclinton%2B%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www2.goldmansachs.com/media-relations/press-releases/current/10k-w-partnership.html&ei=OJ-lTtaoKNDKsgakqZH3Ag&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgoldman%2BSachs%2BHillary%2Bclinton%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

FONTE: Comidad.org

Gheddafi, grande leader africano

di: Rodolfo Ricci

Dice il commentatore e vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli, nel suo blog (http://2.andreatornielli.it/): “La Libia, quando Gheddafi prese il potere nel 1969, aveva un tasso di analfabetismo del 94 per cento; oggi l’88 per cento dei libici è alfabetizzato. Il Federal Research Division della Libreria del Congresso Usa scrive che “un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolarmentati dai servizi assistenziali”. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. C’è un medico ogni 673 cittadini. Secondo le tabelle dell’Indice di Sviluppo Umano della Banca Mondiale (miscellanea di aspettativa di vita, istruzione, reddito) la Libia è (o meglio, era) l’unico paese con livello alto dell’Africa, e veniva prima di ben nove nazioni europee.

Cito questi dati traendoli dall’illuminante libro Libia 2012 dello storico Paolo Sensini (Jaca Book), che consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono farsi un’idea sulle ragioni della guerra e sul potere della disinformazione. Perché ho ricordato tutto questo?

Perché alcuni dei capi dei “ribelli” e del governo provvisorio – i nostri governi stendono su questo un velo di silenzio – sono ex terroristi di Al Quaeda. E se c’è una cosa davvero incerta è il futuro del paese. Li cito per ricordare come siamo molto selettivi nell’individuare i dittatori cattivi, e le popolazioni da proteggere, a seconda delle convenienze. Se le rivolte vengono sedate nel sangue in certi paesi arabi ottimi alleati dell’Occidente, facciamo finta di niente. In altri casi, come in quello della Libia (vuoi vedere che c’entrano petrolio e gas?) in poche ore eccoci tutti in fila a bombardare, ovviamente solo con bombe “intelligenti”…”

E’ solo l’ultima esternazione a cui si assiste sul web dopo l’esecuzione di Muhammar Gheddafi da parte di islamisti al seguito della alleanza neocolonialista e criminale capitanata dalla NATO che ha sganciato oltre 50.000 bombe in sette mesi di guerra sul territorio libico per annientare per sempre dalla faccia dell’Africa e della terra, la Jahmaijria socialista e il suo leader, arrivato al potere senza sparare un sol colpo nel lontano 1969.

Il fronte del capitalismo mondiale ci ha messo del tempo, ma alla fine è riuscito a raggiungere l’obiettivo che perseguiva da decenni, passando per i bombardamenti di Ronaald Reagan, (“el hombre de mierda”, secondo Galeano), che fece bombardare Tripoli uccidendo una cinquantina di membri della famiglia di Gheddafi; per l’attentato di Ustica, dove, per colpire Gheddafi, l’aviazione francese colpì invece il DC-9 dell’ITAVIA con la morte di 81 passeggeri italiani. E per altri numerosi tentativi di far fuori uno dei più intelligenti leader africani e mnondiali, il cui paese ha contribuito in termini di aiuti ai paesi del terzo mondo, più di tutti i grandi paesi del G-20 mesi insieme.

In termini di conquiste sociali ed economiche, di sviluppo e modernizzazione di un paese arretratissimo fino agli anni ’70, Gheddafi ha pochissimi “concorrenti”. Non ha eguali l’opera faraonica e strategica di creazione del grande fiume Man Made River, che costituisce la più grande opera di irrigazione dei paesi desertici e dell’intero pianeta, un’opera, che da sola e forse più della gestione indipendente ed oculata del petrolio, preoccupava fortemente il gruppo di potentati criminali che hanno aggredito la Libia sotto le insegne dell’ONU, in previsione della conquista e del controllo globale dell’acqua, una guerra planetaria che può dirsi iniziata proprio con l’aggressione alla Libia.

Se vi è qualcosa in cui Gheddafi ha sbagliato (e che deve servire di insegnamento) è quella di fidarsi del capitalismo criminale del nord, il cui apprezzamento quale scudo contro la penetrazione dell’islamismo nel nord Africa e il contenimento dei flussi migratori, non è bastato per acquisirne il riconoscimento. A posteriori si può dire che si trattava della più grande operazione di simulazione che un gruppo di paesi ha elaborato per disfarsi dell’indipendente e pericolosissimo leader che mirava all’unità africana, mentre per chi comanda, l’Africa non è altro che il continente del futuro confronto-scontro con la Cina e forse con l’India. Una sorta di patto di non aggressione violato alla prima utile occasione: la primavera araba.

Non è stato attaccato ed eliminato perchè non faceva bene, Muhammar Gheddafi, ma perchè fin troppo bene e con visione di futuro aveva fatto, lui, figlio di beduini analfabeti, nato nel ’42 – ma non sapeva neanche lui di preciso quando – , nel deserto a ridosso di Sirte.

A dimostrazione che l’intelligenza e la capacità di leadership prescinde, molto spesso, dal livello delle scuole frequentate ed è molto più legata alla capacità dell’intelligenza critica di cui ogni persona è dotata, salvo abdicarvi sotto pressione dei più forti o per adesione subalterna agli stessi, un panorama di cui è pieno il miserabile occidente avanzato.

Non è un caso che dopo il dissolvimento dell’URSS, tutti i residui bastioni di quello che fu il grande movimento dei “non allineati” è stato abbattuto senza pietà, secondo la innovativa prassi delle guerre umanitarie: Jugoslavia, Iraq, Libia. Affinché il posizionamento geostrategico occidentale fosse rafforzato in previsione degli eventi imminenti.

Ovviamente non esiste alcuna ragione umanitaria nell’attacco alla Jamajiriya, come non ne esistevano nelle precedenti aggressioni e guerre degli ultimi 15 anni. Ne sono conferma il sostegno a dittature spietate e feudali come quelle dell’alleato prediletto, l’Arabia Saudita dei Saud-Bush, e dei suoi emirati satelliti inventati dagli inglesi e cogestiti assieme agli USA del premio Nobel Barack Obama.

Ciò che colpisce in quest’epoca di fine impero è che le aggressioni si succedano sempre più frequenti e che il loro carattere oggettivamente criminale assomigli sempre più a quanto insegnato dalle politiche del decennio del Terzo Reich, incluso l’uso goebbelsiano dei media, che si mobilita a condannare le violenze dei riots londinesi e dei black blok romani, massaggiando per settimane i poveri (ma non più scusabili, se non si rivoltano) spettatori dell’occidente, e che parallelamente sostengono – da destra e da “sinistra” (insieme a settori consistenti di pacifisti pentiti) – le cinquantamila bombe umanitarie sganciate a difesa dei “civili libici” di Bengasi e di Misurata, mentre su Tripoli, Sirte, Bani Walid ecc. può piovere abbondante l’uranio impoverito e altre amenità, senza che nessuno si agiti.

Solo l’esecuzione del Cristo nel deserto filmata da decine di telefonini di ultima generazione e diffusa malgrado i suggerimenti della Nato mandante, riesce a destare qualcosa nel profondo di coscienze sempre più controllate. Ma subito dopo si riparlerà di casa nostra, con l’inconsistenza e l’insiepienza di sempre.

Finchè qualcosa non arriverà a destare gli spiriti.
Per ora non ci resta che salutare la grandezza di Muhammar Gheddafi, beduino, ispirato da Enrico Mattei, leader e combattente fino alla fine, dell’ indipendenza libica ed africana per quasi mezzo secolo.

Niente fughe in paradisi dorati, niente accaparramento di miliardi di dollari che erano alla portata sua e della sua famiglia.

Un segno invece, che non può essere oscurato facilmente, nè dimenticato.

“Sic transit gloria mundi” ha detto qualcuno. Vedremo se ciò che è stato seminato tornerà nell’ombra oppure se da esso,nuove e più accorte occasioni germoglieranno in Africa, continente del XXI secolo.

Emigrazione-Notizie

Vedi anche: La distruzione del tenore di vita di un paese: quello che la Libia aveva raggiunto, quello che è stato distrutto

Libia: il ritorno del colonialismo

Articolo inviato al blog
di: Salvatore Santoru

Considerazioni sull’uccisione di Gheddafi e dintorni

L’obiettivo (seppur non dichiarato e sempre negato) della NATO e del Cnt è stato raggiunto. Gheddafi è morto. Gheddafi è stato ucciso. La sua morte ha certamente una forte valenza simbolica. Il Colonnello,nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità in questi 42 anni, era pur sempre un’icona della decolonizzazione, dell’indipendenza e del riscatto dell’ Africa nella lotta contro i potentati occidentali. Dopo la rivoluzione repubblicana del 1969    contro la monarchia di Re Idris, ritenuto fantoccio delle multinazionali occidentali, le basi militari inglesi e statunitensi vennero chiuse e le proprietà petrolifere (durante il regno di Idris in mano a poche compagnie angloamericane) nazionalizzate. Questo fatto non è mai stato digerito dall’Occidente imperialista, così come il sostegno dato dal “Rais” alle lotte di liberazione nel continente,tra le quali va menzionata quella in Sudafrica contro l’apartheid razzista sostenuto e finanziato dal “mondo libero”. Anche negli ultimi tempi,nonostante fosse presentato come  un fedele alleato dei paesi occidentali, Gheddafi era ritenuto non pienamente affidabile da essi (ed essi  intanto stavano  preparando la guerra già da anni). Costituiva ancora una “minaccia” ai loro interessi e tutti quei proclami per l’Africa unita e indipendente che facevano concorrenza al progetto neocolonialista Africom non andavano bene.E così, approfittando della “primavera araba” (arrivata in qualche modo anche in Libia) e dei disordini di quel febbraio(quando in Egitto e Tunisia i popoli in rivolta cacciavano i tiranni fantocci dell’imperialismo)gli strateghi della NATO hanno colto in peno  l’attimo fuggente, innescando una guerra civile usata come pretesto per l’ intervento militare,ormai giunto al suo settimo mese. Ora la “missione” è ufficialmente finita ,dicono i “vincitori”.Adesso è il momento di “ricostruire” dopo aver saccheggiato (business più business e ancora business) garantendo l’occupazione militare,a quanto pare fondamentale per una sana “democrazia petroliera”(ovvero le multinazionali dei paesi vincitori  hanno il diritto di sfruttare le risorse in modo libero e uguale).Intanto grazie alla conquista della Libia,un’altro pezzo è stato aggiunto al  grosso puzzle e mentre  la  vittoria  viene annunciata dai messaggeri dell’Impero demopetromonarchico (dal Quatar agli USA) Obama (il “pacifista” che ama la guerra)e gli altri compagni di conquiste (senza dimenticare i loro padroni militari,industriali e banchieri che formano la cupola dell’Impero occidentale) si trova/no impegnati ad aggredire la Somalia e il Burundi, altri pezzi fondamentali per ricostruire l’Africa che fu: colonia da sfruttare a piacimento da parte di avidi criminali senza scrupolo che hanno costituito e costituiscono  il capitalismo occidentale in versione coloniale. La morte di Gheddafi(lasciando stare in questa sede i giudizi sul suo operato) simbolicamente rappresenta la fine di un’epoca e l’inizio di una “nuova era”:il ritorno del colonialismo in Libia e in Africa.

Hillary Clinton ride e va alla conquista della Libia libera

Venimmo, vedemmo, è  morto“.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Americano.

Hillary Clinton alla conquista della Libia libera

di: Manlio Dinucci

Accolta all’aeroporto di Tripoli da una folla di miliziani al grido di «Allah akbar», la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «fiera di mettere piede sul suolo di una Libia libera». Quindi, dopo aver incontrato il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, ha tenuto una conferenza stampa in un centro islamico per chiarire come gli Stati uniti intendono contribuire al futuro del paese. Anzitutto la Nato continuerà a «proteggere i civili libici finché non cesserà il pericolo costituito da Gheddafi e dai suoi seguaci». I termini temporali sono assai vaghi: secondo un alto funzionario al seguito della Clinton, Gheddafi e i suoi sono rimasti un «letale elemento di turbativa» che potrebbe bloccare l’evoluzione del paese. Ciò significa che la Nato si prepara a presidiare la Libia con le proprie forze militari.

La Clinton ha quindi affrontato il tema della ricostruzione economica, sottolineando che la Libia ha «la fortuna di possedere ricchezze e risorse». Ciò di cui ha bisogno sono «expertise e assistenza tecnica internazionali». A tale scopo sarà creato un comitato congiunto statunitense-libico, per individuare le priorità che ha il paese. Come stanno facendo in Tunisia ed Egitto, gli Stati uniti stabiliranno una partnership con la Libia, per rafforzare il commercio, gli investimenti e i legami tra le imprese dei due paesi e integrare la Libia più strettamente nei mercati globali. Il programma non lascia dubbi: gli Stati uniti, scavalcando gli altri «amici della Libia» tra cui l’Italia, intendono portare il paese africano nella loro sfera di dominio economico.

In tale quadro si inserisce l’«assistenza economica» alla Libia. Finora, ha ammesso la Clinton, è stata relativamennte scarsa, a causa della politica di austerità e di una forte opposizione nel Congresso. Da febbraio ad oggi gli Usa hanno fornito al Cnt aiuti per l’ammontare di 135 milioni di dollari. Ben poca cosa, se si considera che i fondi sovrani libici congelati lo scorso febbraio in banche statunitensi (con una operazione che, nel codice penale, si chiama «rapina a mano armata») ammontano a circa 32 miliardi di dollari. Il Tesoro Usa l’ha definita «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», impegnandosi a tenerla «in deposito per il futuro della Libia». Finora però l’ha tenuta ben stretta: ciò che Washington ha dato al Cnt ammonta allo 0,4% dei capitali libici confiscati. A Tripoli, la Clinton ha annunciato che «stiamo lavorando per restituire miliardi di dollari dei capitali congelati». Quando e in che misura, dipende chiaramente dalla disponibilità del nuovo governo libico di spalancare le porte del paese alle multinazionali statunitensi e mettere l’economia sotto la supervisione di Washington, sia direttamente che attraverso il Fondo monetario internazionale.

Funzionale a tale piano è l’annuncio, fatto dalla Clinton, che sarà raddoppiato il numero di studenti libici formati negli Stati uniti col programma Fulbright e che in tutta la Libia saranno aperte nuove classi di lingua inglese con insegnanti statunitensi. Saranno scuole non solo di lingua ma di democrazia: lo garantisce il fatto che «il Governo degli Stati uniti sostiene i diritti umani ovunque per chiunque».

IlManifesto.it

Ritorno a «Tripoli, bel suol d’amore…»

di: Manlio Dinucci

Il 5 ottobre 1911, dopo due giorni di bombardamento navale, il primo contingente italiano sbarcò a Tripoli, iniziando l’occupazione coloniale della Libia che, proseguita e rafforzata dal fascismo, sarebbe durata trent’anni. E’ una pagina storica definitivamente chiusa? Non c’è quindi alcuna analogia tra la prima guerra di Libia e quella attuale? Certo, in un secolo molte cose sono cambiate. Ma i meccanismi della guerra sono rimasti sostanzialmente gli stessi.

Gli interessi dietro la guerra

Agli inizi del Novecento l’Italia, restata dopo la sconfitta di Adua (1896) una potenza coloniale di secondo piano con i possedimenti di Eritrea e Somalia, rilanciò la sua politica espansionista: obiettivo la conquista della Libia, parte dell’impero ottomano che si stava sgretolando. A spingere in questa direzione erano i circoli dominanti finanziari, industriali e agrari, che volevano penetrare in Nord Africa, e i fabbricanti di cannoni, che volevano una guerra per accrescere i loro profitti. La conquista iniziò con una aggressiva strategia economica, attuata dal governo attraverso il Banco di Roma, potente istituto finanziario legato ad ambienti vaticani e cattolici. Con grossi capitali e forti contributi governativi, esso cominciò nel 1907 a penetrare in Libia, aprendo succursali, banchi di pegno e agenzie commerciali. Mise le mani anche sull’agricoltura, acquistando terreni, impiantando una grande azienda presso Bengasi e un enorme mulino a Tripoli, e promosse ricerche minerarie. In tre anni realizzò un giro d’affari di oltre 240 milioni di lire. Ciò suscitò la crescente ostilità delle autorità turche. L’Italia rispose dichiarando guerra alla Turchia, nonostante la sua ampia disponibilità a fare concessioni.

Oggi, per le élite economiche e finanziarie europee e statunitensi, la Libia è ancora più importante. Nello «scatolone di sabbia» vi sono le maggiori riserve petrolifere dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale; vi è l’immensa riserva di acqua della falda nubiana, in prospettiva più preziosa del petrolio. E la Libia è il paese che ha raggiunto in Africa il più alto livello di sviluppo economico, che ha grossi capitali investiti in molti paesi. Sulle sue risorse misero le mani soprattutto Gran Bretagna e Stati uniti, quando il paese ottenne l’indipendenza nel 1951 ma restò dipendente dal colonialismo che aveva assunto nuove forme. Condizione che terminò quando, nel 1969, gli «ufficiali liberi» di Muammar Gheddafi abolirono la monarchia di re Idris, strumento del dominio neocoloniale, e fondarono la repubblica, nazionalizzando le proprietà della British Petroleum e costringendo le compagnie petrolifere a versare allo stato libico quote molto più alte dei profitti. Ora, con la guerra, viene rimesso tutto in gioco.

La preparazione dell’opinione pubblica

Un secolo fa, la guerra per l’occupazione della Libia fu preparata e accompagnata da una martellante propaganda, condotta da quasi tutti i maggiori quotidiani, soprattutto quelli cattolici legati al Banco di Roma. Si diffuse un vero e proprio delirio: nei café-chantant si cantava «Tripoli, bel suol d’amore ti giunga dolce questa mia canzone, sventoli il tricolor sulle tue torri al rombo del cannone». Motivo conduttore era che l’Italia, nazione civile, doveva liberare la Libia dal barbaro dominio turco, aprendo la strada al suo sviluppo politico ed economico. In realtà i libici avevano già conquistato molti diritti politici, che gli italiani abolirono quando occuparono il paese. Il Partito socialista, sopravvalutando la propria forza e non credendo Giolitti capace di gettare l’Italia in una avventura coloniale, rimase sostanzialmente immobile. Solo all’ultimo, sotto pressione dei circoli operai e giovanili, la direzione del Psi proclamò uno sciopero generale il 27 settembre 1911, raccomandando però che fosse «dignitoso e composto». In realtà, già da tempo noti esponenti socialisti erano divenuti sostenitori del colonialismo. «Col mio socialismo – scriveva Giovanni Pascoli – non contrasta l’aspirazione dell’espansione coloniale». E, iniziata la guerra per la conquista della Libia, annunciava che «la grande proletaria si è mossa» per dare lavoro ai suoi figli, per «contribuire all’umanamento e incivilimento dei popoli».

Una enunciazione ante litteram del concetto di «guerra umanitaria», che oggi è alla base della martellante propaganda mediatica a sostegno dell’attacco alla Libia. La motivazione è ancora quella di liberare il popolo libico, in questo caso non dal barbaro dominio turco ma da quello del dittatore Gheddafi, per aprirgli la strada allo sviluppo politico ed economico con il contributo del lavoro italiano. E oggi, molto più che nel 1911, c’è una «sinistra» che appoggia la guerra. Con un segretario del Pd che sostiene: «L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come soluzione delle controversie internazionali, ma non certamente l’uso della forza per ragioni di giustizia».

L’attacco e la resistenza

La guerra del 1911 fu a lungo preparata, infiltrando agenti segreti in Libia con un duplice compito: raccogliere informazioni militari e reclutare capi arabi disponibili a collaborare. Deciso l’attacco, l’Italia usò la sua schiacciante superiorità militare: oltre 20 corazzate e altre navi da guerra bombardarono Tripoli senza subire alcun danno, dato che i loro cannoni avevano una gittata molto maggiore di quella dei vecchi cannoni a difesa della città. Fu usata anche l’aeronautica, che il 1° novembre in Libia effettuò il primo bombardamento della storia. Ma subito dopo l’inizio dello sbarco del corpo di spedizione, forte di 100mila uomini, scoppiò la rivolta popolare, e diversi soldati italiani furono massacrati. Gli italiani scatenerano una vera e propria caccia all’arabo: in tre giorni ne furono fucilati o impiccati circa 4.500, tra cui 400 donne e molti ragazzi. Migliaia furono deportati a Ustica e in altre isole, dove morirono quasi tutti di stenti e malattie. Iniziava così la storia della resistenza libica. Nel 1930, per ordine di Mussolini, vennero deportati dall’altopiano cirenaico circa 100mila abitanti, che furono rinchiusi in una quindicina di campi di concentramento lungo la costa. Per sterminare le popolazioni ribelli, furono impiegate dall’aeronautica anche bombe all’iprite, proibite dal recente Protocollo di Ginevra del 1925. La Libia fu per l’aeronautica di Mussolini ciò che Guernica fu in Spagna per la luftwaffe di Hitler: il terreno di prova delle armi e tecniche di guerra più micidiali. Nel 1931, per isolare i partigiani guidati da Omar al-Mukhtar, fu fatto costruire dal generale Graziani, sul confine tra Cirenaica ed Egitto, un reticolato di filo spinato largo alcuni metri e lungo 270 km, sorvegliato da aeroplani e pattuglie motorizzate. Omar al-Mukhtar venne catturato e impiccato il 16 settembre 1931, all’età di oltre 70 anni, nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a ventimila internati.

Significative analogie si ritrovano nella guerra attuale. Anche questa è iniziata con l’infiltrazione di agenti segreti e il reclutamento di capi arabi disponibili a collaborare. Anche questa viene condotta con una schiacciante superiorità militare: le forze aeree Usa/Nato, di cui fanno parte quelle italiane, hanno effettuato dal 19 marzo oltre 10mila missioni di attacco, sganciando circa 40mila bombe, distruggendo oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. E scopo della guerra resta quello di occupare un paese la cui posizione geostrategica, all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, è di primaria importanza. Oggi soprattutto per Stati uniti, Francia e Gran Bretagna, che con la fine della monarchia di re Idris persero le basi militari che gli aveva concesso in Libia e che ora cercano di riavere. Resta però ancora da vedere quale sarà la reazione del popolo libico a quella che si prospetta come una nuova occupazione in forme neocoloniali.

Chissà se il presidente Napolitano – convinto che l’Italia, oggi fermo presidio della pace, si è lasciata alle spalle gli anni bui del bellicismo fascista – celebrerà, dopo il 150° dell’unità nazionale, anche il centenario della prima guerra di Libia. Per capire non tanto che cosa fosse l’Italia allora, ma che cosa sia oggi.

IlManifesto.it

Sia chiaro chi ha il comando

di: Manlio Dinucci

«Gli Stati uniti si sono defilati, non bombardano più, hanno addirittura ritirato i loro mezzi più potenti», sentenziava Vittorio Feltri in aprile a proposito della guerra di Libia. Convinzione diffusasi anche nella sinistra e tra i pacifisti: quella che Obama fosse stato trascinato nella guerra contro la propria volontà (non a caso è Premio Nobel per la pace), ma se ne fosse subito tirato fuori, lasciando la guida dell’operazione ai bellicosi Sarkozy e Cameron. Del tutto falso. «Sono gli Stati uniti che hanno diretto questa operazione», chiarisce ora l’ambasciatore Ivo Daalder, rappresentante Usa presso la Nato.

Esplicita quindi ciò che già avrebbe dovuto essere chiaro: il fatto che, il 27 marzo, la direzione è passata dal Comando Africa degli Stati uniti alla Nato comandata dagli Stati uniti. Sono loro, precisa Daalder, che hanno diretto l’iniziativa per ottenere dal Consiglio di sicurezza il mandato e far decidere la Nato a eseguirlo. Un vero e proprio record: perché la Nato si decidesse a intervenire in Bosnia, egli ricorda, ci vollero tre anni e un anno per intervenire in Kosovo, mentre per decidere l’intervento in Libia ci sono voluti appena dieci giorni. Sono sempre gli Stati uniti che hanno diretto la pianificazione ed esecuzione della guerra. Sono loro che all’inizio hanno neutralizzato la difesa aerea libica e continuato a sopprimere le difese per tutto il corso del conflitto, impiegando Predator armati. Sono loro che hanno fornito il grosso dell’intelligence, individuando gli obiettivi da colpire, e hanno rifornito in volo i cacciabombardieri alleati. Ciascuno di questi elementi, sottolinea Daalder, è stato decisivo per il successo dell’operazione, con la quale la Nato ha distrutto oltre 5mila obiettivi senza subire alcuna perdita. Dall’operazione aerea in Kosovo, dice, abbiamo imparato quanto sia importante avere munizioni a guida di precisione per provocare il massimo danno minimizzando gli effetti collaterali, e che tutti i paesi le posseggano. Diplomaticamente l’ambasciatore non dice che sono stati gli Usa a fornirle in gran parte agli alleati, i quali dopo 11 settimane avevano quasi esaurito le loro bombe, come hanno dichiarato il portavoce del Pentagono Dave Lapan e il segretario alla difesa Robert Gates. Né dice quanto minimizzati siano stati gli effetti collaterali degli oltre 8mila attacchi aerei, in cui si stima siano state sganciate oltre 30mila bombe. Gli Stati uniti, tiene a far sapere Daalder, hanno effettuato più raid aerei di qualsiasi altro paese, il 26% dei circa 22mila. Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno effettuato un terzo e attaccato il 40% degli obiettivi. Un «lavoro straordinario», riconosce il rappresentante Usa presso la Nato, ma mette in chiaro che esso è stato reso possibile dal fatto che «gli Stati uniti hanno diretto questa operazione in modo tale che altri potessero seguire e contribuirvi». Loda quindi gli altri alleati, anche non appartenenti alla Nato: Giordania, Qatar, Emirati arabi uniti. Nessuna parola invece sull’Italia, che pur ha fatto tanto, mettendo a disposizione basi e forze aeronavali. Qui ne va dell’orgoglio nazionale dell’Italia. Che il presidente Napolitano scriva subito al presidente Obama, perché riconosca che c’è anche l’Italia sotto comando Usa.

FONTE: IlManifesto.it

Dopo le bombe, arriva il Fmi a «ricostruire»

di: Manlio Dinucci

Al termine del G8 di Marsiglia, la neodirettrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha fatto un solenne annuncio: «Il Fondo riconosce il consiglio di transizione quale governo della Libia ed è pronto, inviando appena possibile il proprio staff sul campo, a fornirgli assistenza tecnica, consiglio politico e sostegno finanziario per ricostruire l’economia e iniziare le riforme».

Nessun dubbio, in base alla consolidata esperienza del Fmi, che le riforme significheranno spalancare le porte alle multinazionali, privatizzare le proprietà pubbliche e indebitare l’economia. A iniziare dal settore petrolifero, in cui l’Fmi aiuterà il nuovo governo a «ripristinare la produzione per generare reddito e ristabilire un sistema di pagamenti».

Le riserve petrolifere libiche – le maggiori dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione – e quelle di gas naturale sono già al centro di un’aspra competizione tra gli «amici della Libia». L’Eni ha firmato il 29 agosto un memorandum con il Cnt di Bengasi, al fine di restare il primo operatore internazionale di idrocarburi in Libia. Ma il suo primato è insidiato dalla Francia: il Cnt si è impegnato il 3 aprile a concederle il 35% del petrolio libico. E in gara ci sono anche Stati uniti, Gran Bretagna, Germania e altri. Le loro multinazionali otterranno le licenze di sfruttamento a condizioni molto più favorevoli di quelle finora praticate, che lasciavano fino al 90% del greggio estratto alla compagnia statale libica. E non è escluso che anche questa finisca nelle loro mani, attraverso la privatizzazione imposta dal Fmi.

Oltre che all’oro nero le multinazionali europee e statunitensi mirano all’oro bianco libico: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana (stimata in 150mila km3), che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad.

Quali possibilità di sviluppo essa offra lo ha dimostrato la Libia, che ha costruito una rete di acquedotti lunga 4mila km (costata 25 miliardi di dollari) per trasportare l’acqua, estratta in profondità da 1.300 pozzi nel deserto, fino alle città costiere (Bengasi è stata tra le prime) e all’oasi al Khufrah, rendendo fertili terre desertiche. Non a caso, in luglio, la Nato ha colpito l’acquedotto e distrutto la fabbrica presso Brega che produceva i tubi necessari alle riparazioni. Su queste riserve idriche vogliono mettere le mani – attraverso le privatizzazioni promosse dal Fmi – le multinazionali dell’acqua, soprattutto quelle francesi (Suez, Veolia e altre) che controllano quasi la metà del mercato mondiale dell’acqua privatizzata.

A riparare l’acquedotto e altre infrastrutture ci penseranno le multinazionali statunitensi, come la Kellogg Brown & Root, specializzate a ricostruire ciò che le bombe Usa/Nato distruggono: in Iraq e Afghanistan hanno ricevuto in due anni contratti per circa 10 miliardi di dollari.

L’intera «ricostruzione», sotto la regia del Fmi, sarà pagata con i fondi sovrani libici (circa 70 miliardi di dollari più altri investimenti esteri per un totale di 150), una volta «scongelati», e con i nuovi ricavati dall’export petrolifero (circa 30 miliardi annui prima della guerra).

 Verranno gestiti dalla nuova «Central Bank of Libya», che con l’aiuto del Fmi sarà trasformata in una filiale della Hsbc (Londra), della Goldman Sachs (New York) e di altre banche multinazionali di investimento. Esse potranno in tal modo penetrare ancor più in Africa, dove tali fondi sono investiti in oltre 25 paesi, e minare gli organismi finanziari indipendenti dell’Unione africana – la Banca centrale, la Banca di investimento e il Fondo monetario – nati soprattutto grazie agli investimenti libici. La «sana gestione finanziaria pubblica», che l’Fmi si impegna a realizzare, sarà garantita dal nuovo ministro delle finanze e del petrolio Ali Tarhouni, già docente della Business School dell’Università di Washington, di fatto nominato dalla Casa bianca.

Fonte: IlManifesto.it

Il futuro della Libia secondo i piani della Nato

di: Manlio Dinucci

Nella rappresentazione mediatica della guerra di Libia, dominano la scena i «ribelli», mentre la Nato è defilata dietro le quinte. Eppure è nella sua cabina di regia che è stata preparata e diretta la guerra e si decide il futuro assetto del paese.

La missione della Nato è efficace e ancora necessaria, ha dichiarato la portavoce Oana Lungescu. Nessuno ne dubita: in cinque mesi di «Protezione unificata» sono state effettuati 21mila raid aerei, di cui oltre 8mila di attacco con bombe e missili, mentre decine di navi da guerra hanno attaccato con missili ed elicotteri e controllato le acque territoriali libiche per assicurare l’embargo alle forze governative e le forniture a quelle del Cnt di Bengasi. Allo stesso tempo agenti e forze speciali di Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno svolto un ruolo chiave sul terreno, segnalando agli aerei gli obiettivi da colpire, preparando e dirigendo l’attacco a Tripoli. La Nato ha svolto un ruolo decisivo senza il quale i ribelli non avrebbero mai potuto entrare a Tripoli, conferma il generale tedesco Egon Ramms.

La nostra missione, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen, continuerà fino a che continueranno gli attacchi e le minacce (sic). Significa che, compiuta la «missione», la Nato lascerà ai libici la possibilità di decidere il futuro del paese? Per niente. Significa che essa passerà alla fase 2 della «missione». Non esiste semplicemente una soluzione militare a questa crisi, sottolinea un comunicato dell’Alleanza, ma abbiamo bisogno di un processo politico per una pacifica transizione alla democrazia in Libia. E la Nato, assicura Rasmussen, è pronta a svolgere un ruolo di sostegno.

Non si specifica in qual modo, ma un piano generale – deciso fondamentalmente a Washington, Londra e Parigi – è già pronto. Ne sono filtrati alcuni particolari attraverso dichiarazioni di singoli funzionari. Formalmente su richiesta del futuro governo (diretto da politici garanti degli interessi delle maggiori potenze occidentali), la Nato continuerà a controllare lo spazio aereo e le acque territoriali della Libia. Ufficialmente per assicurare gli aiuti umanitari e proteggere il personale civile sotto bandiera Onu. Ciò richiederà il libero accesso ai porti e agli aeroporti libici, che saranno di fatto trasformati in basi militari Nato, anche se vi sventolerà la bandiera rosso, nero e verde – la stessa del regime di re Idris, che negli anni ’50 concesse a Gran Bretagna e Stati uniti l’uso del territorio per impiantarvi basi militari, come quella aerea statunitense di Wheelus Field alle porte di Tripoli. Una collocazione ideale, oggi, per il quartier generale del Comando Africa degli Stati uniti.

La Nato continua a ripetere che non intende inviare truppe in Libia, non esclude però che lo facciano singoli alleati o la Ue, che ha già pronti gruppi di battaglia a dispiegamento rapido.

Allo stesso tempo, la Nato addestrerà e armerà le «forze di sicurezza» libiche. Concetto relativo. Responsabile della sicurezza di Tripoli è stato nominato (con il placet Nato) Abdel Hakim Belhaj che, ritornato dalla jihad anti-sovietica in Afghanistan, formò in Libia il Gruppo combattente islamico. Fu catturato come terrorista dalla Cia in Malaysia nel 2004 ma, dopo la normalizzazione con Tripoli, rinviato in Libia, dove (in base a un accordo tra i due servizi segreti) fu rimesso in libertà nel 2010. Sarà lui a garantire, in veste di presidente del consiglio militare di Tripoli, la pacifica transizione alla democrazia in Libia.

FONTE: IlManifesto.it – 4 settembre 2011

La Libia e il mondo in cui viviamo

di: William Blum

“Perché ci state attaccando? Perché state uccidendo i nostri figli? Perché state distruggendo le nostre infrastrutture?”

- (30 aprile 2011) Discorso TV del leader libico Muammar Gheddafi, poche ore dopo che la NATO aveva colpito un’ obiettivo a Tripoli, uccidendo il figlio 29enne di Gheddafi, Saif al-Arab, tre nipoti del Colonnello, tutti sotto i dodici anni di età, e parecchi amici e vicini.

Nel suo discorso Gheddafi si era appellato alle nazioni della NATO per un cessate il fuoco e per avviare dei negoziati dopo sei settimane di bombardamenti e attacchi con missili cruise contro il suo paese.

Bene, vediamo se riusciamo a ricavare una qualche comprensione delle complesse turbolenze libiche.

Il Santo Triumvirato  – gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea – non riconoscono alcun potere superiore e credono, letteralmente, di poter fare nel mondo quello che vogliono, a chi vogliono, per tutto il tempo che vogliono, e chiamano tutto quello che vogliono “umanitario”.

Se il Santo Triumvirato decide di non voler rovesciare il governo in Siria o in Egitto o in Tunisia o in Bahrain o in Arabia Saudita o nello Yemen e in Giordania, non importa quanto crudeli, oppressivi  o religiosamente intolleranti siano quei governi con il loro popolo, non importa quanto essi impoveriscano e torturino la loro gente, non importa quanti manifestanti essi uccidano nella loro Piazza della Libertà; il Triumvirato, semplicemente, non li rovescia.

Se il triumvirato decide di voler rovesciare il governo della Libia, anche se questo governo è laico e ha utilizzato la sua ricchezza petrolifera per il bene del popolo della Libia e dell’Africa, forse più di ogni governo in tutta l’Africa e il Medio Oriente, ma continua a insistere, nel corso degli anni, nello sfidare le ambizioni imperiali del Triumvirato in Africa e ad aumentare le sue richieste alle compagnie petrolifere del Triumvirato, allora il Triumvirato, semplicemente, rovescia il governo della Libia.

Se il Triumvirato vuole punire Gheddafi e i suoi figli, esso provvederà, insieme agli amici del Triumvirato presso la Corte Penale Internazionale, ad emettere mandati di cattura per loro.

Se il Triumvirato non vuole punire i leader di Siria, Egitto,Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen e Giordania, esso, semplicemente, non chiederà alla Corte Penale Internazionale di emettere mandati di cattura per loro. E’ da quando è stata formata la Corte, nel 1998, che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificarla e hanno fatto del proprio meglio per denigrarla e ostacolarla, poichè Washington è preoccupata che un giorno i funzionari americani possano essere incriminati per i loro molti crimini di guerra e contro l’umanità. Bill Richardson, come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha detto al mondo, nel 1998, che gli Stati Uniti dovrebbero essere esentati dai procedimenti della Corte perché hanno “particolari responsabilità globali”. Ma questo non impedisce agli Stati Uniti di utilizzare la Corte quando gli fa comodo ai fini della loro politica estera.

Se il Triumvirato vuole sostenere una forza militare ribelle per rovesciare il governo della Libia, allora non importa quanto siano fanatici  religiosi, legati ad al-Qaeda , [1] commettano-decapitazioni-torture, siano monarchici o quanto i vari gruppi siano spaccati in fazioni; il Triumvirato li sosterrà, come ha fatto con alcune forze in Afghanistan e Iraq, e con la speranza che, dopo la vittoria, le forze libiche non si rivelino jihadisti come accaduto in Afghanistan, o fratricidi come in Iraq. Una potenziale fonte di conflitti all’interno dei ribelli e all’interno del paese, se governato da loro, è che una dichiarazione costituzionale fatta dal consiglio dei ribelli afferma, pur garantendo la democrazia e i diritti dei non musulmani, che “l’Islam è la religione dello Stato e la principale fonte di legislazione nella giurisprudenza islamica. “[2]

In aggiunta alla lista delle affascinanti qualità dei ribelli abbiamo il rapporto di Amnesty International riguardante gli arresti di massa di persone di colore in tutta la nazione compiuti dai ribelli poiché, secondo loro, sarebbero “mercenari stranieri”. Prove sempre più evidenti dimostrano invece che un gran numero di essi erano semplicemente dei lavoratori immigrati. Secondo la Reuters (29 agosto):

“Sabato scorso i giornalisti videro i corpi in putrefazione di 22 uomini di origine africana su una spiaggia di Tripoli. I volontari che erano venuti a seppellirli hanno riferito ai giornalisti che erano mercenari uccisi dai ribelli.”

Per completare questo ritratto dei nuovi beniamini dell’ Occidente abbiamo questa relazione del The Independent di Londra(27 agosto):

“Gli omicidi sono stati spietati. Sono avvenuti in un ospedale di campo, in una tenda contrassegnata in modo chiaro con il simbolo della mezzaluna islamica. Alcuni dei morti erano in barella, con l’ago di una flebo ancora attaccato al braccio . Alcuni erano sul retro di un’ambulanza, colpita dai proiettili. Altri erano a terra, nel tentativo apparente di strisciare per mettersi al sicuro quando sono stati raggiunti dagli spari. “

Se la propaganda del Triumvirato è abbastanza intelligente e abbastanza ingannevole e dipinge un un immane tragedia iniziata da Gheddafi in Libia, molti progressisti americani ed europei insisteranno sul fatto che, anche se non hanno mai sostenuto l’imperialismo, questa volta stanno facendo un’eccezione, perché……..

>> Il popolo libico sta venendo salvato da un “massacro”, sia reale che potenziale. Questo massacro, però, sembra essere stato grossolanamente esagerato dal Triumvirato, da Al Jazeera, e dal proprietario di questa emittente, il governo del Qatar, e niente si avvicina ad una  prova affidabile che dimostri che un massacro è veramente accaduto, né una fossa comune o qualsiasi altra cosa. Le storie delle stragi sembrano essere alla pari con con quelle degli stupri sotto effetto di Viagra diffuse da al Jazeera (la Fox News della rivolta libica). Il Qatar, va notato, ha svolto un ruolo militare attivo nella guerra civile dalla parte della NATO. Va inoltre osservato che il massacro principale in Libia è stato quello dei sei mesi di bombardamenti quotidiani del Triumvirato, uccidendo un numero imprecisato di persone e distruggendo gran parte delle infrastrutture. Il Prof Juan Cole, della Michigan University, quintessenza del vero credente nelle buone intenzioni della politica estera americana, che riesce comunque ad avere una presenza regolare sui media progressisti, ha scritto recentemente che “Gheddafi non era uomo da compromessi … la sua macchina militare avrebbe falciato i rivoluzionari se gli fosse stato permesso”. Chiaro? Sappiamo tutti, naturalmente, che Sarkozy, Obama, e Cameron hanno fatto compromessi senza fine nella loro devastazione della Libia; ad esempio, non hanno utilizzato armi nucleari.

>> Le Nazioni Unite hanno dato l’ approvazione per un intervento militare, cioè, i principali membri del Triumvirato hanno dato la loro approvazione, dopo che Russia e Cina, codardamente, si sono astenute invece di esercitare il loro potere di veto; (forse sperando di ricevere la stessa cortesia dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia quando saranno loro le nazioni ad aggredire).

>> Il popolo della Libia sta venendo “liberato”, qualunque cosa al mondo significhi, ora e per il futuro. Gheddafi è un “dittatore”, insistono. Che effettivamente potrebbe anche essere il termine corretto da utilizzare, ma bisogna chiedere: Lui è un dittatore piuttosto benevolo o è l’altro genere di dittatore favorito da Washington? Inoltre: Dato che gli Stati Uniti hanno abitualmente sostenuto dittatori per tutto il secolo passato, perché lui no?

Il Triumvirato, e i suoi media servili, vorrebbero far credere al mondo che quello che è successo in Libia è solo un altro esempio della primavera araba, una sollevazione popolare di manifestanti non-violenti contro un dittatore per ottenere libertà e democrazia che, diffondendosi spontaneamente dalla Tunisia e Egitto, è arrivata in Libia. Ma ci sono diverse ragioni per mettere in discussione questa analisi a favore della visione della rivolta dei ribelli libici come un tentativo programmato e violento per prendere il potere a nome del proprio movimento politico, per quanto eterogeneo, nella sua fase iniziale, possa apparire tale movimento. Per esempio:

1.Hanno ben presto cominciato a sventolare la bandiera monarchica. Monarchia che Gheddafi aveva rovesciato.

2. Era una ribellione armata e violenta fin quasi dall’inizio. Nel giro di pochi giorni infatti, abbiamo potuto leggere di “cittadini armati con le armi sequestrate dalle basi dell’ esercito ” [3 ] e di “poliziotti che avevano partecipato allo scontro sono stati catturati e impiccati dai manifestanti” [4]

3. La loro rivolta non ha avuto luogo nella capitale, ma nel cuore della regione petrolifera del paese; hanno poi iniziato la produzione di petrolio e hanno dichiarato che i paesi stranieri sarebbero stati ricompensati di oro nero in relazione a quanto ogni paese avesse aiutato la loro causa

4. Hanno istituito ben presto una Banca Centrale, una cosa piuttosto strana per un movimento di protesta

5. Il sostegno internazionale è venuto in fretta, prima ancora dal Qatar e da Al Jazeera, la CIA e l’intelligence francese

L’idea che un leader non abbia il diritto di reprimere una ribellione armata contro lo Stato è troppo assurda da discutere.

Non molto tempo fa, l‘Iraq e la Libia erano i due Stati più moderni e laici del Medio Oriente / Africa del Nord con forse il più alto standard di vita nella regione. Poi sono arrivati gli Stati Uniti d’America e hanno ritenuto opportuno renderli un caso disperato. Il desiderio di sbarazzarsi di Gheddafi era stato in costruzione per anni, il leader libico non era mai stata una pedina affidabile. La primavera araba ha fornito una eccellente opportunità e la relativa copertura. Quanto al perché, scegliete tra i seguenti:

>> Il piano di Gheddafi di condurre il commercio della Libia in Africa di materie prime e di petrolio con una valuta nuova – il dinaro d’oro africano, un cambiamento che avrebbe potuto infliggere un grave colpo alla posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia mondiale. (Nel 2000, Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro e non più in dollari; seguirono sanzioni e poi l’invasione ).Per ulteriori approfondimenti si veda qui.

>> Un paese ospitante per l’ Africom, il Comando statunitense in Africa, uno dei sei comandi regionali in cui il Pentagono ha diviso il mondo. Molti paesi africani contattati per essere appunto il paese ospitante hanno rifiutato, a volte anche in termini relativamente forti. L’ Africom ha attualmente sede a Stoccarda, in Germania. Secondo un funzionario del Dipartimento di Stato: “Abbiamo un grosso problema di immagine laggiù … L’opinione pubblica è davvero contraria ad andare a letto con gli Stati Uniti. Essi semplicemente non si fidano degli Stati Uniti…” [5]

>> Una base militare americana per sostituire quella chiusa da Gheddafi dopo aver preso il potere nel 1969.C’è solo una base in Africa, a Gibuti. Si vede per una in Libia  dopo che la situazione si sarà stabilizzata. Forse sarà situata vicino ai pozzi petroliferi americani. O forse al popolo libico sarà data una scelta – una base americana o una base NATO.

>> Un altro esempio della disperata ricerca  da parte della NATO di una ragion d’essere della sua esistenza sin dalla fine della guerra fredda e del Patto di Varsavia.

>> Il ruolo di Gheddafi  nella creazione dell’ Unione africana. Ai padroni delle imprese non piace quando i loro schiavi salariati creano un sindacato. Il leader libico ha anche sostenuto gli Stati Uniti d’Africa perché sa che in un Africa di 54 stati indipendenti, essi continueranno ad essere abbattuti uno per uno e abusati e sfruttati dai membri del Triumvirato. Gheddafi ha inoltre chiesto una maggiore potenza per i piccoli paesi delle Nazioni Unite.

>> L’affermazione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam, che la Libia aveva contribuito a finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, potrebbe aver umiliato il presidente francese e questo spiega la sua ossessione e la sua fretta nel voler essere visto come colui che gioca un ruolo di primo piano nell’ attuazione della “no fly zone “e delle altre misure contro Gheddafi. Un fattore determinante potrebbe essere stato il fatto che la Francia si è indebolita nelle sue ex e neo-colonie in Africa e in Medio Oriente, in parte anche per l’influenza di Gheddafi.

>> Gheddafi è stato uno straordinario sostenitore della causa palestinese e un critico delle politiche israeliane, e in alcune occasioni ha giudicato altri paesi africani e arabi, così come l’Occidente, per le loro politiche o la loro retorica, un motivo in più per la sua mancanza di popolarità tra i leader mondiali di tutti i colori.

>> Nel gennaio del 2009, Gheddafi ha reso noto che stava studiando la possibilità di nazionalizzare le compagnie petrolifere straniere in Libya.[7] Lui ha anche un’altra moneta di scambio : la prospettiva di utilizzare le compagnie petrolifere russe, cinesi e indiane. Durante l’attuale periodo di ostilità, ha invitato questi paesi a compensare la perdita di produzione. Ma tali scenari ora non avranno luogo. Il Triumvirato cercherà invece  di privatizzare la National Oil Corporation, trasferendo la ricchezza petrolifera della Libia in mani straniere.

>> L’impero americano è turbato da qualsiasi minaccia alla sua egemonia. Nel periodo storico attuale l’impero è interessato principalmente alla Russia e alla Cina. La Cina ha esteso gli investimenti energetici e edilizi in Libia e altrove in Africa. L’americano medio non sa né si preoccupa di questo. L’ imperialista americano medio si preoccupa molto, se non altro perchè in questo momento di crescenti richieste di tagli al bilancio militare è fondamentale che i potenti “nemici” siano nominati e mantenuti.

>> Per molte altre ragioni, vedete l’articolo “Perché un cambio di regime in Libia?” di Ismael Hossein-Zadeh, ed i cable dei diplomatici americani pubblicati da Wikileaks – 07TRIPOLI967 11-15-07 (include una denuncia in merito al “nazionalismo delle risorse” libico ).

La parola di un uomo che le maggiori potenze militari del mondo hanno cercato di uccidere

Ricordi della mia vita“, scritto dal colonnello Muammar Gheddafi, 8 aprile 2011, estratti:

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me ….

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

PARTE FINALE DELL’ ARTICOLO E NOTE: Libya And The World We Live In 

DI: Coriintempesta

Demolizioni & Restauri Corp.

di: Manlio Dinucci

C’è una società multinazionale che, nonostante la crisi, lavora a più non posso. Si occupa di demolizioni e restauri. Non di edifici, ma di interi stati. La casa madre è a Washington, dove nella White House risiede il Chief executive officer (Ceo), l’amministrazione delegato.
I principali quartieri generali regionali si trovano a Parigi e Londra, sotto rampanti direttori e avidi comitati d’affari, ma la multinazionale ha filiali in tutti i continenti. Gli stati da demolire sono quelli situati nelle aree ricche di petrolio o con una importante posizione geostrategica, ma che sono del tutto o in parte fuori del controllo della multinazionale. Si privilegiano, nella lista delle demolizioni, gli stati che non hanno una forza militare tale da mettere in pericolo, con una rappresaglia, quella dei demolitori.

L’operazione inizia infilando dei cunei nelle crepe interne, che ogni stato ha. Nella Federazione jugoslava, negli anni ’90, vennero fomentate le tendenze secessioniste, sostenendo e armando i settori etnici e politici che si opponevano al governo di Belgrado. In Libia, oggi, si sostengono e si armano i settori tribali ostili al governo di Tripoli. Tale operazione viene attuata facendo leva su nuovi gruppi dirigenti, spesso formati da politici passati all’opposizione per accaparrarsi dollari e posti di potere. Si chiede quindi l’autorizzazione dell’ufficio competente, il Consiglio di sicurezza dell’Onu, motivando l’intervento con la necessità di sfrattare il dittatore che occupa i piani alti (ieri Milosevic, oggi Gheddafi). Basta il timbro con scritto «si autorizzano tutte le misure necessarie» ma, se non viene dato (come nel caso della Jugoslavia), si procede lo stesso. La squadra dei demolitori, già approntata, entra in azione con un massiccio attacco aeronavale e operazioni terrestri all’interno del paese, attorno a cui è stato fatto il vuoto con un ferreo embargo. Intanto l’ufficio pubblicitario della multinazionale conduce una martellante campagna mediatica per presentare la guerra come necessaria per difendere i civili, minacciati di sterminio dal feroce dittatore. Completata la demolizione, si procede alla costruzione di un nuovo stato (come in Iraq e Afghanistan) o di un insieme di staterelli (come nella ex Jugoslavia) in mano ad amministratori fidati. L’altro importante settore della multinazionale è quello del restauro di stati pericolanti. Come l’Egitto e la Tunisia, lo Yemen e il Bahrain, le cui fondamenta sono state scosse dal movimento popolare che ha defenestrato o messo in difficoltà i regimi garanti degli interessi delle potenze occidentali. Secondo la direttiva del Ceo di assicurare una ordinata e pacifica transizione, il restauro viene effettuato consolidando anzitutto il pilastro su cui già poggiava il potere – la struttura portante delle forze armate – ridipingendolo con i colori arcobaleno della democrazia. Si restaurano così gli stati colpiti dal terremoto sociale, su cui la multinazionale fonda la sua influenza in Nordafrica e Medio Oriente, e allo stesso tempo, provocando una scossa artificiale, se ne demolisce uno relativamente indipendente. Già alla casa madre brindano allo scongiurato pericolo della rivoluzione araba. Ma in profondità, nelle società arabe, crescono le tensioni che preparano un nuovo sisma sotto le fondamenta del palazzo imperiale

FONTE: IlManifesto.it

La “liberazione” della Libia: le forze speciali della NATO e Al-Qaeda si prendono per mano

di: Prof. Michel Chossudovsky

Sono stati commessi molti crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono responsabili di crimini di guerra

I ribelli “pro-democrazia” sono guidati dalle brigate paramilitari di Al Qaeda sotto la supervisione delle forze speciali della Nato. La “liberazione” di Tripoli è stata condotta da “ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG).

I jihadisti e la NATO lavorano con la mano nel guanto. Queste “ex” brigate affiliate  di Al Qaeda  costituiscono la spina dorsale della ribellione “pro-democrazia”.

Le forze speciali della NATO passano inosservate. La loro identità non è nota o svelata. Si fondono nel paesaggio della ribellione libica di mitragliatrici e pickup. Non sono evidenziati nelle foto.

Queste forze speciali composte dai Navy SEALS americani, dalle SAS inglesi e dai legionari francesi, mascherati da ribelli civili, vengono segnalate essere dietro le principali operazioni dirette contro gli edifici governativi chiave, tra cui Bab al-Aziziya, il compound di Gheddafi nel centro di Tripoli.

Molte relazioni confermano che le SAS inglesi erano già sul terreno in Libia orientale prima dell’inizio della campagna aerea.

Le forze speciali sono in stretto coordinamento con le operazioni aeree della NATO. ” Unità altamente addestrate, note come squadre ‘Smash’  per le loro abilità e capacità distruttive, hanno effettuato missioni di ricognizione segreta per fornire  informazioni aggiornate sulle forze armate libiche”.(SAS ‘Smash’ squads on the ground in Libya to mark targets for coalition jets, Daily Mirror, March 21, 2011)

Le forze speciali della Nato e le brigate islamiche sponsorizzate dalla CIA sotto il comando di “ex” jihadisti costituiscono la spina dorsale della capacità di combattimento sul terreno, sostenuta dalla campagna aerea, che ora include anche le incursioni degli elicotteri Apache.

Il resto delle forze ribelli sono felici uomini armati dal grilletto inesperto (compresi gli adolescenti – vedi foto sotto), che hanno la funzione di creare un clima di panico e intimidazione.

Quello a cui ci troviamo di fronte è un’operazione accuratamente pianificata dai servizi segreti militari per invadere e occupare un paese sovrano.

Libyan rebels

Uccidere la Verità. Il ruolo dei media occidentali

I media occidentali costituiscono un importante strumento di guerra. I crimini di guerra della NATO vengono offuscati. La resistenza popolare contro l’invasione guidata dalla NATO  non viene menzionata.

Viene infuso nella coscienza interiore di milioni di persone un racconto di “liberazione” e “di forze ribelli di opposizione pro-democrazia”. Questo prende il nome di “NATO Consensus”.

Il ” NATO Consensus “, il quale sostiene il “mandato umanitario” dell’alleanza atlantica, non può essere contestato. I bombardamenti di aree civili, cosi come il ruolo di una milizia terrorista, sono banalizzati o non vengono affatto menzionati.

Uccidere la verità è parte integrante del programma militare. Le realtà vengono capovolte. La bugia diventa la verità. Si tratta di una dottrina inquisitoria.Il “NATO consensus”  sminuisce di gran lunga l’ Inquisizione spagnola.

L’invasione criminale e l’occupazione della Libia non sono menzionate. La vita dei giornalisti indipendenti a Tripoli, che riportano quanto sta realmente accadendo, è  minacciata. Le parole d’ ordine sono “Liberazione” e “Rivoluzione” con il mandato della NATO limitato alla R2P (“Responsabilità di proteggere”).

Liberazione o invasione? Camuffando la natura delle operazioni militari per non parlare delle atrocità della NATO, i media occidentali hanno contribuito a fornire al Consiglio di transizione una parvenza di legittimità e riconoscimento internazionale. Quest’ultimo non sarebbe stato imminente senza il sostegno dei media occidentali.

Le forze speciali della NATO e gli agenti dei servizi segreti sul terreno sono in collegamento permanente con gli strateghi militari coinvolti nel coordinamento delle sortite d’attacco della NATO e dei bombardamenti sulla capitale libica.

Bombardamenti intensivi su Tripoli

Il 27 agosto, la NATO ha riconosciuto la condotta di 20.633 sortite dal 31 marzo e di 7768  sortite d’attacco. (Queste cifre non includono i bombardamenti intensivi condotti nelle due settimane precedenti al 31 marzo). Ogni caccia o bombardiere trasporta numerosi missili, razzi, ecc a seconda della specifica artiglieria del velivolo.

Moltiplicate il numero di sortite d’attacco (7768 dal 31 marzo) per il numero medio di missili o bombe lanciato da ognuno degli aerei e avrete una vaga idea delle dimensioni e della portata di questa operazione militare. Un Dassault Mirage 2000 francese ,per esempio, può trasportare 18 missili sotto le ali. I bombardieri americani B-2 Stealth sono equipaggiati con bombe anti-bunker.

France's Mirage 2000 used in Operation Odyssey Dawn against Libya,

USAF Stealth B-2 Bomber used in Operation Odyssey Dawn

Conformemente al mandato umanitario della NATO, veniamo informati dai media che queste decine di migliaia di attacchi non hanno provocato vittime tra i civili (con l’eccezione di qualche “danno collaterale”).

Non sorprende che, già a metà aprile, dopo tre settimane di bombardamenti, l’Alleanza Atlantica ha annunciato che “gli aerei della NATO impegnati nelle missioni di combattimento in Libia stanno iniziando ad esaurire le bombe” (UPI, 16 aprile 2011);

“La ragione per cui abbiamo bisogno di più funzionalità, non è perché non stiamo colpendo ciò che vediamo – è che così possiamo avere la capacità di farlo,” ha detto al Post un funzionario della Nato . “Uno dei problemi è il tempo di volo, l’altro sono le munizioni.”(Ibid)

I bombardamenti su Tripoli si sono intensificati nel corso delle ultime due settimane. Erano destinati a sostenere le operazioni di terra delle forze speciali e delle brigate islamiche paramilitari guidate dalla NATO. Con una capacità limitata a terra, gli strateghi della Nato hanno deciso di intensificare i bombardamenti.

Il corrispondente di Global Research a Tripoli, la cui vita è minacciata per rivelare i crimini di guerra della Nato, ha descritto un cambiamento nel modello dei bombardamenti, a partire da metà luglio, con raid aerei sempre più intensivi che hanno portato poi, il 20 agosto, ad un’invasione di terra.

“Fino alle 02:35 CET [17 luglio], si potevano sentire i rumori stridenti dei caccia su Tripoli. Le esplosioni hanno innescato un clima di paura e panico in tutta la città, un toccante effetto psicologico ed emotivo su decine di migliaia di persone, dai giovani agli anziani. Questo ha inoltre allertato le persone e le ha condotte ad uscire fuori sui loro balconi, mentre erano testimoni del bombardamento del loro paese.

Una delle esplosioni ha causato un enorme nube a forma di fungo, indicando l’eventuale uso di bombe anti-bunker. … C’era qualcosa di insolito nel modello di queste operazioni di bombardamenti della NATO.

I bombardamenti di questa notte non erano come le altre notti. I suoni erano diversi. I pennacchi di fumo erano diversi. Nei bombardamenti precedenti il fumo di solito saliva in verticale, mentre stasera i pennacchi di fumo erano orizzontali e restavano in sospensione sopra Tripoli con una nube bianca all’orizzonte.

Le persone che non sono state direttamente colpite dalle bombe, nel raggio di 15 chilometri, avevano bruciore agli occhi, mal di schiena, mal di testa. “(Mahdi Darius Nazemroaya,  NATO Launches Bombing Blitzkrieg over Tripoli hitting Residential Areas , Global Research, 17 luglio 2011)

L’uccisione di massa di civili in un contesto di guerra lampo così come la creazione di un clima generalizzato di panico ha lo scopo di ridurre la resistenza della popolazione all’ invasione guidata dalla NATO.

Il numero delle vittime

Secondo le fonti del nostro inviato a Tripoli, sarebbe di circa 3000 il numero delle vittime nel corso della scorsa settimana (20-26 agosto). Gli ospedali sono in uno stato di tumulto, incapaci di soccorere i feriti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) conferma che le forniture mediche scarseggiano in tutto il paese.

In recenti sviluppi, l’ Unicef ​​ha avvertito della carenza di acqua a causa dei bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche in tutto il paese. “Questo potrebbe trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti” ha dichiarato Christian Balslev-Olesen dell’Unicef ​​di Libia.

Gli aerei da guerra della NATO hanno deliberatamente preso di mira la veglia pacifica dei libici che erano dentro alcune tende di fronte al compound di Gheddafi in una strage raccapricciante. I media mainstream hanno riconosciuto il massacro, pur affermando che la causa di queste morti erano i colpi di armi da fuoco negli scontri tra lealisti e ribelli. Le vittime sono:

“Le identità dei morti non erano chiare, ma ,con ogni probabilità erano attivisti che avevano creato una tendopoli improvvisata per esprimere solidarietà a Gheddafi, sfidando la campagna di bombardamenti della NATO. (Forbes.com, 25 agosto 2011)

Non si tratta di danni collaterali. Sono stati commessi crimini di guerra . La NATO ha le mani sporche di sangue. I capi di governo e i capi di stato dei paesi membri della NATO sono criminali di guerra.

Il ruolo centrale di Al Qaeda nella “liberazione di Tripoli”

Secondo la CNN, in una logica contorta, i terroristi si sono pentiti: gli “ex terroristi” ora non sono più “terroristi”.

Vien detto che il LIFG è stata sciolto.

A seguito del loro ripudio della violenza, questi ex leader del LIFG hanno creato una nuova organizzazione politica chiamata Movimento islamico per il cambiamento, che secondo la Cnn “è impegnata a lavorare all’interno di futuro processo democratico”. “Il Movimento islamico libico per il Cambiamento (Al-Haraka Al-Islamiya AlLibiya Lit-Tahghir), è costituito da ex membri dell’ ormai defunto [sostenuto dalla Cia] Gruppo combattente islamico libico (LIFG)”(Reuters, 26 agosto 2011)

Quindi, gli ex “cattivi ragazzi ” (i terroristi) vengono annunciati come “bravi ragazzi” impegnati a “combattere il terrorismo”. Gli ‘”ex” membri del Gruppo combattente islamico della Libia (LIFG) sono descritti come “attivisti pro-democrazia”, che “hanno assunto posizioni di leadership in diverse brigate dei ribelli”.

Il LIFG, affiliato ad Al Qaeda e sostenuto dalla CIA, è stato trasformato dalla CIA nel Movimento islamico per il Cambiamento (IMC), che supporta la ribellione pro-democrazia .

Quando è stato sciolto il LIFG?

Con amara ironia, il Gruppo Combattente Islamico della Libia (LIFG) è stato elencato fino al giugno 2011 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come reale organizzazione terroristica. Il 21 giugno 2011, l’elenco delle organizzazioni terroristiche è opportunamente sparito dal sito del  Consiglio di sicurezza in attesa del rinnovo del sito Web. (Vedi allegato sottostante)

The LIFG entry was included in the (updated March 24, 2011, accessed April 3, 2011) United Nations Security Council “terror list” as follows 

QE.L.11.01. Name: LIBYAN ISLAMIC FIGHTING GROUP

Name (original script):

A.k.a.: LIFG F.k.a.: na Address: na Listed on: 6 Oct. 2001 (amended on 5 Mar. 2009)

(The LIFG Listing is on p. 70,http://www.un.org/sc/committees/1267/pdf/consolidatedlist.pdf, (accessed April 3, 2011, no longer accessible)

Other information: Review pursuant to Security Council resolution 1822 (2008) was concluded on 21 Jun. 2010. The website is down and is currently being revamped

Chi guida le Brigate Islamiche della Libia?

Recenti studi confermano ciò che era noto e documentato fin dall’inizio della “ribellione” a metà marzo: le posizioni chiave di comando militare della ribellione sono detenute dagli “ex”comandanti del Gruppo Combattente Islamico della Libia  (LIFG) “.

Il comandante dell’ assalto di Tripoli è Abdel Hakim Belhadj, (noto anche come Abu Abdullah al-Sadeq, Hakim al-Hasidi). Gli è stato affidata, con l’approvazione della NATO,  “una delle brigate ribelli più potenti a Tripoli [che] si occupò degli sforzi dei ribelli all’inizio di questa settimana per prendere d’assalto il compound Bab al-Azziziyah di Gheddafi,  rafforzando ulteriormente la sua posizione di spicco nelle fila dei ribelli. “(CNN, op cit)

“Sadeeq era una figura ben nota del movimento jihadista. Ha combattuto il governo sostenuto dai sovietici in Afghanistan e ha contribuito a fondare [con il supporto della CIA] il Gruppo combattente islamico  della Libia “. (Ibidt)

Ma Saddeeq, secondo la CNN, si è pentito. Non è più un terrorista (cioè un cattivo ragazzo) “, ma una potente voce contro il terrorismo di Al Qaeda”. (Ibid, enfasi aggiunta)

“Nel 2009, Sadeeq e altri leader del LIFG , ripudiarono formalmente il terrorismo in stile Al Qaeda e dispersero la loro campagna per rovesciare il regime libico.

La svolta fu il risultato di due anni di dialogo con il regime mediato da Benotman [un ex comandante LIFG ora alle dipendenze della Quilliam Foundation basata a Londra con un mandato nella risoluzione dei conflitti]. La CNN ha intervistato personalità di spicco del LIFG nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel settembre 2009, poco prima che i leader del gruppo venissero rilasciati. Anche se erano dietro le sbarre della prigione,il disconoscimento dei leader della violenza sembrava genuino.(Ibid)

Secondo DebkaFile (sito vicino all’ intelligence israeliana), le  “brigate filo-Al Qaeda” guidate dal comandante del LIFG AbdelHakim Belhadj costituiscono la forza dominante della ribellione, ignorando l’autorità del Consiglio di transizione. Esse sono in controllo di edifici strategici tra cui il compound di Gheddafi.

“Il capo del LIFG [Abdel Hakim Belhadj] ora si mostra come” Comandante del Consiglio militare di Tripoli “. Quando gli è stato chiesto da nostre fonti se prevedeva di passare il controllo della capitale libica al Consiglio nazionale di transizione, che è stato riconosciuto dall’ Occidente, il combattente jihadista fece un gesto di licenziamento senza rispondere. (Debka, Le brigate filo-Al Qaeda  controllano le roccaforti di Gheddafi a Tripoli sequestrate dai ribelli, 28 agosto 2011).

Abdul Hakim Belhhadj ha ricevuto addestramento militare nei campi di guerriglia dell’ Afghanistan patrocinati dalla CIA . Una precedente relazione suggerisce che egli ha circa 1.000 uomini sotto il proprio comando. (Libyan rebels at pains to distance themselves from extremists – The Globe and Mail , 12 marzo 2011)

La coalizione USA-NATO  sta armando i jihadisti. Le armi vengono incanalate verso il LIFG dalla Arabia Saudita, che storicamente, fin dall’inizio della guerra in Afghanistan, ha segretamente sostenuto Al Qaeda. I sauditi stanno fornendo ai ribelli, in collaborazione con Washington e Bruxelles,  razzi anticarro e missili terra-aria (Si veda Michel Chossudovsky “Our Man in Tripoli”: US-NATO Sponsored Islamic Terrorists Integrate Libya’s Pro-Democracy Opposition, Global Research, 3 April 2011).

Una “democrazia” gestita da terroristi

Altri reports confermano anche che un gran numero di terroristi imprigionati nel carcere di Abu Salim sono stati liberati dalle forze ribelli. Ora sono reclutati dalle ex brigate islamiche del LIFG, guidate dagli “ex” comandanti jihadisti pro-democrazia.

La Jihad islamica della NATO

Ci sono indicazioni che la NATO, in coordinamento con i servizi segreti occidentali (tra cui il Mossad israeliano), è coinvolta nel reclutamento di combattenti islamici. Fonti di intelligence israeliane confermano che la NATO, in cooperazione con la Turchia, sta direttamente formando e reclutando in diversi Paesi musulmani una nuova generazione jihadista di “Freedom Fighters”. I Mujahideen, dopo aver subito la formazione, vengono programmati  per partecipare alle campagne militari “umanitarie” pro democrazia della NATO. Il rapporto di Debka  si riferisce alla Siria, prossima sulla tabella di marcia militare della NATO:

“Le nostre fonti riferiscono che è una campagna [NATO] per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e nel mondo musulmano per combattere al fianco dei ribelli siriani …” (Debka File 15 agosto, 2011 http://www.debka.com/article/21207 /)

Per l’invasione guidata dalla NATO e l’occupazione della Libia si stanno usando combattenti islamici come spina dorsale per  una presunta transizione alla democrazia.

Considerazioni conclusive

I tragici eventi del 11 / 9 hanno svolto un ruolo chiave nello sviluppare  una massiccia campagna di propaganda orientata a giustificare una “guerra al terrorismo” contro il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden .Tuttavia, in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, l’alleanza militare occidentale sta utilizzando le brigate islamiche,addestrate e curate dalla CIA, dall’ MI6 e dal Mossad, per intraprendere la sua “guerra globale al terrorismo”.

La guerra al terrorismo rappresenta un largo consenso instillato nelle menti di milioni di persone. Quello che non è noto all’opinione pubblica occidentale è che la santa crociata dell’Occidente contro il terrorismo islamico piuttosto che prendere di mira i terroristi comprende la presenza di terroristi nei suoi ranghi, cioè i “freedom fighters” di Al Qaeda sono stati integrati nei ranghi delle operazioni militari dirette da USA-NATO.

State tranquilli, nel caso della Libia, i ribelli sono “bravi ragazzi”: sono “ex” piuttosto che membri “attivi” di Al Qaeda.

I media occidentali non hanno segnalato i crimini di guerra commessi dalla NATO. Hanno respinto con disinvoltura le atrocità della NATO: 8000 sortite d’ attacco rappresentano più di 50.000 missili e bombe lanciate contro il popolo libico.

Ci sono vari modi di nascondere la verità. Fin dall’inizio della campagna aerea, i media hanno negato l’esistenza di una guerra. Le sue cause e conseguenze vengono distorte. A sua volta, una campagna di propaganda efficace richiede che sia fatta obiettivo la mentalità della gente sui giornali, sulle reti televisive e on-line.

Le persone devono essere distratte dal comprendere la guerra alla Libia.Le atrocità commesse dalla Nato con il sostegno delle Nazioni Unite compaiono raramente sulle prime pagine. Il modo migliore per camuffare la verità? Riorientare le  notizie sulla Libia verso una serie di banali “punti di discussione”,tra cui la dimensione della piscina Gheddafi, le sue guardie del corpo femminili,i suoi interventi plastici, ecc (The Guardian, 23 agosto 2011)

Quello che non viene elencato dai giornalisti sono i 3000 uomini,donne e bambini che hanno perso la vita nel corso di una settimana di bombardamenti Blitzkrieg con l’uso dei più avanzati sistemi bellici nella storia umana.

In questo contesto di menzogne ​​e falsificazioni, la vita di molti giornalisti indipendenti bloccati a Tripoli , tra cui Mahdi Darius Nazemroaya di Global Research, viene minacciata, per aver detto la verità.

FONTE: The “Liberation” of Libya: NATO Special Forces and Al Qaeda Join Hands 

Di: Coriintempesta

Sette punti sulla guerra contro la Libia

di: Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».

3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».

4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».

5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.

6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

FONTE: Blog di Domenico Losurdo

Come distruggere il Fantasy Reality della NATO sulla Libia?

Quanto ancora ci vorrà perché le persone si rendano conto di essere state ingannate fin dal primo giorno sulla guerra in Libia? Che cosa occorre per far capire alla gente che la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, insieme ai loro non democratici monarchi degli stati del Golfo hanno messo in opera un piano diabolico per distruggere il potere di Gheddafi?

Come Kuhn ha descritto nel campo della scienza, ci sono paradigmi ai quali la gente aderisce e che utilizza per spiegare il mondo.

Dopo una serie di anomalie il paradigma non è più in grado di spiegare molti fenomeni e infine si disintegra per far posto a un altro paradigma capace di spiegare più di quello precedente.

Mettiamo a confronto le due realtà, con le loro caratteristiche che sono ora in lizza per rimanere o diventare il paradigma, ciascuno con le proprie caratteristiche.

Provate a valutare entrambe le realtà e a vedere quale delle due è in grado di spiegare più fatti.

1. La Realtà della NATO

- Veniamo in pace.

- Veniamo a proteggere i civili.

- Veniamo a imporre una no-fly zone.

- Veniamo a imporre un embargo sulle armi.

- Non affianchiamo i ribelli, siamo dalla parte dei libici.

- Gheddafi ha perso ogni legittimità ed è un dittatore spietato

- I nostri media non dicono nient’altro che la verità.

- Noi facciamo quello che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ci dice di fare.

- Credete a ciò che vi viene detto.

- Niente truppe sul terreno.

2. UN NUOVO PARADIGMA

- Nella prima settimana nella quale la no-fly zone è entrata in vigore non c’era più motivo di sparare su qualsiasi cosa con tale fine.

- L’embargo sulle armi poteva essere controllato dal mare e dalle frontiere: non era necessario alcun bombardamento per stabilirlo.

- L’embargo sulle armi è stato applicato per una parte in conflitto solamente: al governo libico non è stato permesso di armarsi, i ribelli sono armati da Francia e Qatar (e da molti altri stati, probabilmente)

- Il governo libico e l’Unione africana vogliono avviare colloqui di pace: la NATO e ribelli non vogliono parlare di pace e continuano a bombardare il paese.

- La NATO è chiaramente schierata con i ribelli e viola quindi la risoluzione delle Nazioni Unite che non dice certo nulla riguardo al fatto che certi civili siano più degni di protezione di altri.

- L’obiettivo della NATO è diventato distruggere la possibilità del popolo libico di difendersi contro i bombardieri stranieri e da alcuni gruppi ribelli che non rappresentano il popolo della Libia: molti soldati sono stati uccisi anche quando erano in una posizione difensiva, proteggendo i loro civili dalle atrocità commesse dalle forze ribelli.

- La risoluzione dell’ONU nulla dice in merito allo spodestare il leader di un paese sovrano: la NATO intende scacciare Gheddafi e aiuta i ribelli a ricercarlo.

- Gheddafi è amato da milioni di persone e molti stanno sempre più odiando la NATO e la sua fanteria ribelle (1)

- La televisione di Stato libica è stata bombardata perché ha mostrato le atrocità e le numerose morti causate da NATO e Ribelli: ciò non era gradito, pertanto occorreva ridurla in rovine a dispetto delle regole delle Nazioni Unite contrarie a tali atti.

- La battaglia di Tripoli non è finita e già le compagnie petrolifere stanno combattendo tra loro per ottenere il controllo dei giacimenti di petrolio libico, i presidenti dei paesi NATO stanno pianificando che cosa fare con la Libia: come se avessero il diritto di determinare il futuro della Libia.

- La scelleratezza della NATO per Tripoli: bombardare a tappeto l’entrata ovest di Tripoli e uccidere tutti quelli che si trovano lì; non importa che ci siano civili o soldati che difendono la loro città; poi consentire ai killer islamici più spietati, provenienti dalla Libia orientale e altri mercenari dal Qatar, di entrare in città carichi di armi della NATO e del Qatar; portare individui dell’MI6 e della CIA e alcuni altri mercenari di organizzazioni come le Blackwater, per capitanare questi ribelli killer.

Fornire ulteriori aiuti, dando loro barche e trasportandoli con elicotteri in certi quartieri di Tripoli. Assicurarsi che non ci sia nessuno della stampa – rinchiuderli nell’hotel Rixos – e poi: lasciare che il massacro cominci! Usare alcuni filmati falsi di un’altra Piazza Verde, e attendere pochi giorni per assicurarsi che tutti i morti (che includono probabilmente molti civili che proteggevano la loro città) vengano rimossi dalle strade e proclamare la vittoria sulla Libia. Radunare i presidenti quanto prima e consegnare il potere alle loro marionette Jalil e Jabril (non c’è un governo ufficiale da settimane).

Se la battaglia va per le lunghe, non esitare a utilizzare gli elicotteri da guerra per sparare contro chiunque si opponga ai loro ribelli killer, e ignorare il fatto che molte persone a Tripoli non vogliono i ribelli e odiano la NATO per i suoi bombardamenti che continuano da più di 5 mesi, come ladri nella notte.

CONCLUSIONE

È spesso molto difficile che si verifichi il cambiamento per un mutamento di paradigma. Una volta che le persone hanno avuto il lavaggio del cervello affinché credano a un certo paradigma non sono per lo più in grado di cambiare questo punto di vista. Max Planck ha detto una volta che perché si verifichi un cambio di paradigma le persone che sostengono il vecchio paradigma devono semplicemente passare a miglior vita.

Noi non abbiamo tutto questo tempo.

Possiamo guardare tutti i punti del Paradigma Fantasy della NATO e chiederci quanto siano veri questi elementi.

Una volta che voi permettete all’incertezza di farsi pian piano strada, c’è un’altra disperata tendenza a mantenersi attaccati al vecchio paradigma, fino a che alla fine crolla completamente facendovi abbracciare il nuovo paradigma con tutte le conseguenze: non possiamo fidarci delle notizie sulle nostre TV, internet, radio. Non possiamo fidarci dei nostri governi, non possiamo fidarci della NATO, che è di certo una pillola difficile da ingoiare, ma forse è giunto il momento di affrontare questo nuovo paradigma. Tocca a voi.

 

P.S. Guardate i nuovi video sul mio canale. Yvonne de Vito (2) e un’intervista a un giovane libico a Londra che ci spiega che molti libici non stanno tanto combattendo per Gheddafi, quanto per proteggere il loro paese dalle potenze straniere. Vedono nel Qatar, negli Emirati Uniti e nella NATO i propri nemici (3)

(1) http://waterput.yolasite.com/english/nato-has-declared-war-on-millions-of-green-libyans

(2) http://www.youtube.com/watch?v=XWnnhNdcVbg

(3) http://www.youtube.com/watch?v=7mo8b3M4QBc (I libici che hanno disertato erano perlopiù la parte più corrotta della popolazione)

Fonte: http://waterput.yolasite.com/english/how-to-destroy-nato-s-fantasy-reality-on-libya-.

Traduzione per Megachip a cura di Pietrina Savini.

E’ la Nato che conquista Tripoli

di: Manlio Dinucci

Una foto pubblicata dal New York Times racconta, più di tante parole, ciò che sta avvenendo in Libia: mostra il corpo carbonizzato di un soldato dell’esercito governativo, accanto ai resti di un veicolo bruciato, con attorno tre giovani ribelli che lo guardano incuriositi. Sono loro a testimoniare che il soldato è stato ucciso da un raid Nato. In meno di cinque mesi, documenta il Comando congiunto alleato di Napoli, la Nato ha effettuato oltre 20mila raid aerei, di cui circa 8mila di attacco con bombe e missili. Questa azione, dichiarano al New York Times alti funzionari Usa e Nato, è stata decisiva per stringere il cerchio attorno a Tripoli.

Gli attacchi sono divenuti sempre più precisi, distruggendo le infrastrutture libiche e impedendo così al comando di Tripoli di controllare e rifornire le proprie forze. Ai cacciabombardieri che sganciano bombe a guida laser da una tonnellata, le cui testate penetranti a uranio impoverito e tungsteno possono distruggere edifici rinforzati, si sono uniti gli elicotteri da attacco, dotati dei più moderni armamenti. Tra questi il missile a guida laser Hellfire, che viene lanciato a 8 km dall’obiettivo, impiegato in Libia anche dagli aerei telecomandati Usa Predator/Reaper.

Gli obiettivi vengono individuati non solo dagli aerei radar Awacs, che decollano da Trapani,  e dai Predator italiani che decollano da Amendola (Foggia), volteggiando sulla Libia ventiquattr’ore su ventiquattro. Essi vengono segnalati – riferiscono al New York Times i funzionari Nato – anche dai ribelli. Pur essendo «mal addestrati e organizzati», sono in grado, «per mezzo delle tecnologie fornite da singoli paesi Nato», di trasmettere importanti informazioni al «team Nato in Italia che sceglie gli obiettivi da colpire». Per di più, riferiscono i funzionari, «Gran Bretagna, Francia e altri paesi hanno dispiegato forze speciali sul terreno in Libia». Ufficialmente per addestrare e armare i ribelli, in realtà soprattutto per compiti operativi.

Emerge così il quadro reale. Se i ribelli sono arrivati a Tripoli, ciò è dovuto non alla loro capacità di combattimento, ma al fatto che  i cacciabombardieri, gli elicotteri e i Predator della Nato spianano loro la strada, facendo terra bruciata. Nel senso letterale della parola, come dimostra il corpo del soldato libico carbonizzato dal raid Nato. In altre parole, si è creata ad uso dei media l’immagine di una «resistenza» con una forza tale da battere un esercito professionale. Anche se ovviamente muoiono dei ribelli negli scontri, non sono loro che stanno espugnando Tripoli. E’ la Nato che, forte di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sta demolendo uno stato con la motivazione di difendere i civili. Evidentemente, da quando un secolo fa le truppe italiane sbarcarono a Tripoli, ha fatto grandi passi in avanti l’arte della guerra coloniale.

Fonte: IlManifesto.it

Nato: prima, durante, dopo

di:  Maurizio Matteuzzi

Forse per la vittoria finale non ci sarà neppure bisogno di aspettare il primo settembre. Che sarebbe (stata) una data dal forte potere simbolico: fu il primo settembre ’69 che il gruppo degli «Ufficiali liberi» guidato dal giovane colonnello Muammar Gheddafi lanciò il golpe indolore che avrebbe cacciato il putrido e corrotto regime di re Idriss, un burattino nelle mani degli inglesi. Cacciare Gheddafi il primo settembre 2011, quarantaduesimo anniversario dalla «rivoluzione», avrebbe (avuto) una potente valenza per gli insorti.

Qualche giorno prima o dopo non cambierà il corso della storia. E la storia dice che Gheddafi ha chiuso – qualunque sia la sua sorte – e che al posto della Jamahiriya sta per nascere una nuova Libia che nessuno sa ancora bene cosa sarà.

Bisogna dare atto al valore e al coreaggio degli insorti, ma senza l’apporto delle bombe e missili della Nato «la Rivoluzione del 17 febbraio» partita da Bengasi non avrebbe mai vinto e non sarebbe mai arrivata a Tripoli. Se c’è arrivata, dopo 5 mesi di impasse sul campo, lo deve alle « 20mila missioni di volo» il cui «traguardo» è stato toccato proprio ieri e rivendicato orgogliosamente dalla portavoce Nato, Oana Lungescu. E, probabilmente, non solo di «missioni di volo» (Nato), di droni (Usa), di armi paracadutate (Francia), di materiale di comunicazioni (Gran Bretagna) si è trattato.

In molti si chiedono come mai, dopo 5 mesi di impasse sul campo, nel giro di pochi giorni – da domenica scorsa – le milizie degli insorti abbiano potuto attaccare e «liberare» Tripoli.

 

Secondo la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, votata il 17 marzo, l’Onu affidava alla Nato – divenuta l’agenzia militare delle Nazioni unite – il compito di proteggere i civili «con tutti i mezzi» eccetto che con l’invio di truppe di terra («boots on the ground»). Quella risoluzione era una foglia di fico per coprire l’intervento a tutto vapore, anzi a tutto missile, contro il regime di Gheddafi (che, per carità, anche se le bombe piovevano ogni notte sul suo compound di Tripoli, «non è mai stato un bersaglio per la Nato, come ha ripetuto anche ieri il portavoce militare). Un intervento diretto a proteggere i civili ma di una parte sola e a schierare il poderoso armamentario bellico e propagandistico in favore di una delle due parti in guerra infischiandosene dell’embargo che avrebbe dovuto valere per entrambe.

Un intervento che escludeva a priori, nonostante si ripetesse quotidianamente la penosa litania delle necessità di «una soluzione politica e non militare» della crisi libica (anche ieri), qualsiasi ipotesi di una via d’uscita negoziata che avrebbe dovuto/potuto essere imposto ai contendenti dalla «comunità internazionale».

Di questo si è lamentato ieri a Johannesburg Jacob Zuma, presidente di un paese, il Sudafrica, che pure aveva votato la risoluzione di marzo per la no-fly zone, ma che poi ha criticato sempre più aspramente «l’abuso» del mandato ricevuto dall’Onu da parte della Nato e dei suoi sponsor occidentali. «Quelli che hanno il potere di bombardare altri paesi hanno stroncato gli sforzi e le iniziative dell’Unione africana per risolvere il problema libico», ha detto, «avremmo potuto evitare la perdita di tante vite umane».

E’ risaputo, nonostante i no comment e le smentite ufficiali di prammatica, che almeno da aprile Francia e Gran Bretagna hanno inviato «consiglieri militari» fra le fila degli insorti. E ci sono voci che si rincorrono sulla presenza al fianco dei miliziani ribelli che hanno attaccato e fulmineamente conquistato Tripoli di uomini della Nato. La Nato ovviamente nega qualsiasi «coordinamento» degli attacchi degli insorti nella loro offensiva verso Tripoli (126 raid aerei nella sola giornata di domenica): «La Nato non ha e non avrà truppe a terra», ha ribadito ieri la portavoce Lungescu. Idem l’italiano La Russa, ministro della difesa, «Non c’è nessuna probabilità che truppe di terra della Nato, e particolarmente italiane, entrino a far parte del conflitto» in Libia.

Anche il sito israeliano Debka, vicino al Mossad e quindi da prendere con le molle, sostiene che «nonostante i dinieghi, le truppe Nato stanno partecipando nei combattimenti a terra nella veste di “consiglieri militari» inglesi e francesi, membri delle unità speciali, aiutando i ribelli libici a combattere per il controllo della capitale Tripoli».

Ma la vera campagna di Libia comincerà dopo l’uscita di scena definitiva di Gheddafi, questo lo sanno tutti. Per cui si comincia già a ipotizzare uno scenario in cui la Nato continuerà ad avere un ruolo anche nel dopo: «un ruolo di supporto alla Libia se sarà necessario e sarà richiesto»,, anche se ovviamente «il ruolo principale sarà dell’Onu e del gruppo di contatto». A pensare male sa fa peccato?

Intanto però bisogna chiudere la pratica Gheddafi. La Nato, i ministri degli esteri francese Juppé e turco Davutoglu (in visita a Bengasi) confermano che «la missione non è conclusa» e che c’è ancora «da proteggere la popolazione» (quale?). Di questo Juppé ha parlato lunedì in audio-conferenza con i colleghi inglese, americano, tedesco, turco e di qualche paese arabo amico (una riprova del peso dell’Italia nel dopo-Gheddafi). Ora che il dopo sembra arrivato, la diplomazia è in fibrillazione per sventare i timori ricorrenti («L’importante è che la transizione si compia nel rispetto dei diritti umani e della legge basata sulla riconciliazione e non sulla vendetta») e conquistare una posizione migliore nella divisione del bottino. Ieri si è tenuta a Bruxelles una riunione degli ambasciatori Nato; poi sarà la volta del Gruppo di contatto che si riunirà a Istanbul; entro la settimana ci sarà un vertice Onu con partecipazione di Ue e Unione africana.

FONTE: IlManifesto.it

La bufala della “liberazione” di Tripoli

di: Metro Gael

Superando le precedenti falsificazioni dei mass media, sia nelle dimensioni che nell’ audacia, la messa in scena di ieri mattina di Al Jazeera sicuramente passerà alla storia come una delle più ciniche bufale realizzate dai media  dopo le foto manipolate degli iracheni che rovesciano la statua di Saddam Hussein a seguito della invasione degli Stati Uniti nel 2003.

La mattina del 22 agosto 2011, Al Jazeera ha trasmesso un rapporto  ‘live’ da Green Square a Tripoli, che sosteneva di dimostrare la cattura della capitale libica da parte delle forze ribelli. Scene di giubilo ed euforia circondavano la giornalista di Al Jazeera Zeina Khodr mentre dichiarava: “La Libia è nelle mani dell’opposizione”.

Fonte Immagine: http://cyaegha-c.livejournal.com/460657.html

Le immagini sono state immediatamente riprese dai media globali, che titolavano “La fine del regime di Gheddafi” e speculavano,con i loro editoriali,sul futuro della Libia del dopo-Gheddafi.

E’ stato detto che i figli di Gheddafi erano stati arrestati ed erano state annunciate diverse defezioni. La capitale libica era, come ci è stato detto, ora nelle mani delle forze ribelli. Per molti, è sembrato un fatto compiuto.

Di fatto, le immagini di Green Square  trasmesse da Al Jazeera  erano un  elaborato e criminale falso. Il tutto era stato prefabbricato in uno studio a Doha in Qatar. Questa informazione era stata passata all’ intelligence libica e il popolo libico era stato messo al corrente di questa PSYOPS  un paio di giorni prima dalla televisione di stato.

La bufala di Al Jazeera aveva lo scopo di creare l’impressione che Tripoli era caduta in modo da:

(1)  spezzare la resistenza libica, creando panico e caos nella capitale.

(2)   fornire la copertura per i massacri di civili che si sarebbero verificati nei giorni successivi alla dichiarazione di vittoria dei ribelli.

In altre parole, i media avrebbero fornito la copertura per i crimini di guerra e contro l’umanità  necessari al fine di sottomettere la Jamhahirya libica agli interessi occidentali.

Poco dopo che Al Jazeera ha rilasciato queste immagini, ho contattato la giornalista indipendente Lizzie Phelan a Tripoli. La signorina Phelan è riuscita a confermare, attraverso quelle che lei ha descritto come fonti attendibili, che le immagini di Al Jazeera  erano false.

Alla fine della giornata è emerso anche che tutti i twitter provenienti dai criminali dal Consiglio nazionale di transizione erano, ovviamente, falsi. I figli di Gheddafi non erano stati arrestati e i ribelli non avevano il controllo della città ..

Nel frattempo, Lizzie Phelan, Mahdi Darius Nazemroaya e ThierryMeyssan ricevevano minacce di morte  dai giornalisti dei media occidentali che soggiornavano all’ Hotel Rixos a Tripoli. Quando molti di questi cronisti hanno abbandonato l’Hotel Rixos, le autorità libiche hanno scoperto che la maggior parte di loro erano agenti della CIA e MI6 che lavoravano sotto copertura.

Mahdi Darius Nazemroaya, Thierry Meysan e altri veri giornalisti sono ora intrappolati all’ Hotel Rixos. Nazemroaya  ha ricevuto anche un colpo da un cecchino ribelle /NATO quando ha tentato di mettere un cartello sul tetto dell Rixos per far sapere che c’erano giornalisti e proteggere l’edificio dal bombardamento della NATO.

Lizzie Phelan ha contattato un amico ieri per dirgli che era stata minacciata da personale della CNN ed era stata impedita dal poter utilizzare facebook e la posta elettronica.

Di seguito, potete vedere l’avviso dato al popolo libico dai media della psyop di Al Jazeera. Il presentatore racconta ai telespettatori che Al Jazeera ha prodotto una simulazione di Green Square a Tripoli e che hanno intenzione di usare ciò per produrre una gigantesca finzione della ‘liberazione’ della Libia.

L’immagine qui sopra dimostra che i produttori della bufala di AlJazeera non sono maestri olandesi, poiché le disparità  tra la piazza reale  a Tripoli e la versione di Al Jazeera sono palesemente evidenti. Le differenze tra l’architettura di Green Square a Tripoli e le foto mostrate di Al Jazeera sono ben documentate nel video qui sotto.

Mentre la finta di Al Jazeera è divertente, è improbabile che l’attrice protagonista Zeina Khodr riceva riconoscimenti per la sua performance. Ha detto che le sue battute erano un po ‘meccaniche, come una che non era particolarmente innamorata del copione.

Questa bufala dei media è un altro esempio eclatante della disperazione della NATO, che ha spietatamente bombardato una nazione sovrana per 6 mesi e non è finora riuscita ad effettuare un cambio di regime. Dimostra inoltre ancora una volta il ruolo dei media corporativi nella disinformazione e nella guerra.

TRATTO DA (TITOLO ORIGINALE): The Libya Media Hoax: Fabricated Scenes of Jubilation and Euphoria on Green Square

DI: CoriInTempesta

Tripoli, oggi più che mai suol d’amore. Il nostro.

di: Fulvio Grimaldi

La storia è un resoconto perlopiù falso di eventi perlopiù insignificanti provocati da governanti perlopiù delinquenti e da soldati perlopiù idioti. (Ambrose Bierce, scrittore Usa, 1842-1914)

Liquidiamo per prima cosa gli sciacalli collateralisti travestiti da sinistri, oggi tutti o rintanati in un abisso di vergogna, o garruli, più impudichi, celebratori di diritti umani e democrazia ristabiliti. Come Vendola – “Israele ha fatto fiorire il deserto” – Rossanda -“Brigate internazionali a sostegno dei giovani rivoluzionari di Bengasi”, o il poco noto sedicente esperto di Latinoamerica e spocchioso tuttologo dell’intossicazione imperialista, Carotenuto – “I cecchini di Gheddafi sparano sui bambini”. Li scopriamo, sotto gli scintillanti panni arcobaleno, imbrattati di merda e grondanti di sangue del popolo libico e confinati per l’eternità nella fangazza dei caimani, peggiori del guiitto mannaro: traditori e rinnegati.

Calpesta questi vermi Hugo Chavez che, ancora una volta, ha tuonato contro le aberranti nefandezze  dei “democratici governi europei e Usa impegnati a radere al suolo Tripoli, le scuole, gli ospedali, le case, i posti di lavoro, i campi coltivati, le fabbriche, i rifornimenti idrici ed elettrici con il suo milione e mezzo di abitanti”, adducendo a scusa una “rivoluzione” che non è che un colpo di Stato “mirato a prendersi il paese e le sue ricchezze” .

Dietro a Chavez c’è quasi l’intera America Latina, quasi tutta l’Africa, gran parte dell’Asia, a dispetto degli infingardi medvedeviani e cinesi. E questi cavalieri dell’Apocalisse, rappresentanti di un mero 7% dell’umanità, in maggioranza, poi, nemmeno  omologati sui crimini dei loro “rappresentanti”, osano definirsi “comunità  internazionale”. Senza contare che ormai, nella “comunità internazionale”, questi non sono da tempo rappresentanti di nessuno, se non della manica di criminali psicopatici rintanati nei forzieri.
E veniamo a come sembra stiano le cose secondo le uniche voci oneste sopravvissute a Tripoli. Sopravvissute, perchè ne va della loro vita, visto che le spie della Cia e dell’MI6, fattesi passare per giornalisti nell’Hotel Rixos, li hanno minacciati di morte e cercano di farli fuori. Me li ricordo, quei “giornalisti” yankee e britannici, in ascolto spocchioso e irridente alle nostre conferenze stampa in cui portavamo documenti, immagini e testimonianze degli orrori compiuti dai mercenari e dalla Nato. Ricordo le loro domande di spie: “A quale formazione politica appartieni?” “Cosa guadagnate dal farvi trombettieri delle truffe e bugie di Gheddafi?” “Chi vi paga?” “Siete complici dei mercenari di Gheddafi che stuprano bambini”. “Vi rendete conto che siete operativi del terrorismo contro la democrazia e la comunità internazionale?”
Ora quell’hotel, senza più personale, si è diviso in due contrapposti fortini: da un lato i giornalisti veri, in prima linea Thierry Meyssan e Darius Nazemroaya, che gli agenti angloamericani cercano di far fuori, dall’altro i mercenari mediatici. Gli stessi che viaggiando per le strade della Libia segnalavano alla Nato i posti di blocco da disintegrare. E’ per le strade così “ripulite” che le bande del mercenariato Nato hanno potuto avanzare grazie all’intervento incessante degli elicotteri d’assalto, dei droni e dei bombardieri, che spazzavano gli spazi davanti a loro. Nulla di quanto sta avvenendo è merito di questo branco di belve subumane unicamente motivate dal bottino e dagli orgasmi da sevizie e morte. Senza le stragi Nato non sarebbero stati capaci di far altro che continuare a dare la caccia agli africani neri, alle ragazze da violentare e poi uccidere (stile narcos al soldo degli Usa in Messico), a chi non si schierava con loro. La forza d’urto principale è stata esercitata dalle montagne alle spalle di Tripoli nelle quali nelle scorse settimane erano arrivate, su piste improvvisate, valanghe di armamenti pesanti, con il beneplacito del governo dellaTunisia, da qualcuno (Giuliana Sgrena e mistificatori vari) ancora definito espressione della “primavera dei gelsomini” (qualifica tesa a sacralizzare anche le operazioni Cia delle rivoluzioni arancioni, dei garofani, delle rose e di colori e fiori vari). Governo tunisino che, rivoluzionariamente, spargendo gelsomini, è balzato sul carro da morto di passaggio e ha riconosciuto il sedicente Consiglio di Transizione, così tagliando il cordone ombelicale a tutto un popolo, E’ la democrazia, cretino!

I tumulti di Tripoli, comunque, sembra non siano tanto merito di contingenti di mercenari invasori, in ogni caso guidati e appoggiati da teste di cuoio occidentali, quanto da “cellule dormienti” infiltrate da tempo e che si sono mosse al segnale lanciato da certi muezzin dai minareti a partire da sabato scorso. Il meccanismo, ripetuto in questi giorni, è questo: la Nato lancia di notte attacchi di portata terrificante su una zona, o un centro, distruggendo tutto e facendo fuggire o uccidendo la popolazione (1.300 in 9 ore domenica scorsa, 5000 feriti). Nel vuoto si precipitano i mercenari con telecamere al seguito, sbraitano, sparacchiano e… spariscono, mentre l’area torna ad essere popolata da abitanti che rientrano sotto la protezione delle forze lealiste. Si parla addirittura di “ribelli” cacciati dalle loro posizioni 80 km a ovest di Tripoli (Zauija).

Così, pare, oggi a Tripoli, dove sarebbe in corso la controffensiva dei lealisti che avrebbe svuotato la città dai mercenari per il 90%, salvo sacche nei sobborghi. E a ennesima dimostrazione della rozzezza dei bugiardi: i figli di Gheddafi, Seif e Mohammed, sono liberi e in lotta. Il problema grande è che, come si creano distanze tra i due fronti, i killer Nato hanno agio di infierire su Resistenza e popolazione civile, ovviamente, come fatto a partire del 19 marzo, senza il minimo riguardo per la popolazione nella quale i combattenti patrioti si muovono. L’altra notte è passato su RAI Tre un grande film su Marzabotto. Sinistri e celebranti vari commemorano in lacrime quegli eventi. in Libia la nostra “comunità internazionale” di Marzabotto e S.Anna di Stazzema ne hanno perpetrato centinaia, all’ennesima potenza. E’ la democrazia, cretino! E ora stanno facendo a Tripoli quello che hanno fatto a Dresda, a Baghdad, a Falluja, a Gaza. Terminator nutriti di morte, amici, anzi padroni omaggiati, di Napolitano, Bersani, Flavio Lotti, Pannella e tutta la fangazza sinistrata d’Italia. Lordi tutti del sangue di un popolo genocidato dopo l’altro. A quando l’incendio purificatore e salvifico che li incenerirà?


Non finisce qui. Non c’è nessuna stretta finale, Gheddafi morirà in combattimento o trucidato, come Saddam e Milosevic, in qualche postribolo da tutti consacrato tribunale e dove, sullo scranno delle marchette, sono assise “madame” come Carla del Ponte, Antonio Cassese (quello del tribunale farsa prima della Jugoslavia e poi del Libano), Moreno Ocampo. Così come si omaggia Napolitano, il peggiore presidente mai avuto nella Repubblica, “difensore della Costituzione”. Colui che rischia, avvenuta la nemesi, di passare alla storia giusta con il titolo di “presidente fellone”. Accanto a gentaccia come Laval, Petain, Badoglio e, oggi, accanto a pagliacci zannuti Nato alla Karzai, Al Maliki, Micheletti, Calderon, Abu Mazen, Mesic…
Gheddafi, mille Gheddafi, continueranno a guidare la lotta dei libici, dovesse durare un’altra volta trent’anni, come sotto i macellai Graziani, Badoglio, Mussolini (avete constatato come questi massacratori dei mandanti Obama e Cameron e banchieri che li manovrano, siano addirittura peggio, molto peggio, di quegli antesignani della civiltà superiore bianca cristiana?). Alimentiamo i fuochi sacri dei libici. A partire dalle palle infuocate di verità da lanciare addosso alle prostitute nel postribolo.
MondoCane

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”

Mahdi Darius Nazemroaya, sociologo canadese, è ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). Si occupa in particolare di studiare le dinamiche geopolitiche e le relazioni internazionali nel Vicino e Medio Oriente. Attualmente si trova in Libia nell’ambito d’una missione indipendente per appurare sul terreno i fatti legati all’esplosione della guerra civile ed all’intervento straniero. I ricercatori dell’IsAG 

M.D. Nazemroaya: “Vi racconto cosa sta succedendo in Libia (e in Siria)”Giovanni Andriolo e Chiara Felli l’hanno intervistato in esclusiva per “Eurasia”.

Dopo mesi di combattimenti, quali sono le sue considerazioni (anche in qualità di testimone oculare) circa le operazioni militari condotte dalla NATO?

Senza dubbio, deve essere sottolineato il fatto che i bombardamenti della NATO hanno deliberatamente avuto quali obiettivi i civili libici e dunque hanno cercato di punire la popolazione civile in Libia. Impianti idrici, ospedali, cliniche mediche, scuole, industrie alimentari, alberghi, veicoli civili, ristoranti, case, strutture governative e aree residenziali: tutto è stato bombardato. Ciò include anche la Corte Suprema Libica, un autobus con civili, una struttura medica dedicata alla Sindrome di Down, un centro di vaccinazione per i bambini e l’Università Nasser. L’affermazione della Nato, secondo cui sono stati oggetto di operazioni i comandi militari e gli edifici di controllo, appare insensata e falsa.

L’obiettivo della NATO non è quello di proteggere i civili, ma anzi di spingere questi ultimi ad incolpare il Colonnello Gheddafi ed il suo regime della guerra e dei crimini di guerra commessi contro la popolazione libica dalla NATO. La NATO ritiene che la brutalità delle proprie operazioni nei confronti dei civili e la strategia di ridurre la disponibilità di carburante, denaro, medicine, cibo ed acqua possano condurre ad un cambio di regime a Tripoli, inducendo la popolazione a detronizzare Gheddafi.

Muammar Gheddafi è diventato un bersaglio militare che la NATO ha cercato di uccidere durante i propri attacchi. Ora, questa azione non solo risulta essere illegale, ma, per di più, è parte di un calcolato progetto di destabilizzazione del paese. Anche se Topolino, il cartone animato dei bambini, fosse il leader libico, la NATO lo demonizzerebbe paragonandolo ad una sorta di Hitler, giustificando così le operazioni contro di lui. La NATO crede che se Gheddafi verrà ucciso, vi sarà come conseguenza una lotta sanguinosa per il potere che permetterà all’organizzazione di esercitare ed estendere la propria influenza su tutta la regione nord-africana. Uno dei principali obiettivi di questo progetto consiste nel far accendere una intensa guerra civile in Libia creando un conflitto tribale che potrebbe riversarsi al di là dei confini libici fino al Niger, all’Algeria, al Sudan, al Ciad nonché alle altre nazioni africane.

Finora, le cose non sono andate come il Pentagono e la NATO avevano pianificato. Le operazioni della NATO sono un vero e proprio disastro militare e politico. La campagna militare condotta dalla NATO ha di fatto contribuito a galvanizzare la maggior parte della popolazione nel supporto al Colonnello Gheddafi. Anche coloro che si opponevano al leader libico, ora hanno cambiato il proprio atteggiamento. Si può dunque affermare che la NATO abbia perso la sua guerra in Libia. Essa non è riuscita a rovesciare il Colonnello e la posizione di quest’ultimo sembra molto simile a quella ricoperta dallo Sceicco Hassan Nasrallah dopo la sconfitta di Israele nella guerra del Libano del 2006.

Parlando degli attori interni alla Libia, quali gruppi o fazioni stanno attualmente supportando Muammar Gheddafi? E quali sono contro di lui?

Politicamente, tutti i capi delle maggiori tribù supportano il Colonnello Gheddafi. Quasi l’intero apparato militare, dei servizi segreti, delle forze di sicurezza supporta Gheddafi e non lo ha mai abbandonato. Soprattutto, la maggior parte del popolo libico supporta il Colonnello Gheddafi.

Il popolo e i gruppi che sono contro il Colonnello Gheddafi sono una serie di ex funzionari corrotti del regime, come Mahmoud Jibril, che si sono uniti al Gruppo Combattente Islamico Libico e ad alcuni altri gruppi minori, tra i quali i Comunisti libici. Inoltre, ci sono anche alcuni amici e alleati di Muammar Gheddafi che si trovano ancora a Tripoli ma che sono disposti a cambiare partito qualora ritenessero che il vento stia mutando direzione.

Chi è destinato a guadagnare di più dalla rimozione di Muammar Gheddafi? Quali interessi sono in gioco nella crisi libica?

Gli attori che cercano di trarre vantaggio dalla rimozione del Colonnello Gheddafi possono essere raggruppati in due categorie. Tali categorie sono quelle degli attori interni e degli attori esterni. Gli attori interni sono individui libici che vogliono mantenere il loro benessere e il loro potere o accrescerlo. Molti di questi sono schierati con ilConsiglio di Transizione di Bengasi e con la NATO, ma c’è dell’altro da dire a proposito.

Attualmente, ritengo che Saif Al-Islam Gheddafi e i suoi complici abbiano qualcosa da guadagnare dalla rimozione del padre, Muammar Gheddafi. Per anni Saif Al-Islam si è preparato per diventare il prossimo leader della Libia. Washington e la NATO avrebbero molto da guadagnare, se ciò accadesse. Inoltre, proprio Washington e la NATO intendono attivamente promuovere Saif Al-Islam come nuovo leader libico. Anche diversi suoi alleati avrebbero molto da guadagnare. Sono queste persone che stanno spingendo per un negoziato con gli Stati Uniti e la NATO e che potrebbero essere in procinto di avviare negoziati separati.

Tutto ciò potrebbe portare ad uno scontro di poteri interni tra i due principali campi per la leadership di Tripoli. Queste due fazioni sono la vecchia guardia di ministri e ufficiali, come Abdullah Senussi, attorno a Muammar Gheddafi e il gruppo di ministri e ufficiali scelti da Saif Al-Islam. Personalmente, ritengo che Saif Al-Islam non sia adatto per alcuna posizione di governo e che sarebbe un disastro per la Libia. E’ anche importante notare come tutti gli ufficiali del Consiglio di Transizione che hanno disertato e tradito Gheddafi fossero stati nominati da Saif Al-Islam. Anche Musa Kusa, in età da pensione, era stato trattenuto come Ministro degli esteri da Saif Al-Islam.

Cosa succederà in Libia? I recenti sviluppi della situazione, si vedano i progressi dei ribelli, porteranno alla fine delle operazioni militari? O saremo costretti a parlare di “pantano libico”?

Fin dall’inizio, l’obiettivo della NATO è stato quello di balcanizzare la Libia dividendola in tre sezioni più piccole: la Tripolitania, il Fezzan e la Cirenaica.

Questo progetto risale ad un antico piano imperialista che britannici, francesi ed italiani, con il supporto statunitense, hanno cercato di riproporre più volte già nel 1943 e nel 1951. Vi furono i primi tentativi di stabilire una amministrazione fiduciaria separata nel 1943 dopo la sconfitta di Italia e Germania nel Nord Africa durante la Seconda Guerra Mondiale. Successivi negoziati internazionali avrebbero toccato la questione della definizione di diverse zone o sfere di influenza in una Libia divisa, ma Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non riuscirono ad ottenere l’assenso sovietico. I governi italiano e britannico nel 1949 presentarono il Piano Bevin-Sforza per la partizione della Libia alle Nazioni Unite, ma questo non ebbe successo. Anche dopo il 1951, queste nazioni cercarono di dividere la Libia stabilendo un emirato federale sotto il loro “delegato” Re Idris I. Questa è una forma di balcanizzazione molto simile all’attuale federalismo che gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre all’Iraq dopo l’invasione del 2003.

Attualmente, l’amministrazione Obama e la NATO sono nel pantano libico. Silvio Berlusconi, David Cameron e Nicolas Sarkozy devono tutti affrontare problemi politici di grande ampiezza. La NATO non può continuare senza definizioni la guerra contro la Libia a meno che non si cambi la strategia. Nè i cosiddetti ribelli possono avanzare in modo significativo sul terreno. Essi sono numericamente minori e questo non aiuta ad ottenere il supporto popolare in Libia. Non sono stati capaci di effettuare grosse incursioni dopo i primi bombardamenti NATO, anche se sono aumentate grazie alle forze speciali e ai consulenti militari NATO, ai jihadisti stranieri nonché ai mercenari.

Deve essere inoltre rilevato con attenzione che la NATO vuole prolungare i combattimenti a livello locale senza avere un ruolo palese. Il suo dilemma, tuttavia, è che non può vincere nè tantomeno può continuare a sostenere i bombardamenti sui civili libici. Così, si assisterà ad un cambiamento di tattica quando la NATO si ritirerà e ricorrerà segretamente ad una guerra sotto copertura e a maggiori operazioni di intelligence. Sarà possibile inoltre assistere a combattimenti al di fuori delle aree strategiche, mentre si cercherà di rendere più sicure zone come quelle di Misurata o Brega quali enclave protette dalla NATO stessa.

Parallelamente, la NATO ha l’obiettivo di mobilitare numerose ONG all’interno della Libia. Queste ONG lavoreranno segretamente per la NATO sul territorio col pretesto della “costruzione della democrazia” e di missioni umanitarie. La NATO ha già inviato segretamente una delegazione a Tripoli per cercare di negoziare l’ingresso di tali ONG nell’ambito dell’accordo di pace tra la NATO e il regime libico.

È nota la proposta del governo turco, una sorta di “road map” per condurre al termine la crisi libica: vi si richiede l’immediato cessate-il-fuoco, la protezione dei civili e una transizione democratica. Ritiene che possa essere una soluzione realizzabile?

Il governo di Ankara affermò simultaneamente la sua amicizia verso la Siria e la Libia. La Turchia ha operato come un “cavallo di Troia” e dunque il suo governo non è mai stato un onesto mediatore. Attraverso l’assistenza alla CIA nonché ad altri servizi di intelligence, i servizi turchi hanno lavorato duramente contro la Libia ed aiutato a destabilizzare la nazione fin dai primi giorni del conflitto.

La proposta turca è fasulla ed è stata male interpretata. Ankara ha lasciato intendere di voler agire da negoziatore tra il governo di Tripoli e il Consiglio di Transizione di Benghazi. In realtà, il governo turco stava lavorando affinchè il Consiglio di Transizione si rafforzasse, dunque a beneficio della NATO. Come la Germania, la Turchia ha sostenuto questa guerra dalle prime battute e non si è opposta al Quartier Generale della NATO. Ha inoltre preso parte alle operazioni navali contro la Libia, è inoltre l’autorità aerea selezionata dalla NATO a Benghazi che ha permesso la spedizione di armi ed, in ultimo, ha garantito la cittadinanza turca ai membri del Consiglio di Transizione.

D’altronde, la realizzazione di un sistema democratico in Libia non è certo un obiettivo della Turchia. L’attuale politica neo-ottomana di Ankara non è basata su un benevolo desiderio di pace e democrazia. È parte di un piano di politica estera nelle mani del governo turco come parte di un sistema imperiale globale. Ankara attualmente si sta adoperando intensamente per favorire l’ascesa di governi cleptocratici in Libia e in tutti i paesi arabi, sotto l’etichetta di riforme democratiche e di democratizzazione. D’altra parte, la Turchia non viene presentata quale modello di democrazia per gli arabi data la mancanza di qualifiche prettamente democratiche. La “road map” turca è solo un miraggio, alla stregua del supporto del governo alla causa palestinese. La proposta di Ankara deve essere intesa esclusivamente come strumento per aprire le porte della Libia al moderno sistema imperiale promosso dagli Stati Uniti.

In uno dei suoi ultimi articoli pubblicati da Global Research, lei parla di una collaborazione israelo-saudita che starebbe favorendo un piano statunitense di smantellamento dei Governi dell’Iran e dei paesi suoi alleati, attraverso la creazione di situazioni di protesta e di settarismo in diversi paesi arabi: ritiene che una tale collaborazione abbia giocato un ruolo, almeno parziale, nella crisi libica?

L’attacco alla Libia è parte di una guerra più ampia, mirante a ristrutturare l’area dalla costa atlantica del Marocco fino all’ex Asia Centrale Sovietica e al confine sino-afghano. Anche in Libia, questo progetto è diretto contro l’Iran e i suoi alleati. A questo proposito, gli stessi metodi di divisione e conquista che sono stati usati in Iraq sono stati utilizzati anche contro i Libici. Queste tattiche hanno operato nella direzione di rafforzare ciò che in arabo può essere chiamato “fitna” (“guerra civile” NDR) tra le varie regioni, tribù e gruppi etnici in Libia. Le differenze etniche in Libia sono un fattore inesistente a livello virtuale, ma al regionalismo e al tribalismo possono essere assegnati connotati politici che rischiano di diventare esplosivi. E’ anche in un tale contesto che le potenze NATO stanno parlando di una divisione tra Berberi e Arabi nel Nord Africa, come pretesto che essi vogliono utilizzare per dividere il Nord Africa e destabilizzare il Continente africano. La strategia della NATO per assassinare il Colonnello Gheddafi mira ad attizzare queste differenze attraverso un vuoto di potere.

Riguardo alla collaborazione israelo-saudita, gli Israeliani sono stati attivi in Libia e hanno parlato con entrambi i fronti. Il Mossad ha mandato segretamente agenti a Bengasi e a Tripoli per parlare ad entrambe le fazioni libiche a nome di Tel Aviv. Nello stesso tempo, gli Arabi Khaliji (del Golfo) hanno lavorato attivamente contro Tripoli e hanno supportato il Consiglio di Transizione. Nello specifico, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein sono stati molto attivi contro Tripoli nei fronti politico, diplomatico, militare, finanziario e mediatico. Ormai, il ruolo saudita non può essere ignorato. Sono stati l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo a dirigere la richiesta della Lega Araba verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la Libia. Essi hanno inoltre architettato la sospensione della Libia dalla Lega Araba. Al Arabiya, che è posseduto dai Sauditi, ha inoltre diffuso le prime accuse secondo cui un membro della Corte Internazionale per i Crimini contro l’Umanità avrebbe dichiarato che migliaia di civili erano stati uccisi a Bengasi dal regime libico.

E’ interessante che esistano timori nei quartieri generali del Pentagono e della NATO che Iran e Libia possano formare un’alleanza strategica contro Washington e la NATO. La stampa israeliana ha dichiarato che la Guardia Rivoluzionaria Iraniana avrebbe mandato in segreto consulenti e personale militari in Libia per assistere i Libici contro la NATO. Tripoli e Tehran hanno molte cose in comune e ora ancora di più. Entrambi stanno iniziando a considerare di stringere maggiori contatti reciproci. Un asse strategico può entrare in attività tra Tripoli e Tehran, e questa è una causa reale di preoccupazione per Washington e la NATO.

I media e i social network hanno un ruolo fondamentale nella diffusione delle informazioni. Lei ritiene che, in alcuni casi, ci sia stata una qualche distorsione di quanto sta accadendo, come nel caso della Siria o della stessa Libia?

Non può trascurarsi la manipolazione che sui media è stata operata dalle forze armate degli Stati Uniti e dagli altri membri della NATO, come Francia e Gran Bretagna. Tale manipolazione è avvenuta allo scopo di fabbricare il consenso dell’opinione pubblica e di fornire una precisa percezione della gestione delle operazioni. Senza dubbio, i media ed internet sono stati ingredienti essenziali nel lancio della guerra in Libia e nel destabilizzare la Siria. In entrambi i paesi, infatti, Facebook, Twitter, cellulari e Youtube sono stati usati per diffondere materiale contro i due regimi di Tripoli e Damasco. La CNN, la BBC, Al Jazeera, Al Arabiya, Fox News, Sky News, France24, TF1 e numerosi altri network e giornali si sono rimessi alle fonti di questi social media come fossero particolarmente autorevoli, senza neppure verificare le informazioni postate o le rivendicazioni che sono state fatte.

Nei primi giorni di protesta e violenza in Libia e Siria, questi social media sono stati immediatamente mobilitati dall’esterno. Vi furono ben presto pagine di Facebook etweets circa quanto stava accadendo, con migliaia di sconosciuti iscritti. Gli autori di queste pagine, tuttavia, sono alquanto discutibili. Infatti, tali pagine erano tutte scritte in inglese ed altre lingue straniere e molto ben progettate. Non sono dunque sembrate in alcun modo spontanee e gli account coinvolti non erano nella lingua madre di Siria e Libia, ovvero l’arabo.

Nel caso della Siria, questi siti internet sono stati creati nel febbraio 2011, prima delle proteste, e risultano presentare affermazioni simili a quelle dei principali media circa proteste in quella nazione che non si sono mai materializzate. Una specifica pagina, nel caso siriano, è “The Syrian Revolution 2011” che incitava ad una giornata della colleravenerdì 4 febbraio 2011. Il nome di questa pagina su Facebook era in inglese e il numero di persone che si sono iscritte non si è effetivamente tradotto in una eguale mobilitazione fisica. Inoltre, molti degli account erano registrati sotto utenti che si suppone vivano in piccole aree urbane della Siria dove è sensibilmente ridotto il numero di persone che ha effettivo accesso ad internet.

Vi è anche un legame diretto tra le organizzazioni in Siria e Libia che hanno lanciato queste campagne ed i canali presenti a Washington. Questi social media non sono stati solo citati quali fonti veritiere, ma sono stati attivamente mobilitati ed usati dai maggiori network contro il governo di Damasco e Tripoli. Il materiale usato dalla CNN ed altri network ha alimentato le domande sull’integrità dei principali media e le loro connessioni con il complesso militare-industriale, dal quale il Presidente Dwight Eisenhower aveva cercato di mettere in guardia l’opinione pubblica.

Per esempio, la CNN in un reportage di Sara Sidner ha utilizzato un video di Youtube relativo ad uno stupro. Sembra che la stessa CNN abbia montato tale video. La CNN ha affermato che il video riguardasse una donna di Misurata che veniva violentata da soldati libici. In realtà, lo stupro ha avuto luogo a Tripoli ed era un crimine domestico avvenuto prima dei combattimenti di Misurata e senza coinvolgimento alcuno di soldati libici.

Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno usato i social network contro l’Iran a seguito delle ultime elezioni presidenziali e li stanno utilizzando ora contro Libia e Siria. Stanno inoltre preparandosi a ricorrervi contro i loro oppositori in Bolivia, Cuba, Venezuela, Bielorussia, Russia, Serbia, Ecuador, Armenia, Libano, Ucraina, Cina e molte altre nazioni che desiderano controllare. A parte l’addestramento di persone dell’opposizione che viene effettuato dal Dipartimento di Stato nordamericano col pretesto di promuovere la democrazia, questa situazione spiega al meglio il perchè, per più di un decennio, sia il Pentagono che la NATO abbiano cercato di dare enfasi ad una strategia militare all’interno del cyberspazio. L’uso dei social media è ricaduto sotto il controllo e le politiche del Social Media in Strategic Communication (SMSC) del Pentagono, il cui proposito è utilizzare i media quale strumento di guerra. Sia le forze militari statunitensi che quelle israeliane sono conosciute per avere dei team di persone specializzate nell’andare su internet e lasciare commenti, cercando in tal modo di influenzare l’opinione pubblica attraverso la partecipazione a forum e conversazioni online. Questo include anche curare Wikipedia ed altri simili siti di enciclopedie open source. È inoltre noto pubblicamente che le forze aeree degli USA abbiano ordinato dei software per gestire le innumerevoli personalità online quale parte di questo progetto militare.

Inoltre, gli Stati Uniti, paradossalmente, hanno provvisto regimi come quelli in Bahrein, Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait di tecnologia e software necessari per contrastare e impedire l’uso dei social network da parte dei loro cittadini. Tali network sono stati utilizzati anche per applicazioni militari. Twitter, ad esempio, è stato utilizzato in Libia per fornire la localizzazione degli obiettivi per le forze militari della NATO.

Quali forze stanno cercando di rovesciare Basher Al-Assad in Siria? Si tratta soltanto di una sollevazione popolare? O lei vede forze esterne all’opera in Siria per smantellare il regime di Assad? Qual è il ruolo di Turchia e Israele nel caso siriano?

In Siria esistono tensioni e rabbia reali, ma gli eventi di questi mesi non sono causati da una sollevazione popolare. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, i Saud, il Qatar, la minoritaria Alleanza del 14 marzo guidata da Hariri in Libano, la Giordania e Israele hanno fomentato i problemi in Siria attraverso la manipolazione mediatica, attraverso agenti provocatori e infiammando la rabbia interna legittima e illegittima. A prescindere da ciò che ognuno pensa del Presidente Basher Al-Assad, è innegabile che egli sia estremamente popolare tra il popolo siriano.

Gli eventi in Siria e in Libia sono coordinati. Scavando in profondità si può vedere come le stesse persone abbiano aiutato ad orchestrare questi eventi dal Cairo, inclusi Bernard-Henri Lévy e Mahmoud Jibril. Le persone e organizzazioni che hanno favorito lo scoppio del conflitto in Libia sono gli stessi attori che hanno tentato di rovesciare il Presidente Basher Al-Assad e il regime siriano. Al Jazeera e il National Endowment for Democracy (NED) sono due di queste entità. La direzione di Al Jazeera ha legami molti stretti con Mahmoud Jibril, che ha lavorato per la testata qatariota. In parallelo, le organizzazioni per i diritti umani che hanno aiutato a demonizzare Damasco e Tripoli lanciando false accuse di repressione di massa sono legate al NED e agli individui che hanno fomentato la violenza in Libia e in Siria.

I mezzi d’informazione principali stanno sovvertendo i fatti. I partiti e le forze coinvolti nel disordine siriano hanno nei fatti marginalizzato ogni reale voce democratica in Siria. Per ironia della sorte, queste forze sono presentate come opposte al Governo siriano sulla premessa che il regime siriano non è democratico. Tuttavia, la massa di queste forze che spingono per la caduta di Basher Al-Assad sono a loro volta contro la democrazia. Tra queste forze ci sono i Fratelli Musulmani e il Partito di Tahrir, che sono partiti multinazionali con uffici a Londra, dove vengono istruiti dagli Inglesi. Questi partiti sono inoltre una minoranza in Siria e non offrono alcuna alternativa politica migliore del regime siriano. E nemmeno rappresentano l’Islam in molti delle loro credenze e comportamenti.

La Turchia è stata attivamente coinvolta nella cospirazione contro Siria e Libia. Ho visto una prova inconfutabile di ciò a Tripoli, dove i servizi segreti turchi sono stati molto attivi nell’aiutare a preparare il terreno per le operazioni contro la Libia. E’ stata l’intelligenceturca a stabilire i contatti che CIA, MI6 e altre agenzie di spionaggio della NATO stanno usando in Libia.

Il ruolo turco nella destabilizzazione della Siria è diventato molto chiaro. Dopo le elezioni parlamentari turche, il linguaggio del Primo Ministro Erdogan sulla Siria è cambiato rapidamente da quello della amichevole retorica preelettorale alle dure minacce. Il Governo turco ha mostrato la sua vera faccia dopo che Erdogan è stato rieletto dal popolo turco.

Tutti i problemi in Siria sono emersi nelle aree di confine del paese. La prima ondata di violenza è avvenuta vicino al confine giordano, poi la violenza è esplosa vicino al confine libanese e infine una insurrezione armata è sorta vicino al confine con la Turchia. Ankara ha fornito un grande supporto coperto e scoperto contro il regime siriano e le sue forze. E’ stata addirittura discussa in Turchia la proposta di usare l’esercito turco per creare una zona cuscinetto dentro la Siria. A questo punto, i media turchi sono stati mobilitati contro la Siria e l’esercito turco ha violato attivamente il territorio siriano quando gruppi armati supportati segretamente dalla Turchia hanno iniziato ad attaccare l’esercito siriano.

Allo stesso tempo, Ankara ha iniziato un’azione politica contro la Siria, fornendo supporto logistico e politico ai gruppi di opposizione siriani, che sono stati addirittura ospitati ad una conferenza in suolo turco vicino al confine con la Siria, e fornendo anche il luogo dei combattimenti tra gli insorgenti e l’esercito siriano. Il Governo turco ha iniziato a intimare a Damasco di “riformare”. La parola “riformare” è un termine in codice che significa “obbedire” e “sottomettersi” e non ha nulla a che vedere con il processo autentico di democratizzazione o libertà in Siria. A questo proposito, Ankara ha ordinato alla Siria di cambiare la propria politica, di entrare nell’orbita della NATO, di smarcarsi dall’alleanza strategica con l’Iran e di interrompere il supporto verso Hezbollah e i gruppi di resistenza palestinesi.

Il comportamento della Turchia non va analizzato separatamente da quello di NATO e Israele. Malgrado Tel Aviv sia stata molto silenziosa, Israele non è stato assente dalla campagna per la sottomissione della Siria. I servizi segreti di Turchia e Israele hanno collaborato in modo stretto e si sono coordinati contro la Siria e i suoi alleati. In realtà, in Libano e in Siria sono state catturate diverse spie israeliane collegate agli eventi siriani. Il ruolo di Israele nella destabilizzazione e nella ristrutturazione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa non deve essere dimenticato. Il Piano Yinon israeliano per dividere la regione è una testimonianza reale di ciò.

Analizzando le nuove posizioni in politica estera del Cairo (relazioni normalizzate con l’Iran, rivalutazione dei legami con Israele, per citarne alcune), lei pensa che l’Egitto possa riconquistare la sua influenza regionale, anche attraverso l’espresso impegno delle forze armate di promuovere un sistema democratico?

Vi sono stati dei cambiamenti superficiali, l’Egitto vive ancora una situazione instabile e dinamica. I principali media stanno nascondendo numerosi fatti circa gli eventi locali e vi è una continua lotta nel paese. In realtà, Il Cairo non ha sperimentato alcun reale cambio di regime o una trasformazione democratica. Il riavvicinamento a Tehran non ha ancora dato i suoi frutti. La stessa promessa di porre fine all’assedio contro i palestinesi a Gaza non è stata onorata. Tutti i precedenti attori politici sono presenti al potere. Le forze armate egiziane governano la nazione così come succedeva con il Presidente Mubarak e il Presidente Sadat. I Fratelli Musulmani sono stati cooptati nell’intento di fornire un cambiamento che si mostri come una sorta di lifting politico alle sembianze dell’Egitto.

Tuttavia, lo spirito della popolazione egiziana è mutato e non è più preoccupata di opporsi ai propri leader: un reale sentimento rivoluzionario pervade la società egiziana. Se l’Egitto riuscirà a giungere ad una autentica trasformazione politica, il mondo intero assisterà ad una robusta presenza del Cairo in Africa e nel mondo arabo tale da porlo in competizione con Washington, Tel Aviv e l’Unione Europea. L’Egitto di Nasser era un centro fondamentale di resistenza e opposizione a Washington, nel sostegno alla resistenza algerina contro l’occupazione francese, a quella yemenita contro gli inglesi e a quella palestinese contro l’occupazione israeliana. Il Cairo supportava l’indipendenza e i movimenti anti-imperialisti in Africa e nel mondo intero. Se il popolo egiziano riuscirà a costruire con successo un sistema libero da qualsiasi tutela esterna, allora tornerà ad essere un forte leader pan-arabo e pan-africano.

Nel mondo arabo si materializzerà una nuova dinamica. Se davvero vi sarà una trasformazione, l’Egitto potrà competere con Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e Unione Europea per il primato di influenza tra gli arabi. Entrerebbe in contrasto con numerose altre potenze che stanno cercando di stabilire il loro controllo in Africa. Allo stesso tempo, Il Cairo indubbiamente si sposterà geopoliticamente verso l’Iran, la Siria, la Russia e la Cina. Coopererà con Damasco e Tehran contro le potenze esterne in Medio Oriente e si potrà addirittura coordinare con Tripoli per realizzare l’unificazione dell’Africa.

Perché le proteste nella Penisola Araba (Arabia Saudita o Bahrein, per esempio) non sono state perseguite nello stesso modo in cui lo sono state in Nord Africa?

Le proteste nella Penisola Araba sono un effetto collaterale delle conseguenze degli eventi in Tunisia e in Egitto. Queste proteste sono autoctone e organiche, e riflettono il malcontento interno dei popoli della Penisola Araba. Queste proteste inoltre si sono trovate ad andare contro gli interessi strategici, politici ed economici di Washington, dell’Unione Europea e di Israele. Questo è il motivo per cui tali proteste arabe sono state liquidate e ignorate da Associated Press, Sky News, CNN e BBC.

Nulla è stato fatto in Bahrein e in Oman, mentre la Siria è isolata e la Libia è stata attaccata dalla NATO. Attorno alla Penisola Araba, nulla è detto riguardo al Regno Hashemita di Giordania e al Marocco. Anche queste insurrezioni dovrebbero essere esaminate e analizzate nel contesto degli interessi della politica estera statunitense. Una volta che ciò fosse fatto, allora una serie di contatti potrebbero essere stabiliti tra queste rivolte e il comportamento degli Stati Uniti e della UE nei loro riguardi. In realtà, Mahmoud Jibril del Consiglio di Transizione con base a Bengasi, che gli USA presentano come un campione di libertà e democrazia, ha supportato gli Al-Khalifa in Bahrein e gli altri dittatori del mondo arabo. Mahmoud Jibril è inoltre stato l’uomo che ha aiutato molti dei regimi arabi a presentare una facciata radiosa al mondo mentre essi massacravano i propri cittadini.

Mentre zone di interdizione aerea erano imposte in Libia, nulla è stato fatto nei confronti delle uccisioni e delle torture in Bahrein. Washington e l’Unione Europea hanno tutti pressoché ignorato i crimini in Bahrein contro il popolo da parte del regime degli Al-Khalifa. Inoltre, essi hanno voltato la testa mentre l’Arabia Saudita interveniva militarmente in Bahrein e mentre i Saud uccidevano e reprimevano i propri cittadini.

FONTE: Eurasia


Goldman Sachs, Tripolirip

Che cosa fareste se una banca, alla quale avevate affidato 100.000 euro per farli fruttare, vi comunicasse che in un anno si sono ridotti a meno di 2.000 euro?

È quanto accaduto alla Libia, come documenta un’inchiesta del «Wall street journal» [1]. Dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, affluirono in Libia decine di banche e società finanziarie statunitensi ed europee. Tra queste la Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento del mondo, la cui sede principale è a New York. Nella prima metà del 2008, l’Autorità libica di investimento le affidò 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (capitali dello stato investiti all’estero). La Goldman Sachs li investì in un paniere di valute e in azioni di sei società: la statunitense Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit e la spagnola Santander, la compagnia tedesca di assicurazioni Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e l’italiana Eni. Un anno dopo, la Goldman Sachs comunicò all’Autorità libica che, a causa della crisi finanziaria, il fondo libico aveva perso il 98% del suo valore, riducendosi da 1 miliardo e 300 milioni a 25 milioni di dollari. I responsabili dell’Autorità libica, furiosi, convocarono a Tripoli il responsabile della Goldman Sachs per il Nordafrica. L’incontro fu tempestoso, tanto che la Goldman Sachs evacuò precipitosamente i suoi impiegati da Tripoli, temendo che venissero arrestati. Poiché la Libia minacciava un’azione legale, che avrebbe compromesso la reputazione della banca agli occhi di altri investitori istituzionali, la Goldman Sachs le offrì come risarcimento azioni privilegiate della banca stessa. Ma poiché i libici erano giustamente sospettosi, l’accordo non venne firmato. Restava così aperta la possibilità, temuta dalla Goldman Sachs, che l’Autorità libica intraprendesse un’azione legale internazionale. Casi analoghi di «cattiva amministrazione del denaro libico» sono documentati da un’inchiesta pubblicata dal «New York Times» [2]. Ad esempio la Permal – unità della Legg Mason, una delle principali società di gestione di investimenti, con sede a Baltimora – ha amministrato 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici, che hanno perso il 40% del loro valore tra il gennaio 2009 e il settembre 2010. In compenso, la Permal ha riscosso 27 milioni di dollari per le sue prestazioni. Lo stesso hanno fatto altre banche e società finanziarie, come l’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hsbc e il Credit Suisse. Nei loro confronti l’Autorità libica minacciava di intraprendere azioni legali internazionali, che avrebbero danneggiato l’immagine di questi «prestigiosi» organismi finanziari. Il tutto si è risolto felicemente quando, lo scorso febbraio, Stati uniti e Unione europea hanno «congelato» i fondi sovrani libici. La loro «custodia» è affidata alle stesse banche e società finanziarie che li avevano così bene gestiti. E dal furto si è passati alla rapina a mano armata quando, in marzo, è iniziata la guerra.

Sotto la copertura dei cacciabombardieri Nato, la Hsbc e altre banche di investimento sono sbarcate a Bengasi per creare una nuova «Central Bank of Libya», che permetterà loro di gestire i fondi sovrani libici «scongelati» e i nuovi ricavati dall’export petrolifero. Questa volta, sicuramente, ottenendo alti rendimenti.

Fonte :Il Manifesto (Italia) 

[1] « Libya’s Goldman Dalliance Ends in Losses, Acrimony », Magaret Coker, Liz Rappaoprt, Wall Street Journal, 31/05/2011.

[2] « Western Funds Are Said to Have Managed Libyan Money Poorly », David Rohde, The New York Times, 30/06/2011.

 

 

 

Guerre umanitarie: la pulizia etnica dei Libici Neri

Editoriale di Black Star News.

I “ribelli” a Misurata in Libia hanno cacciato l’intera popolazione nera della città, secondo un racconto agghiacciante di «The Wall Street Journal» con il titolo “Città libica lacerata da faida tribale. I “ribelli” ora si trovano in vista della città di Tawergha, a 40 km di distanza, e giurano di ripulirla da tutte le persone di colore, una volta che si impadroniscano della città. Non è questa la perfetta definizione del termine “genocidio”? Secondo l’articolo del «Wall Street Journal», i “ribelli” si riferiscono a se stessi come «la brigata per l’eliminazione degli schiavi, pelle nera». Il giornale cita un comandante ribelle, Ibrahim al-Halbous, all’atto di dichiarare sui libici neri che «dovrebbero fare le valigie,» e che «Tawergha non esiste più, solo Misurata».

Non leggerete un articolo di questo tipo nel «New York Times», che è diventato giornalisticamente corrotto e compromesso come la vecchia «Pravda» dell’era sovietica. Questa rubrica ha insistito fin dall’inizio del conflitto di Libia sul fatto che i “ribelli” hanno abbracciato il razzismo e usato l’accusa che Muammar Gheddafi avesse impiegato mercenari provenienti da altri paesi africani come un pretesto per massacrare i libici neri.

Le prove di pubblico linciaggio di persone di colore sono disponibili online attraverso semplici ricerche di Google o YouTube, anche se il «New York Times» ha completamente ignorato questa storia cruciale. Qualcuno ritiene che se gente di origine africana controllasse gli editoriali del «New York Times» o addirittura le pagine delle notizie una storia così grande e negativa sarebbe stata ignorata?

Se il caso fosse capovolto e i libici neri stessero commettendo pulizia etnica contro i libici non di colore, qualcuno crede che le persone che ora controllano gli editoriali o le pagine di news al «New York Times» ignorerebbero una storia del genere? Evidentemente, non è motivo di fastidio per i guru del «Times» il fatto che i libici neri siano presi specificamente di mira in funzione di una loro liquidazione per via del colore della loro pelle.

Invece il «New York Times» ha altro da fare, come in un recente editoriale che vantava il suo sostegno alla campagna di bombardamenti della NATO, che solo in questa settimana a quanto si riferisce ha ucciso 20 civili. Il «Times» ha anche ignorato l’appello del parlamentare Dennis Kucinich affinché la Corte penale internazionale (CPI) indaghi i comandanti della NATO su possibili crimini di guerra in relazione ai civili libici uccisi.

Il «Times» non può scrivere sulla pulizia etnica dei libici neri e dei migranti da altri paesi africani in quanto diminuirebbe la reputazione dei “ribelli” che il giornale ha pienamente preso sotto le sue amorevoli cure, perfino dopo che la Corte penale internazionale ha pure riferito che anche loro hanno commesso crimini di guerra. Invece, il «Times» si trova a suo agio con la narrazione semplicistica: «Gheddafi cattivo», e «ribelli buoni», a prescindere addirittura dal fatto che il «Wall Street Journal» ha anche riferito che i ribelli sono stati addestrati da ex leader di al-Qa‘ida che erano stati affrancati dalla detenzione statunitense nella Baia di Guantanamo.

Il «New York Times» ha anche del tutto ignorato il piano di pace dell’Unione Africana (UA), che fa appello essenzialmente a un cessate il fuoco, per dei negoziati finalizzati a una costituzione, ed elezioni democratiche, il tutto da far monitorare alla comunità internazionale.

Quindi, cosa possiamo dire del «New York Times» per il fatto di aver ignorato la pulizia etnica dei libici neri da parte dei “ribelli” di Misurata, con l’aiuto della NATO? Questo rende per caso «The New York Times» colpevole della pulizia etnica, in quanto il giornale non solo ignora deliberatamente la storia, ma altresì dipinge falsamente i “ribelli” come salvatori della Libia?

Telefonate al «New York Times» al (212) 556-1234 e domandate del redattore degli Esteri per chiedergli perché il suo giornale non stia riferendo nulla della pulizia etnica dei libici neri.

 

“Dire la verità per dar forza”.

 

Fonte: http://www.blackstarnews.com/news/135/ARTICLE/7478/2011-06-21.html.

Traduzione per Megachip a cura di Pino CabrasMelania Turudda.

 

 

I “ribelli” libici cominciano a vendere il petrolio agli USA

Il primo carico di petrolio libico è arrivato negli Stati Uniti l’8 giugno, a seguito di un accordo firmato dagli Stati Uniti e il Consiglio nazionale di transizione, l’ auto proclamato governo legittimo della Libia. La vendita rivela finalmente le vere ragioni dietro la campagna della NATO, precedentemente descritte come un tentativo di fornire la sicurezza dei civili libici. I civili continuano a soffrire, le forze della NATO continuano a tentare di sbloccare la situazione e l’ America sembra essere l ‘unica sponda del conflitto  a beneficiare della cosiddetta “operazione di salvataggio”.

Nel frattempo i rappresentanti dei paesi arabi e occidentali si sono riuniti negli Emirati Arabi Uniti per discutere il futuro della Libia dopo la presunta fine di Gheddafi. Ma il Colonnello non sembra avere fretta di arrendersi, il che è stato chiaramente dimostrato dalla mancanza di risultati dei bombardamenti della NATO di Tripoli.

Un piano “per prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili e i civile delle zone popolate”, dichiarato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  sta fallendo miseramente. Tuttavia, mentre i civili libici subiscono le azioni sia dei ribelli che delle truppe governative, il petrolio libico è stato tranquillamente trasportato in America. Come ha confermato mercoledi il Dipartimento di Stato americano, il governo ribelle che controlla le regioni orientali della Libia aveva fatto la sua prima vendita.

L’accordo segue l’annuncio fatto ad aprile dall’ Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro che ha istituito un nuova politica di licenze con la Libia. Gli Stati Uniti hanno dovuto prendere questo provvedimento per facilitare le transazioni petrolifere con il Consiglio nazionale di transizione.

Secondo una dichiarazione scritta da parte del Dipartimento di Stato, Tesoro, una raffineria di petrolio degli Stati Uniti, ha firmato un accordo con il Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi, in Libia per 1,2 milioni di barili di greggio libico. Il valore in dollari della transazione è ancora sconosciuta.

La dichiarazione afferma che la vera ragione dietro l’accordo con CNT sia l’intenzione di sostenere il popolo libico. Tuttavia, bisogna essere estremamente ingenui per credere che ogni persona libica finita sotto queste caotico fuoco incrociato otterrebbe un singolo centesimo da questo accordo.

Mentre gli Stati Uniti stanno risolvendo con successo il proprio problema del petrolio, i leaders occidentali e arabi si preparano a decidere il futuro della Libia. I membri del cosiddetto Gruppo di Contatto – una coalizione di vari paesi ed organizzazioni internazionali che hanno riconosciuto ufficialmente il CNT come il legittimo governo della Libia – si incontreranno negli Emirati Arabi Uniti. E ‘la terza riunione del gruppo incaricato di discutere le possibilità di sviluppo del paese dopo la fine del regime di Gheddafi.

E ‘un fatto sorprendente che nonostante l’inizio  degli scambi di petrolio con il CNT, gli Stati Uniti non hanno ancora riconosciuto il nuovo governo della Libia. “Stiamo ancora valutando ma non c’è nessuna decisione definitiva ad oggi”, ha detto un funzionario Usa, commentando il possibile riconoscimento del CNT.

Mentre i membri del Gruppo di contatto stanno decidendo il futuro del post-Gheddafi in Libia, Gheddafi stesso non manifesta alcuna intenzione di rinunciare al suo potere. “Noi non ci arrenderemo, noi non ci arrenderemo”, ha dichiarato il leader assediato in risposta all’ intensificato bombardamento di Tripoli da parte delle forze aeree della NATO. La NATO deve affrontare il fatto che tutte le sue strategie per porre fine al conflitto rimangono altro che parole vuote,mentre il paese affonda sempre più nel caos.

L’ultima relazione del Consiglio ONU sui diritti umani  afferma che i crimini di guerra nel travagliato paese continuano e questo significa che i cittadini della Libia continuano a pagare un prezzo sanguinoso per le ambizioni europee e il petrolio americano.

LINK: US oil deal reveals real reasons behind Libyan campaign

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Libia, ribelli vendono petrolio agli UsaLaStampa.it

A cosa serve il Tribunale Penale Internazionale?

Lo scorso 16 maggio, Luis Moreno Ocampo, procuratore capo del Tribunale penale internazionale (TPI) dell’Aia, ha ufficialmente  chiesto un mandato di arresto per il leader libico Gheddafi  per “crimini contro l’umanità”. Inoltre sono stati accusati il figlio del Colonnello, Seif al-Islam e il capo dell’intelligence libica Abdullah Senussi.

Il giurista statunitense David Scheffer ha detto all’agenzia France Presse che : ” La NATO senza dubbio apprezzerà le indagini della Corte e l’accusa verso i leaders libici, Gheddafi compreso.”

Beh, sì. E nessuno è più indicato a conoscere ciò che apprezza la NATO di David Scheffer.

Il giorno prima, Tripoli aveva fatto un’altra offerta di una tregua, chiedendo la fine dei bombardamenti della NATO e di avviare i negoziati di pace con i ribelli armati basati a Bengasi. La risposta della NATO ha assunto la forma dell’atto d’accusa del TPI. Quando le bombe della Nato cadono su un paese per spodestare un leader, quel leader deve essere trattato come un criminale comune. Il suo posto non può essere al tavolo dei negoziati, ma dietro le sbarre. Un atto d’accusa internazionale trasforma comodamente un’aggressione militare della NATO in una azione di polizia per arrestare “una persona accusata di crimini di guerra” -un’espressione che evacua la presunzione di “innocenza fino a prova contraria “.

Si tratta di uno schema ricorrente.

Il 24 marzo 1999, la NATO cominciò a bombardare la Jugoslavia a sostegno dei ribelli armati albanesi in Kosovo. Due mesi dopo, a metà maggio, mentre i bombardamenti si intensificavano contro le infrastrutture della Serbia, il procuratore capo del Tribunale penale internazionale per la Iugoslavia (ICTY) a L’Aia,Louise Arbour, emise un atto di accusa contro il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic per crimini contro l’umanità. Quasi tutti i presunti “crimini contro l’umanità”  avvennero  in Kosovo durante il caos dovuto proprio ai bombardamenti della NATO.

Il 31 marzo 2011, la NATO ha cominciato a bombardare la Libia, e questa volta la Corte penale internazionale è stata ancora più veloce. E le accuse sono ancora meno consistenti. Ocampo ha detto che  vi erano prove che  Gheddafi abbia  personalmente ordinato gli attacchi contro gli “innocenti civili libici”.

In Libia, come nella guerra del Kosovo, le accuse sono quelle fatte dai ribelli armati sostenuti dalla NATO, senza alcuna traccia riconoscibile di una indipendente indagine neutrale.

Durante la primavera del 1999, David Scheffer, che aveva allora  segretario di Stato americano l’ambasciatrice Madeleine Albright in generale per i crimini di guerra, ha visitato Louise Arbour e le ha procurato relazioni NATO su cui basare le sue accuse. Infatti, Scheffer aveva in precedenza contribuito a costituire l’ICTY secondo le istruzione della signora Albright. Le accuse del maggio 1999 raggiunsero il loro scopo principale immediatamente:  bloccare i negoziati e continuare a giustificare i bombardamenti della NATO. Come dice Madeleine Albright , “Noi non stiamo trattando con Milosevic … Ie imputazioni, a mio avviso, chiariscono la situazione, in quanto dimostrano veramente che stiamo facendo la cosa giusta in termini di risposta al tipo di crimini contro l’umanità che Milosevic ha commesso. “( Michael Mandel, How America Gets Away With Murder, PlutoPress, 2004, pp.141-145).

In sintesi, in entrambi i casi un “tribunale/corte internazionale penale  ” interviene nel bel mezzo di un bombardamento della Nato ad accusare il leader del paese che è bombardato di “crimini contro l’umanità” sulla base di prove inconsistenti fornite dalla stessa NATO o dai suoi ribelli clienti.

Così la Corte penale internazionale si rivela essere il proseguimento della ICTY, che è, non uno strumento  di giustizia internazionale, ma il braccio giudiziario di intervento occidentale nei paesi più deboli. La Corte penale internazionale potrebbe anche significare Copertura dei crimini imperialisti.

E certo non si merita il suo titolo ufficiale, in quanto ignora diligentemente i veri “crimini internazionali”, come l’aggressività degli Stati Uniti e della NATO o le stragi di civili che ne derivano. Anzi, finora gli unici  presunti reati che si è impegnata a perseguire sono stati tutti il risultato di conflitti interni che si svolgono in paesi del continente africano. In breve, la Corte penale internazionale finora agisce principalmente come un modo per esercitare pressioni politiche  o per giustifica l’azione militare contro quei deboli governi che le potenze occidentali vogliono sostituire con  leader da loro scelti.

Per quanto riguarda l’atto di accusa contro Gheddafi, Scheffer è citato da AFP  dicendo che la mossa potrebbe aumentare la pressione su Gheddafi a pensare di trovare rifugio in un paese che non abbia accettato la giurisdizione della CPI. Questo è un commento senza senso, dato che la Libia di per sé non ha accettato la giurisdizione della CPI. Nemmeno il Sudan, che non ha impedito alla CPI di andare dal suo presidente, Omar Al Bashir, anche se la CPI dovrebbe applicarsi solo ai paesi che hanno riconosciuto la sua giurisdizione. Ma il non riconoscimento della giurisdizione della CPI si rivela essere di nessuna protezione per i paesi deboli. E proprio mentre la NATO e la Corte penale internazionale continuano a perseguire Gheddafi con il pretesto che egli stia “uccidendo il suo stesso popolo”, in Afghanistan le forze armate della NATO continuano a uccidere impunemente persone che non sono loro connazionali.

La CPI si è sviluppata in una delle testimonianze più evidenti di due pesi e due misure. Gli Stati Uniti manipolano la Corte penale internazionale, senza riconoscere la sua giurisdizione e dopo aver ulteriormente protetto sé stessi mediante accordi bilaterali con una lunga lista di paesi che prevedono l’immunità per i cittadini degli Stati Uniti, cosi come da leggi del Congresso degli Stati Uniti per proteggere i cittadini dalla Corte penale internazionale.

Altri paesi della NATO hanno riconosciuto la giurisdizione della CPI, ma non vi è alcun segno che possano mai essere tormentati dal tribunale internazionale.

Domenica scorsa, due avvocati francesi notoriamente anticonformisti, Jacques Vergès e l’ex ministro degli Esteri Roland Dumas, hanno annunciato la loro intenzione di intentare una causa contro il presidente Nicolas Sarkozy per “crimini contro l’umanità”in Libia. In una conferenza stampa a Tripoli, Dumas ha deplorato che la missione NATO per proteggere i civili in realtà li sta uccidendo, e si è detto pronto a difendere Gheddafi alla Corte penale internazionale. Nel frattempo, i due avvocati intendono rappresentare le famiglie delle vittime dei bombardamenti della NATO nel contenzioso contro Sarkozy nei tribunali francesi.”Stiamo andando a sfondare il muro del silenzio”, ha annunciato Vergès.

Ci sono prove più consistenti delle vittime civili dei bombardamenti della NATO, tra cui i tre nipoti del Colonnello Gheddafi, che dei “crimini contro l’umanità ” attribuiti da Ocampo al leader libico. Ma il pubblico francese è stato ipnotizzato dalla propaganda raffigurante Gheddafi come un mostro assetato di sangue il cui unico desiderio è quello di “uccidere il suo stesso popolo”. Dato che la maggior parte delle persone in Occidente non sa assolutamente nulla di Libia, va bene qualsiasi cosa….

Lunedi ‘, mentre la Francia e la Gran Bretagna si preparano a inviare elicotteri da combattimento per sostenere i ribelli armati e caccaire Gheddafi, il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha annunciato che  il “regno di terrore di Gheddafi sta volgendo al termine”.

La reale “pioggia di terrore”  è la pioggia di bombe della NATO che cade sugli inermi di Tripoli, con il chiaro intento di terrorizzare i libici ad arrendersi ai ribelli appoggiati dalla NATO.

E non vi è alcun segno che stia volgendo al termine.

di: Diana Johnstone

LINK: What Does the ICC Stand For? The Imperialist Crime Cover-Up

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Le bombe “umanitarie” Nato peggio della dittatura del Raìs

I raid dell’alleanza fanno sempre più vittime civili. Però quasi tutta la stampa italiana fa finta di nulla.

C’ è una guerra in corso da tre mesi, i bombardieri della Nato tuonano giorno e notte, ma dove sono i giornalisti di denuncia, i Santoro, i Lerner, i Floris e dove sono l’Annunziata e la D’Amico? Dov’è la schiena diritta del giornalismo sedicente libero, quello che chiama “servi” tutti gli altri? Sarei curioso anche di sentire la saggia voce di spiriti liberali come Paolo Mieli o Ernesto Galli della Loggia. Invece sono diventati tutti muti. A cosa si deve questo improvviso silenzio collettivo?

È vero che il 26 aprile scorso si poteva leggere sul “Corriere della sera” che «il Colle sostiene i bombardamenti» con l’opposizione di sinistra tutta allineata dietro Napolitano (il governo già si era dovuto adeguare). E che anche mercoledì scorso, al vicepresidente americano Biden, Napolitano ha ripetuto che l’Italia è «fianco a fianco» con gli Usa nella vicenda libica. Ed è vero che il compagno-presidente con tale entusiastica adesione ai bombardamenti “umanitari” è diventato il riferimento privilegiato della Casa Bianca, relegando di fatto l’indebolito e incerto Berlusconi (che ha dovuto seguirlo nell’impresa) a un ruolo di secondo piano.

L’AUTOBAVAGLIO

Ma la stampa avrebbe almeno il dovere di raccontare ciò che sta accadendo. Invece niente. Un autobavaglio così totale non si era mai visto. Eppure ogni notte i bombardieri Nato colpiscono duro. Il Vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, implora instancabilmente di smetterla con le bombe. Ha dichiarato ad Asianews: «La Nato ha intensificato i bombardamenti e continua a fare vittime. I missili stanno cadendo ovunque e purtroppo non colpiscono solo zone militari, ma anche civili. La gente a Tripoli soffre, anche se nessuno ne parla». Nell’ultima settimana il vescovo ha denunziato il bombardamento di un ospedale, di un quartiere popolare e di una chiesa cristiana copta.

Ma non c’è traccia di tutto questo sui giornali e in tv. Nessuno fa una piega. Nessuno s’indigna. Nessun programma tv, nessun editoriale. Non si vede in giro neanche una bandiera arcobaleno alle finestre. E dire che solo qualche anno fa avevano riempito l’Italia. Ma a quel tempo si trattava di protestare contro Bush, mentre oggi a bombardare è il Premio nobel per la pace nonché democratico Obama.

Dunque oggi niente manifestazioni e niente marce Perugia-Assisi. Tutte le anime belle dormono un sonno profondo. All’inizio di tutto, in marzo, della guerra parlò Lerner con “L’Infedele” e mi capitò di assistere incredulo al memorabile elogio della Francia dei bombardieri: ci fu addirittura chi – col plauso di Gad – ebbe la faccia tosta di affermare che il governo francese in questo modo testimoniava la sua imperitura volontà di affermare dovunque i valori umanitari della rivoluzione francese, di cui invece al governo italiano non importava niente.

Curioso paradosso perché i francesi affermavano quei presunti ideali umanitari bombardando i libici, mentre le autorità italiane – accusate di insensibilità perché ancora restie a bombardare – si stavano prodigando a soccorrere migliaia di rifugiati arrivati disperatamente a Lampedusa anche per fuggire dalla guerra “umanitaria” dei francesi.
Dunque dal buon progressista le bombe francesi furono giudicate umanitarie, mentre i soccorsi italiani erano disumanitari. Che grande esempio di giornalismo.

Tutti sanno che in realtà gli ideali umanitari non c’entrano niente con la guerra, tanto è vero che nessuno si sogna di andare a bombardare Damasco dove il regime compie quasi ogni giorno stragi contro i manifestanti. Tanto meno si pensa di andare a bombardare Pechino perché il regime cinese stroncò nel sangue le manifestazioni di piazza Tienanmen o perché continua a spedire nei lager gli oppositori. A proposito, neanche Napolitano si sogna di prospettare spedizioni militari contro quei due Paesi, che egli peraltro visitò nel 2010 dando la mano a quei despoti (provate a rileggervi anche i discorsi molti amichevoli fatti in quella sede).


SMANIA PARIGINA

Ma allora perché questa smania di francesi e inglesi (che hanno il colonialismo nella loro storia) e poi degli americani, di sostenere una sorta di colpo di Stato interno alla nomenclatura libica e spedire bombardieri sulla Tripolitania? Secondo Angelo del Boca, storico ed esperto delle vicende libiche, «le vere ragioni di questa guerra sono il controllo dei pozzi di petrolio e i 200 miliardi di dollari dello Stato libico depositati nelle banche straniere».

Non so dire se queste sono “le vere ragioni”, ma di sicuro non si può continuare a gabellarci la favoletta dell’intervento umanitario. Sarebbe il caso che la stampa raccontasse quello che sta accadendo e scavasse alla ricerca delle “vere ragioni” della guerra. Invece da settimane non si legge un solo articolo sulla tragedia della Libia. E quando ne appare qualcuno è peggio che mai. È il caso del reportage da Tripoli pubblicato ieri a tutta pagina sul “Corriere della sera” a firma Lorenzo Cremonesi: spiace dirlo, ma sembrava quasi un inno ai bombardieri. Si riportavano queste testuali dichiarazioni (rigorosamente anonime): «Brava Nato. Continui così».

Possibile che l’inviato del Corriere sia riuscito a pescare proprio i pochi – guarda caso anonimi – che sono felici di venire bombardati ogni giorno e anzi chiedono di essere bombardati più intensamente? Chissà perché non ha parlato con monsignor Martinelli e chissà perché non è andato a vedere gli effetti di quei bombardamenti, ascoltando le vittime. In tv del resto la guerra proprio non esiste. C’è un colossale problema di informazione sulla vicenda libica. Gli Usa, i francesi e gli inglesi, con le autorità militari della Nato ormai fanno mera propaganda. Dice Del Boca: «Gli alti costi dell’operazione contro Gheddafi hanno trasformato un conflitto lampo in una guerra di fandonie fatta dai media».

PADRE GHEDDO

Mi ha colpito quanto ha scritto su «Asianews» padre Piero Gheddo, il decano dei missionari italiani, un uomo di Dio per nulla incline al pacifismo ideologico e al settarismo di sinistra, basti dire che fu tra i primi, negli anni Settanta, a denunciare i crimini dei Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia, svergognando certi media e certa sinistra italiana ancora intrisa di antiamericanismo.

Dunque l’altroieri padre Gheddo ha scritto: «Le anomalie di questa guerra di Libia sono infinite e dimostrano che anche in Occidente soffriamo di una disinformazione colossale. L’intervento umanitario iniziale sta assumendo i contorni di un crimine di Stato. L’Onu aveva giustificato la “No fly zone” per impedire che gli aerei libici bombardassero i ribelli della Cirenaica. Ma in pochi giorni le forze aeree della Libia vennero facilmente azzerate. Poi si è passati a bombardare i mezzi militari di terra che avanzavano verso Bengasi e si continua, da più di due mesi, a bombardare le città della Cirenaica, non per proteggere il popolo libico da Gheddafi, ma per la “caccia all’uomo” Gheddafi, il che sta scavando un abisso di odio e di vendetta fra le due parti del paese, Tripolitania e Cirenaica, che erano e sono pro o contro il raìs».

Padre Gheddo ha poi citato Anders Fogh Rasmussen segretario generale della Nato che «ha definito i bombardamenti come parte dell’intervento umanitario per proteggere il popolo libico! Ci vuole una bella faccia tosta, a mentire in modo così smaccato!», ha tuonato il missionario. «Chi mai può credere che i quotidiani bombardamenti su Tripoli sono fatti per difendere il popolo libico? Ecco perché stampa e Tv occidentali non parlano più della guerra in Libia. Non sanno più come giustificare una così evidente violazione dei diritti umani».

L’assurdo poi è che la trattativa per far uscire di scena Gheddafi in modo incruento sarebbe stata possibile, ma proprio gli “umanitari” l’hanno uccisa sul nascere. Per quanto deve continuare questa guerra? E il nostro silenzio?

di Antonio Socci

Libero-News.it

La Libia è un disastro umanitario

Con le parole dell’ ex membro del Congresso USA Cynthia McKinney:

Il fatto triste, tuttavia, è che sono gli stessi libici che sono stati insultati, terrorizzati, linciati e uccisi a seguito di notizie di stampa che hanno iper – sensazionalizzato questa ignoranza di base. Chi sarà ritenuto responsabile per le vite perdute nella frenesia di sangue scatenata a causa di queste menzogne?

Il che mi riporta alla domanda di quella donna: perché succede questo? Onestamente, non ho potuto darle la risposta motivata che stava cercando. A mio parere l’opinione pubblica internazionale stenta a rispondere a questo “perché?”

Quello che sappiamo, e che è abbastanza chiaro, è questo: ciò che ho sperimentato la scorsa notte non è affatto un “intervento umanitario”.

Molti sospettano che l’ intervento sia dovuto al petrolio della Libia. Chiamatemi scettica, ma mi chiedo perché le forze armate combinate della NATO e degli USA che costano miliardi di dollari sono state chiamate contro un paese relativamente piccolo del Nord Africa e ci si aspetti che crediamo che questo sia in difesa della democrazia.

Quello che ho visto nelle lunghe file per ottenere carburante non è un “intervento umanitario”. Il rifiuto di consentire l’acquisto di medicinali per gli ospedali non è un “intervento umanitario”. La cosa più triste è che non posso dare una spiegazione convincente del “perché” a quelle persone che oggi sono terrorizzate dalle bombe della NATO, pur essendo ormai  chiaro che la NATO è andata oltre il suo mandato, ha mentito sulle sue intenzioni, è colpevole di omicidi extragiudiziali – tutto in nome dell’ “intervento umanitario”. Dov’è il Congresso americano, mentre il Presidente abusa della sua autorità di fare la guerra? Dove si trova la “coscienza del Congresso”?

A coloro che sono in disaccordo con l’ammonimento di Dick Cheney di prepararci alla guerra per la prossima generazione, vi prego: sostenete chiunque fermerà questa follia. Vi prego di organizzarvi e votare per la pace. Le persone di tutto il mondo hanno bisogno che ci alziamo in piedi e parliamo per noi e per loro, perché  anche l’Iran e il Venezuela sono nel mirino. I libici non hanno bisogno degli elicotteri da guerra della NATO, delle bombe intelligenti, dei missili cruise, e dell’uranio impoverito  per risolvere le loro divergenze. L’ “intervento umanitario” della NATO deve essere  rivelato per quello che è con la luminosa e splendente luce della verità.

Mentre il crepuscolo scende su Tripoli, lasciate che mi prepari insieme alla popolazione civile locale per altri  atti di umanitarismo della NATO.

Smettiamo di bombardare l’Africa e i poveri del mondo!

LINK: Imperial Takeover: Libya is Now a Humanitarian Disaster

TRADUZIONE: CoriInTempesta

Geopolitica del narcotraffico

Per il dominio sulla produzione di droghe si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo

Il sistema moderno, basato sul paradigma capitalista e sulla forma liberaldemocratica, ha fra i suoi punti-chiave il controllo delle principali fonti e risorse economiche.
Non è un mistero che gran parte dei conflitti moderni dietro motivazioni di tipo umanitario nascondano in realtà necessità di ben altra natura, come il controllo delle materie prime di cui è dotato il Paese in questione.
Come materie prime si intendono tutte quelle risorse di base necessarie per la produzione di beni secondi: materie tessili, prodotti agricoli e animali, legname, minerali. In particolare nell’attuale panorama economico assumono un ruolo di primaria importanza le fonti energetiche: in generale l’opinione pubblica ha ben presente che le guerre in Iraq e in Libia hanno come posta in gioco le risorse di petrolio e gas naturale a disposizione dei governi di Baghdad e Tripoli. Il regime libico si è attestato come quarto esportatore di petrolio nel continente africano, in gran parte verso l’Italia, l’Iraq possiede una stima dell’11% dell’oro nero a livello globale. I cambiamenti originatisi in questi anni all’interno del sistema, con l’indebolimento della superpotenza statunitense e l’affermazione della Cina come “competitor” turbocapitalista, costantemente affamato di energia per sostenere la propria crescita, ha rimesso in discussione equilibri che in questo ambito si davano ormai per assodati da decenni, con una lotta fra poteri forti come mai si era vista prima.
Su questo, come detto, si è scritto molto e l’opinione pubblica ha già le idee chiare, spesso anche troppo semplificate (l’aggressione all’Iraq e la destituzione di Saddam Hussein fu anche il frutto di una serie di baratti geopolitici tra Usa e Israele per cercare di normalizzare definitivamente la regione, il petrolio c’entra ma non spiega tutto).
Un aspetto che però si tende spesso a non considerare è che l’economia globale si regge anche su leve “non ufficiali”, anzi, a tutti gli effetti illecite, ma il cui controllo garantisce comunque una posizione dominante alla potenza che lo acquisisce.
Il riferimento principale è in questo caso il narcotraffico. Si stima che la droga sia uno dei principali motori alla base dell’economia mondiale. Sulla produzione ed esportazione delle sostanze stupefacenti si sono combattute guerre e si sorreggono tuttora interi sistemi politici in diverse parti del mondo. Del resto è sufficiente risalire a nemmeno due secoli fa per osservare i primi conflitti armati scoppiati sulla base di questa motivazione: le due Guerre dell’Oppio (1839-1842; 1856-1860) combattute fra Gran Bretagna e Cina. La ragione? Già allora una delle risorse principali dell’economia di Londra era il commercio dell’oppio, che vedeva nel Celeste Impero uno dei suoi mercati di riferimento. Il tutto naturalmente con pesanti ripercussioni interne sulla società cinese per l’incidenza della tossicodipendenza. Entrambe le guerre videro la sconfitta della Cina e di ogni suo tentativo di frenare la penetrazione dell’oppio britannico entro i propri confini, oltretutto a tariffe doganali bassissime.
Da allora è cambiato molto meno di quanto si potrebbe credere: il narcotraffico è sempre una leva fondamentale per gli equilibri finanziari, anzi, ben più di allora, essendo un mercato in continua espansione che difficilmente conosce crisi. La sola differenza da allora è che oggi non lo si ammette. I protagonisti principali di questo gioco sono da individuare sia tra gli Stati nazionali sia tra altri attori geopolitici i cui rapporti con le entità statuali possono essere di conflittualità o di connivenza, o anche entrambe nello stesso momento: le mafie.
È interessante notare come la mappa dei conflitti su scala mondiale ricalchi quella del possesso delle fonti energetiche e delle sostanze stupefacenti.
In particolare questo processo ha subito un’accelerazione decisa sin dalla fine degli anni ’90, con l’intervento nella ex-Jugoslavia.
Per prima cosa, occorre distinguere fra i Paesi in cui le sostanze vengono prodotte e i cosiddetti “corridoi della droga”, ossia quegli Stati attraverso i quali la merce transita per arrivare alle destinazioni finali, come ad esempio l’Europa occidentale o gli Usa.

L’eroina afgana
La produzione di oppio (da cui a sua volta si ricava una serie di stupefacenti, fra cui l’eroina) è concentrata soprattutto in Asia, lungo la fascia che taglia verticalmente il continente dalla parte centrale sino al Sud-Est. Il primo produttore, secondo le stime ufficiali delle agenzie per la lotta al narcotraffico, risulta essere l’Afghanistan, al centro della cosiddetta “Mezzaluna d’oro” (che include anche India, Pakistan, India e Nepal), contrapposta al “Triangolo d’oro” (Myanmar, Laos, Thailandia e Vietnam), storico epicentro del traffico di droga ma recentemente sorpassato dal subcontinente indiano. Proprio l’Afghanistan, quindi, Paese in via di democratizzazione forzata a suon di bombardamenti Usa e occupazione militare Nato da quasi dieci anni. Come confermato da diverse fonti, il crollo del regime talebano seguito all’invasione angloamericana del 2001 ha portato a una netta inversione nella politica tenuta da Kabul sulle colture di oppio (il quale costituisce da sempre una risorsa centrale per l’agricoltura locale). I dati forniti a tal proposito dall’“Afghanistan Opium Survey” facente capo alle Nazioni Unite sono illuminanti. Tenendo conto che oltre il 90% dell’oppio presente sul mercato mondiale proviene dal Paese delle Montagne, la discrepanza fra la produzione del 2001 (ultimo anno del governo del mullah Omar) e le annate recenti ha del clamoroso. Si passa da 74 tonnellate (frutto di una forte campagna di repressione e di alcuni decreti religiosi emessi dagli Studenti del Corano) alle oltre 8000 odierne, concentrate non solo nelle zone amministrate dagli insorti (in cui i proventi vengono reinvestiti in armi), ma anche in quelle sotto controllo governativo. Di più: sotto il controllo di parenti stretti dello stesso presidente Hamid Karzai, come il fratello Ahmed Wali Karzai, più volte accusato di essere il signore della droga nella zona di Kandahar. Al centro delle coltivazioni si è rivelata essere negli ultimi anni la violentissima provincia meridionale di Helmand, il cui controllo è ferocemente conteso tra le fazioni in guerra.
La massiccia immissione sui mercati mondiali dell’oppio afgano ha portato, dopo anni di decremento, a un improvviso e inaspettato ritorno dell’eroina, droga che si credeva ormai superata. Come se non bastasse, l’Afghanistan sta “diversificando” la sua produzione, diventando (e questa è una novità assoluta) uno dei maggiori produttori al mondo anche per quanto concerne marijuana e cannabinoidi in genere.

Le rotte dell’oppio e il narco-Stato kosovaro
L’oppio prodotto nelle coltivazioni afgane può intraprendere due grandi rotte: una verso Sud, l’altra verso Nord. Entrambe naturalmente in direzione occidentale.
I due passaggi di transito sono quindi da una parte l’Iran, che apre le porte alla Turchia e da qui ai Balcani. Da anni gli iraniani stanno combattendo, lasciati soli dal resto della comunità internazionale, una durissima guerra con i contrabbandieri che è costata la vita a centinaia di membri delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica. Perno di questi traffici è la turbolenta provincia del Sistan-Belucistan, in cui convergono le colture provenienti non solo dai papaveri afgani, ma anche dal Pakistan, e in cui le bande malavitose godono di connivenze e appoggi con i locali separatisti sunniti (il cui gruppo di riferimento è Jundallah).
Al Nord il percorso segue invece quello delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale. Risalendo le strade polverose dell’Afghanistan occidentale, in particolare della province di Farah e Badghis (dove fra l’altro sono stazionate le truppe italiane, spesso attaccate proprio dai contrabbandieri), l’oppio (spesso già lavorato in Afghanistan, e quindi pronto per essere messo sul mercato senza bisogno di passare attraverso nuove lavorazioni) viene fatto passare attraverso il Turkmenistan e successivamente in Kazakistan, spesso con la connivenza delle forze di sicurezza locali, fra le più corrotte al mondo, e dei maggiorenti.
Da qui si arriva già a un primo mercato di rilievo: la Russia. Va detto infatti che, pur essendo entrambi punti di transito, tanto la Russia quanto l’Iran hanno comunque avuto colpi pesantissimi dall’esplosione dell’eroina afgana in termini di tossicodipendenza. I numeri parlano chiaro: Teheran stima in più di 1 milione i propri cittadini tossicodipendenti. Le agenzie Onu elevano il dato addirittura fino ad oltre 3 milioni. Un vero e proprio flagello sociale, simbolicamente rappresentato dal Black Crack, la droga dei poveri. Lo stesso in Russia, cui è destinato oltre il 20% dell’eroina afgana, a causa del quale muoiono ogni anno circa quarantamila persone. Questo è il motivo principale delle critiche politiche che Mosca rivolge periodicamente alla Nato in Afghanistan, e per cui la Federazione Russa cerca di mobilitare l’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione (organismo che unisce Russia, Cina e diversi Paesi dell’Asia Centrale) in funzione anti-droga.
C’è però un altro dettaglio che merita di essere analizzato: lo snodo principale dell’eroina afgana nei Balcani è un altro territorio sotto tutela occidentale, esattamente come l’Afghanistan: il Kosovo. Il tutto nasce dalla sconsiderata decisione di creare uno Stato-mafia in Europa, retto da una cricca di terroristi e malavitosi come sono a tutti gli effetti gli uomini dell’Uck che ora indossano il doppiopetto nei palazzi del potere di Pristina. L’eroina è il primo business in ordine di importanza per questa terra di nessuno, assieme ad altri traffici di ogni tipo. Secondo fonti indipendenti, dietro al narcotraffico nel Kosovo ci sarebbe nientemeno che l’ex-premier benedetto dall’Occidente, Ramush Haradinaj, il quale ha continuati negli anni a coltivare i canali di autofinanziamento illecito che servivano inizialmente a finanziare la lotta armata contro il governo centrale serbo.

La cocaina e l’America Latina
L’altro settore di punta del narcotraffico mondiale è rappresentato ovviamente dalla cocaina. Questo mercato si sviluppa soprattutto in un altro quadrante geopolitico, ovvero l’America Latina.
Non bisogna scordare che almeno fino all’inizio del terzo millennio tutto il subcontinente americano rientrava nella sfera diretta di influenza politica, economica e militare degli Stati Uniti, con la teoria del “cortile di casa” sin dai tempi della dottrina Monore. Naturale, quindi, che le principali risorse di queste terre fossero sottoposte a tutela statunitense; anche qui le risorse energetiche (il petrolio del Caribe, per esempio), quelle agricole (l’industria bananiera) e la cocaina. La coltivazione della coca è da sempre parte della storia di diversi di questi Paesi e ha sempre avuto un ruolo tradizionale nella vita delle popolazioni indigene di Bolivia, Perù, Venezuela e Colombia, che hanno sempre visto nelle foglie di coca un aiuto farmacologico naturale. La lavorazione del prodotto-cocaina verso Stati Uniti ed Europa ha finito per danneggiare in primis queste popolazioni, che improvvisamente hanno visto criminalizzare una delle poche risorse agricole su cui potevano contare in misura stabile. In questo senso vanno lette anche molte delle battaglie condotte dai presidenti di Bolivia e Venezuela (Evo Morales e Hugo Chavez) in favore della coltivazione della coca come attività non necessariamente volta al narcotraffico.
Anche in questo caso, però, non tutto è come sembra: il principale produttore ed esportatore dello stupefacente è, guarda caso, anche l’alleato di ferro degli Usa nella regione (tanto da ospitarne pure basi militari sul proprio territorio), ossia la Colombia. Il confine tra repressione e controllo del traffico è come in Afghanistan molto sottile e ambiguo. Ufficialmente la Colombia riceve aiuti economici e militari da Washington per la lotta al narcotraffico: il noto Plan Colombia, in vigore da fine anni ’90. In realtà quello che maggiormente interessa agli Stati Uniti è il controllo politico del Paese e della regione, con la repressione militare dei movimenti rivoluzionari di estrema sinistra attivi da decenni, le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e l’Eln (Esercito de Liberacion Nacional). Una delle pratiche più discusse condotte congiuntamente da Washington e Bogotà è l’irrorazione di glifosato sulle coltivazioni di coca. Casualmente queste avvengono in massima parte nelle aree fuori dal controllo governativo e amministrate dai ribelli. Per tutti gli anni ’80 e ’90 il vero potere in Colombia fu detenuto di fatto dai cartelli di Calì e Medellin, quest’ultimo capeggiato da Pablo Escobar. Se è vero che Escobar venne fisicamente eliminato il 2 dicembre 1993 in un’operazione congiunta di Delta Force e Navy Seals Usa in cooperazione con il Search Bloc colombiano (unità appositamente creata per dargli la caccia), è altrettanto vero che l’ascesa del boss presenta dei punti oscuri nei rapporti con gli Usa. Negli anni gli statunitensi hanno dato il sospetto di colpire le coltivazioni di coca gestite da chi non andava bene loro politicamente, chiudendo un occhio (o forse due) su quelle dei propri alleati del momento. Non si spiegherebbe altrimenti l’ascesa negli anni ’90 di Salvatore Mancuso e dei paramiliari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), capaci di diventare uno Stato nello Stato con coperture politiche e giudiziarie senza trovare alcun ostacolo per il solo merito di svolgere un ruolo di contenimento della guerriglia di estrema sinistra. Nella pratica, quella di usare personaggi del narcotraffico per garantirsi il controllo politico di certe aree e poi scaricarli una volta che siano diventati troppo ingombranti è una tattica che gli Usa hanno utilizzato più di una volta. Un altro esempio in questo senso è rappresentato dal dittatore di Panama, Manuel Noriega. Personaggio che ha iniziato la propria carriera da militare, addestrato per operazioni di contro-insorgenza presso la famigerata School of the Americas di Fort Benning in Georgia, Noriega fu secondo diverse fonti il principale punto di riferimento della Cia in America Centrale durante tutti gli anni ’70 e buona parte degli ’80. Organizzò per conto di Washington i rifornimenti, l’assistenza e l’addestramento dei Contras in Nicaragua e delle milizie di Roberto D’Aubuisson in El Salvador. Una volta esauritosi il “pericolo rosso”, Noriega era rimasto sempre più potente nel suo feudo panamense, sfruttando lo strategico canale per i suoi interessi e minacciando più volte la sua chiusura agli Usa. Le mosse di Washington per esautorare l’(ex) uomo di fiducia furono per prima cosa l’incriminazione della Dea per narcotraffico (5 febbraio 1988), poi l’organizzazione dell’opposizione interna (già allora i primi tentativi di “rivoluzioni colorate”…) con l’aiuto dell’ambasciata statunitense, e, in seguito ai fallimenti di tutte queste manovre (Noriega era riuscito a farsi rieleggere umiliando il candidato sostenuto dagli Usa), il ricorso all’invasione militare, con la cosiddetta “Operazione Giusta Causa” (20 dicembre 1989). Noriega, inizialmente rifugiatosi presso la Nunziatura Apostolica, si arrese alle truppe statunitensi il 3 gennaio 1990. Estradato negli Stati Uniti, venne processato nel 1992 con le accuse principali di narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco, venendo condannato a una pena complessiva di 40 anni di reclusione, poi ridotti a 30. Peccato però che durante tutto il processo furono in tanti tra coloro che avevano collaborato con lui durante gli anni ’70 (operativi di Cia, Dea, ma anche del Mossad israeliano) ad ammettere candidamente che Washington era a conoscenza del ruolo del dittatore panamense nel traffico di droga almeno sin dal 1972, quando però era ancora un “good guy” utile alla Casa Bianca.

Le droghe sintetiche e la criminalità israeliana
Per concludere questo quadro generale, un accenno va fatto a un altro mercato in rapida espansione. Quello delle “pasticche”, delle droghe sintetiche, la più nota delle quali è l’ecstasy. Un prodotto esploso a partire da metà anni ’90, la cui produzione non dipende da alcun fattore climatico come avviene invece nei casi succitati. I gruppi criminali israeliani, una realtà di cui si parla e si sa molto poco ma le cui attività sono parecchio ramificate, sono stati indicati in diversi rapporti stilati dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato Usa come i principali attori in questo traffico. Emblematica la vicenda del cittadino con doppio passaporto israeliano-statunitense Hai Waknine, condannato da un giudice federale di Los Angeles a dieci anni di reclusione nel 2006. Waknine, assieme al complice Jacob “Cookie” Orgad era il punto di riferimento per lo spaccio in California. I due erano i referenti negli Usa del grande boss dell’ecstasy Itzhak Albergil, poi arrestato insieme al fratello Meir dalla polizia israeliana. Secondo le ricostruzioni degli organi inquirenti, la mafia israeliana utilizza laboratori in Europa (soprattutto in Olanda, ma anche in Belgio e Polonia), per poi distribuire la merce su tutti i mercati occidentali. Addirittura l’80% dell’ecstasy consumato negli Usa ha questa filiera di produzione. Il monopolio israeliano su questa droga presenta grosse sorprese: diverse inchieste hanno rivelato come i corrieri spesso siano anche ebrei praticanti ultra-ortodossi, i quali sicuramente non destano grossi sospetti negli scali internazionali. Fra gli insospettabili colti con le mani nel sacco si trova anche Goneen Segev, già ministro dell’Energia di Israele, beccato all’aeroporto di Amsterdam con 25000 pillole in valigia. Fra l’altro è anche segnalato il reclutamento da parte dei gruppi criminali israeliani di passati appartenenti alle agenzie di sicurezza, ottimi da ingaggiare per la loro esperienza sul campo.

E se in Nord Africa…
Questo è un affresco generale (per ovvi motivi di spazio) ma sostanzialmente completo delle coperture politiche e degli intrecci geopolitici inconfessabili del traffico di droga mondiale.
Per ultimo, fa pensare una domanda posta a voce alta dal Direttore dell’Agenzia russa per il controllo sugli stupefacenti, Viktor Ivanov: siamo sicuri che la recente instabilità del Maghreb non abbia nulla a che vedere col ruolo in continua crescita dei cartelli della droga in questi Paesi (in particolare in Tunisia)?

di: Alessandro Iacobellis