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Tag: Venezuela

Sotto la mia presidenza, la rivoluzione di Chavez continuerà

maduro chavez

di: Nicolas Maduro

Un mese fa, il Venezuela ha perso un leader storico che ha favorito la trasformazione del suo paese e stimolato un’ondata di cambiamento in tutta l’America Latina. Con le  elezioni di domenica i venezuelani sceglieranno se perseguire la rivoluzione iniziata sotto Hugo Chávez  o tornare al passato. Ho lavorato a stretto contatto con il presidente Chávez per molti anni e ora sono candidato per succedergli. I sondaggi indicano che la maggior parte dei venezuelani sostengono la nostra rivoluzione pacifica. Leggi Tutto…

Chi è Nicolás Maduro, l’erede di Hugo Chávez?

MADURO

di: Luis Hernández Navarro (da La Jornada)  -* articolo del 19 Marzo 2013 -

Nicolás Maduro è un omone robusto alto un metro e novanta, dai baffi neri e folti, che per più di sette anni ha guidato un metrobus a Caracas, è stato Ministro degli esteri per altri sei e ora è candidato alla prima magistratura e Presidente incaricato del Venezuela. Fa parte della nuova generazione di dirigenti latinoamericani che, come ad esempio il metalmeccanico Luiz Inacio Lula da Silva o il sindacalista cocalero Evo Morales, sono entrati in politica provenendo dalle trincee delle lotte sociali di opposizione. Leggi Tutto…

Abbiamo perso il nostro migliore amico

chavez fidel

di: Fidel Castro Ruz

Il 5 marzo, nel pomeriggio, è morto il  miglior amico che ha avuto il popolo cubano nella sua storia.  Una telefonata via satellite ha comunicato l’amara notizia.

E il significato della frase usata era inconfondibile. Anche se conoscevamo lo stato critico della sua salute, la notizia ci ha fortemente colpito. Ricordavo le volte che scherzava con me dicendo che quando tutti  e due avessimo terminato il nostro impegno rivoluzionario, mi avrebbe invitato a passeggiare lungo il fiume Arauca, in territorio venezuelano, che gli faceva ricordare il risposo che non ha mai avuto.

Abbiamo avuto l’onore di condividere con il leader bolivariano gli stessi ideali di giustizia sociale e di sostegno agli sfruttati. I poveri sono poveri in qualsiasi parte del mondo.

“Ditemi in cosa servire il Venezuela! In me ha un figlio”, aveva proclamato l’Eroe Nazionale e Apostolo della nostra indipendenza, José Martí, un viaggiatore che, senza togliersi di dosso la polvere del cammino, chiese dove si trovava la statua di Bolívar.

Martí aveva conosciuto il mostro, perchè aveva vissuto nelle sue viscere.

È possibile ignorare le profonde parole che aveva riversato nella lettera mai conclusa per il suo amico Manuel Mercato, prima della sua morte in combattimento?

“Già sono in pericolo ogni giorno di dare la mia vita per il mio paese e per il mio dovere-  cosa che intendo e che ho l’animo di realizzare – d’impedire a tempo, con l’indipendenza di Cuba, che si estendano per le Antille gli Stati Uniti e che ricadano con più forza sulle nostre terre d’America. Quello che  ho fatto sino ad oggi e farò, è per questo. Ed è stato fatto in silenzio e come indirettamente, perchè ci sono cose che per realizzarle devono restare occulte”.

Erano trascorsi allora 66 anni da quando il Libertador Simón Bolívar aveva scritto: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla provvidenza a plagare l’America di miseria in nome della Libertà”.

Il 23 gennaio del 1959, 22 giorni dopo il trionfo rivoluzionario a Cuba, visitai il Venezuela per ringraziare il suo popolo  e il governo che aveva assunto il potere dopo la dittatura di Pérez Jiménez, per l’invio di 150 fucili, alla fine del 1958.  Dissi allora:

“Il Venezuela è la patria del Libertador, dov’è stata concepito l’ideale dell’unione dei popoli d’America.  Quindi il Venezuela dev’essere il paese leader dell’unione dei popoli d’America; noi cubani sosteniamo i nostri fratelli del Venezuela”.

Parlo di queste idee non perchè mi muova alcuna ambizione di tipo personale, nè tanto meno ambizioni di gloria perchè, in ogni modo, l’ambizione di gloria non smette d’essere una vanità e come ha detto Martí ‘tutta la gloria del mondo entra in un chicco di mais’.

Così che, parlando al popolo del Venezuela, lo faccio pensando onoratamente e profondamente che se vogliamo salvare l’America, se vogliamo salvare la libertà di ognuna delle nostre società, che in ogni modo sono parte di una grande società che è la società dell’America Latina, se vogliamo salvare la Rivoluzione di Cuba, la Rivoluzione del Venezuela,  la rivoluzione di tutti i paesi del nostro continente, dobbiamo avvicinarci e dobbiamo sostenerci solidamente, perchè soli e divisi, perderemo”.

Questo è quel che dissi quel giorno e oggi, 54 anni dopo, lo ratifico!

Devo solo includere in quella lista gli altri popoli del mondo che per mezzo secolo sono stati vittime dello sfruttamento e del saccheggio.

Questa è stata la battaglia di Hugo Chávez.

Nemmeno lui stesso sospettava quanto era grande.

Hasta la Victoria sempre, indimenticabile amico!

 Fidel Castro Ruz - 11 Marzo del 2013  -Ore 12 .35

Traduzione di: Gioia Minuti per Granma.cu

Hasta siempre, Presidente

“Cristo, dammi la tua croce, le tue spine, il tuo sangue. Sono disposto a portarle ma lasciami vivere perché ho ancora molto da fare per il mio popolo”
Hugo Chavez

Oggi il mondo piange un gigante. Hasta siempre, Presidente.

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La risposta di Chavez ad una giornalista americana…

chavez

Il Presidente del Venezuela Hugo Chavez risponde ad una giornalista americana il giorno dopo la sua rielezione  - 8 Ottobre 2012 -

 

 

L’importanza di Chávez

di: Tito Pulsinelli (Caracas)

Terminata positivamente l’operazione chirurgica durata 6 ore.

Perchè le elites finanziarie lo detestano tanto? E’ lo statista che ha anticipato di un decennio il cammino per mettere a salvo il suo Paese. Ha rimettesso all’ordine del giorno valori come la sovranità, preliminare per recidere gli artigli con cui l’oligarchia finanziaria si appropriò delle risorse strategiche di tutti venezuelani. Nel 1989,  il Venezuela ebbe la sventura di subire l’equivalente dell’assalto frontale di cui è vittima oggi l’Europa meridionale. La depredazione era motivata dalle medesime ideologie onnivore, depredatrici, finalizzate a conferire a “controllori esterni” beni, risorse, autonomia e poteri istituzionali, propri delle nazioni e delle democrazie.

 Chávez è il prodotto della sintesi tra le sollevazioni popolari spontaneedel febbraio del 1989, dilagate in tutte le principali città venezuelane -debellate con il fuoco delle armi dal governo-protesi del FMI e USA- e la ribellione del 1992 di quei militari utilizzati come cecchini contro i cittadini. Altro chegolpe! Presero il controllo pieno delle cinque maggiori regioni, con la partecipazione di almeno 8000 soldati. Il movimento bolivariano è la ricomposizione della forza tellurica dei saccheggi, della sommossa popolare e della ribellione organizzata dei sottufficiali. In esso confluiscono le energie dell’equità sociale e quelle della sovranità, dell’antimperialismo e del nazionalismo (1), per aprire la prospettiva ad un altro Paese-possibile.

Poi dilagò l’antipolitica per un altro decennio, i partiti si disssolsero come neve al sole, i frammenti si coalizzavano in ammucchiate inqualificabili, incapaci di frenare l’implosione, e dilagò una conflittualità diffusa, multiforme, che si irradiava lungo mille rivoli. La democrazia rappresentativa agonizzavalentamente. Finalmente si consolidò un’ampia alleanza di forze sociali e politiche, e nel 1998 Chávez divenne presidente. Indicò tre obiettivi: processo costituente, democrazia partecipativa, nazionalizzazione verace degli idrocarburi. Senza una nuova Costituzione, infatti, serviva ben poco la conquista del potere legislativo, in uno Stato minimalista e sfasciato deliberatamente dai liberisti.

Con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, Chávez ha portato in dote ai suoi concittadini la riserva certificata più grande del mondo (300 miliardi di barili), che le multinazionali occidentali controllavano, asserendo cinicamente trattarsi di “bitume” (sic). Le regole delle nuove concessioni, impongono che lo Stato abbia sempre la maggioranza azionaria, e i petrolieri devono pagare il 60% di tasse (contro l’1,5% precedente).  Questa è la base del nuovo Stato sociale, che rende possibile destinare il 40% del bilancioalle politiche sociali: sanità, istruzione e previdenza sociale.

Però non furono sufficienti solo i voti, per salvaguardarlo dalla controffensiva delle elites del 2002. Il fronte di resistenza dovette subire il sequestro di Chávez e una guerra economica interna, con la serrata dei porti e dell’industria petrolifera: 20 miliardi di dollari perduti e caduta del PIL. I voti conferiscono il potere politico, ma per far fronte a quello economico, finanziario, mediatico, religioso, imperiale, ai poteri occulti e a quelli “globali”, ha funzionatola tenaglia governo + movimenti sociali, nel quadro dell’unità civico-militare. Voti più lotta permanente dispiegata su tutta la linea del fronte psico-sociale.

L’odio contro Chávez è il marchio di fuoco dei paladini della cosiddettaautonomia della banca centrale: autonoma da chi? Autonoma dai governi, dal voto dei cittadini, dalla legittimità democratica, non da oscuri ed esclusivi club venali autottoni, non dai centri finanziari internazionali, o da Goldman Sachs che ora nomina apertamente i vertici della BCE,  del Banco d’Inghilterra e persino dei governi d’Italia e Grecia. La sovranità del Venezuela è tangibile da quando la Banca centrale risponde alle autorità di Caracas, unica leva per una politica monetaria ed economica autonoma. La regolamentazione e restrizione cambiaria come scudo per impedire la fuga dei capitali o l’esportazione di tutti gli utili delle multinazionali, è l’altro criminechavista contro l’immacolato dogma liberista.

L’inviso “populismo” non nutre simpatia per i monopoli nei settori sensibili, pertanto nazionalizzò (con indennizzazione) il latifondo improduttivo e telecomunicazioni per diversificare l’offerta e garantire la concorrenza, grazie all’intervento. E’ inviso perchè perchè palesa il divorzio insanabile avvenuto tra elites e società? Sarà per questo che ha la vista lunga?

Nel 2007 non si regalarono soldi ai banca-rottieri, Chávez lasciò fallire i biscazzieri dell’azzardo globale, riscattò le banche più sane, però passarono a far parte del patrimonio pubblico. Ne sa qualcosa il gruppo spagnolo Santander. E’ istruttivo rileggersi gli anatemi dei profeti di sventura, le bolle di scomunica dei prezzolati adoratori de “i mercati”. Però  Caracas seppe resistere e percorse una strada opposta a quella imboccata dall’attuale classe dirigente europea, che finanzia a fondo perduto solo la banca privata. Non le imprese, non il consumo nè il fabbisogno sociale primario.

Chávez aiutò l’Argentina con prestiti umani, consentendo a Nestor Kirchner di mantenere alla larga il capestro offerto dal FMI o troike, che non si limita ad esigere esosi tassi di interesse, ma pianifica dall’esterno le politiche economiche, fiscali, monetarie, militari e -ovviamente-  sociali. E’ una autentica usurpazione di sovranità. Il Venezuela ha costituito un’alternativa per l’accesso al credito, nei momenti più critici della svolta antiliberista sudamericana, allargando lo spazio di manovra della Bolivia, Ecuador, Nicaragua e nazioni del Caribe. Anche con scambi non basati sul monetario, nè sul dollaro (2).

Venne sbugiardata la favola dei “globalisti”, che indica nel ritorno all’autarchia dell’isolato Stato-nazione,  l’unica alternativa possibile alle loro fisime autoritarie. Senza di loro non c’è il caos. La rivoluzione bolivariana, invece, divenne l’asse propulsore del blocco regionale sudamericano.

Con l’idea-forza della complementarietà contro la concorrenza, dello sviluppo autonomo con redistribuzione versus crescita senza regole. La sovranità e autodeterminazione come alternativa all’espansionismo darwinista “occidentale”, permeò la nuova architettura d’un continente che volta pagina. L’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), CELAC (Comunità Stati Latino Americani e Caraibi), allargamento del MERCOSUR (Mercato Comune sudamericano), ALBA (Alleanza Bolivariana delle Americhe), la nascita di istituzioni finanziarie sovranazionali come il Banco del Sur, sono traguardi ottenuti per il gran impulso impresso da Chávez.

La sua acuta visione geopolitica multipolare, ha influito in gran misura sul fallimento del progetto colonizzatore dell’ALCA, modello d’integrazione con cui gli Stati Uniti tentarono  l’annessione non solo dei mercati, ma anche delle economie, risorse, biodiversità di tutti gli Stati nazionali a sud del Rio Bravo. L’accresciuto peso strategico dei prodotti energetici, si è aggiunto alla storica peculiarità geopolitica del Venezuela, come cerniera ed asse strutturante delle Ande, Amazzonia e Caraibi. L’arrivo al governo dei bolivariani si propagò lungo la colonna vertebrale Andina, e non tardarono a manifestarsi gli effetti in Brasile, Ecuador, Argentina e Bolivia.

Senza la benzina inviata dal Brasile di Lula non sarebbe stato possibile sconfiggere pacificamente il sabotaggio e la serrata del 2002. Due secoli prima, da Caracas scoccò la scintilla che spense il sole all’impero spagnolo.

Il Venezuela, da enclave con scambi unidirezionali -tutto l’export agli USA e viceversa per le importazioni- sta avanzando nel progetto di uno sviluppo nazionale, autonomo dai centri finanziari “globali”, perchè ridefinì con anticipo la sua collocazione nella nuova realtà della fase post-egemonica nordamericana. La rotta bolivariana ha messo il Venezuela in relazione con tutte  le potenze emergenti, con i nuovi attori globali e con due patner strategici che siedono Consiglio di sicurezza dell’ONU.

L’importanza di Chávez oltrepassa le frontiere, va al di là dei benefici del sistema di redistribuzione e del welfare garantito ai venezuelani  -in pieno auge della penuria imposta come dottrina universale- ed è un punto di riferimento decisivo per il subcontinente. E’ la stella polare che ispira le forze sovraniste, popolari, nazionali, rivoluzionarie di tutte le latitudini. E’ il cattivo maestro che ha dimostrato che ribellarsi paga, che è possibile resistere a chi è sotto minaccia permanente del potere oscurantista dei grossisti del denaro fittizio.Autoproducono il denaro ma dipendono dal lavoro di tutti, perciò cercano che sia forzato.

L’odio del vecchio giro del G7  è l’impotenza crescente verso le barriere che vanno erigendosi contro il fallimento d’un modello economico, divenuto implosione d’un progetto di socialità distruttivo, malthusiano, antinaturale, non più umanista. Chávez ha osato rivendicare un socialismo per il secolo XXI, democratico e pluralista, caratterizzato da una nuova egemonia sociale. Questo è imperdonabile se diventa forza reale che trasforma o modifica lo stato delle cose presenti.

(1) In Venezuela, il nazionalismo non è mai stato espansionista, colonialista, guerrafondaio, ha avuto -ed ha- una valenza opposta. In particolare, la gestazione del Venezuela è in stretto connubio con le radici della sua Indipendenza, dove fu la piattaforma di lancio del crollo dell’Impero spagnolo. Grazie a Bolivar, gli insorti venezuelani promossero la liberazione dell’attuale Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù, Panama. La concezione di nazione è implicitamente derivata e collegata alla Patria Grande.

(2) Il Sucre è una unità di conto, basata sulle rispettive monete nazionali, che regola gli scambi dei membri dell’ALBA. Ha raggiunto il miliardo di dollari, al suo secondo anno.

FONTE: Selvasorg.blogspot.it/

Vedi anche: L’ex Presidente americano Carter: “Il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo”

Il cattivo esempio di Hugo Chávez

di: Gennaro Carotenuto

L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia.

È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora.

 Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.

Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico.

Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.

Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.

In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.

Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.

Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico.

Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!

Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.

Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.

Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.

Fonte:  http://www.gennarocarotenuto.it

Vedi: L’ex Presidente americano Carter: “Il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo

L’ex Presidente americano Carter: “Il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo”

di:  Ewan Robertson

L’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha affermato che il sistema elettorale del Venezuela è “il migliore del mondo” (agenzie).

Mérida, 21 settembre 2012 (Venezuelanalysis.com) – L’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha dichiarato che il sistema elettorale del Venezuela è il migliore del mondo.

Parlando la scorsa settimana ad Atlanta, in occasione di un evento annuale  della sua fondazione Carter Center, il politico ora diventato filantropo ha dichiarato: “È un dato di fatto, delle 92 elezioni che abbiamo monitorato direi che il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo.”

Il Venezuela ha sviluppato un sistema di voto completamente automatico, tramite touch-screen, che utilizza una tecnologia per il riconoscimento dell’ impronta digitale e rilasciando  in seguito una ricevuta che attesta le scelte degli elettori.

Nel contesto del lavoro di osservazione dei processi elettorali di tutto il mondo del Carter Center, l’ex Presidente Usa ha anche rivelato la sua opinione riguardo il sistema elettorale negli Stati Uniti, affermando che “abbiamo uno dei peggiori processi elettorali in tutto il mondo, quasi completamente a causa dell’eccessivo afflusso di denaro”, riferendosi alla mancanza di controlli sulle donazioni private per le campagne elettorali dei vari candidati.

 I commenti di Carter giungono quando mancano solo tre settimane prima che i venezuelani si rechino di nuove alle urne, il 7 ottobre, con Hugo Chavez, il Presidente socialista in carica, sfidato da Henrique Capriles Radonski, della coalizione di destra della Mesa de la Unidad Democrática (MUD).

Chavez ha accolto con favore i commenti di Carter, affermando ieri che “Carter ha detto la verità, perché l’ha verificato. Ribadiamo che il sistema elettorale venezuelano è uno dei migliori al mondo “.

Chavez ha anche riferito di aver avuto una conversazione di 40 minuti con l’ex-presidente democratico, dichiarando che Carter, “come dice Fidel [Castro] , è un uomo d’onore”. Il  Carter Center ha recentemente confermato che non invierà una delegazione ufficiale per accompagnare le elezioni presidenziali, ma potrebbero esserci funzionari per osservare il processo a titolo individuale.

Nel frattempo, una Delegazione di accompagnamento elettorale dell’Unione delle Nazioni del Sud America (Unasur)  è giunta ieri in Venezuela.

Il capo della delegazione, l’ex vicepresidente argentino Carlos Alvarez, ha detto che questa è la prima missione di osservazione elettorale dell’ Unasur, e che “per noi è fondamentale per consolidare le nostre democrazie, perché abbiamo avuto bisogno di tante lotte, tanta fatica e tanto tempo per portarla [ la democrazia] nei nostri Paesi “.

Alvarez ha dichiarato alla stampa dopo l’incontro con i funzionari del Consiglio nazionale elettorale (Cne) venezuelano che, in base alla sua esperienza di monitoraggio elettorale in Sud America, “quello del Venezuela è uno dei più avanzati sistemi elettorali nella regione e nel continente, che garantisce fiducia e trasparenza “.

Nel frattempo, il segretario del MUD, Ramón Guillermo Aveledo, ha accusato ieri il CNE di essere “di parte”. Ha poi chiarito la sua opinione in un’intervista al canale TV d’opposizione Globovision, dicendo che “noi [del MUD] abbiamo fiducia nel sistema di voto”, ma i funzionari del CNE “hanno una preferenza” verso l’attuale Governo.

Il CNE ha inoltre ammonito sia il MUD che il Comando Carabobo di Chavez per violazione delle regole riguardanti la pubblicità e gli spazi pubblicitari durante la campagna elettorale.

Fonti pro-Chavez hanno anche ipotizzato che l’opposizione ha in programma di non riconoscere i risultati del CNE nel caso probabile di una vittoria di Chavez il 7 ottobre. Nel mese di luglio, Chavez e Capriles hanno firmato un accordo con il quale accettano di riconoscere il risultato annunciato dalla CNE.

LINK:  Former US President Carter: Venezuelan Electoral System “Best in the World”

DI: Coriintempesta

 

Venezuela, Hugo Chavez Frias e l’era dell’alternativa

di: Fabio Marcelli

L’elezione a presidente della Repubblica di Hugo Chavez, nel 1998 e l’approvazione della nuova Costituzione venezolana nel 1999 hanno certamente aperto una nuova era per il Venezuela e l’America Latina. Epoca segnata da importanti affermazioni dei diritti sociali e della partecipazione democratica. Fatto sta che mai come negli anni dal 1998 ad oggi in Venezuela si è votato per elezioni presidenziali, politiche, locali, referendum costituzionali e revocatori e sempre Chavez ne è uscito vittorioso, con l’unica eccezione del referendum del dicembre 2007, perso per un’incollatura, probabilmente perché prospettava, insieme alla rieleggibilità, una serie di modifiche di troppo ampia portata.

Contemporaneamente sono cresciuti momenti di partecipazione popolare diretta ed è stato grazie alla mobilitazione del popolo venezolano che è stato sconfitto, poco più di dieci anni fa, il tentativo di golpe con il quale oligarchie locali, potere imperiale statunitense e governo spagnolo, fra gli altri, avevano tentato di far fare a Chavez la fine di Salvador Allende. Senza riuscirci.

Per questi motivi suonano un po’ patetiche le strida che si levano da qualche parte per denunciare la presunta natura dittatoriale del governo venezolano. Se per dittatore si intende, come si dovrebbe per dare un senso comune alle parole, qualcuno che governa contro la volontà del popolo, questo non è certamente il caso del presidente Chavez. Eletto più volte ad ampia maggioranza e fortemente amato da moltissimi venezolani. Non tutti ovviamente, perché c’è anche chi con Chavez ci ha rimesso, ma è la legge della democrazia e della lotta di classe, o stai da una parte o stai dall’altra. E Hugo ha deciso, in omaggio alle sue origini popolare e meticce, ai suoi studi approfonditi e fruttuosi all’Accademia militare, alle sue riflessioni di ufficiale patriottico, di stare dalla parte del popolo.

E il popolo lo ha capito. Per questo motivo è molto probabile che, nonostante i suoi problemi di salute, Hugo Chavez, come dicono anche i sondaggi, verrà rieletto presidente della Repubblica bolivariana di Venezuela alle elezioni del prossimo ottobre.

Ma la portata della sua esperienza non si ferma certo lì. Innanzitutto perché Hugo è uno dei protagonisti, insieme ad altri leader come l’ecuadoriano Rafael Correa, l’argentina Cristina Fernandez, la brasiliana Wilma Roussef, il boliviano Evo Morales, l’uruguayano Pepe Mujica, il nicaraguense Daniel Ortega, il cubano Raul Castro e altri, di una nuova stagione di integrazione e protagonismo dell’America Latina sulla scena mondiale, che segna un indubbio rinascimento di quel bellissimo continente dopo gli anni tristi delle dittature e del neoliberismo. Pur con sfumature differenti e sistemi che mantengono sensibili diversità, gli Stati dell’America Latina costituiscono oggi degli avamposti a livello mondiale nella lotta al liberismo e per una democrazia effettivamente partecipata. Essi sono inoltre definitivamente usciti da quasi due secoli di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. Cosa della quale Obama dovrebbe prendere finalmente atto anche per conferire maggiore forza d’attrazione alla sua candidatura, abbandonando ogni velleità imperialista e dedicandosi ai gravi problemi del suo Paese.

Ma anche perché l’esperienza venezolana, contrassegnata come detto da partecipazione popolare ediritti sociali, attraverso la formula inedita delle misiones nei campi di salute, istruzione, abitazione, lavoro, alimentazione, ecc. va studiata e applicata anche nell’Europa oggi soggetta a un preoccupante declino della sua coesione e dei suoi livelli di civiltà, nel segno delle privatizzazioni dei beni pubblici e del dominio incontrastato della finanza.

E sul piano politico?

Anche qui si possono cogliere alcuni parallelismi tra la storia del Venezuela, nel quale ogni progresso sociale e democratico è stato a lungo pregiudicato dal patto di Punto Fijo tra forze solo apparentemente alternative come il democristiano COPEI e il socialdemocratico Ad, e quella italiana degli ultimi mesi, con il patto bipartisan che sostiene il governo Monti e che durerà ancora a lungo. In Venezuela l’era dell’alternativa è cominciata quando è emerso l’elemento in grado di scardinare il governo del pensiero unico, un leader carismatico sostenuto da un movimento popolare. E in Italia?  

IlFattoQuotidiano.it

Il Premio Nobel della Pace

di: Fidel Castro Ruz

Parlerò appena del popolo cubano che un giorno  spazzò via della sua Patria il dominio degli Stati Uniti, quando il sistema imperialista aveva raggiunto la cupola del suo potere.

Si sono visti sfilare uomini e donne delle più diverse età il 1º maggio, per le piazze più simboliche di tutte le province dell’Isola.

La nostra Rivoluzione è sorta nel luogo meno aspettato dall’impero, in un emisfero dove agiva da padrone assoluto Cuba è passata dall’essere l’ultimo paese a liberarsi dal giogo coloniale spagnolo, al primo a scuotersi di dosso l’odiosa tutela imperialista.

Oggi penso soprattutto alla fraterna Repubblica bolivariana del Venezuela, alla sua lotta eroica contro il saccheggio spietato delle risorse che la natura ha concesso a questo nobile e abnegato popolo che un giorno portò i suoi soldati negli angoli più appartati di questo continente per mettere in ginocchio il potere militare spagnolo.

Cuba non necessita spiegare perchè siamo stati solidali, non solo con tutti i paesi di questo emisfero, ma anche con molti dell’Africa e di altre regioni del mondo.

La Rivoluzione bolivariana è stata solidale a sua volta con la nostra Patria e il suo appoggio al nostro paese si è trasformato in un fatto di grande importanza negli anni del periodo speciale. Questa cooperazione, senza dubbio, non è stata frutto di alcuna sollecitudine da parte di Cuba, così come non furono stabilite condizioni di sorta ai popoli che necessitavano i nostri servizi d’educazione o di medicina. Al Venezuela avremmo offerto in qualsiasi circostanza il massimo aiuto.

Cooperare con altri popoli sfruttati e poveri è sempre stato, per i rivoluzionari cubani, un principio politico e un dovere verso l’umanità.

Mi soddisfa enormemente osservare, come ho fatto ieri attraverso la Venezuelana di Televisione e TeleSur, il profondo impatto che ha prodotto nel fraterno popolo del Venezuela la Legge Organica del Lavoro promulgata dal leader bolivariano e presidente della Repubblica, Hugo Chávez Frías. Non avevo mai visto nulla di simile nello scenario politico del nostro emisfero.

Ho prestato attenzione  all’enorme folla che si è riunita nelle piazze e nelle strade di Caracas, e soprattutto alle parole spontanee dei cittadini intervistati. Poche volte ho visto, e forse mai prima, il livello d’emozione e di speranza che costoro ponevano nelle loro dichiarazioni. Si poteva osservare con chiarezza che l’immensa maggioranza della popolazione è costituita da umili lavoratori. Una vera battaglia delle idee si sta sferrando con forza.

Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, ha dichiarato coraggiosamente che, più che in un’epoca di cambio, stiamo vivendo un cambio d’epoca. Tutti e due, Rafael Correa e Hugo Chávez sono cristiani. Obama in cambio, che cos’è? In cosa crede?

Nel primo anniversario dell’assassinio di Bin Laden, Obama compete con il suo rivale Mitt Romney nel giustificare quell’azione perpetrata in un’installazione prossima all’ Accademia Militare del Paquistan, un paese musulmano alleato degli Stati Uniti.

Marx e Engels non parlarono mai di assassinare i borghesi: nel vecchi concetti i giudici giudicavano e i boia facevano le esecuzioni.

Non ci sono dubbi che Obama è stato cristiano; con una delle specificità  di questa religione ha imparato il mestiere di trasmettere le sue idee, un’arte che ha significato molto nella sua ascesa accelerata nella gerarchia del suo partito.

Nella dichiarazione dei principi di Filadelfia nel luglio del 1776 si affermava che tutti gli uomini nascono liberi ed uguali e a tutti, il loro creatore, concedeva determinati diritti.

Per quel che si conosce, tre quarti di secolo dopo l’indipendenza, gli schiavi negri continuavano ad essere venduti nelle pubbliche piazze con le loro mogli e i figli, e quasi due secoli dopo Martin Luther King, premio Nobel della Pace, fece un sogno, ma fu assassinato.

A Obama, il tribunale di Oslo ha ossequiato il suo, e si era trasformato quasi in una leggenda.  Senza dubbio, milioni di persone devono aver visto le scene. Il Premio Nobel Barack Obama ha viaggiato rapidamente in Afganistan, come se il mondo non fosse al corrente degli omicidi di massa, dei libri sacri per i musulmani bruciati e degli oltraggi ai cadaveri delle persone uccise.

Nessuno, se è onesto, sarà mai d’accordo con le azioni di terrorismo.

Ma il presidente degli Stati Uniti ha forse il diritto di giudicare e il diritto d’uccidere, di trasformarsi in tribunale e anche in boia, e compiere tanti crimini in un paese e contro un popolo situato al lato opposto del pianeta?

Abbiamo visto il presidente degli Stati Uniti salire trottando gli scalini di una ripida scala in maniche di camicia, avanzare  a passo svelto per un corridoio mobile e fermarsi a predicare un discorso ad un nutrito contingente di militari che applaudivano svogliatamente le parole dell’illustre presidente. Quegli uomini non erano tutti nati cittadini nordamericani. Pensava nelle colossali spese che questo implica e che il mondo paga, perchè, chi si fa carico di questa enorme spesa che gia supera i 15 miliardi di dollari?

Questo è quello che offre all’umanità l’illustre Premio Nobel della Pace.

Granma.cu

Quello che Obama conosce

di: Fidel Castro Ruz

L’articolo più demolitore che ho letto in questo momento sull’America Latina, è stato scritto da Renán Vega Cantor, professore titolare dell’ Università Pedagogica Nazionale di Bogotà e pubblicato 3 giorni fa nel sito web Rebelión, con il titolo “Echi del Vertice delle  Americhe”.

È  breve e non devo fare versioni; gli studiosi del tema lo possono cercare nel sito indicato.

In più di un’occasione ho citato l’infame accordo che gli USA imposero ai paesi dell’America Latina e dei Caraibi nel creare la OEA, in quella riunione dei ministri degli Esteri che si svolse a Bogotà, nel mese d’aprile del 1948.

In quella data, per puro caso, io ero là promuovendo un congresso latinoamericano di studenti, i cui obiettivi fondamentali erano la lotta contro le colonie europee e le sanguinose tirannie  imposte dagli Stati Uniti in questo emisfero.

Uno dei più brillanti leaders della  Colombia, Jorge Eliécer Gaitán, che con crescente forza aveva unito i settori più progressisti della Colombia che si opponevano alla creazione yankee e della cui vicina vittoria elettorale nessuno dubitava, offerse il proprio appoggio al congresso studentesco. Fu vilmente assassinato e la sua morte provocò la ribellione che è seguita per più di mezzo secolo.

Le lotte sociali si sono prolungate per i millenni, quando gli esseri umani con la guerra disposero di un eccedente di produzione per soddisfare le necessità essenziali della vita.

Come si sa, gli anni di schiavitù fisica, la forma più brutale di sfruttamento, si estesero in alcuni dei nostri paesi sino a poco più di un secolo fa, com’è avvenuto nella nostra stessa Patria nella tappa finale del potere coloniale spagnolo.

Negli stessi Stati Uniti, la schiavitù dei discendenti africani si è prolungata sino alla presidenza di  Abraham Lincoln. L’abolizione di questa brutale forma di sfruttamento è avvenuta solo 30 anni prima che a Cuba.

Martin Luther King sognava l’uguaglianza dei negri negli Stati Uniti appena 44 anni fa, quando fu vigliaccamente assassinato, nell’aprile del 1968.

La nostra epoca si caratterizza per l’avanzare accelerato della scienza e la tecnologia. Ne siamo coscienti o meno, questo è quel che determina il futuro dell’umanità e si tratta di una tappa interamente nuova.

La lotta reale della nostra specie per la propria sopravvivenza è quello che prevale in tutti gli angoli del mondo globalizzato.

Nell’immediato, tutti i latinoamericani e soprattutto il nostro paese, saranno danneggiati dal processo che si sta svolgendo in Venezuela, culla del Liberatore dell’America.

Necessito appena ripetere quello che conoscete: i vincoli stretti del nostro popolo con il popolo venezuelano, con Hugo Chávez, promotore della  Rivoluzione Bolivariana, e con il Partito Socialista Unito creato da lui.

Una delle prime attività promosse dalla Rivoluzione bolivariana è stata la cooperazione medica di Cuba, un campo nel quale il nostro paese ha ottenuto un prestigio speciale, riconosciuto oggi dall’opinione pubblica internazionale. Migliaia di centri dotati con attrezzature d’alta tecnologia che l’industria mondiale  specializzata somministra, sono stati creati dal Governo bolivariano per assistere il suo popolo.

Chávez non ha selezionato costose cliniche private per curare la propria salute: l’ha messa nelle mani del servizio sanitario che ha offerto al suo popolo.

I nostri medici inoltre hanno dedicato una parte del loro tempo alla formazione di medici venezuelani, in aule debitamente equipaggiate dal Governo per questo compito.

Il popolo venezuelano, indipendentemente dalle sue entrate personali, ha cominciato a ricevere i servizi specializzati dei nostri medici, ponendosi tra i meglio assistiti del mondo, ed i suoi indici di salute hanno cominciato a migliorare visibilmente.

Il Presidente Obama conosce tutto questo molto bene e lo ha commentato con alcuni dei suoi visitatori. A uno di loro ha detto con franchezza che il problema è che gli Stati Uniti inviano soldati e Cuba in cambio invia medici.

Chávez, un leader, che in dodici anni non ha conosciuto un minuto di riposo, e con una salute di ferro, senza dubbio si è visto colpito da un’inattesa malattia, scoperta e trattata dallo stesso personale specializzato che lo assisteva, e non è stato facile persuaderlo della necessità di prestare la massima attenzione alla sua stessa salute.

Da allora, con esemplare condotta, segue strettamente le misure pertinenti, senza smettere di svolgere i suoi doveri come capo di Stato e leader del paese.

Oso definire il suo atteggiamento eroico e disciplinato. Dalla sua mente non si allontanano nemmeno per un solo minuto i suoi obblighi, in occasioni sino allo sfinimento.

Posso testimoniare questo, perchè non ho mai smesso di stare in contatto e intercambiare con lui. La sua feconda intelligenza non ha mai smesso di dedicarsi allo studio e all’analisi dei problemi del paese.

Lo divertono la bassezza e le calunnie dei portavoce dell’oligarchia e dell’impero. Non gli ho mai sentito insulti nè volgarità, parlando dei suoi nemici.

Non è il suo linguaggio.

Il nemico conosce bene il suo carattere e moltiplica gli sforzi destinati a calunniare e colpire il Presidente Chávez.

Da parte mia non dubbi ad affermare che, nella mia modesta opinione, espressa in più di mezzo secolo di lotta, che l’oligarchia non potrà mai più governare in questo paese  e per questo è preoccupante che il governo degli Stati Uniti abbia deciso in tali circostanze di promuovere la caduta del governo bolivariano.

D’altra parte insistere nella calunniosa campagna che nell’alta direzione del governo bolivariano esiste una disperata lotta per la presa del comando del governo rivoluzionario se il presidente non riesce a superare la malattia, è una volgare menzogna.

Al contrario, ho potuto osservare la più stretta unità della direzione della Rivoluzione bolivariana.

Un errore di Obama in queste circostanze può provocare un fiume di sangue in Venezuela. Il sangue venezuelano è sangue ecuadoriano, brasiliano, argentino, boliviano, cileno, uruguaiano, centroamericano, dominicano e cubano.

Si deve partire da questa realtà, analizzando la situazione politica del Venezuela.

Si comprende perchè l’Inno dei Lavoratori esorta a cambiare il mondo affondando l’impero borghese?

LINK: What Obama Knows

DI: http://www.granma.cu

La frutta che non è mai caduta

di: Fidel Castro Ruz

Cuba è stata costretta a lottare per la propria esistenza di fronte ad una potenza espansionista, ubicata a poche miglia dalle coste, che proclamava l’annessione della nostra isola, il cui unico destino era cadere nel loro seno come frutta matura. Eravamo condannati a non esistere come nazione.

Nella gloriosa legione di patrioti che durante la seconda metà del XIX secolo lottò contro l’abominabile dominazione spagnola per 300 anni, Josè Martì è stato chi con più chiarezza percepì questo drammatico destino.

Così lo ha reso noto nelle ultime righe che scrisse quando, alla vigilia del forte combattimento previsto contro una coraggiosa e ben equipaggiata colonna spagnola, dichiarò che l’obiettivo principale delle loro lotte era: “… impedire in tempo con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con la loro forza, sulle nostre terre di America. Quanto ho fatto fino ad oggi e farò, è per tutto ciò”.

Senza capire questa profonda verità, oggi non si potrebbe essere patriota, né rivoluzionario.

I mass media, il monopolio delle molte risorse tecniche, e gli abbondanti fondi destinati a ingannare ed abbrutire le masse, costituiscono, senza dubbio, considerevoli ostacoli, ma non invincibili.

Cuba ha dimostrato che – dalla sua condizione di fattoria coloniale yankee, in congiunto all’analfabetismo ed alla povertà generalizzata del suo popolo –, era possibile affrontare il paese che minacciava con il definitivo assorbimento della nazione cubana. Nessuno può affermare che esistesse una borghesia nazionale che si opponeva all’impero, si è sviluppata talmente vicina all’impero che inviò negli Stati Uniti, poco dopo il trionfo della Rivoluzione, quattordicimila bambini senza protezione, anche se questa decisione è stata associata alla perfida bugia che sarebbe stata tolta la Patria Potestà, che la storia registrò come operazione Peter Pan ed è stata qualificata come la miglior manovra di manipolazione di bambini con finalità politica ricordata nell’emisfero occidentale.

Il territorio nazionale è stato invaso, appena due anni dopo il trionfo rivoluzionario, da forze mercenarie, – integrate da antichi soldati di Batista, e figli dei latifondisti e borghesi – armati e scortati dagli Stati Uniti con navi della loro flotta, inclusi portaerei con strumenti pronti a entrare in azione, che accompagnarono gli invasori fino alla nostra isola. La sconfitta e la cattura di quasi il totale dei mercenari in meno di settantadue ore e la distruzione dei loro aerei che operavano dal Nicaragua e i loro mezzi di trasporto navali, costituì un’umiliante sconfitta per l’impero e i loro alleati latinoamericani che sottovalutarono la capacità di lotta del popolo cubano.

L’URSS davanti all’interruzione del rifornimento di petrolio da parte degli Stati Uniti, l’ulteriore sospensione totale della quota storica di zucchero nel mercato di quel paese, e il divieto di commercio creato per più di cento anni, rispose a ognuna delle misure fornendo combustibile, acquistando il nostro zucchero, facendo commercio con il nostro paese e finalmente fornendo le armi che Cuba non poteva acquistare in altri mercati.

L’idea di una campagna sistematica d’attacchi pirata organizzati dalla CIA, i sabotaggi e le azioni militari di bande create e armate da loro, prima e dopo l’attacco mercenario, che finirebbe in un’invasione militare degli Stati Uniti contro Cuba, diedero origine agli avvenimenti che posero il mondo al bordo d’una guerra nucleare totale, con la quale nessuna delle due parti e la stessa umanità avrebbe potuto sopravvivere.

Questi avvenimenti, senza dubbio, costarono la carica a Nikita Jruschov, che aveva sottovalutato l’avversario e tralasciò criteri che gli sono stati trasmessi e non consultò per la sua decisione finale, coloro che stavamo in prima linea. Quella che poteva essere un’importante vittoria morale, divenne così un costoso rovescio politico per l’URSS. Per molti anni continuarono a realizzare le peggiori aggressioni contro Cuba e non poche, come il criminale bloqueo, si commettono ancora.

Jruschov fece gesti straordinari verso il nostro paese. In quell’occasione io criticai senza titubanze l’accordo inconsulto con gli Stati Uniti, ma sarebbe ingrato e ingiusto non riconoscere la sua straordinaria solidarietà nei momenti difficili e decisivi per il nostro popolo nella sua storica battaglia per l’indipendenza e la rivoluzione, di fronte al poderoso impero degli Stati Uniti. Capisco che la situazione era terribilmente tesa e lui non voleva perdere un minuto, quando prese la decisione di ritirare i proiettili e gli yankee s’impegnarono, molto segretamente, a rinunciare all’invasione.

Nonostante i decenni trascorsi, che sono ormai mezzo secolo, la frutta cubana non è caduta nelle mani degli yankee.

Le notizie che adesso giungono dalla Spagna, Francia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria, Inghilterra, le Malvine e altri numerosi punti del pianeta, sono serie, e tutte fanno pensare ad un disastro politico ed economico per l’insensatezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Parlerò di pochi temi. Devo rilevare, stando a quello che molti raccontano, che la selezione di un candidato repubblicano per aspirare alla presidenza di questo globalizzato e inclusivo impero, è a sua volta, e lo dico seriamente, la maggior competizione d’idiozie e d’ignoranza che si sia mai ascoltata. Siccome ho diverse cose da fare, non posso dedicare tempo a questo tema. Sapevo comunque molto bene che sarebbe stato così.

Illustrano di più alcuni articoli che desidero analizzare perché mostrano l’incredibile cinismo che genera la decadenza dell’Occidente. Uno di questi, con sbalorditiva tranquillità, parla di un prigioniero politico cubano, che, come si afferma, è morto dopo uno sciopero della fame durato cinquanta giorni. Un giornalista di Granma, Juventud Rebelde, di un giornale radio o qualsiasi mezzo d’informazione rivoluzionario, si può sbagliare in qualsiasi apprezzamento su qualsiasi tema, pero non fabbrica mai una notizia o inventa una menzogna.

Nella nota di Granma si afferma che non c’è stato questo sciopero della fame; era un recluso per un delitto comune, condannato a quattro anni per un’aggressione, che provocò lesioni al viso di sua moglie; che la stessa suocera aveva richiesto l’intervento delle autorità; che i familiari più stretti hanno seguito tutti i procedimenti utilizzati nel trattamento medico e che erano grati per gli sforzi degli specialisti che l’avevano assistito. È stato ricoverato, dice la nota, nel miglior ospedale della regione orientale, come si fa con tutti i cittadini. È morto per un problema multi organico secondario, associato ad un processo respiratorio settico severo.

Il paziente aveva ricevuto tutte le attenzioni che si applicavano in un paese che possiede uno dei miglior servizi medici al mondo, che si offrono gratuitamente, nonostante il bloqueo imposto dall’imperialismo alla nostra Patria. È semplicemente un dovere che si compie in un paese dove la Rivoluzione è orgogliosa di aver rispettato sempre, durante più di cinquanta anni, i principi che le hanno dato la sua invincibile forza.

Sarebbe meglio che il governo spagnolo, visti gli ottimi rapporti che ha con Washington, viaggi negli Stati Uniti e se informi di quanto occorre nelle prigioni yankee, la condotta spietata che applica ai milioni di prigionieri, la politica eseguita con la sedia elettrica, e gli orrori che si commettono con i detenuti nelle carceri e quelli che protestano nelle strade.

Ieri, lunedì 23 gennaio, un forte editoriale di Granma, intitolato “Le verità di Cuba” in una pagina completa di questo giornale, spiegò dettagliatamente l’insolita sfacciataggine della campagna bugiarda scatenata contro la nostra rivoluzione da alcuni governi “tradizionalmente compromessi con la sovversione contro Cuba”.

Il nostro popolo conosce bene le norme che hanno retto il comportamento irreprensibile della nostra Rivoluzione dal primo combattimento, che non è stata mai infangata durante più di mezzo secolo. Sa anche che non potrà essere mai incalzato né ricattato dai nemici. Le nostre leggi e le norme si compieranno con sicurezza.

È bello segnalarlo con tutta chiarezza e franchezza. Il governo spagnolo e la scalcinata Unione Europea, immersa in una profonda crisi economica, devono sapere a cosa attenersi. Fa pena leggere nelle agenzie di notizie le dichiarazioni di ambedue quando utilizzano le loro sfacciate bugie per attaccare Cuba. Occupatevi prima di salvare l’euro, se potete. Risolvete la disoccupazione cronica che in numero ascendente soffrono i giovani, e rispondete agli indignati sui quali la polizia si avventa e colpisce costantemente.

Non ignoriamo che adesso in Spagna governano gli ammiratori di Franco, ci ha inviato membri della Divisione Azzurra insieme agli SS ed agli SA nazisti per uccidere i sovietici. Quasi cinquantamila di loro parteciparono nella cruenta aggressione. Nell’operazione più crudele e dolorosa di quella guerra: l’assedio di Leningrado, dove morirono un milione di cittadini russi, la Divisione Azzurra fecce parte delle forze che cercarono di strangolare l’eroica città. Il popolo russo non perdonerà mai quell’orrendo crimine.

La destra fascista di Aznar, Rajoy e altri servitori dell’impero, deve sapere qualcosa delle sedicimila perdite che hanno avuto i predecessori della Divisione Azzurra e le Croci di Ferro con le quale Hitler premiò gli ufficiali ed i soldati di quella divisione. Non ha nulla di strano quello che fa oggi la polizia gestapo con gli uomini e le donne che domandano il diritto al lavoro ed al pane nel paese con più disoccupazione di Europa.

Perché mentono così sfacciatamente i mass media dell’impero?

Quelli che gestiscono questi media, s’impegnano ad ingannare ed abbruttire il mondo con le grossolane bugie, pensando forse che costituisce una risorsa principale per mantenere il sistema globale di dominazione e saccheggio imposto, ed in modo particolare alle vittime vicine alla sede della metropoli, i quasi seicentomilioni di latinoamericani e caraibici che vivono in questo emisfero.

La repubblica sorella del Venezuela è diventata l’obiettivo fondamentale di quella politica. La ragione è ovvia. Senza il Venezuela, l’impero avrebbe imposto il trattato di libero commercio a tutti i popoli del continente che ci sono al Sud degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori riserve di terra, acqua dolce, e minerali del pianeta, così come grandi risorse energetiche che, somministrate con spirito solidario verso gli altri popoli del mondo, costituiscono risorse che non possono né devono cadere nelle mani delle multinazionali che impongono un sistema suicida ed infame.

Basta, per esempio, guardare la cartina geografica per capire la criminale spoliazione che significò per Argentina toglierle un pezzo del suo territorio nell’estremo sud del continente. Lì hanno impiegato i britannici, il loro decadente apparato militare per uccidere inesperti reclute argentine che indossavano le uniformi estive mentre si era già in pieno inverno. Gli Stati Uniti ed il loro alleato Augusto Pinochet diedero all’Inghilterra uno supporto svergognato. Adesso, alla vigilia dell’Olimpiade di Londra, il loro primo ministro David Cameron proclama anche, come lo aveva già fatto Margaret Tatcher, il loro diritto di usare i sottomarini nucleari per uccidere gli argentini. Il governo di quel paese non sa che il mondo è in cambiamento, e il disprezzo del nostro emisfero e della maggioranza dei popoli verso gli oppressori aumenta ogni giorno.

Il caso delle Malvine non è l’unico. Qualcuno conosce per caso come finirà il conflitto in Afghanistan? Pochi giorni fa i soldati statunitensi oltraggiavano i cadaveri dei combattenti afgani, uccisi dai bombardieri senza pilota della NATO.

Tre giorni fa un’agenzia europea pubblicò che “il presidente afgano Hamid Karzai, diede il suo avallo ad un negoziato di pace con i Talebani, sottolineando che questo fatto deve essere risolto dai cittadini dello stesso paese”.

Poi aggiunse: “… il processo di pace e riconciliazione appartiene alla nazione afgana e nessun paese o organizzazione straniera può togliere agli afgani questo diritto.”

D’altra parte, un comunicato pubblicato dalla nostra stampa comunicava da Parigi che “Francia sospese oggi tutte le operazioni di formazione ed aiuto al combattimento in Afghanistan e minacciò con anticipare il ritiro delle truppe, dopo che un soldato afgano ultimasse quattro militari francesi nella valle Tgahab, della provincia di Kapisa […] Sarkozy diede istruzioni al ministro di difesa Gerard Longuet per spostarsi immediatamente a Kabul, e vide la possibilità di un ritiro anticipato del contingente.”

Sparita l’URSS ed il Campo Socialista, il governo degli Stati Uniti concepiva che Cuba non poteva sostenersi. George W. Bush aveva già preparato un governo controrivoluzionario per presiedere il nostro paese. Lo stesso giorno che Bush iniziò la sua criminale guerra contro l’Iraq, io chiesi alle autorità del nostro paese la cessazione della tolleranza che si applicava ai capi controrivoluzionari che in quei giorni chiedevano istericamente un’invasione contro Cuba. In realtà la loro attitudine costituiva un atto di tradimento alla Patria.

Bush e le sue stupidaggini imperarono durante otto anni e la Rivoluzione cubana ha perdurato ormai da più di mezzo secolo. La frutta matura non è caduta nel seno dell’impero. Cuba non sarà una forza in più con cui potrà allargarsi l’impero sui popoli d’America. Il sangue di Martì non si è versato invano.

Domani pubblicherò un’altra Riflessione come complemento di quest’ultima.

LINK:  La fruta que no cayó

DA: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

Venezuela: La minaccia del buon esempio?

di: Eva Golinger

Washington non ha mai nascosto il suo disprezzo per il presidente del Venezuela Chavez e i  mass media hanno trasformato un leader democratico in un dittatore. Il Venezuela rappresenta davvero una minaccia per gli Stati Uniti o tutto questo clamore mediatico è solo una scusa per un cambiamento di regime? 

[NOTA: ho accompagnato il presidente Chavez nel suo ultimo viaggio in Iran ad  ottobre 2010 e posso attestare il legittimo rapporto tra entrambe le nazioni. Non abbiamo fatto visita agli impianti nucleari,  abbiamo invece visitato i cantieri per edifici residenziali che sono stati successivamente utilizzati come modello per un programma di edilizia residenziale pubblica attualmente in corso in Venezuela, in joint venture con l'Iran. Ho anche visitato personalmente, diversi anni fa, la fabbrica  iraniana-venezuelana di trattori a Bolivar  e ne ho anche guidato uno. Posso  dire con certezza che non era nè radioattivo né era una copertura per una bomba atomica.]

La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina questa settimana ha causato  frenesia a Washington. Il pensiero che il Nemico numero 1 degli Stati Uniti fosse a poche miglia di distanza, a sud del confine,ad  ingraziarsi le nazioni un tempo dominate dalla agenda di Washington, era troppo da sopportare per un governo che cerca disperatamente di isolare l’Iran e sbarazzarsi della nazione persiana della Rivoluzione islamica. 

I giorni prima dell’arrivo di Ahmadinejad in Venezuela, la sua prima tappa di un tour che lo porterà a visitare altre quattro nazioni latinoamericane, il Dipartimento di Stato americano ha avvertito la regione di ricevere il presidente iraniano e di rafforzare i legami, mentre Washington stava intensificando le sanzioni contro l’Iran e l’aumento della pressione sul governo di Ahmadinejad. Come segno della sua severità, Washington ha anche espulso un diplomatico venezuelano che lavorava come console generale a Miami, per presunti collegamenti ad un infondato complotto iraniano contro gli Stati Uniti.

Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha liquidato gli avvertimenti di Washington come le parole di un “impero ridicolo” che non “ci domina più in America Latina”. ”Siamo nazioni sovrane”, ha chiarito Chavez, mentre riceveva il  Presidente iraniano a braccia aperte. Chavez ha anche ironizzato riguardo le accuse di Washington che il rapporto iraniano-venezuelano  rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti.

“Ci accusano in continuazione di piani per attaccare gli Stati Uniti. Dicono che stiamo costruendo una bomba per lanciarla contro Washington. Vedete quella collina lì ? Quella collina adesso si aprira’ e ne uscira’ un’enorme bomba atomica  che io e il presidente Ahmadinejad  lanceremo contro la Casa Bianca”, ha scherzato il presidente Chavez  con i giornalisti che erano giunti al palazzo presidenziale per la visita del presidente iraniano.

“La sola guerra che il Venezuela e l’Iran stanno conducendo insieme è la guerra contro la fame, contro la povertà, contro l’esclusione”, ha chiarito Chavez in tono severo.

Da anni ormai, i funzionari del governo degli Stati Uniti, gli analisti esterni, i  think tank, i consulenti del governo e i commentatori dei media hanno lanciato allucinanti accuse contro il Venezuela, sostenendo che la nazione sudamericana stia costruendo basi missilistiche con l’Iran per pianificare attacchi contro gli Stati Uniti e campi di addestramento terroristici dove ospitare i membri di Al Qaeda, Hezbollah e la Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Queste affermazioni assurde si spingono fino ad asserire che  le joint venture venezuelane-iraniane, come fabbriche di auto e biciclette e centrali del latte non servano ad altro se non a nascondere  i siti segreti sotterranei per l’ arricchimento dell’uranio delle bombe nucleari da lanciare contro gli Stati Uniti. Anche un volo commerciale tra Caracas e Teheran è stato rivendicato da questi “analisti” degli Stati Uniti e da alcuni membri del Congresso, come Connie Mack e Ileana Ros-Lehtinen (entrambi repubblicani della Florida), come un “volo del terrore” per il trasporto di “materiali radioattivi” e “terroristi”.

Quanto ridicole possono sembrare le accuse Washington contro il Venezuela, tali accuse, pericolose e prive di fondamento, vengono utilizzate per amplificare le ostilità contro la nazione sudamericana, incanalare milioni di dollari di finanziamenti ai gruppi anti-Chavez  nel tentativo di destabilizzare il governo venezuelano e di perpetuare ulteriormente una campagna mediatica atta a demonizzare il capo di Stato venezuelano, raffigurando questo paese produttore di petrolio come una dittatura.

Nel corso degli ultimi anni, mentre  si intensifica la campagna contro il Venezuela,il  gergo comune nei mass media, riferendosi al Presidente Chavez,  comprende termini come “dittatore”, “autoritario”, “tiranno”, “terrorista”, “minaccia” e ritrae il paese latino-americano come uno “stato fallito” dove i diritti umani sono costantemente “violati” e la libertà di espressione è inesistente. Chiunque abbia visitato il Venezuela durante l’amministrazione Chavez sa che non solo non esiste alcuna dittatura, ma la democrazia è aperta, vivace e partecipativa, fiorisce la libertà di parola e i venezuelani godono di una maggiore garanzia dei diritti umani rispetto ai loro vicini del nord degli Stati Uniti. Ai mezzi di comunicazione è necessario ricordare che il presidente Chavez è stato eletto con oltre il 60% dei voti nei trasparenti processi elettorali, con l’80% di partecipazione elettorale certificata da osservatori internazionali.

Come  ha sottolineato di recente il presidente Chavez, il governo venezuelano sta investendo ogni anno di più in programmi sociali e in misure contro la povertà , mentre paesi come gli Stati Uniti stanno tagliando i servizi sociali. In Venezuela, la povertà è stata ridotta di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche sociali dell’amministrazione Chavez, mentre negli Stati Uniti, 1 bambino su 5 vive attualmente in condizioni di estrema povertà. La disoccupazione, a dicembre 2011,  in Venezuela era al 6,5% rispetto all’8,5 % degli USA. L’esclusione, la mancanza di opportunità, l’astensione degli elettori ed  altre piaghe sociali sono in continuo aumento negli Stati Uniti.

“Obama, non pensarci più. Fatti gli affari tuoi e prenditi cura del tuo paese, dove  hai un sacco di problemi “, ha suggerito il presidente Chavez durante un recente discorso. Chavez è stato anche pronto a sottolineare che Obama ha appena tagliato l’ assistenza federale  per il gasolio necessario per il riscaldamento  delle famiglie a basso reddito, lasciando migliaia di persone a soffrire in questo gelido inverno, dovendo scegliere tra cibo o calore. Nel frattempo, il governo venezuelano ha appena rinnovato e ampliato il suo programma di assistenza relativo al gasolio per il riscaldamento domestico alle comunità negli Stati Uniti attraverso la Citgo. Negli ultimi 7 anni, la società venezuelana Citgo è stata l’unica società petrolifera negli Stati Uniti disposta a fornire a costi ridotti il gasolio per la casa a chi ne aveva bisogno. E ‘ironico che il governo venezuelano stia aiutando le persone negli Stati Uniti mentre il governo degli Stati Uniti e le sue imprese si rifiutano di farlo.

VENEZUELA & IRAN: LA MINACCIA REALE

Il rapporto tra il Venezuela e l’Iran può causare allarme in alcuni ambienti a Washington, ma non per i motivi descritti dai media. Come membri fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1960, il Venezuela e l’Iran hanno condiviso stretti rapporti da decenni. Entrambi i paesi hanno interessi strategici in tutto il mondo. Tuttavia, non è da poco tempo che queste relazioni vadano oltre i semplici interessi energetici.

L’entrata dell’Iran in America Latina come partner commerciale, insieme a Cina e Russia, è la vera minaccia per l’egemonia statunitense nella regione. Le  società statunitensi che hanno monopolizzato l’emisfero per oltre un secolo, vengono ora sostituite da imprese asiatiche, mediorientali ed europee disposte a fornire offerte più allettanti a paesi come il Venezuela. Gli accordi con l’Iran, per esempio, includono il trasferimento di tecnologia e non solo l’acquisto dei prodotti. Le fabbriche iraniane di automobili  in Venezuela non si limitano solo all’assemblaggio di un prodotto iraniano. Gli accordi prevedono infatti che esse forniscano ai venezuelani l’abilità tecnica per la produzione di vetture, dalle materie prime al prodotto finito. Questo è essenziale per assicurare sviluppo,crescita e stabilità economica a lungo termine.

Le false accuse contro il Venezuela di terrorismo e di essere un paese guerrafondaio – nessuna delle quali è mai stata suffragata da prove reali – sono tentativi pericolosi per spaventare l’opinione pubblica nel giustificare un qualche tipo di aggressione contro una nazione pacifica. Il Venezuela non ha mai invaso, aggredito, minacciato o intervenuto in un altro paese, né ha bombardato e assassinato i cittadini di altre nazioni. Il Venezuela ha una politica di pace e non hai mai infranto o violato questa promessa.

Il Venezuela ha anche il diritto sovrano di intraprendere relazioni con le altre nazioni come meglio crede e di sviluppare le proprie politiche interne per favorire il benessere della sua gente. Questa sembra essere la più grande minaccia agli Stati Uniti.

LINK:  Venezuela: The Threat of a Good Example?

DI: Coriintempesta

La marcia verso l’abisso

di: Fidel Castro Ruz

Non è questione di ottimismo o pessimismo, sapere o ignorare cose elementari, essere responsabili o no degli avvenimenti. Quelli che pretendono considerarsi politici dovrebbero essere lanciati nella spazzatura della storia quando, come è norma, di questa attività ignorano tutto o quasi tutto quello che a cui fa riferimento.

Non parlo ovviamente di quelli che durante vari millenni trasformarono i temi  pubblici in strumenti di potere e ricchezze per le classi privilegiate, attività nella quale i record di crudeltà sono stati imposti durante gli ultimi otto o diecimila anni e su questo esistono prove certe della condotta sociale della nostra specie, la cui esistenza come esseri pensanti, secondo gli scienziati, appena oltrepassa i 180 mila anni.

Non è mio proposito imbottigliarmi in questi temi che sicuramente annoierebbero quasi al 100% delle persone continuamente bombardate con notizie attraverso mezzi che vanno dalla parola scritta fino alle immagini tridimensionali che cominciano ad esibirsi in costosi cinema, e non è lontano il giorno in cui predomineranno nella televisione, che già di per se, produce favolose immagini. Non è casuale che la chiamata industria dello svago abbia la sua sede nel cuore dell’impero che tiranneggia tutti.

Quello che pretendo è situarmi nel punto di partenza attuale della nostra specie per parlare della marcia verso l’abisso. Potrei parlare perfino di una marcia “inesorabile” e sarebbe sicuramente più vicino alla realtà. L’idea di un giudizio finale è implicita nelle dottrine religiose più diffuse tra gli abitanti del pianeta, senza che nessuno li qualifichi per questo come pessimisti. Considero, al contrario, dovere elementare di tutte le persone serie e sagge che sono milioni, lottare per posporre e, forse ostacolare, questo drammatico e prossimo avvenimento nel mondo attuale.

Numerosi pericoli ci minacciano, ma due di questi, la guerra nucleare ed il cambiamento climatico, sono decisivi ed ambedue sono sempre più lontani dall’avvicinamento ad una soluzione.

La tiritera demagogica, le dichiarazioni ed i discorsi della tirannia imposta al mondo dagli Stati Uniti ed i suoi poderosi ed incondizionati alleati, in entrambi i temi, non ammettono il minore dubbio al riguardo.

Il 1° gennaio 2012, anno nuovo occidentale e cristiano, coincide con l’anniversario del trionfo della Rivoluzione in Cuba e l’anno in cui si compie il 50° Anniversario dalla Crisi di Ottobre del 1962, che portò il mondo sull’orlo della guerra mondiale nucleare, fatto che mi obbliga a scrivere queste linee.

Le mie parole non avrebbero senso se avessi come obbiettivo imputare alcuna colpa al popolo nordamericano, od a quello di qualunque altro paese alleato degli Stati Uniti nell’insolita avventura; loro, come gli altri popoli del mondo, sarebbero le vittime inevitabili della tragedia. Fatti recenti accaduti in Europa ed in altri luoghi mostrano le indignazioni di massa di quelli a cui la disoccupazione, la carestia, le riduzioni delle loro entrate, i debiti, la discriminazione, le bugie e la politica, conducono alle proteste ed alle brutali repressioni dei guardiani dell’ordine stabilito.

Con frequenza crescente si parla di tecnologie militari che colpiscono la totalità del pianeta, unico satellite abitabile conosciuto a centinaia di anni luce da un altro che forse risulti adeguato se ci muoviamo alla velocità della luce, trecento mila chilometri per secondo.

Non dobbiamo ignorare che se la nostra meravigliosa specie pensante sparisse trascorrerebbero molti milioni di anni prima che ne sorga nuovamente un’altra capace di pensare, in virtù dei principi naturali che dirigono la natura stessa, come conseguenza dell’evoluzione delle specie, scoperta da Darwin in 1859 e che oggi riconoscono tutti gli scienziati seri, credenti o non credenti.

Nessuna altra epoca della storia dell’uomo conobbe gli attuali pericoli che affronta l’umanità. Persone come me, con 85 anni compiuti, eravamo approdati ai 18 col titolo di un diploma prima che finisse l’elaborazione della prima bomba atomica.

Oggi degli artefatti di questo carattere pronti per il loro impiego -incomparabilmente più poderosi di quelli che produssero il calore del sole sulle città di Hiroshima e Nagasaki – ce ne sono a migliaia.

Le armi di questo tipo che si mettono in magazzini aggiuntivamente, addizionate a quelle già dichiarate in virtù di accordi, raggiungono cifre che superano i venti mila proiettili nucleari.

L’impiego di appena un centinaio di queste armi sarebbe sufficiente per creare un inverno nucleare che provocherebbe in breve tempo una morte spaventosa per tutti gli esseri umani che abitano il pianeta, come ha spiegato brillantemente e con dati digitali lo scienziato nordamericano e professore dell’Università di Rutgers, in New Jersey, Alan Robock.

Quelli che vogliono leggere le notizie ed analisi internazionali serie, conoscono come i rischi dell’esplosione di una guerra con impiego di armi nucleari si incrementano man mano che la tensione cresce nel Vicino Oriente, dove nelle mani del governo israelita si accumulano centinaia di armi nucleari in piena disposizione combattiva, ed il cui carattere di forte potenza nucleare né si ammette né si nega. Cresce ugualmente la tensione intorno alla Russia, paese di indiscutibile capacità di risposta, minacciata da un ipotetico scudo nucleare europeo.

Mi fa ridere l’affermazione yankee che lo scudo nucleare europeo è per proteggere anche la Russia dall’Iran e dalla Corea del Nord. Tanto debole è la posizione yankee in questo delicato tema che neanche il suo alleato Israele si prende il disturbo di garantire consultazioni previe su misure che possano far scoppiare la guerra.

L’umanità, invece, non gode di nessuna garanzia. Lo spazio cosmico, nelle prossimità del nostro pianeta, è saturo di satelliti degli Stati Uniti destinati a spiare quello che succede perfino nelle terrazze delle abitazioni di qualunque nazione del mondo. La vita ed abitudini di ogni persona o famiglia sono passate ad essere oggetto di spionaggio; l’ascolto di centinaia di milioni di cellulari, ed il tema delle conversazioni che abbordi qualunque utente in qualunque parte del mondo smette di essere privato per trasformarsi in materiale di informazione per i servizi segreti degli Stati Uniti.

Questo è il diritto che continua a rimanere ai cittadini del nostro mondo in virtù degli atti di un governo la cui costituzione, promossa nel Congresso di Filadelfia nel 1776, stabiliva nonostante che gli uomini nascevano liberi ed uguali ed a tutti concedeva loro il Creatore determinati diritti, dei quali non le rimane già, né agli stessi nordamericani né a nessun cittadino del mondo, quello di comunicare per telefono a familiari ed ad amici i suoi sentimenti più intimi.

La guerra, tuttavia, è una tragedia che può succedere, ed è molto probabile che succeda; in più, se l’umanità fosse capace di ritardarla un tempo indefinito, un altro fatto altrettanto drammatico sta succedendo già con crescente ritmo: il cambiamento climatico. Mi limiterò a segnalare quello che eminenti scienziati ed espositori di rilievo mondiale hanno spiegato attraverso documenti e film che nessuno discute.

È ben conosciuto che il governo degli Stati Uniti si è opposto agli accordi di Kyoto sull’ecosistema, una linea di condotta che neanche conciliò coi suoi più vicini alleati, i cui territori soffrirebbero tremendamente ed alcuni dei quali, come l’Olanda, sparirebbero quasi interamente.

Il pianeta cammina oggi senza politica su questo grave problema, mentre i livelli del mare si alzano, le enormi cappe di ghiaccio che coprono l’Antartide e la Groenlandia, dove si accumula più del 90% dell’acqua dolce del mondo, si sciolgono con crescente ritmo, e già l’umanità, il passato 30 novembre 2011, ha raggiunto ufficialmente la cifra di 7 mila milioni di abitanti, che nelle aree più povere del mondo continua a crescere in forma sostenuta ed inevitabile. È che per caso quelli che si sono dedicati a bombardare paesi ed ammazzare milioni di persone durante gli ultimi 50 anni possono preoccuparsi per il destino degli altri popoli?

Gli Stati Uniti sono oggi non solo il promotore di quelle guerre, ma anche il maggiore produttore ed esportatore di armi nel mondo.

Come è conosciuto, questo poderoso paese ha sottoscritto un accordo per somministrare 60 mila milioni di dollari nei prossimi anni al regno dell’Arabia Saudita, dove le multinazionali degli Stati Uniti ed i suoi alleati estraggono ogni giorno 10 milioni di barili di petrolio leggero, cioè, mille milioni di dollari in combustibile. Che cosa sarà di questo paese e della regione quando queste riserve di energia si esauriscano? Non è possibile che il nostro mondo globalizzato accetti senza protestare il colossale spreco di risorse energetiche che la natura tardò centinaia di milioni di anni a creare, e la cui dilapidazione rincara i costi essenziali. Non sarebbe in assoluto degno del carattere intelligente attribuito alla nostra specie.

Negli ultimi 12 mesi tale situazione si aggravò considerevolmente a partire dai nuovi avanzamenti tecnologici che, lontano da alleviare la tragedia proveniente dallo spreco dei combustibili fossili, l’aggrava considerevolmente.

Scientifici ed investigatori di prestigio mondiale venivano segnalando le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico.

In un eccellente documentario del direttore francese Yann Arthus-Bertrand, intitolato ‘Home’, ed elaborato con la collaborazione di prestigiose e ben informate personalità internazionali, reso pubblico a metà dell’anno 2009, mostrò al mondo con dati irrefutabili quello che stava succedendo. Con solidi argomenti esponeva le conseguenze nefaste di consumare, in meno di due secoli, le risorse energetiche create dalla natura in centinaia di milioni di anni; ma la cosa peggiore non era il colossale spreco, bensì le conseguenze suicide che avrebbe avuto per la specie umana. Riferendosi alla stessa esistenza della vita, rimproverava alla specie umana: ‘…Stai utilizzando un favoloso lascito di 4 000 milioni di anni somministrato dalla Terra.

Hai solamente 200 000 anni, ma hai già cambiato la faccia del mondo.”

Non incolpava né poteva incolpare nessuno fino a questo punto, segnalava semplicemente una realtà obiettiva. Tuttavia, oggi dobbiamo incolparci tutti quelli che lo sappiamo e non facciamo niente per tentare di rimediarlo.

Nelle sue immagini e concetti, gli autori di questa opera includono memorie, dati ed idee che abbiamo il dovere di conoscere e prendere in considerazione.

In mesi recenti, un altro favoloso materiale filmico esibito è stato ‘Oceanos’, elaborato da due registi francesi, considerato il migliore film dell’anno a Cuba; forse, a mio giudizio, il migliore di questa epoca.

È un materiale che stupisce per la precisione e bellezza delle immagini mai prima filmate da nessuna telecamera: 8 anni e 50 milioni di euro sono stati investiti per produrlo. L’umanità dovrà ringraziare per questa prova della forma in cui si presentano i principi della natura adulterati dall’uomo. Gli attori non sono esseri umani: sono quelli che popolano i mari del mondo. Un Oscar per loro!

Quello che motivò il dovere di scrivere queste linee non sorse dai fatti riferiti fino a qui, che di una forma o un’altra ho commentato anteriormente, bensì di altri che, manipolati dagli interessi delle multinazionali, stanno uscendo alla luce in piccole dosi negli ultimi mesi e servono secondo me come prova definitiva della confusione e del caos politico che impera nel mondo.

Appena alcuni mesi fa lessi per la prima volta alcune notizie sull’esistenza del gas di scisto. Si leggeva che gli Stati Uniti disponevano di riserve per supplire le loro necessità di questo combustibile per 100 anni. Dal momento che dispongo attualmente di tempo per indagare su temi politici, economici e scientifici che possono essere realmente utili ai nostri popoli, mi comunicai discretamente con varie persone che risiedono a Cuba o all’estero del nostro paese. Curiosamente, nessuna di queste aveva ascoltato una parola sul tema. Non era naturalmente la prima volta che questo succedeva. Uno si meraviglia di fatti importanti di per sé che si nascondono in un vero mare di informazioni, mischiate con centinaia o migliaia di notizie che circolano per il pianeta.

Ho persistito, nonostante, nel mio interesse sul tema. Sono trascorsi solo vari mesi ed il gas di scisto non è già notizia. In vigilis del nuovo anno si conoscevano già sufficienti dati per vedere con ogni chiarezza la marcia inesorabile del mondo verso l’abisso, minacciato da rischi tanto eccessivamente gravi come la guerra nucleare ed il cambiamento climatico. Del primo, parlai già; del secondo, in onore della brevità, mi limiterò ad esporre dati conosciuti ed alcuni per conoscere che nessun quadro politico o persona sensata deve ignorare.

Non vacillo nell’affermare che osservo entrambi i fatti con la serenità degli anni vissuti, in questa spettacolare fase della storia umana che hanno contribuito all’educazione del nostro popolo coraggioso ed eroico.

Il gas si misura in TCF, che possono riferirsi a piedi cubi o metri cubi -non sempre si spiega se è uno o l’altro – dipende dal sistema di misure che si applichi in un determinato paese. D’altra parte, quando si parla di miliardi normalmente si riferiscono al miliardo spagnolo che significa un milione di milioni; tale cifra in inglese si qualifica come trilione cosa deve tenersi in conto quando si analizzano le quantità riferite al gas che normalmente sono in volumi. Tenterò di segnalarlo quando sia necessario.

L’analista nordamericano Daniel Yergin, autore di un voluminoso classico di storia del petrolio affermò, secondo l’agenzia di notizie IPS che già un terzo di tutto il gas che si produce negli Stati Uniti è gas di scisto.

‘..lo sfruttamento di una piattaforma con sei pozzi può consumare 170.000 metri cubi di acqua e perfino provocare effetti dannosi come avere influenza su movimenti sismici, inquinare acque sotterranee e superficiali, e colpire il paesaggio’.

Il gruppo britannico BP informa da parte sua che ‘le riserve provate di gas convenzionale o tradizionale nel pianeta sommano 6.608 miliardi -milioni di milioni- di piedi cubi, circa 187 miliardi di metri cubi, […] ed i depositi più grandi sono in Russia (1.580 TCF), Iran (1.045), Qatar (894), ed Arabia Saudita e Turkmenistan, con 283 TCF ognuno’. Si tratta del gas che si veniva producendo e commercializzando.

‘Uno studio dell’EIA –un’agenzia governativa degli Stati Uniti sull’energia- pubblica in aprile del 2011 che trovò praticamente lo stesso volume (6.620 TCF o 187,4 miliardi di metri cubi) di shale gas ricuperabile in appena 32 paesi, ed i giganti sono: Cina (1.275 TCF), Stati Uniti (862), Argentina (774), Messico (681), Sudafrica (485) ed Australia (396 TCF)”. Shale gas è il gas di scisto. Si osservi che d’accordo a quello che si conosce, Argentina e Messico ne possiedono quasi quanto gli Stati Uniti. Cina, coi maggiori giacimenti, possiede riserve che equivalgono quasi al doppio di questi ed un 40% in più degli Stati Uniti.

‘…paesi da secoli dipendenti di fornitori stranieri conterebbero su un’ingente base di risorse in relazione col loro consumo, come Francia e Polonia che importano 98 e 64%, rispettivamente, del gas che consumano, e che avrebbero in rocce di scisto o “lutite” riserve superiori a 180 TCF ognuno.”

‘Per estrarre le ‘lutite” -segnala IPS- si ricorre ad un metodo battezzato ‘fracking ‘ (frattura idraulica), con l’iniezione di grandi quantità di acqua con sabbie ed additivi chimici. L’impronta di carbonio (proporzione di biossido di carbonio che libera nell’atmosfera) è molto maggiore che quella generata con la produzione di gas convenzionale.

‘Quando si tenta di bombardare cappe della crosta terrestre con acqua ed altre sostanze, si incrementa il rischio di danneggiare il sottosuolo, suoli, cappe idriche sotterranee e superficiali, il paesaggio e le vie di comunicazione se le installazioni per estrarre e trasportare la nuova ricchezza presentano difetti o errori di maneggio’.

Basti segnalare che tra le numerose sostanze chimiche che si iniettano con l’acqua per estrarre questo gas si trovano il benzene ed il toluene che sono sostanze terribilmente cancerogene

L’esperto Lourdes Melgar, dell’Istituto Tecnologico e degli Studi Superiori di Monterrey, pensa che:

‘È una tecnologia che genera molto dibattito e sono risorse ubicate in zone dove non c’è acqua ‘….

‘Le lutite gassose -afferma IPS- sono cave di idrocarburi non convenzionali, incagliate in rocce che le proteggono, per questo si applica la frattura idraulica (conosciuta in inglese come ‘fracking ‘) per liberarle a grande scala.”

“La generazione di gas shale include alti volumi di acqua e lo scavo e frattura generano grandi quantità di residui liquidi che possono contenere chimici sciolti ed altri agenti inquinanti che richiedono un trattamento prima di essere buttato.”

“La produzione di scisto saltò da 11.037 milioni di metri cubi nel 2000 a 135.840 milioni nel 2010. Nel caso che l’espansione continui questo ritmo, nel 2035 arriverà a coprire il 45% della domanda di gas generale, secondo l’EIA.

“Investigazioni scientifiche recenti hanno allertato sul profilo ambientale negativo del gas lutite.

“L’accademico Robert Howarth, Renee Santoro ed Anthony Ingraffea, dell’Università statunitense di Cornell, conclusero che questo idrocarburo è più inquinante del petrolio ed il gas, secondo il loro studio ‘Metano e l’impronta di gas ad effetto serra del gas naturale proveniente da formazioni di shale ‘, pubblicato nell’aprile scorso sulla rivista Climatic Change.

“‘L’orma carbonica è maggiore che quella del gas convenzionale o il petrolio, visti in qualunque orizzonte temporaneo, ma particolarmente in un lasso di 20 anni. Comparata col carbone, è almeno un 20% maggiore e forse più del doppio in 20 anni’, risaltò la relazione.”

“Il metano è uno dei gas ad effetto serra più inquinanti, responsabili dell’aumento della temperatura del pianeta.”

“‘In aree attive di estrazione (uno o più pozzi in un chilometro), le concentrazioni medie e massime di metano in pozzi di acqua potabile si incrementarono con prossimità al pozzo gassoso più vicino e furono un pericolo di esplosione potenziale ‘, cita il testo scritto da Stephen Osborn, Avner Vengosh, Nathaniel Warner e Robert Jackson, della Università statale di Duke.

“Questi indicatori mettono in discussione l’argomento dell’industria che lo scisto può sostituire il carbone nella generazione elettrica e, pertanto, una risorsa per mitigare il cambiamento climatico.

“‘È un’avventura troppo prematura e rischiosa ‘.”

“Nell’aprile del 2010, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha messo in moto l’Iniziativa Globale di Gas Shale per aiutare i paesi che cercano approfittare di questa risorsa per identificarlo e svilupparlo, con un eventuale beneficio economico per le multinazionali di quella nazione.”

Sono stato inevitabilmente esteso, non avevo un’altra opzione. Redigo queste linee per il sito web Cubadebate e per Telesur, una delle emittenti di notizie più serie ed oneste del nostro rassegnato mondo.

Per abbordare il tema ho lasciato passare i giorni festivi del vecchio e del nuovo anno.

LINK: La marcha hacia el abismo

TRADUZIONE DI: Prensa Latina -Agenzia di Stampa LatinoAmericana

6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE

Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.

William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.

Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.

a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.

b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.

c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.

d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.


La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina

La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.

Già nel 2003 – nel mio “Europa Svegliati” – mettevo in guardia contro la spaventosa spirale del debito USA che nelle sue tre componenti – debito interno, debito estero e debito delle famiglie – raggiungeva cifre paurose, ben superiori al 120% dell’attuale debito interno italiano. Cos’è cambiato? Perché Standard & Poor’s ha osato tanto? Talvolta, è analizzando le reazioni che si scopre un fenomeno, come avviene spesso nella Fisica.

La reazione di Pechino non è stata né bonaria e né tranquillizzante: anzi, boriosa, come quella di chi ha perso la pazienza.

La Cina ha adesso ogni diritto di chiedere che gli Usa affrontino i loro problemi di debito…garantire la sicurezza degli asset in dollari della Cina…Washington deve ora affrontare seriamente una dolorosa realtà…riduzioni a quello che (la Cina) definisce le gigantesche spese militari e i costi salati del welfare…

I cinesi non sono così stupidi da credere che basti una loro ramanzina per far cadere l’architrave del pensiero politico USA – quel “noi non baratteremo mai il nostro stile di vita” – poiché su quella (falsa) certezza dell’american dream si basa il potere bipartisan demo-repubblicano. Se i cinesi osano tanto – sapendo che devono continuare a smerciare computer e televisori – non sarà che gli USA non sono più, per Pechino, quel cliente così “essenziale” per la loro economia?

Non si tratta certamente di una “chiusura” netta ed irrevocabile, tanto meno subitanea, bensì di un processo che vede aumentare le economie – e dunque il commercio, l’import-export, i consumi, ecc – dei Paesi del BRIC & associati, i quali possono pagare anche con le loro merci – e quindi in un quadro di “sana” economia – e non con i “dollarotti” carta straccia. Similmente, i Paesi dell’Europa Centrale – con la Germania a dirigere il coro – mantengono ancora un significativo gap tecnologico nei confronti della Cina, mentre gli USA hanno esportato e venduto le loro aziende agli orientali: adesso, si guardano le mani e scoprono d’esser rimasti con un pugno di mosche. Una guerra?

Molto improbabile, per tante ragioni. Una guerra di logoramento “ai fianchi” della Cina – un attacco in Corea, tanto per scegliere un luogo – comporterebbe un dispiegamento di forze simile al Vietnam, che gli USA non possono assolutamente più sostenere: se ne vanno, bastonati, anche dall’Afghanistan, che non è certo la Cina! Anche un attacco atomico non risolverebbe nulla, perché porterebbe alla mutua distruzione, anche se il potenziale USA è superiore: bastano 10 missili a bersaglio negli USA per distruggere l’economia statunitense per secoli.

Quello che attende gli USA è un lento decadimento, come avvenne per la Gran Bretagna, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi riuscirono – grazie alla loro esperienza imperiale ed al Commonwealth – a compiere un “atterraggio morbido” che agli USA – per mentalità, dissidi interni, pochezza politica quando si tratta di mediare e dimensioni – non è detto che riesca.  Ciò che attende gli statunitensi sono due eventi: il moltiplicarsi delle enclave di miseria, come le “Flint” di Michael Moore, e l’inevitabile china della parabola di Barack Obama. Il Presidente USA ha sbagliato troppo, fra il 2008 ed il 2010, quando non era una “anatra zoppa”: ha sottovalutato il potere della lobby israeliana, che osserva la politica statunitense quasi solo alla luce delle sue decisioni per il Medio Oriente. Obama non poteva aspettarsi altro: dopo le elezioni del 2010, parecchi parlamentari del Tea Party – Sarah Palin in testa – andarono in Israele per colloqui a vario titolo, anche con Benjamin Netanyahu, sempre con il “chiodo fisso” delle elezioni del 2012.

“…il Tea Party difende ideologicamente lo Stato Ebraico d’Israele, con gli stessi parametri di logica e buonsenso che sono stati la base per la diffusione del suo Movimento.”

La risposta di Obama – tardiva e fragile – fu l’appoggio alle rivolte in Nord Africa: ho sempre sostenuto che un conto sono le legittime aspirazioni delle popolazioni, un altro la “copertura” diplomatica USA, che era la “risposta” al “colpo a segno” sull’anatra che siede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Con la perdita della maggioranza democratica al Congresso, oggi Obama ha dovuto trattare con i repubblicani un piano economico che non prevede maggiori tasse per i ricchi, l’unica possibilità di riuscire a salvare il salvabile.

Stranamente, Moody’s e Fitch non hanno seguito (per ora) S&P nel declassamento, il che – se a pensar male ci s’azzecca – farebbe pensare ad una ritorsione israeliana per la politica statunitense di destabilizzazione del Mediterraneo, sempre aborrita da Tel Aviv. In definitiva, la Cina è il convitato di pietra che assiste – senza far nulla – al duello fra le potenze occidentali, con l’oramai acclarato dissidio (dichiarazioni di facciata a parte) fra Obama e la dirigenza israeliana. Il futuro?

Una fase di grande instabilità negli USA, tormentati dai “residui” (e dai costi) delle avventure neocoloniali di Bush (Iraq ed Afghanistan) e dalla crisi economica dilagante: una crisi che non è monetaria, bensì nasce dalle basi oramai evanescenti dell’economia USA. Insomma, non è tanto Wall Street quanto Main Street a determinare la scansione della crisi e soluzioni vere – come quella di far finalmente pagare chi più ha – non sono più in agenda per l’ostilità del Congresso. Il Mediterraneo sarà probabilmente abbandonato a se stesso (i fondi USA per questo scacchiere sono già stati “tagliati”): di conseguenza, saranno Francia e GB a ritrovarsi sulle spalle i problemi del “bluff” libico, con conseguenze oggi imprevedibili. Se in casa democratica si piange, in quella repubblicana c’è poco da ridere: Sarah Palin avrà pure una buona mira per sparare all’alce, ma governare oggi gli USA è tutt’altra cosa. Peggio che ritrovarsi a fare il sindaco di Napoli. Le persone capaci scarseggiano (Obama, bisogna riconoscerlo, era forse l’unica “novità” della politica americana), ancor più in casa repubblicana: se a Roma impazza l’influenza, a Washington sono già alla polmonite.


La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea

La misteriosa “missiva” giunta da Francoforte – con le firme di Trichet e di Draghi – mette il governo italiano di fronte ad un aut aut: o mettere a posto i conti subito (come, poi…) o niente acquisto dei BTP italiani da parte della BCE. La sottigliezza, di non poco conto, è che non è giunta da Bruxelles o da Strasburgo – i luoghi della politica europea – bensì, direttamente, dalla BCE.

Che l’Europa sia un gigante economico ed un nano politico è cosa risaputa: basti pensare ad una baronessa inglese alla politica estera che, il suo stesso governo, definisce“inadeguata”. Oppure alla bulgara Rumyana Zheleva, “ballerina” che fu bocciataall’audizione preliminare per diventare commissaria: Die Welt si chiese se, con l’eventuale nomina della Zheleva, si sarebbe raggiunto il limite della nomina della “moglie di un gangster all’Eurocommissione”.

Sull’altro versante, invece, camuffati da abili “maghi” dell’economia planetaria, siedono persone determinate e capaci nel difendere gli interessi, congiunti, della grande imprenditoria e del sistema bancario: se volete, Bankenstein. Piccolo particolare: nessuno li ha eletti, nessuno di noi può mettere bocca sul loro operato. In altre parole, sono dei “tecnici” che non dovrebbero (e non potrebbero) assumere ruoli politici: del resto, con quali “credenziali” S&P si prende la briga di destabilizzare il pianeta con l’abbassamento del rating USA?

Si fa presto a dire che i nanerottoli politici sono soltanto gli attori inviati sul proscenio dai loro burattinai banchieri: molto dipende anche dalla statura dei politici. Un simile andazzo è possibile proprio per la loro pochezza: saremmo curiosi di sapere come se la caverebbero i signori di Francoforte se dovessero trattare con un De Gaulle, un Brandt, un Palme o, anche, con un Craxi od un Andreotti. Le mire “politiche” della BCE non sono un segreto per nessuno: sono loro stessi ad ammetterle.

La missiva giunta al Governo Italiano, dunque, fa già parte della “seconda fase” del piano di Francoforte (anche senza un ministro delle finanze europeo): giungere al veto sulle politiche economiche dei singoli Stati. Una sorta di commissariamento delle economie europee oppure – se preferite, per come stanno le cose nella realtà – un IV Reich che conquista l’Europa senza sparare un colpo di fucile.


L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman

Perché si è giunti a questo punto?

Tralasciando nella trattazione il signoraggio – non per scarsa importanza, bensì per non ingigantire l’articolo – la disputa fra i “Chicago Boys” liberisti ad oltranza ed i fautori dell’intervento dello Stato in Economia è alla base delle odierne angosce. Un assioma che va sfatato è quello che le economie cosiddette “liberiste” – portate avanti dai Conservatori inglesi, dai Repubblicani statunitensi e dalla destra italiana – non indebitino lo Stato: la risposta è nei fatti. La Banda Bassotti americana che s’inventò la truffa dei subprime, successivamente, chiese aiuto proprio allo Stato e, il “piano Paulson” di 700 miliardi di dollari, viene tuttora pagato dai contribuenti americani, per lo più dal ceto medio, mentre i grandi finanzieri pagano poco o nulla e le banche sono tuttora libere di sfornare derivati. “Tossici”? Lo sapremo fra qualche anno.

In Italia, come s’evince da questo grafico, i governi di Silvio Berlusconi hanno condotto ad aumenti del debito: 6,2 punti nel 1994 (in sei mesi!) e ben 12,7 punti nel triennio 2008-2011. Solo nel quinquennio 2001-2006 riuscirono a far scendere il debito di un misero 2,9 in cinque anni. Per contro, i governi di centro sinistra abbatterono il debito di 11,7 punti nel quinquennio 1996-2001 e di 3 punti nel secondo, breve governo Prodi, in soli due anni: soprattutto il primo abbattimento (1996-2001), fu possibile per l’intervento in economia (rottamazioni, finanziamenti a vari settori) che aumentò il PIL.

La teoria della Scuola di Chicago non è quella d’abbattere il debito, bensì quella di non tassare gli alti redditi (come in Italia): in questo modo, il bilancio dello Stato va in rosso ed è necessario ripianarlo con la “macelleria sociale”. A quel punto, il gioco può riprendere con nuovi abbattimenti di tasse per i più ricchi e sempre maggiori prelievi (o mancata assistenza) per i meno abbienti. Oggi, difatti, Tremonti ha nel mirino l’assistenza (invalidi, assegni alle famiglie più povere, accompagnamento per gli anziani, ecc) e, ancora una volta, le pensioni: tagliare gli astronomici costi della politica? Non ci pensa nemmeno, anche se ne parla.

Utilizzare la teoria di Keynes è più arduo, perché il rischio di finanziare “a pioggia” o, peggio, in modo clientelare l’economia conduce ai medesimi effetti di destabilizzazione, soprattutto sul fronte del debito: in altre parole, per adoperare quella “leva” ci vogliono economisti con le palle e le contropalle, non i miseri figuri che osserviamo sulla scena. In definitiva, l’argomento attiene più alla sfera generale dell’umanesimo e della filosofia che a quella delle semplici teorie economiche: l’Uomo deve assumersi l’onere di controllare i flussi economici o lasciarli correre? Anche considerando il quadro planetario di consumo esagerato di risorse non rinnovabili? Può affidare il proprio futuro economico ad una colossale rete di computer, i quali sono programmati con due soglie: vendere od acquistare, secondo il prezzo? Perché, assistiamo sempre più frequentemente al blocco dei listini per eccesso di rialzo o di ribasso? Addirittura a poco chiari “guasti tecnici” per arrestare le contrattazioni? Il sistema del cosiddetto “autogoverno” del mercato non funziona: osserviamo la realtà. Quali sono i Paesi che sono fuori da questo infernale girone?

A parte le cosiddette “economie emergenti” – la Cina ha miliardi di dollari nelle casse dello Stato – è emblematico il caso russo: se qualcuno ricorda i tempi di Eltsin, rammenterà che la vita media s’era drammaticamente accorciata, la povertà era endemica e i russi si salvarono soprattutto col poco che riuscivano a trarre dagli orti delle dacie. Addirittura, l’Aeroflot – la compagnia aerea russa – non aveva kerosene per far volare gli aerei: in un Paese ricco di risorse energetiche! Putin – piaccia o non piaccia – diede una sterzata: in che senso? Forte dell’appoggio che aveva nei servizi segreti (dai quali proveniva) e nell’Armata, riportò allo Stato il “clou” delle risorse russe – l’energia – e le sottrasse agli oligarchi. Ovvio che il processo non fu indolore, e nemmeno affermiamo che la Russia sia oggi un paradiso, però la situazione economica della popolazione – dagli anni bui del dopo URSS – è migliorata sostanzialmente. E il Venezuela di Chavez? Non ha, anch’esso, nazionalizzato il petrolio del Paese sottraendolo alle mire degli speculatori? Cosa fece Mossadeq in Iran? Non, però, di solo petrolio si tratta, perché l’impatto delle “deregulation” sulle popolazioni e sui bilanci degli Stati (sempre chiamati a saldare i conti) sono stati devastanti: crollo della domanda interna, insicurezza sociale, aumento della povertà, della frammentazione sociale, delle malattie della povertà come l’alcolismo, ecc.

In definitiva, per chi ancora crede nel “respiro” di libertà economica propalato da Milton Friedman e dalla “Scuola di Chicago”, ci sono alcune domande alle quali rispondere. A trent’anni dall’elezione di Reagan, si può affermare che il Pianeta sia più ricco? Sì. Si può affermare che le popolazioni siano più ricche? No.

Senza scomodare Marx ed il Capitale, vorremmo che prendessero in esame un neutro parametro, l’indice Gini: cosa misura? Indica la condivisione dei beni all’interno degli Stati, ossia la distribuzione della ricchezza fra le classi sociali. Il coefficiente di Gini, è un numerò che varia fra zero ed uno: zero la perfetta omogeneità nella distribuzione dei beni, uno la massima eterogeneità. Esiste una classifica (non molto aggiornata) degli Stati per uguaglianza/disuguaglianza di reddito: l’Italia è al 52° posto, gli USA al 74°, mentre sopra all’Italia troviamo quasi tutte le nazioni europee. Paesi che ancora godono della “tripla A”, come la Francia e la Germania, hanno una distribuzione della ricchezza più equanime dello Stivale: in fondo alla classifica, ci sono le nazioni meno affidabili, per il rating del debito, del Pianeta.

Eppure, da decenni, la tesi sostenuta dai “Chicago Boys” è proprio quella che solo arricchendo una modesta parte della popolazione – in Italia, il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale – è la sola ricetta possibile, giustificando il tutto con un aumento dei capitali disponibili e, dunque, degli investimenti. Osservino la classifica, meditino sull’altro aspetto – la domanda interna – e ci diano una risposta.

Aspettiamo.


La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane

Gianni Letta ha affermato che “tutto sta crollando”. Perché? Facciamo un passo indietro. Si parla spesso del “sacco” del Britannia: ci sono migliaia di pagine web che lo citano e ne abbiamo scelta una a caso (ma non troppo). Ciò che, forse, non molti ricordano, fu la campagna d’opinione che precedette, negli anni, quegli eventi: l’industria di stato veniva bollata ovunque come inutile e dannosa, le ferrovie inefficienti, le poste inconcludenti, ecc, ecc.

Oggi, con un annuncio dell’altoparlante, le Ferrovie decretano – nella massima tranquillità – che il treno numero tale è stato soppresso. Spiegazioni? Nessuna. Un tempo – mi confessò un capostazione – per sopprimere un treno bisognava stendere un lungo rapporto, e non era assolutamente detto che il firmatario non fosse convocato dalla direzione territoriale per fornire chiarimenti. Nei primi giorni di Giugno del 2011, le Poste andarono completamente in tilt per un “cambio di software”: a parte i disguidi – giorni d’attesa per inviare una raccomandata o ritirare la pensione – aspetto ancora oggi una lettera di mia madre con un’importante delega nei miei confronti: speriamo veramente, dopo quasi tre mesi, che sia finita al macero. Magari giungerà ai miei figli dopo la mia morte.

Sono vissuto in un’Italia nella quale, quando un insegnante era malato e telefonava a scuola per avvertire, nella mattinata stessa – quasi sempre – già arrivava il supplente, che si metteva subito a far lezione, magari con prima un po’ di ripasso. Oggi, per 10 e più giorni le classi hanno il classico “tappabuchi” che sostituisce per un’ora, che non conosce i ragazzi, che può fare poco o nulla. Per un certo periodo presi il treno delle 6.20 del mattino per recarmi all’Università: ricordo che era una vaporiera. Che non perse mai un colpo ed un minuto. S’andava a lavorare con contratti a tempo indeterminato – era la normalità – e con 35 anni di contributi s’andava in pensione a qualsiasi età. Il pubblico impiego era più favorito, ma non era del tutto un errore: auguri, ai docenti che entreranno in classe con 67 primavere sulle spalle. Furono gli anni nei quali s’impennò il debito pubblico?

Torniamo ad osservare il grafico del rapporto debito/PIL: quando s’impennò?  Nei primi anni ’80: sono gli anni della “Milano da bere”, del “soldo che fa soldo” da solo, della Borsa come una giostra che tutti arricchisce: che ce ne facciamo di quei pachidermi dell’IRI? Reagan lancia il suo carpe diem, che chiama “edonismo reaganiano”: quanto bella sei ricchezza, ch’ora sosti in ogni via. Invece.

Parallelamente, la finanza locale s’espandeva a macchia d’olio, lo Stato “decentrava” i servizi alle amministrazioni periferiche: successivamente, iniziò a tagliare i fondi. Le amministrazioni locali, conseguentemente, iniziarono ad alzare le tasse locali ed a tagliare i servizi, fino a chiudere ospedali moderni. Rami secchi. Il cosiddetto “piano Brunetta” per la Sanità italiana (e la manovra di Tremonti) prevedono la non sostituzione di 8.000 – attenzione: ottomila! – medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Altre fonti giungono ad ipotizzare un taglio di 17.000 medici.

Oggi, la frittata è fatta: è la guerra fra gli stegocrati e la popolazione italiana. Un governo centrale che deve succhiare continuamente denaro per mantenere gl’incerti equilibri parlamentari: poi, a cascata, la medesima situazione per regioni, province, comuni, circoscrizioni e comunità montane. Un esercito di un milione di persone che campa di politica e non risolve niente, se non ingrassare il proprio conto in banca e quello dei propri parenti. Tutto è stato sacrificato sull’altare della “governabilità”, persino la possibilità d’eleggere i propri rappresentanti senza doverli scegliere da una lista di “eletti”: l’Italia è diventata più “governabile”?

La scelta dei nani e delle ballerine pare sia quella d’aumentare, ancora una volta, l’età pensionabile: toccare i patrimoni? Ma non scherziamo. Quando sento parlare di “tagli alle auto blu” “alla politica” “ai voli di stato” la mano scende alla pistola, perché già li sento ronzare dalle parti del mio culo: questa volta, assistenza o previdenza? Entrambe? Non importa: basta che paghino i poveracci. Perché bisogna difendere l’euro.

Non sono mai stato un detrattore della moneta unica, perché aspettavo d’osservarne gli esiti: oggi, alla luce di quanto sta accadendo, la controproposta da fare a sir Mario Draghi doveva essere “E se ce ne andiamo dalla moneta unica?” Questa gente fa la voce grossa fin quando trova come interlocutori solo nani e ballerine: l’Argentina, rispose agli ispettori del FMI che potevano andarsene quando volevano, a patto che il viaggio lo pagassero i loro caporioni. E’ sprofondata nell’Atlantico Meridionale? Non ci sembra.

Smettiamola, per favore, con questo senso di colpa dei cosiddetti “PIIGS”: la situazione del debito USA è peggiore non solo di quella dei Paesi europei “poco virtuosi”, bensì della somma di tutti essi. Allora? Nella prima parte dell’articolo abbiamo spiegato che la situazione è l’ennesima guerra finanziaria fra blocchi, alla quale partecipa anche l’istituto di Francoforte: dobbiamo pagare anche questa guerra? Ci spaventano con mille input per un’eventuale ritorno alla Lira: cosa potrebbe succedere?

L’Italia, a quel punto, diventerebbe meno “appetibile” alla speculazione internazionale, poiché è l’euro che interessa, non una moneta minore di un Paese mezzo collassato. E dopo? Cosa ne avrebbero in cambio? Proviamo, invece, a meditare di riprendere il controllo – rigidamente allo Stato – dell’emissione monetaria, con il vantaggio (mica da poco!) di decidere noi una eventuale svalutazione: la Germania ci gioca sopra da tempo, poiché la moneta forte consente solo a pochi di reggere sul mercato delle esportazioni. In questo modo, tedeschi e francesi si sono già impadroniti della grande distribuzione, a parte Ipercoop e poco altro, e stanno allargando i loro interessi all’industria privata (Lactatis) e pubblica (Italcantieri). Cosa fanno, invece, nani e ballerine italiane?

Si riuniscono come dei congiurati a Ferragosto per decidere come stramazzare la popolazione: lo fanno da anni, sempre d’Estate. L’unico che, ancora, si lascia scappare d’aver capito cosa sta succedendo è Umberto Bossi: spiace dirlo, ma è così. Riferendosi alla famosa “lettera” della BCE, si è lasciato scappare: “Mi sa che quella lettera è stata scritta a Roma”. Mica scemo: sono le stesse “direttive” che Draghi emanava quando era “solo” Governatore della Banca d’Italia, e non della BCE in pectore. Ma chi vogliono prendere per il sedere?

A fronte di quel milione di persone che campano di politica e di corruzione, come rispondono nani e ballerine italiane? Casini afferma che Tremonti è da “ricoverare”, mentre Bersani studia – imbeccato da Napolitano – come “aiutare”. Di Pietro dice di non capire: non è una novità. Forza Sud non voterà leggi che danneggino il Sud, Forza Nord quelle che danneggino il Nord: il Centro, per definizione, sta al centro e si fa gli affari suoi. I Responsabili si mostrano disponibili: dipende dalla disponibilità di poltrone. Fini è “allibito”, Stracquadanio “basito”. Cosa faranno?

Per definizione, nani e ballerine sono servi: non hanno opinioni. Quando si prospetterà di non concedere più loro gli avanzi della mensa – niente più cosce di pollo mangiucchiate da rosicchiare, niente più monete per una fellatio a comando – si prostreranno ai loro padroni e continueranno a danzare chinando il capo, ossequienti. D’altro canto, il destino di nani e ballerine, giullari e cortigiane, è soltanto quello d’obbedire ai loro padroni: la sera con le danze nel salone del castello, la notte contorcendosi, a comando, sotto le coltri.

di: Carlo Bertani

L’ Olandese Volante

Rivoluzioni colorate e “cambio di regime”: i tentativi di Washington per destabilizzare la Bielorussia

Il 29 e 30 giugno, il Segretario di Stato Hillary Clinton era a Vilnius, in Lituania, per partecipare ad un incontro della “Community of Democracies” e per visitare uno dei tanti internazionali “campi tech.” finanziati dagli Usa. Questi campi ospitano gli attivisti della ” società civile” (l’opposizione) delle varie nazioni i cui governi non sono graditi dagli Stati Uniti e insegnano loro le capacità organizzative di internet e dei vari social network per essere in seguito utilizzate per promuovere, con le parole ufficiali, la ” transizione democratica ”, o più correttamente, le rivoluzioni colorate e il cambio di regime. Secondo AP, “gran parte della giornata di apertura di questi incontri affronta le nuove meccaniche della protesta, come i social network.” Durante la sua visita, la Clinton ha affermato che “gli Stati Uniti hanno investito 50 milioni di dollari per sostenere la libertà di Internet e abbiamo addestrato oltre 5.000 attivisti in tutto il mondo.” Questo è, ovviamente, in aggiunta ai centinaia di milioni che gli Stati Uniti spendono in altri modi per tentare di destabilizzare i suoi nemici e forzare le “ transizioni democratiche.

La scelta di Vilnius non è un caso: si trova a 30 chilometri dal confine bielorusso. Questo campo tecnologico ospita 85 attivisti della regione, ”principalmente dalla Bielorussia”. La Bielorussia è attualmente presa di mira da un’ azione concertata diretta verso una  rivoluzione arancione, finanziata e controllata a distanza dall’Occidente. Allo stesso tempo, il paese viene sottoposto a pressioni relativamente nuove da est: alcuni elementi russi hanno evidentemente deciso che la Bielorussia e le sue proficue imprese statali dovrebbero appartenere a loro, e contribuiscono a loro modo allo sforzo per destabilizzare il governo.

Sono appena tornato a Parigi da un secondo viaggio in Bielorussia. I media occidentali  ritrasmettono fedelmente la mostruosa immagine della Bielorussia che i nostri governi vogliono trasmettere, e così mi piacerebbe riferire sulla situazione di questo paese poco conosciuto e incoraggiare gli altri a visitarlo per sperimentare da soli la cultura, l’ economia, l’ ospitalità e il carattere bielorusso. Ho partecipato ad una conferenza internazionale sulla resistenza al nazifascismo a Brest, il 22 giugno, nel 70 ° anniversario dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica. In un paese che ha perso tra un terzo e un quarto della sua popolazione durante la guerra, il ricordo delle devastazioni degli attacchi stranieri e l’eroismo di coloro che resistettero è molto forte e vivo. Situata pericolosamente tra l’ Europa e la Russia, completamente pianeggiante e avendo a diposizione poche risorse naturali, la Bielorussia ha lottato duramente per costruire un riuscito Stato indipendente. E ora non è incline a perdere la sua sovranità.

Gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali stanno attaccando il governo del presidente Alexander Lukashenko sin da quando si è rifiutato di seguire il cammino degli altri paesi ex sovietici nel 1990, che hanno svenduto le industrie statali agli oligarchi, distrutto il sistema di protezione sociale e  permesso al cleptocratico capitalismo mafioso di prendere il sopravvento. Sotto Lukashenko, la Bielorussia si è gradualmente  sviluppata  in una forte economia di mercato socialmente orientata, con il più alto tasso di crescita nella CSI anche durante le correnti turbolenze finanziarie  (in base al CIS Interstate Statistical Committee, tra gennaio e aprile 2011 l’industria bielorussa è cresciuta del 12,9% su base annua), pur continuando a mantenere gratuita la sua assistenza sanitaria, tutela del lavoro, servizi sociali,  programmi di pensionamento,  bassa disoccupazione,  alloggi e servizi finanziati dalla Stato ed un elevato livello di istruzione. Questa è una delle ragioni per cui il paese è naturalmente sotto il fuoco dell’ Occidente, i cui governi in bancarotta stanno, in maniera ossessiva, ripetendo ai loro cittadini che “non esiste alternativa”: dobbiamo ridurre drasticamente o affossare le pensioni e gli altri programmi sociali, licenziare gli impiegati statali , flessibilizzare la forza lavoro, privatizzare l’istruzione, la sanità, le infrastrutture e tutto il possibile, ecc ecc.. Situata proprio accanto all’Europa in crisi, la Bielorussia è più che una spina nel suo fianco, è la prova certa che la propaganda neoliberale degli europei e degli americani sono solo bugie.

Questo sembra essere uno dei motivi per cui gli attacchi contro il modello economico bielorusso e il suo governo hanno recentemente avuto un impulso maggiore. La sua economia è una sacca isolata di produzione orientata all’esportazione accanto alle economie occidentali di consumo. La Bielorussia era la zona più industrializzata dell’Unione Sovietica, producendo macchine, petrolio e prodotti chimici per l’intera sfera sovietica e ricevendo  energia e materie prime dall’ Oriente. Il 75% dell’economia riguarda l’esportazione, l’80% è di produzione statale e ci sono molti partenariati pubblici-privati. Le piccole imprese sono principalmente private. Il paese ha recentemente beneficiato di una buona dose di investimenti stranieri, per esempio dalla Cina, che ha investito in progetti infrastrutturali e con la quale la Bielorussia ha un unico programma commerciale di credit – swap. Il PIL è cresciuto del 7,6% nel 2010. I segnali di crescita si vedono ovunque, molto più ora che durante la mia prima visita al paese di due anni fa, e lo skyline di Minsk è disseminato di gru.

La prima impressione che uno ha della Bielorussia è di quanto sia pulita – per strada non trovi neanche un mozzicone di sigaretta – mentre la seconda è l’immenso numero di alberi e parchi nelle città. (La terza potrebbe essere le auto moderne, i telefoni cellulari e il cosmopolita way of life dei suoi cittadini). La cucina bielorussa è sana e gustosa, i prodotti agricoli sono locali, senza troppo uso di roba chimica e poco costosi. Il sistema di distribuzione del cibo non è parassitato dagli avidi grandi distributori privati. I pomodori sono davvero rossi all’interno e hanno un sapore reale di pomodoro, non biancastri e insapore, come in Occidente.

Il Coefficiente di Gini del paese, che misura l’uguaglianza di reddito, è eccellente (29,7, molto meglio rispetto alla Francia o gli Stati Uniti, o dei suoi vicini di casa della Russia e della Polonia). Il Paese sta attirando immigrati provenienti dagli altri Stati della CSI in fuga dalla corruzione, la criminalità e la droga verso un paese,la Bielorussia, con poco criminalità , bassa disoccupazione, servizi sociali, strade pulite e città verdi.

Queste sono alcune delle ragioni per cui il governo del presidente Lukashenko è veramente popolare tra la maggior parte dei bielorussi, i quali naturalmente confrontano lo sviluppo della loro società in 20 anni con quello dei loro vicini. Ed è proprio questa popolarità che rappresenta un problema per l’Occidente e la sua voglia di un ”democratico” cambiamento  di regime.

I governi occidentali sostengono che le elezioni presidenziali del 19 dicembre siano state caratterizzate da brogli ed usano questo per giustificare i loro recenti attacchi. Ho parlato con un certo numero di osservatori internazionali di quella elezione che affermano di non aver visto alcuna frode o irregolarità e gli exit- poll hanno confermato che la maggior parte dei bielorussi ha votato per rieleggere il presidente Lukashenko. Uno di questi rapporti può essere letto qui. Gli osservatori della CSI hanno riferito di aver assistito ad una regolare elezione,mentre l’OSCE, prevedibilmente, ha dichiarato il contrario. La copertura selettiva di queste elezioni nei media occidentali è stupefacente, e per comprendere gli eventi consiglio la visione di questo breve documentario: ” Ploshcha: Beating Glass with Iron”.

Circa un mese prima delle elezioni, i maggiori candidati dell’opposizione hanno passato più tempo ad invitare i loro sostenitori a protestare nella piazza centrale di Minsk la sera delle elezioni, che a fare la loro campagna elettorale in modo normale, delineando le loro politiche e invitando le persone al voto. La sera delle elezioni, verso le 7:00, prima della chiusura dei seggi elettorali e ben prima dell’ annuncio dei risultati, i gruppi dell’ opposizione si erano radunati nella Piazza Ottobre a Minsk, il tradizionale luogo dove si svolgono le dimostrazioni, sventolando la  bandiera blu europea e l’ ex  bandiera bielorussa rossa e bianca, simbolo dell’opposizione. I candidati presidenziali hanno poi invitato i loro sostenitori a dirigersi verso il palazzo del governo centrale e “chiedere loro di liberare gli uffici”, radunando a Piazza dell’ Indipendenza, proprio di fronte al Parlamento, una folla di circa 7.000 persone. Va comunque detto che questi, su  1,3 milioni di elettori a Minsk, sono un piccolo numero. I candidati dell’opposizione hanno fatto sapere di contestare i risultati elettorali e hanno annunciato di formare un nuovo governo, il “governo di salvataggio”, leggendo un comunicato stampa, chiaramente preparato in anticipo, prima ancora dell’ annuncio dei risultati. La polizia non ha interferito con la manifestazione fino a quando un folto gruppo di persone ben preparate ha cercato di entrare con la forza nell’edificio del Parlamento, con aste metalliche e pale. Poteva andare peggio: nelle settimane prima delle elezioni, le autorità di frontiera bielorusse avevano sequestrato una serie di carichi di aste metalliche, granate, coltelli, pistole ed esplosivi. La polizia è intervenuta e ha impedito quello che era chiaramente un tentativo di colpo di Stato, seguendo lo schema utilizzato nella “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan nel 2005. I rappresentanti dell’opposizione hanno in seguito affermato che l’attacco al Parlamento era stato fatto da provocatori del governo, ma molte delle persone arrestate e / o filmate mentre cercavano di entrare nel Parlamento sono state identificate come aventi rapporti con i vari gruppi dell’ opposizione.

L’obiettivo era apparentemente duplice: prendere il potere occupando gli edifici o almeno ottenere  filmati degli scontri tra la polizia e i manifestanti, preferibilmente con parecchio sangue da mostrare. Anche se non ci sono stati feriti gravi, il secondo obiettivo è stato raggiunto in quanto ormai i governi ed i media occidentali parlavano già della “violenta repressione” di una manifestazione dell’opposizione, e accusavano il governo di violare i diritti umani. L’ipocrisia dell’Occidente, che (con la Russia) pagò per le campagne di gran parte dell’opposizione bielorussa, e di chi cerca di favorire una transizione ”democratica” rovesciando violentemente un processo elettorale democratico, è straordinaria. Come molti ben sanno, gli Stati Uniti non si trovano di certo nella posizione per poter dar lezioni riguardo i diritti umani. Ho sperimentato direttamente il modo in cui la polizia degli Stati Uniti protegge i diritti umani dei manifestanti non violenti, ad esempio il 16 aprile 2000 davanti al palazzo del Tesoro a Washington, quando poliziotti anti – sommossa hanno violentemente disperso un gruppo di attivisti nonviolenti seduti in strada che protestavano contro le politiche della Banca Mondiale e del FMI. Un giovane vicino a me che non è riuscito a fuggire abbastanza velocemente ha avuto 3 costole rotte dal manganello di un poliziotto. A quanto pare, la polizia bielorussa, visto quello che stava succedendo, si è molto contenuta. Le persone ancora in carcere dopo gli eventi del 19 dicembre, tra cui 3 ex-candidati, sono stati condannati per partecipazione o istigazione della rivolta. Immaginate la reazione se un simile evento avesse avuto luogo davanti al Campidoglio.

Molti degli ex-candidati presidenziali (erano 10 candidati in tutto) hanno ben documentati rapporti con l’Occidente, il che non è sorprendente dato i milioni che gli Stati Uniti e l’ Europa spendono per  la “transizione democratica” nel Paese. Essi richiedono generalmente la privatizzazione delle imprese statali, la liberalizzazione dell’economia e l’adesione alla NATO. Un certo numero queste persone ha trascorso parecchio tempo a studiare il cambiamento di regime al George C. Marshall Center European Center for Security Studies in Germania, un partneriato tra i militari americani (US European Command) e il governo tedesco, che, secondo l’ambasciata Usa a Minsk , ospita 25 bielorussi all’anno. A partire dal 2001, gli Stati Uniti hanno emanato una serie di Belarus Democracy Acts , applicando sanzioni economiche, liste nere dei visti e il congelamento dei beni di  persone e aziende collegate al Governo e fornendo decine di milioni di dollari l’anno per la promozione della”democrazia”. Nel mese di febbraio di quest’anno, citando le recenti elezioni, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato un aumento della sua “assistenza alla democrazia” per la società civile bielorussa del 30%, a 15 milioni di dollari l’anno. Nel 2009 il National Endowment for Democracy ha dato 2,7 milioni di dollari per finanziare i media “indipendenti” bielorussi, la società civile (promuovendo “idee e valori democratici … e l’economia di mercato”), varie ONG e gruppi politici. Un cable di  Wikileaks (VILNIUS 000732, datato 12 giugno 2005) ha confermato il contrabbando di denaro in Bielorussia da parte dei contractors dell’ USAID, anche se una tale prova è quasi superflua. Sempre a febbraio, l’UE, i singoli paesi europei, il Canada e gli Stati Uniti hanno messo insieme una ”bottino di guerra” di € 87.000.000 mirando al cambiamento di regime in Bielorussia. Con così tanto denaro da offrire a chiunque voglia un lavoro come attivista, non è difficile trovare acquirenti. Ai giovani che incontrano difficoltà viene offerta istruzione gratuita in Occidente. Ci sono prove che molti di coloro che partecipavano agli scontri della notte del 19 dicembre sono stati pagati per la loro partecipazione, da elementi sia occidentali o russi.

L’Occidente non è l’unica fonte di finanziamento, né di pressione interventista. Uno dei più importanti ex-candidati è stato finanziato dai russi. Mentre la pressione occidentale è qualcosa di conosciuto in Bielorussia, i tentativi russi di destabilizzazione sono relativamente nuovi. Gli oligarchi russi hanno adocchiato le redditizie imprese dello stato bielorusso, e poichè il governo ha storicamente rifiutato di venderle loro, la cleptocrazia russa ha iniziato a tentare di rovesciare Lukashenko. I media russi hanno iniziato una campagna congiunta contro il governo bielorusso, mandando in onda documentari favorevoli all’ opposizione e indulgendo in sbavature e disinformazione. Gli operatori russi ora si stanno facendo strada, un mio amico bielorusso mi ha sottolineato le costose auto con i vetri oscurati sull’autostrada Minsk-Mosca  che si dirigono verso la capitale bielorussa. I prezzi del petrolio russo sono aumentati notevolmente  - il 30% a gennaio - e il prezzo del gas importato dalla Russia è quadruplicato in quattro anni. Anche se l’economia si è diversificata dopo l’indipendenza, essa fa ancora affidamento sull’ importazione dell’ energia e delle materie prime. L’impennata dei prezzi proprio di energia e materie prime ha avuto un impatto duro in Bielorussia, dove il costo dell’energia ora costituisce 78 centesimi di ogni dollaro dei beni prodotti. I prezzi elevati delle materie prime spiegano il deficit commerciale nonostante la forte crescita industriale e delle esportazioni.

Nel gennaio di quest’anno, mentre i russi aumentavano fortemente i prezzi del petrolio, la Bielorussia è stata sottoposto ad un grande attacco speculativo sulla sua valuta. I russi controllano il 37% del settore bancario del paese e, in accordo con gli analisti di Minsk, all’inizio di questo anno le banche russe hanno iniziato a vendere i loro rubli bielorussi. Nel mese di gennaio è stata acquistata, con rubli bielorussi, una quantità 50 volte maggiore di valuta straniera rispetto a dicembre, e la musica non è cambiata nei mesi di febbraio e marzo. Questo ha scatenato l’effetto desiderato: l’inflazione al 33% nella prima metà dell’anno, panico generale e una corsa agli sportelli dove la gente ha cercato di convertire i propri rubli bielorussi in dollari o in oro. La banca centrale fu costretta a svalutare il rublo bielorusso del 36%, anche se non ha stampato moneta, al contrario di quello che riportano alcuni media. Gli attacchi speculativi non sono stati affrontati nei notiziari; Ria Novosti, ad esempio, ha spesso affermato che “il rublo bielorusso è crollato nei primi cinque mesi dell’anno come risultato di un deficit commerciale di grandi dimensioni, dei generosi aumenti salariali e prestiti concessi dal governo in vista delle elezioni presidenziali del dicembre 201, i quali hanno stimolato una forte domanda di valuta estera. ” Ma il deficit commerciale non è una novità e non dovrebbe accendere un crollo di valuta, mentre gli aumenti salariali o i finanziamenti non dovrebbero  logicamente provocare una domanda di valuta estera.

Secondo i residenti di Minsk, il problema principale di questa primavera non è stata una mancanza di prodotti sugli scaffali, come si legge in Occidente, ma l’aumento dei prezzi, la carenza di valuta estera e la tesaurizzazione, che ha in qualche modo interrotto la catena di fornitura. Quando ero lì a metà-fine giugno, gli scaffali erano ben forniti, i negozi ed i mercati erano pieni di clienti e non c’erano file alle pompe di benzina, al contrario di ciò che i media occidentali hanno raccontato. L’inflazione ora sembra si stia stabilizzando. Le proteste al confine occidentale con i commercianti transfrontalieri sono state ampiamente documentate dai media occidentali, sempre alla ricerca di segni di inquietudine, ma difficilmente raccontano che il traffico di prodotti bielorussi a basso costo e la benzina per la vendita con profitto in Occidente è una pratica dannosa per l’economia bielorussa, in particolare modo nel contesto delle attuali difficoltà economiche. È per questo che il governo ha recentemente limitato i valichi di frontiera ad una volta ogni 5 giorni (in precedenza i commercianti andavano spesso 5 volte al giorno) e limitato che i prodotti possano essere esportati singolarmente. La scarsità di valuta estera spiega il ritardo nel pagamento delle fatture al fornitore di energia elettrica russo (che richiede il pagamento in dollari), spingendo di recente a fermare temporaneamente la fornitura di energia in Bielorussia un certo numero di volte . Questo, riportato ampiamente dalla stampa internazionale, è più abbaiare che mordere, dato che la Russia fornisce solamente il 12% circa dell’ elettricità e non ci sono stati blackout.

A causa della spirale del rublo bielorusso, il governo ha dovuto ricorrere a prestiti esteri. Ha fatto appello al FMI per un prestito di $ 8 miliardi,anche se il FMI ha risposto il 13 giugno che un prestito sarebbe stato collegato agli usuali programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni, un congelamento dei salari, ecc .ecc. Il FMI ha esortato il governo di non aver ancora emanato condizioni simili che erano state impostate con l’ultimo prestito ricevuto nel 2009 durante la crisi finanziaria mondiale; ad esempio, è stata creato un ente governativo per supervisionare le privatizzazioni ma alla fine le privatizzazioni non sono state fatte. D’altra parte, è stato raramente riportato che il FMI ha anche salutato i provvedimenti da parte del governo  per concludere la crisi finanziaria del paese, ad esempio aumentando i tassi d’interesse e il sostegno dei disoccupati e poveri.

Se il paese otterrà un prestito dal FMI o no, il tradizionale rifiuto di privatizzare sta volgendo al termine, dal momento che al paese è stato concesso un prestito d’emergenza di 3 miliardi dollari di dalla Comunità economica eurasiatica, controllata dai russi, che aveva anche condizioni allegate per la privatizzazione di 7,5 miliardi dollari di imprese statali in 3 anni. Questo è parte di quello verso cui gli oligarchi russi si stanno muovendo. La prima erogazione di tale prestito, $ 800 milioni, è stata rilasciata il 21 giugno, mettendo fine ai problemi finanziari immediati. Tuttavia, i russi non potrebbero ottenere sempre le vantaggiose offerte che avevano voluto, né saranno necessariamente  i beneficiari delle privatizzazioni. Le vendite effettive e le IPO sono in trattativa, e il presidente Lukashenko è stato molto chiaro sul fatto che, per legge bielorussa, le privatizzazioni di imprese pubbliche devono seguire rigide condizioni. Il 17 giugno, ha affermato, ”Le condizioni sono state esplicitate: la società dovrebbe svilupparsi, non dovrebbe essere chiusa,le paghe dei lavoratori dovrebbero aumentare ogni anno, devono essere protetti socialmente e, soprattutto, la società dovrebbe essere modernizzata . Cioè, se venite a comprare, dovreste investire nel suo sviluppo. ” Il 30 giugno, il Venezuela, con il quale la Bielorussia ha stretti legami economici e diplomatici (tra gli altri accordi, il Venezuela ha fornito petrolio per la Bielorussia), ha annunciato il suo interesse ad acquisire partecipazioni in società di stato bielorusso. Gli analisti a Minsk dicono che il paese si sta orientando lontano dalla Russia e verso la Cina. E’ in preparazione una offerta sulle borse estere di una quota di minoranza della enorme società dello stato che lavora potassio e fertilizzanti, la Belaruskali, e il gasdotto nazionale sarà molto probabilmente venduto a Gazprom. Altre imprese statali sono al blocco, e il futuro è ignoto, ma il Presidente Lukashenko ha recentemente dichiarato che ”vorrei darvi garanzie che non accetteremo esperimenti rischiosi o un abbassamento inaccettabile degli standard di vita. Continueremo l’attuazione di un modello economico bielorusso, che è risultato essere stabile in circostanze varie e complesse per oltre 15 anni”.

L’economia sembra mostrare ora segni di stabilizzazione. Nonostante i recenti problemi finanziari, il debito della Bielorussia rimane ad un livello straordinariamente basso: compreso il recente prestito, il debito pubblico non supererà il 45% del PIL, sia il debito pubblico nazionale che estero. Il tetto del debito estero è del 25% del PIL. Il governo ha segnalato un leggero avanzo commerciale di 116 milioni dollari a maggio, apparentemente a causa delle restrizioni all’importazione promulgate questa primavera. Il ministero delle finanze ha di recente abbassato le previsioni di crescita 2011 del PIL al 4,5% mentre la Banca Mondiale al 2,5%; addirittura al 2,5%, l’economia è chiaramente resistente. La Banca Mondiale ha aggiunto che il modello economico della Bielorussia non è praticabile, ma piuttosto dovrebbe essere più interessata al modello statunitense di credito basato sui consumi e con un debito estero alle stelle.

Nel mese di giugno, in coincidenza con questi problemi finanziari, i governi occidentali sono tornati all’attacco, quasi per approfittarsi di questo momento, con lo scopo di destabilizzare il governo bielorusso. Il 14 giugno, il presidente Obama ha rinnovato e rafforzato le sanzioni statunitensi contro il paese, dichiarando una “emergenza nazionale” (non per gli Stati Uniti , ma per la Bielorussia) e citando, incredibilmente, che la Bielorussia costituisce “una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e politica estera degli Stati Uniti “. L’ unica cosa su cui può aver ragione è semplicemente il fatto che il successo del modello economico bielorusso costituisce una minaccia al dogma neoliberista. E ‘anche possibile che per Obama il paese rappresenti una ”minaccia” per la politica estera degli Stati Uniti in quanto si trova accanto alla Russia, e può essere catturato nelle crescenti tensioni tra Stati Uniti e russi sulla NATO e lo scudo missilistico. Se gli Stati Uniti riuscissero a installare un governo fantoccio in Bielorussia, sarebbe un grande passo in avanti nel  tentativo di circondare la Russia, che ha stretti legami militari con la Bielorussia e il cui scudo missilistico si trova proprio lì.

Sia come sia, le sanzioni provengono da tutti i fronti. Il 17 giugno il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha votato per condannare le “violazioni dei diritti umani” in seguito alla recenti elezioni presidenziali. Il 20 giugno, l’Unione europea a sua volta rinforzato le sanzioni contro la Bielorussia, aggiungendo aziende e nomi alla lista nera (il governo bielorusso ha dichiarato la sua intenzione di citare in giudizio gli iniziatori delle sanzioni), e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha riorientato le sue attività di finanziamento lontano dal governo e verso la ”società civile”.

E  la “società civile” non ha perso l’opportunità fornita dai campi tech USA e dai recenti problemi finanziari. Dall’inizio di giugno, si è registrato un nuovo movimento da parte dei vari gruppi di opposizione in Bielorussia, che si fa chiamare ”rivoluzione attraverso i social network.” Hanno organizzato tramite internet o da twitter  le loro manifestazioni settimanali nelle vie centrali, dove i partecipanti battono le mani, senza striscioni o canti. Dopo le violenze del 19 dicembre, le proteste sono state vietate nella zona centrale di Minsk, anche se sono ammesse in alcune altre zone della città. Qualunque cosa si pensi di questo divieto, è chiaro che queste proteste provengono dagli stessi filo-occidentali e ben finanziati gruppi, con un nuovo volto high-tech. Ascoltando i media occidentali, le proteste sono state represse violentemente e i manifestanti sono stati arbitrariamente arrestati. Secondo le autorità bielorusse, i partecipanti sono stati arrestati per aver oltraggiato gli agenti. Io purtroppo non ho avuto la possibilità di vedere le manifestazioni mentre ero in Bielorussia, e, personalmente, non posso fare un rapporto più dettagliato. Parecchi video delle manifestazioni sono disponibili sul web e non ho notato nessuna violenza , non ci sono manganelli alzati e non c’è sangue. Si possono vedere i manifestanti essere arrestati, ma non ci sono le immagini  precedenti gli arresti. Se ci fossero state pesanti violenze da parte della polizia, potete star certi che quelle immagini avrebbero fatto il giro del web. Naturalmente, il governo dovrebbe rendere disponibili le immagini che mostrino che si tratta effettivamente di partecipanti violenti quelli che vengono arrestati, dal momento che gli arresti fanno solo il gioco dei manifestanti e danno ai governi occidentali maggior foraggio per imporre le loro sanzioni. Il numero dei partecipanti non è chiaro dal video, i quali sono generalmente inquadrati da vicino.

Ho parlato con la gente, compresi i giovani, riguardo le proteste. Un giovane, quando seppe che ero dagli Stati Uniti, mi disse: “Flashmob! Divertente!, mostrandomi i pollici in su. Per lui, era chiaramente più un divertente incontro pubblico che una vera e propria dichiarazione politica. Un altro giovane mi ha detto, “Quando ho letto i media occidentali, mi sono chiesto se era il mio paese. Sono in una zona di guerra?”. Ciò che è chiaro nei video è che la folla è benestante. I partecipanti bielorussi ai campo tecnologici della Clinton, secondo AP, hanno “descritto l’opposizione attiva come in gran parte limitata agli studenti e ai cittadini istruiti. Il movimento necessita del sostegno della classe operaia, riferiscono gli attivisti”. Chiaramente, la classe operaia bielorussa ha le proprie ragioni per non sostenere questi movimenti: sono generalmente soddisfatti con le politiche del presidente Lukashenko. Se i movimenti sono limitati all’ élite filo-occidentale, agli operatori finanziari occidentali o russi, e ai giovani che desiderano fare una festa nelle strade, allora non avranno futuro, indipendentemente da quanti milioni gli Stati Uniti e gli altri gli riversano addosso.

Il 6 luglio, gli Usa hanno rinnovato il Belarus Democracy Act,  promosso dal deputato Christopher Smith del New Jersey, presidente della Commissione di Helsinki. Nel corso del dibattito, il repubblicano Ron Paul ha denunciato tutto ciò dicendo:

“Mi oppongo alla nuova autorizzazione del Democracy Act Bielorussia. Il titolo di questo disegno di legge avrebbe divertito George Orwell, in quanto è in effetti un disegno di legge per il cambio di regime statunitense . Da dove il Congresso degli Stati Uniti trae l’autorità morale o giuridica per stabilire quale siano i partiti politici o le organizzazioni in Bielorussia – o altrove – che devono essere finanziate dagli Usa e quelle che devono essere destabilizzate? Come si può sostenere che il sostegno americano per il cambio di regime in Bielorussia sia in qualche modo la promozione della democrazia? Noi scegliamo i partiti che devono essere sostenuti e finanziati e questo, in qualche modo,  questo dovrebbe riflettere la volontà del popolo bielorusso? Come si sentirebbero gli americani se venisse tutto capovolto e un potente paese straniero esigesse che solo un partito politico, selezionato e finanziato,potrebbe legittimamente riflettere la volontà del popolo americano? Mi piacerebbe sapere quanti milioni di dollari dei contribuenti  il governo degli Stati Uniti ha sprecato cercando di rovesciare il governo in Bielorussia. Vorrei sapere quanto denaro è stato sperperato dalle organizzazioni di copertura finanziate dal governo degli Stati Uniti come il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, Freedom House  e altri …. E’ l’ arroganza della nostra politica estera che porta a questo tipo di legislazione schizofrenica, in cui chiediamo che il resto del mondo si pieghi alla volontà della politica estera americana e  noi questo lo chiamiamo democrazia. Ci chiediamo mai  perché non siamo più amati e ammirati all’estero?. Infine, mi oppongo fermamente alle sanzioni che questa normativa impone sulla Bielorussia. Dobbiamo tenere presente che le sanzioni e i blocchi verso paesi stranieri sono considerati atti di guerra. Dobbiamo continuare ad agire come fossimo in guerra contro un altro paese? Possiamo permettercelo? [...] Non abbiamo alcuna autorità costituzionale per intervenire negli affari interni della Bielorussia o di qualsiasi altra nazione sovrana “.

Non posso che concordare, e spero che il governo e il popolo della Bielorussia resista coraggiosamente agli attacchi in corso, e proteggano con successo la loro indipendenza. Alla conferenza internazionale a Brest sulla resistenza al nazismo, i partecipanti hanno descritto più e più volte il coraggio eroico e la forza del popolo bielorusso negli anni della guerra sotto gli invasori provenienti dall’Occidente. I bielorussi dovranno continuare a basarsi su tale carattere forte per diverso tempo, poichè gli attacchi non sono ancora finiti.

di: Michèle Brand

LINK: Colored Revolutions and “Regime Change”: Washington Attempts to Destabilize Belarus

DI: Coriintempesta

 

 

 

 

 

 

 

 

Prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano: guerra alla Siria e all’Iran

Articolo inviato al blog
di Salvatore Santoru

Il PNAC, ossia il Progetto per un nuovo secolo americano, è una lobby che dal 1997, anno della sua nascita,si assume lo scopo di promuovere una leadership globale a guida statunitense. Tra i fondatori di questo “istituto di ricerca”, il cui presidente è Wiliam Kristol, spiccano i nomi di Dick Cheney, già segretario alla Difesa nell’amministrazione di George Bush padre  e vicepresidente in quella del figlio, e di Donald Rumsfeld,già segretario alla Difesa sotto Ford e Bush figlio. Il PNAC ha fortemente sostenuto la recente  politica imperialista degli States, dalle guerre in Afghanistan e Iraq in poi. Non solo: questa gruppo di pressione, che praticamente sotto la presidenza Bush ha aumentato a dismisura il suo potere, nel 2000 aveva già elaborato il piano necessario per arrivare alla completa “americanizzazione” del mondo(o di maggior parte di esso): Rebuilding America’s Defenses(http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf).

Bush_Cheney_Rumsfeld

In questo documento sono indicati i potenziali nemici degli USA e alleati, i cosiddetti “Stati canaglia”: dall’Iran alla Siria,alla Libia e alla Corea della Nord. Dopo l’inizio della guerra in Libia (20 marzo 2011) il progetto sta giungendo al suo compimento,e dopo di esso verrà attuata la nuova strategia di guerra:non più contro il “terrore” o gli “stati canaglia” ma guerra permanente contro il mondo(http://it.peacereporter.net/articolo/28435/Guerra+globale+permanente). Ora è finita con la morte mediatica di Osama Bin Laden(2 maggio 2011)e Mullah Omar(21 maggio 2011) la stagione della guerra al terrore,ad al Quaeda o ai talebani: come ho già scritto (http://coriintempesta.altervista.org/blog/al-qaeda-e-la-cia/)Al Quaeda e il fondamentalismo islamico sono tornati ad essere utili per le nuove guerre dell’Occidente,e non a caso è stato detto che Osama e Obama sono arrivati a una “convergenza postuma”(http://it.peacereporter.net/articolo/28565/Osama+e+Obama%2C+convergenza+postuma).Ora è iniziata a seconda fase del Progetto del Nuovo Secolo Americano:destabilizzazione e guerra contro gli stati tendenti al nazionalismo laico e al “socialismo islamico” e controrivoluzione e repressione dei fermenti di libertà e (vera)democrazia delle masse arabe (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8297): in seguito ci sarà il ritorno del “pericolo  rosso” e dunque sarà la volta della guerra(fredda e calda) contro la Cina e infine contro i paesi socialisti come Cuba, Boliuvia,Venezuela, Nicaragua e nuovamente Vietnam. Ma procederanno passo per passo.Per ora la prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano è la  guerra alla Siria e all’Iran.
Staremo a vedere.

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