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Tag: Vietnam

Quando il nemico è la Storia

di: John Pilger

Arrivando in un villaggio nel sud del Vietnam, vidi due bambini che testimoniavano la guerra più lunga del 20 ° secolo. Le loro orribili malformazioni erano familiari. Lungo tutto il fiume Mekong, dove le foreste sono pietrificate e silenziose, piccole mutazioni umane vivevano come meglio possono.

Oggi, all’ospedale pediatrico di Tu Du, a Saigon, una ex sala operatoria è conosciuta come la “camera di raccolta” e, ufficiosamente, come la “stanza degli orrori”. Ha scaffali con bottiglie enormi contenenti feti grotteschi. Durante l’invasione del Vietnam, gli Stati Uniti spruzzarono un erbicida defoliante sulla vegetazione e sui villaggi per impedire “copertura al nemico”. Era l’ Agent Orange, che conteneva diossina, veleno talmente potente da causare la morte fetale, aborto spontaneo, danni cromosomici e cancro.

Nel 1970, un rapporto del Senato americano ha rivelato che “gli Stati Uniti hanno scaricato [sul Vietnam del Sud] una quantità di sostanza chimica tossica pari a sei libbre per abitante, comprese donne e bambini”. 

Il nome in codice per questa arma di distruzione di massa, Operation Hades, venne cambiato nel più amichevole Operation Ranch Hand. Oggi, si stima che 4,8 milioni di vittime dell’Agente Orange siano bambini.

Len Aldis, segretario della Britain-Vietnam Friendship Society, è da poco tornato dal Vietnam con una lettera dell’Unione delle donne del Vietnam per il Comitato Olimpico Internazionale. La presidente del sindacato, Nguyen Thi Thanh Hoa, ha descritto “le gravi malformazioni congenite causate dall’ Agent Orange di generazione in generazione”. Ha chiesto al Cio di riconsiderare la  decisione di accettare la sponsorizzazione delle Olimpiadi di Londra da parte della Dow Chemical Corporation, una delle società che produssero il veleno e che si è in seguito rifiutata di risarcire le sue vittime.

Aldis ha consegnato a mano la lettera all’ufficio di Lord Coe, presidente del Comitato Organizzatore di Londra. Non ha ricevuto risposta. Quando Amnesty International ha sottolineato che, nel 2001, la Dow Chemical ha acquistato “la società responsabile per la fuga di gas a Bhopal [in India nel 1984], che uccise dalle 7.000 alle 10.000 persone immediatamente e 15.000 nei successivi venti anni”, David Cameron ha descritto la Dow come una ” società rispettabile “. Sorrisi, poi, mentre le telecamere facevano una panoramica della copertura decorativa da £ 7.000.000  che rinfodera lo Stadio Olimpico: il prodotto di un accordo decennale tra il CIO e un cosi rispettabile distruttore.

La storia è sepolta con i morti e i deformi del Vietnam e di Bhopal. E la storia è il nuovo nemico. Il 28 maggio, il presidente Obama ha lanciato una campagna per falsificare la storia della guerra in Vietnam. Per Obama, non ci fu alcun Agent Orange, niente zone di fuoco libero, nessuna caccia al tacchino, nessuna copertura di massacri, niente razzismo dilagante, nessun suicidio (mentre si sono tolti la vita tanti americani quanti ne sono morti in guerra), nessuna sconfitta subita da un Esercito di Resistenza tirato su da una società impoverita. E’ stata, ha detto il signor Belle Speranze, “una delle storie più straordinarie di coraggio e integrità negli annali della storia militare americana”.

Il giorno seguente, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo che documenta come Obama scelga personalmente le vittime dei suoi attacchi con i droni in tutto il mondo. Lo fa nei “martedì di terrore”, quando sfoglia le foto segnaletiche di una “kill list”, dove sono compresi anche adolescenti, tra cui “una ragazza che sembrava ancora più giovane dei suoi 17 anni”. Molti sono sconosciuti o semplicemente in età militare. Guidati da “piloti” seduti di fronte a computer a Las Vegas, i droni sparano missili Hellfire che risucchiano l’aria dai polmoni e fanno la gente a pezzi. Lo scorso settembre, Obama ha ucciso un cittadino americano, Anwar al-Awlaki, puramente sulla base di voci secondo cui al-Awlaki incitava al terrorismo. ”Questo è facile“, avrebbe esclamato il Presidente firmando la condanna a morte dell’uomo, secondo come riferito da alcuni suoi assistenti.

Il 6 giugno, un drone ha ucciso 18 persone in un villaggio in Afghanistan, tra cui donne, bambini e anziani, che stavano festeggiando un matrimonio.

L’articolo del New York Times non è stata una fuga di notizie o una denuncia. Era propaganda progettata dall’amministrazione Obama per mostrare quello che un duro come il ‘comandante in capo’ sia in grado di fare nell’ anno delle elezioni. Se rieletto, Brand Obama continuerà a servire i ricchi, a perseguire chi racconta la verità, a minacciare altri Paesi, a diffondere virus informatici e ad uccidere gente ogni martedì.

Le minacce contro la Siria, coordinate a Washington e Londra, raggiungono nuove vette di ipocrisia. Contrariamente alla cruda propaganda presentata come notizia, il giornalismo d’inchiesta del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung identifica i responsabili della strage di Houla nei ‘ribelli appoggiati da Obama e Cameron’. Le fonti del giornale includono gli stessi ribelli. Questo non è stato completamente ignorato in Gran Bretagna. Scrivendo nel suo blog personale, mai così in silenzio, Jon Williams, l’editore delle notizie mondiali della BBC, fornisce efficacemente la sua ‘copertura’, citando funzionari occidentali che descrivono l’operazione di ‘psy-ops‘ contro la Siria come ‘brillante‘. Brillante come la distruzione della Libia, dell’ Iraq e dell’ Afghanistan.

Brillante tanto quanto le psy-ops promosse sul Guardian da Alastair Campbell, il principale collaboratore di Tony Blair durante l’invasione criminale dell’Iraq. Nei suoi “Diari”, Campbell cerca di rovesciare sangue iracheno sul demone Murdoch. C’è n’è abbastanza per bagnarli tutti. Ma il riconoscimento che i rispettabili, liberali, servili media di Blair siano stati fondamentali per un crimine epico viene omesso e rimane un singolare test di onestà intellettuale e morale in Gran Bretagna.

Per quanto tempo ancora ci dovremo assoggettare ad un simile “governo invisibile”? Questo termine usato per descrivere la propaganda insidiosa, utilizzato per la prima volta da Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e inventore della propaganda moderna, non è mai stato più appropriato. Una “falsa realtà” richiede amnesia storica, mentire per omissione e passare dal significato all’ insignificante. In questo modo, i sistemi politici che promettono sicurezza e giustizia sociale sono stati sostituiti dalla pirateria, dall “austerità” e dalla “guerra perpetua”: un estremismo dedicato al rovesciamento della democrazia. Applicato ad un singolo individuo, identificherebbe uno psicopatico. Perché noi lo accettiamo?

LINK: History is the Enemy as ‘Brilliant’ Psy-ops Become the News

DI: Coriintempesta

Chi ci difende dalle atrocità

di: Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

IlManifesto.it

Anonima Assassini di stato

di: Manlio Dinucci

Suscitano unanime condanna i killer delle bande criminali che, se scoperti, sono puniti con la pena capitale o l’ergastolo.

Quando invece a inviarli è lo Stato, sono comunemente considerati legali e ricompensati per i loro meriti. È questo il caso dei killer professionisti delle forze speciali statunitensi. Nate come Berretti Verdi, ufficializzati dal presidente democratico Kennedy nel 1961 e impiegati nella guerra del Vietnam, le forze speciali furono promosse dal repubblicano Reagan, che nel 1987 costituì un apposito Comando delle operazioni speciali, lo Ussocom.

Dopo essere state usate dal repubblicano Bush nella «guerra globale al terrorismo» soprattutto in Afghanistan e Iraq, ora, con il democratico Obama, stanno assumendo ulteriore importanza. Come emerge da un’inchiesta del Washington Post, le forze per le operazioni speciali sono oggi dispiegate in 75 paesi, rispetto a 60 due anni fa. Decide e pianifica le operazioni la Comunità di intelligence, formata dalla Cia e altre 16 organizzazioni federali. In Afghanistan – confermano funzionari del Pentagono intervistati dal New York Times – le forze convenzionali Usa diminuiranno nel 2013 il loro ruolo di combattimento, «la cui responsabilità passerà alle forze per le operazioni speciali», che «resteranno nel paese ben oltre la fine della missione Nato nel 2014». Loro compito sarà quello di «dare la caccia ai leader degli insorti, catturarli o ucciderli, e addestrare truppe locali». Verrà creato un apposito comando delle operazioni speciali, le cui unità saranno organizzate in una nuova «Forza di attacco in Afghanistan». Quello adottato in questo paese sarà un «modello» per altri. Una direttiva segreta, nel settembre 2009, ha autorizzato «una forte espansione delle attività militari clandestine, con l’invio di commandos per le operazioni speciali in paesi, sia amici che ostili, del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Corno d’Africa». Il Comando delle operazioni speciali, che ufficialmente dispone di circa 54mila specialisti dei quattro settori delle forze armate, organizzati in «piccole unità d’élite», ha il compito di «eliminare o catturare nemici e distruggere obiettivi». Si occupa inoltre di «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa». Nel quadro della «guerra non-convenzionale», lo Ussocom impiega anche compagnie militari private, come la Xe Services (già Blackwater, nota per le sue azioni in Iraq) che risulta impegnata in varie operazioni speciali, anche in Iran. L’uso di tali forze offre il vantaggio di non richiedere l’approvazione del Congresso e di rimanere segreto, non suscitando reazioni nell’opinione pubblica. I commandos delle operazioni speciali in genere non portano neppure l’uniforme, ma si camuffano con abbigliamento locale. Gli assassini e le torture che compiono restano così anonimi. E poiché sono gli Stati uniti a dettar legge nella Nato, molto probabilmente gli alleati stanno adottando lo stesso modello. Quello dell’Anonima Assassini delle «grandi democrazie» occidentali.

IlManifesto.it

War Tour: partenze e arrivi

di: Manlio Dinucci

Al Pentagono lo chiamano «repositioning», riposizionamento di forze militari. È il grande Tour della guerra, le cui località preferite sono in Asia e Africa. In partenza dall’Iraq le truppe Usa. Immanuel Wallerstein la definisce «una sconfitta paragonabile a quella subita in Vietnam», perché i «leader politici iracheni hanno costretto gli Stati uniti a ritirare le truppe» e «il ritiro è stato una vittoria per il nazionalismo iracheno». Secondo lui, dopo due guerre, l’embargo e otto anni di occupazione che hanno provocato milioni di morti ed enormi distruzioni, l’Iraq ne esce più forte e indipendente, se riesce a imporre la sua volontà alla maggiore potenza mondiale. Ben diversi i fatti.

Durante l’occupazione, la Cia e il Dipartimento di stato hanno lavorato in profondità per «una soluzione politica in Iraq basata sul federalismo», secondo l’emendamento fatto passare in senato nel 2007 dall’attuale vicepresidente Joe Biden. Esso prevede «il decentramento dell’Iraq in tre regioni semi-autonome: curda, sunnita e sciita», con un «limitato governo centrale a Baghdad». Il «decentramento», ossia la disgregazione dello stato unitario, è già in atto nel basilare settore energetico, con i poteri locali che fanno accordi diretti con le multinazionali, tra le quali dominano quelle statunitensi. E le truppe Usa che lasciano l’Iraq non tornano a casa, ma vengono in gran parte «riposizionate» in altri paesi del Golfo, dove già gli Usa hanno un contingente di 40mila uomini, 23mila dei quali in Kuwait, sostenuto da potenti forze navali ed aeree.

Per di più, negli Emirati arabi uniti, sta nascendo un esercito segreto a disposizione del Pentagono e della Cia. «Questa robusta presenza militare in tutta la regione prova che il nostro impegno verso l’Iraq continua», assicura Hillary Clinton. Il piano prevede di potenziare militarmente le monarchie della regione, creando una sorta di «Nato del Golfo». E servirsene anche in Africa, come già avvenuto con la partecipazione del Qatar e degli Emirati alla guerra di Libia, mentre truppe irachene parteciperanno nel 2012 in Giordania all’esercitazione regionale anti-guerriglia Eager Lion. È il nuovo modo di fare la guerra – sostengono a Washington – testato dall’operazione in Libia, che ha dimostrato come, senza inviare truppe e subire perdite, «i leader di alcune potenze di media grandezza possono essere rovesciati a distanza», usando armi aeree e navali e facendo assumere il peso maggiore agli alleati. Tra questi i nuovi leader libici che, secondo fonti attendibili, hanno proposto alla Nato di creare in Libia una grande base militare permanente. Il piano, deciso in realtà a Washington, prevede la presenza di 15-20mila militari, di cui circa 12mila europei, con ingenti forze aeree e navali. Essenziali per la «sicurezza interna» e a disposizione per altre guerre contro l’Iran e la Siria.

Ne sarà contento Uri Avnery, che ha «benedetto» la guerra della Nato in Libia, sostenendo però che «la Libia si è liberata da sola». E Farid Adly, convinto che «la bandiera di re Idris, quella dell’indipendenza, non è un sintomo di ritorno al passato», sarà soddisfatto di vederla sventolare su una nuova grande base straniera, che sostituirà quella di Wheelus Field concessa agli Usa dall’illuminato re Idris, ma chiusa dal tirannico Gheddafi.

IlManifesto

6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE

Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.

William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.

Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.

a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.

b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.

c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.

d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.


La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina

La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.

Già nel 2003 – nel mio “Europa Svegliati” – mettevo in guardia contro la spaventosa spirale del debito USA che nelle sue tre componenti – debito interno, debito estero e debito delle famiglie – raggiungeva cifre paurose, ben superiori al 120% dell’attuale debito interno italiano. Cos’è cambiato? Perché Standard & Poor’s ha osato tanto? Talvolta, è analizzando le reazioni che si scopre un fenomeno, come avviene spesso nella Fisica.

La reazione di Pechino non è stata né bonaria e né tranquillizzante: anzi, boriosa, come quella di chi ha perso la pazienza.

La Cina ha adesso ogni diritto di chiedere che gli Usa affrontino i loro problemi di debito…garantire la sicurezza degli asset in dollari della Cina…Washington deve ora affrontare seriamente una dolorosa realtà…riduzioni a quello che (la Cina) definisce le gigantesche spese militari e i costi salati del welfare…

I cinesi non sono così stupidi da credere che basti una loro ramanzina per far cadere l’architrave del pensiero politico USA – quel “noi non baratteremo mai il nostro stile di vita” – poiché su quella (falsa) certezza dell’american dream si basa il potere bipartisan demo-repubblicano. Se i cinesi osano tanto – sapendo che devono continuare a smerciare computer e televisori – non sarà che gli USA non sono più, per Pechino, quel cliente così “essenziale” per la loro economia?

Non si tratta certamente di una “chiusura” netta ed irrevocabile, tanto meno subitanea, bensì di un processo che vede aumentare le economie – e dunque il commercio, l’import-export, i consumi, ecc – dei Paesi del BRIC & associati, i quali possono pagare anche con le loro merci – e quindi in un quadro di “sana” economia – e non con i “dollarotti” carta straccia. Similmente, i Paesi dell’Europa Centrale – con la Germania a dirigere il coro – mantengono ancora un significativo gap tecnologico nei confronti della Cina, mentre gli USA hanno esportato e venduto le loro aziende agli orientali: adesso, si guardano le mani e scoprono d’esser rimasti con un pugno di mosche. Una guerra?

Molto improbabile, per tante ragioni. Una guerra di logoramento “ai fianchi” della Cina – un attacco in Corea, tanto per scegliere un luogo – comporterebbe un dispiegamento di forze simile al Vietnam, che gli USA non possono assolutamente più sostenere: se ne vanno, bastonati, anche dall’Afghanistan, che non è certo la Cina! Anche un attacco atomico non risolverebbe nulla, perché porterebbe alla mutua distruzione, anche se il potenziale USA è superiore: bastano 10 missili a bersaglio negli USA per distruggere l’economia statunitense per secoli.

Quello che attende gli USA è un lento decadimento, come avvenne per la Gran Bretagna, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi riuscirono – grazie alla loro esperienza imperiale ed al Commonwealth – a compiere un “atterraggio morbido” che agli USA – per mentalità, dissidi interni, pochezza politica quando si tratta di mediare e dimensioni – non è detto che riesca.  Ciò che attende gli statunitensi sono due eventi: il moltiplicarsi delle enclave di miseria, come le “Flint” di Michael Moore, e l’inevitabile china della parabola di Barack Obama. Il Presidente USA ha sbagliato troppo, fra il 2008 ed il 2010, quando non era una “anatra zoppa”: ha sottovalutato il potere della lobby israeliana, che osserva la politica statunitense quasi solo alla luce delle sue decisioni per il Medio Oriente. Obama non poteva aspettarsi altro: dopo le elezioni del 2010, parecchi parlamentari del Tea Party – Sarah Palin in testa – andarono in Israele per colloqui a vario titolo, anche con Benjamin Netanyahu, sempre con il “chiodo fisso” delle elezioni del 2012.

“…il Tea Party difende ideologicamente lo Stato Ebraico d’Israele, con gli stessi parametri di logica e buonsenso che sono stati la base per la diffusione del suo Movimento.”

La risposta di Obama – tardiva e fragile – fu l’appoggio alle rivolte in Nord Africa: ho sempre sostenuto che un conto sono le legittime aspirazioni delle popolazioni, un altro la “copertura” diplomatica USA, che era la “risposta” al “colpo a segno” sull’anatra che siede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Con la perdita della maggioranza democratica al Congresso, oggi Obama ha dovuto trattare con i repubblicani un piano economico che non prevede maggiori tasse per i ricchi, l’unica possibilità di riuscire a salvare il salvabile.

Stranamente, Moody’s e Fitch non hanno seguito (per ora) S&P nel declassamento, il che – se a pensar male ci s’azzecca – farebbe pensare ad una ritorsione israeliana per la politica statunitense di destabilizzazione del Mediterraneo, sempre aborrita da Tel Aviv. In definitiva, la Cina è il convitato di pietra che assiste – senza far nulla – al duello fra le potenze occidentali, con l’oramai acclarato dissidio (dichiarazioni di facciata a parte) fra Obama e la dirigenza israeliana. Il futuro?

Una fase di grande instabilità negli USA, tormentati dai “residui” (e dai costi) delle avventure neocoloniali di Bush (Iraq ed Afghanistan) e dalla crisi economica dilagante: una crisi che non è monetaria, bensì nasce dalle basi oramai evanescenti dell’economia USA. Insomma, non è tanto Wall Street quanto Main Street a determinare la scansione della crisi e soluzioni vere – come quella di far finalmente pagare chi più ha – non sono più in agenda per l’ostilità del Congresso. Il Mediterraneo sarà probabilmente abbandonato a se stesso (i fondi USA per questo scacchiere sono già stati “tagliati”): di conseguenza, saranno Francia e GB a ritrovarsi sulle spalle i problemi del “bluff” libico, con conseguenze oggi imprevedibili. Se in casa democratica si piange, in quella repubblicana c’è poco da ridere: Sarah Palin avrà pure una buona mira per sparare all’alce, ma governare oggi gli USA è tutt’altra cosa. Peggio che ritrovarsi a fare il sindaco di Napoli. Le persone capaci scarseggiano (Obama, bisogna riconoscerlo, era forse l’unica “novità” della politica americana), ancor più in casa repubblicana: se a Roma impazza l’influenza, a Washington sono già alla polmonite.


La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea

La misteriosa “missiva” giunta da Francoforte – con le firme di Trichet e di Draghi – mette il governo italiano di fronte ad un aut aut: o mettere a posto i conti subito (come, poi…) o niente acquisto dei BTP italiani da parte della BCE. La sottigliezza, di non poco conto, è che non è giunta da Bruxelles o da Strasburgo – i luoghi della politica europea – bensì, direttamente, dalla BCE.

Che l’Europa sia un gigante economico ed un nano politico è cosa risaputa: basti pensare ad una baronessa inglese alla politica estera che, il suo stesso governo, definisce“inadeguata”. Oppure alla bulgara Rumyana Zheleva, “ballerina” che fu bocciataall’audizione preliminare per diventare commissaria: Die Welt si chiese se, con l’eventuale nomina della Zheleva, si sarebbe raggiunto il limite della nomina della “moglie di un gangster all’Eurocommissione”.

Sull’altro versante, invece, camuffati da abili “maghi” dell’economia planetaria, siedono persone determinate e capaci nel difendere gli interessi, congiunti, della grande imprenditoria e del sistema bancario: se volete, Bankenstein. Piccolo particolare: nessuno li ha eletti, nessuno di noi può mettere bocca sul loro operato. In altre parole, sono dei “tecnici” che non dovrebbero (e non potrebbero) assumere ruoli politici: del resto, con quali “credenziali” S&P si prende la briga di destabilizzare il pianeta con l’abbassamento del rating USA?

Si fa presto a dire che i nanerottoli politici sono soltanto gli attori inviati sul proscenio dai loro burattinai banchieri: molto dipende anche dalla statura dei politici. Un simile andazzo è possibile proprio per la loro pochezza: saremmo curiosi di sapere come se la caverebbero i signori di Francoforte se dovessero trattare con un De Gaulle, un Brandt, un Palme o, anche, con un Craxi od un Andreotti. Le mire “politiche” della BCE non sono un segreto per nessuno: sono loro stessi ad ammetterle.

La missiva giunta al Governo Italiano, dunque, fa già parte della “seconda fase” del piano di Francoforte (anche senza un ministro delle finanze europeo): giungere al veto sulle politiche economiche dei singoli Stati. Una sorta di commissariamento delle economie europee oppure – se preferite, per come stanno le cose nella realtà – un IV Reich che conquista l’Europa senza sparare un colpo di fucile.


L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman

Perché si è giunti a questo punto?

Tralasciando nella trattazione il signoraggio – non per scarsa importanza, bensì per non ingigantire l’articolo – la disputa fra i “Chicago Boys” liberisti ad oltranza ed i fautori dell’intervento dello Stato in Economia è alla base delle odierne angosce. Un assioma che va sfatato è quello che le economie cosiddette “liberiste” – portate avanti dai Conservatori inglesi, dai Repubblicani statunitensi e dalla destra italiana – non indebitino lo Stato: la risposta è nei fatti. La Banda Bassotti americana che s’inventò la truffa dei subprime, successivamente, chiese aiuto proprio allo Stato e, il “piano Paulson” di 700 miliardi di dollari, viene tuttora pagato dai contribuenti americani, per lo più dal ceto medio, mentre i grandi finanzieri pagano poco o nulla e le banche sono tuttora libere di sfornare derivati. “Tossici”? Lo sapremo fra qualche anno.

In Italia, come s’evince da questo grafico, i governi di Silvio Berlusconi hanno condotto ad aumenti del debito: 6,2 punti nel 1994 (in sei mesi!) e ben 12,7 punti nel triennio 2008-2011. Solo nel quinquennio 2001-2006 riuscirono a far scendere il debito di un misero 2,9 in cinque anni. Per contro, i governi di centro sinistra abbatterono il debito di 11,7 punti nel quinquennio 1996-2001 e di 3 punti nel secondo, breve governo Prodi, in soli due anni: soprattutto il primo abbattimento (1996-2001), fu possibile per l’intervento in economia (rottamazioni, finanziamenti a vari settori) che aumentò il PIL.

La teoria della Scuola di Chicago non è quella d’abbattere il debito, bensì quella di non tassare gli alti redditi (come in Italia): in questo modo, il bilancio dello Stato va in rosso ed è necessario ripianarlo con la “macelleria sociale”. A quel punto, il gioco può riprendere con nuovi abbattimenti di tasse per i più ricchi e sempre maggiori prelievi (o mancata assistenza) per i meno abbienti. Oggi, difatti, Tremonti ha nel mirino l’assistenza (invalidi, assegni alle famiglie più povere, accompagnamento per gli anziani, ecc) e, ancora una volta, le pensioni: tagliare gli astronomici costi della politica? Non ci pensa nemmeno, anche se ne parla.

Utilizzare la teoria di Keynes è più arduo, perché il rischio di finanziare “a pioggia” o, peggio, in modo clientelare l’economia conduce ai medesimi effetti di destabilizzazione, soprattutto sul fronte del debito: in altre parole, per adoperare quella “leva” ci vogliono economisti con le palle e le contropalle, non i miseri figuri che osserviamo sulla scena. In definitiva, l’argomento attiene più alla sfera generale dell’umanesimo e della filosofia che a quella delle semplici teorie economiche: l’Uomo deve assumersi l’onere di controllare i flussi economici o lasciarli correre? Anche considerando il quadro planetario di consumo esagerato di risorse non rinnovabili? Può affidare il proprio futuro economico ad una colossale rete di computer, i quali sono programmati con due soglie: vendere od acquistare, secondo il prezzo? Perché, assistiamo sempre più frequentemente al blocco dei listini per eccesso di rialzo o di ribasso? Addirittura a poco chiari “guasti tecnici” per arrestare le contrattazioni? Il sistema del cosiddetto “autogoverno” del mercato non funziona: osserviamo la realtà. Quali sono i Paesi che sono fuori da questo infernale girone?

A parte le cosiddette “economie emergenti” – la Cina ha miliardi di dollari nelle casse dello Stato – è emblematico il caso russo: se qualcuno ricorda i tempi di Eltsin, rammenterà che la vita media s’era drammaticamente accorciata, la povertà era endemica e i russi si salvarono soprattutto col poco che riuscivano a trarre dagli orti delle dacie. Addirittura, l’Aeroflot – la compagnia aerea russa – non aveva kerosene per far volare gli aerei: in un Paese ricco di risorse energetiche! Putin – piaccia o non piaccia – diede una sterzata: in che senso? Forte dell’appoggio che aveva nei servizi segreti (dai quali proveniva) e nell’Armata, riportò allo Stato il “clou” delle risorse russe – l’energia – e le sottrasse agli oligarchi. Ovvio che il processo non fu indolore, e nemmeno affermiamo che la Russia sia oggi un paradiso, però la situazione economica della popolazione – dagli anni bui del dopo URSS – è migliorata sostanzialmente. E il Venezuela di Chavez? Non ha, anch’esso, nazionalizzato il petrolio del Paese sottraendolo alle mire degli speculatori? Cosa fece Mossadeq in Iran? Non, però, di solo petrolio si tratta, perché l’impatto delle “deregulation” sulle popolazioni e sui bilanci degli Stati (sempre chiamati a saldare i conti) sono stati devastanti: crollo della domanda interna, insicurezza sociale, aumento della povertà, della frammentazione sociale, delle malattie della povertà come l’alcolismo, ecc.

In definitiva, per chi ancora crede nel “respiro” di libertà economica propalato da Milton Friedman e dalla “Scuola di Chicago”, ci sono alcune domande alle quali rispondere. A trent’anni dall’elezione di Reagan, si può affermare che il Pianeta sia più ricco? Sì. Si può affermare che le popolazioni siano più ricche? No.

Senza scomodare Marx ed il Capitale, vorremmo che prendessero in esame un neutro parametro, l’indice Gini: cosa misura? Indica la condivisione dei beni all’interno degli Stati, ossia la distribuzione della ricchezza fra le classi sociali. Il coefficiente di Gini, è un numerò che varia fra zero ed uno: zero la perfetta omogeneità nella distribuzione dei beni, uno la massima eterogeneità. Esiste una classifica (non molto aggiornata) degli Stati per uguaglianza/disuguaglianza di reddito: l’Italia è al 52° posto, gli USA al 74°, mentre sopra all’Italia troviamo quasi tutte le nazioni europee. Paesi che ancora godono della “tripla A”, come la Francia e la Germania, hanno una distribuzione della ricchezza più equanime dello Stivale: in fondo alla classifica, ci sono le nazioni meno affidabili, per il rating del debito, del Pianeta.

Eppure, da decenni, la tesi sostenuta dai “Chicago Boys” è proprio quella che solo arricchendo una modesta parte della popolazione – in Italia, il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale – è la sola ricetta possibile, giustificando il tutto con un aumento dei capitali disponibili e, dunque, degli investimenti. Osservino la classifica, meditino sull’altro aspetto – la domanda interna – e ci diano una risposta.

Aspettiamo.


La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane

Gianni Letta ha affermato che “tutto sta crollando”. Perché? Facciamo un passo indietro. Si parla spesso del “sacco” del Britannia: ci sono migliaia di pagine web che lo citano e ne abbiamo scelta una a caso (ma non troppo). Ciò che, forse, non molti ricordano, fu la campagna d’opinione che precedette, negli anni, quegli eventi: l’industria di stato veniva bollata ovunque come inutile e dannosa, le ferrovie inefficienti, le poste inconcludenti, ecc, ecc.

Oggi, con un annuncio dell’altoparlante, le Ferrovie decretano – nella massima tranquillità – che il treno numero tale è stato soppresso. Spiegazioni? Nessuna. Un tempo – mi confessò un capostazione – per sopprimere un treno bisognava stendere un lungo rapporto, e non era assolutamente detto che il firmatario non fosse convocato dalla direzione territoriale per fornire chiarimenti. Nei primi giorni di Giugno del 2011, le Poste andarono completamente in tilt per un “cambio di software”: a parte i disguidi – giorni d’attesa per inviare una raccomandata o ritirare la pensione – aspetto ancora oggi una lettera di mia madre con un’importante delega nei miei confronti: speriamo veramente, dopo quasi tre mesi, che sia finita al macero. Magari giungerà ai miei figli dopo la mia morte.

Sono vissuto in un’Italia nella quale, quando un insegnante era malato e telefonava a scuola per avvertire, nella mattinata stessa – quasi sempre – già arrivava il supplente, che si metteva subito a far lezione, magari con prima un po’ di ripasso. Oggi, per 10 e più giorni le classi hanno il classico “tappabuchi” che sostituisce per un’ora, che non conosce i ragazzi, che può fare poco o nulla. Per un certo periodo presi il treno delle 6.20 del mattino per recarmi all’Università: ricordo che era una vaporiera. Che non perse mai un colpo ed un minuto. S’andava a lavorare con contratti a tempo indeterminato – era la normalità – e con 35 anni di contributi s’andava in pensione a qualsiasi età. Il pubblico impiego era più favorito, ma non era del tutto un errore: auguri, ai docenti che entreranno in classe con 67 primavere sulle spalle. Furono gli anni nei quali s’impennò il debito pubblico?

Torniamo ad osservare il grafico del rapporto debito/PIL: quando s’impennò?  Nei primi anni ’80: sono gli anni della “Milano da bere”, del “soldo che fa soldo” da solo, della Borsa come una giostra che tutti arricchisce: che ce ne facciamo di quei pachidermi dell’IRI? Reagan lancia il suo carpe diem, che chiama “edonismo reaganiano”: quanto bella sei ricchezza, ch’ora sosti in ogni via. Invece.

Parallelamente, la finanza locale s’espandeva a macchia d’olio, lo Stato “decentrava” i servizi alle amministrazioni periferiche: successivamente, iniziò a tagliare i fondi. Le amministrazioni locali, conseguentemente, iniziarono ad alzare le tasse locali ed a tagliare i servizi, fino a chiudere ospedali moderni. Rami secchi. Il cosiddetto “piano Brunetta” per la Sanità italiana (e la manovra di Tremonti) prevedono la non sostituzione di 8.000 – attenzione: ottomila! – medici che andranno in pensione nei prossimi anni. Altre fonti giungono ad ipotizzare un taglio di 17.000 medici.

Oggi, la frittata è fatta: è la guerra fra gli stegocrati e la popolazione italiana. Un governo centrale che deve succhiare continuamente denaro per mantenere gl’incerti equilibri parlamentari: poi, a cascata, la medesima situazione per regioni, province, comuni, circoscrizioni e comunità montane. Un esercito di un milione di persone che campa di politica e non risolve niente, se non ingrassare il proprio conto in banca e quello dei propri parenti. Tutto è stato sacrificato sull’altare della “governabilità”, persino la possibilità d’eleggere i propri rappresentanti senza doverli scegliere da una lista di “eletti”: l’Italia è diventata più “governabile”?

La scelta dei nani e delle ballerine pare sia quella d’aumentare, ancora una volta, l’età pensionabile: toccare i patrimoni? Ma non scherziamo. Quando sento parlare di “tagli alle auto blu” “alla politica” “ai voli di stato” la mano scende alla pistola, perché già li sento ronzare dalle parti del mio culo: questa volta, assistenza o previdenza? Entrambe? Non importa: basta che paghino i poveracci. Perché bisogna difendere l’euro.

Non sono mai stato un detrattore della moneta unica, perché aspettavo d’osservarne gli esiti: oggi, alla luce di quanto sta accadendo, la controproposta da fare a sir Mario Draghi doveva essere “E se ce ne andiamo dalla moneta unica?” Questa gente fa la voce grossa fin quando trova come interlocutori solo nani e ballerine: l’Argentina, rispose agli ispettori del FMI che potevano andarsene quando volevano, a patto che il viaggio lo pagassero i loro caporioni. E’ sprofondata nell’Atlantico Meridionale? Non ci sembra.

Smettiamola, per favore, con questo senso di colpa dei cosiddetti “PIIGS”: la situazione del debito USA è peggiore non solo di quella dei Paesi europei “poco virtuosi”, bensì della somma di tutti essi. Allora? Nella prima parte dell’articolo abbiamo spiegato che la situazione è l’ennesima guerra finanziaria fra blocchi, alla quale partecipa anche l’istituto di Francoforte: dobbiamo pagare anche questa guerra? Ci spaventano con mille input per un’eventuale ritorno alla Lira: cosa potrebbe succedere?

L’Italia, a quel punto, diventerebbe meno “appetibile” alla speculazione internazionale, poiché è l’euro che interessa, non una moneta minore di un Paese mezzo collassato. E dopo? Cosa ne avrebbero in cambio? Proviamo, invece, a meditare di riprendere il controllo – rigidamente allo Stato – dell’emissione monetaria, con il vantaggio (mica da poco!) di decidere noi una eventuale svalutazione: la Germania ci gioca sopra da tempo, poiché la moneta forte consente solo a pochi di reggere sul mercato delle esportazioni. In questo modo, tedeschi e francesi si sono già impadroniti della grande distribuzione, a parte Ipercoop e poco altro, e stanno allargando i loro interessi all’industria privata (Lactatis) e pubblica (Italcantieri). Cosa fanno, invece, nani e ballerine italiane?

Si riuniscono come dei congiurati a Ferragosto per decidere come stramazzare la popolazione: lo fanno da anni, sempre d’Estate. L’unico che, ancora, si lascia scappare d’aver capito cosa sta succedendo è Umberto Bossi: spiace dirlo, ma è così. Riferendosi alla famosa “lettera” della BCE, si è lasciato scappare: “Mi sa che quella lettera è stata scritta a Roma”. Mica scemo: sono le stesse “direttive” che Draghi emanava quando era “solo” Governatore della Banca d’Italia, e non della BCE in pectore. Ma chi vogliono prendere per il sedere?

A fronte di quel milione di persone che campano di politica e di corruzione, come rispondono nani e ballerine italiane? Casini afferma che Tremonti è da “ricoverare”, mentre Bersani studia – imbeccato da Napolitano – come “aiutare”. Di Pietro dice di non capire: non è una novità. Forza Sud non voterà leggi che danneggino il Sud, Forza Nord quelle che danneggino il Nord: il Centro, per definizione, sta al centro e si fa gli affari suoi. I Responsabili si mostrano disponibili: dipende dalla disponibilità di poltrone. Fini è “allibito”, Stracquadanio “basito”. Cosa faranno?

Per definizione, nani e ballerine sono servi: non hanno opinioni. Quando si prospetterà di non concedere più loro gli avanzi della mensa – niente più cosce di pollo mangiucchiate da rosicchiare, niente più monete per una fellatio a comando – si prostreranno ai loro padroni e continueranno a danzare chinando il capo, ossequienti. D’altro canto, il destino di nani e ballerine, giullari e cortigiane, è soltanto quello d’obbedire ai loro padroni: la sera con le danze nel salone del castello, la notte contorcendosi, a comando, sotto le coltri.

di: Carlo Bertani

L’ Olandese Volante

Dubbi anche sul martire della rivolta in Tunisia

Il ragazzo che si diede fuoco a Sidi Bouziz. Gli scettici: invenzione dei media

28 dicembre 2010, il presidente Ben Ali visita Mohammad Bouazizi in ospedale

E se la maggior parte della nostra realtà fosse fatta dalla connessione di tante irrealtà, come insinuava Borges? Dopo la blogger siriana lesbica Amina, che come tutti ormai sanno è uno stempiato e corpulento signore americano di Edimburgo, comincia a sfaldarsi l’epica recente di Mohammad Bouazizi,l’ambulante di Sidi Bouziz che si diede fuoco per protesta, scatenando la rivolta tunisina. Nell’era della rete globale, una vicenda non è più persuasiva perché vera, ma diventa vera perché persuasiva. Vecchia storia? Forse, ma confondere il mito con la realtà è un grave rischio sociale, persino per chi crede che la stessa realtà sia un mito.

Con la compassione dovuta alla persona e il rispetto riservato a un eroe della primavera araba, bisogna dire che a sei mesi dalla sua scomparsa, l’unica certezza che abbiamo sul «martire» Muhammad Bouazizi, per gli amici «Basbusa», è la sua morte all’età di 26 anni, in seguito alle ustioni riportate dopo essersi dato fuoco il 17 dicembre dello scorso anno. Tutti i momenti cruciali della narrazione sono già trascolorati in una nebbia grigia che talvolta nasconde palesi falsità.

La vulgata rivoluzionaria, riprodotta all’infinito sul web, racconta l’umiliazione del venditore ambulante Mohammed davanti al municipio di Sidi Bouziz. Pescato a vendere illegalmente cibo, fu preso a sberle da una poliziotta che gli sequestrò la bancarella. Se a noi un uomo schiaffeggiato da una donna può strappare un moto ancestrale d’indignazione, figuriamoci nel Maghreb. Ecco, in fila uno dietro l’altro, gli elementi che frullati su internet formeranno una leggenda intessuta di realtà: un regime crudele e corrotto, che nega le opportunità ai giovani tunisini, fissato per sempre nell’atto di angariare un figlio del popolo che chiede solo di lavorare. Poi il giovane si versò addosso una latta di benzina e fece scattare l’accendino.

«Come un solo fiammifero può accendere una rivoluzione», titolò il New York Times on line il 21 gennaio, e giù a citare Quang Duc, il monaco vietnamita che si diede fuoco nel 1963 per protesta contro la guerra in Vietnam e Jan Palach, il ventenne ceco che s’immolò col fuoco nel 1969 contro l’invasione sovietica. Il produttore tunisino Tarak Ben Ammar annunciò di volerne trarre un film «al più presto». La narrazione si moltiplica diventando il processo della creazione del mito. Una tendenza che ora si sta rovesciando. «Sembra che per alcuni tunisini – ha scritto Wyre Davies sul sito della Bbc – il martire ventiseienne non sia più un eroe politico ma una creazione dei media, fabbricata da persone estranee ai fatti, con una visione romantica dell’origine della primavera araba». Così Fedia Hamdi, la poliziotta di 46 anni che schiaffeggiò Mohammed, appare oggi anche lei una vittima. Gettata in prigione da Ben Ali, è stata processata e assolta con tante scuse dalla nuova Tunisia (forse) democratica. Si è stabilito infatti che non ha mai schiaffeggiato il giovane. Si era limitata a chiedergli di smettere di vendere abusivamente commestibili proprio davanti al municipio. Fedia ricorda che il giovane era molto arrabbiato ma dice di non sapersi spiegare perché poi si sia dato fuoco, né se volesse davvero uccidersi in quel modo.

Prima di morire per protesta Mohammed contribuì con la sua indignazione a ingrossare il fiume di parole d’ordine «rivoluzionarie» che si diffusero a velocità prodigiosa attraverso i social network. Il fatto è che lui non era affatto un maniaco del web, un «geek» che passa le notti chattando e scambiandosi file. Infatti France24 ha scoperto che le poesie e le canzoni rivoluzionarie generalmente attribuite a Muhammed Bouaziz sono state composte da un altro ragazzo, con lo stesso nome. «Sono stati verosimilmente quei post ad alimentare la rivolta», ha osservato Wyre Davies.

La scoperta dell’omonimo autore degli interventi su Internet ha sollevato in Tunisia una coltre di diffidenza su tutta la vicenda che ha coinvolto i parenti del vero ambulante. Si è saputo allora che la famiglia aveva accettato diverse migliaia di dollari di risarcimento quando il presidente Ben Ali era ormai prossimo all’esilio. I Bouazizi hanno lasciato la casa miserabile di Sidi Bouzid per spostarsi nel quartiere residenziale di La Marsa a Tunisi.

L’ondata emotiva che ha portato in pochi giorni la storia di Muhammed a diventare patrimonio del villaggio globale in Tunisia sta già vivendo una fosca stagione di riflusso, esagerata dal clima di sospetto che circonda i veri esisti della rivoluzione, in attesa di votare sulla nuova costituzione. Mentre in Francia si dedicano piazze al martire tunisino, in patria, addirittura nella sua Sidi Bouzid, capita che le targhe a lui intitolate siano divelte o imbrattate.

Internet sopperisce a un mondo dove scarseggiano eroi e modelli ma la scelta se crederci oppure no resta ancora a noi, la rete stessa ci fornisce gli strumenti di verifica.

di: CLAUDIO GALLO

LaStampa.it

Prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano: guerra alla Siria e all’Iran

Articolo inviato al blog
di Salvatore Santoru

Il PNAC, ossia il Progetto per un nuovo secolo americano, è una lobby che dal 1997, anno della sua nascita,si assume lo scopo di promuovere una leadership globale a guida statunitense. Tra i fondatori di questo “istituto di ricerca”, il cui presidente è Wiliam Kristol, spiccano i nomi di Dick Cheney, già segretario alla Difesa nell’amministrazione di George Bush padre  e vicepresidente in quella del figlio, e di Donald Rumsfeld,già segretario alla Difesa sotto Ford e Bush figlio. Il PNAC ha fortemente sostenuto la recente  politica imperialista degli States, dalle guerre in Afghanistan e Iraq in poi. Non solo: questa gruppo di pressione, che praticamente sotto la presidenza Bush ha aumentato a dismisura il suo potere, nel 2000 aveva già elaborato il piano necessario per arrivare alla completa “americanizzazione” del mondo(o di maggior parte di esso): Rebuilding America’s Defenses(http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf).

Bush_Cheney_Rumsfeld

In questo documento sono indicati i potenziali nemici degli USA e alleati, i cosiddetti “Stati canaglia”: dall’Iran alla Siria,alla Libia e alla Corea della Nord. Dopo l’inizio della guerra in Libia (20 marzo 2011) il progetto sta giungendo al suo compimento,e dopo di esso verrà attuata la nuova strategia di guerra:non più contro il “terrore” o gli “stati canaglia” ma guerra permanente contro il mondo(http://it.peacereporter.net/articolo/28435/Guerra+globale+permanente). Ora è finita con la morte mediatica di Osama Bin Laden(2 maggio 2011)e Mullah Omar(21 maggio 2011) la stagione della guerra al terrore,ad al Quaeda o ai talebani: come ho già scritto (http://coriintempesta.altervista.org/blog/al-qaeda-e-la-cia/)Al Quaeda e il fondamentalismo islamico sono tornati ad essere utili per le nuove guerre dell’Occidente,e non a caso è stato detto che Osama e Obama sono arrivati a una “convergenza postuma”(http://it.peacereporter.net/articolo/28565/Osama+e+Obama%2C+convergenza+postuma).Ora è iniziata a seconda fase del Progetto del Nuovo Secolo Americano:destabilizzazione e guerra contro gli stati tendenti al nazionalismo laico e al “socialismo islamico” e controrivoluzione e repressione dei fermenti di libertà e (vera)democrazia delle masse arabe (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8297): in seguito ci sarà il ritorno del “pericolo  rosso” e dunque sarà la volta della guerra(fredda e calda) contro la Cina e infine contro i paesi socialisti come Cuba, Boliuvia,Venezuela, Nicaragua e nuovamente Vietnam. Ma procederanno passo per passo.Per ora la prossima tappa per la realizzazione del Nuovo Secolo Americano è la  guerra alla Siria e all’Iran.
Staremo a vedere.

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